Le Nazioni Unite
1995: cinquantesimo anniversario delle Nazioni Unite. Il rapporto cui diedi il mio contribuito sul secondo mezzo secolo di quell’istituzione si trovava sul tavolo dei delegati all’Assemblea generale. Vi rivolsero soltanto uno sguardo distratto, così come al lungo resoconto sul «governo globale» cui partecipò, tra gli altri, anche Jacques Delors. L’ora delle riforme non era ancora arrivata. L’Organizzazione era a un passo dal fallimento; i suoi ultimi interventi in favore della pace erano stati un insuccesso o, più precisamente, erano stati presentati in quel modo dai media: la Somalia, il Ruanda e soprattutto la Bosnia. L’orrore di Srebrenica. Dov’erano i reportage sull’intervento coraggioso e devoto dei Caschi Blu nelle province dell’ex Jugoslavia, in Angola e in Mozambico? Sull’azione dell’Alto Commissariato per i rifugiati in favore dei quindici milioni di profughi in ogni angolo del mondo? Chi loda il successo del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, del Programma alimentare mondiale, del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo senza i quali molti esseri umani sarebbero morti? Nei due grandi testi sottoposti da Boutros-Ghali agli Stati membri – l’ e l’ – è chiaramente illustrato tutto ciò che le nazioni dovrebbero fare per scongiurare violenza e ingiustizia. Eppure non lo fanno. Non hanno fiducia; da molto tempo quelle nazioni non sono più le stesse che avevano redatto e ratificato la Carta di San Francisco nel luglio del 1945, che era ancora molto recente quando presi posto per la prima volta al segretariato, nel febbraio del 1946. Vitia e io eravamo di passaggio a New York in direzione Chongqing, giusto il tempo di abbracciare i Mirkine. Mio suocero mi presentò a Henri Laugier, vicesegretario generale delle Nazioni Unite che stava formando la sua squadra, al quale diedi la mia disponibilità. Venni sostituito all’ambasciata francese in Cina da Jean de Lipkowski.
Conobbi quindi l’Organizzazione mondiale ai suoi albori; da lì si è impossessata di me e non mi ha più lasciato. So che non mi lascerà fino alla mia morte. Perché? Probabilmente corrispondeva con esattezza a quello che, alla fine della guerra, avevo immaginato essere il mio futuro impegno personale: partecipare, nell’organo più strategico e centrale, alla costruzione di un mondo da cui sarebbero stati eliminati i campi di concentramento e le bombe atomiche, l’imperialismo e la violazione dei diritti umani. Ambizione piuttosto semplice, candida, che non ci si stupisce di incontrare in un sopravvissuto ventottenne. La mia enorme fortuna è stata l’aver scelto il momento giusto per muovere i primi passi nell’istituzione, e di avervi trovato il miglior modello possibile. Nel 1946 le Nazioni Unite erano soltanto cinquanta; l’organizzazione comprendeva un’Assemblea generale, tre consigli, una Corte internazionale di giustizia e un segretario generale. Tutto ciò all’interno di uno stabilimento sotterraneo non molto diverso da quello in cui un anno prima, a Rottleberode, sullo Harz, i miei compagni di detenzione e io costruivamo i carrelli degli Junker 52. In quegli stessi anni di guerra a Lake Success, sull’isola di Long Island a trenta chilometri da Manhattan, allo Sperry Plant venivano fabbricati strumenti di navigazione aerea.
Il primo segretario generale delle Nazioni Unite, ex ministro norvegese degli Affari esteri Trygve Lie, non era particolarmente stimato da Henri Laugier, di gran lunga il più colto e dinamico degli otto vicesegretari che appartenevano allo stato maggiore della nuova istituzione. La decisione di situare la sede dell’Organizzazione a New York era di vitale importanza. Ci si ricordava di Wilson e del rifiuto opposto dal Congresso all’entrata degli Stati Uniti nella Società delle Nazioni. Conoscevamo le forti tentazioni dell’isolazionismo; ma allo stesso tempo l’Onu stava per subire i misfatti delle usanze amministrative americane: organigrammi e proliferazione burocratica. Il nostro caro Sperry Plant non sarebbe bastato a contenere tutti i direttori generali, direttori, sottodirettori, consiglieri, assistenti e segretari. Poiché la famiglia Rockefeller aveva donato una proprietà dentro Manhattan, vi venne edificato un bel parallelepipedo in vetro, marmo e metallo, divenuto il monumento più visitato di New York ma completato soltanto nel 1952. Né Laugier, il cui mandato si concluse nel 1951, né io, rientrato da Parigi qualche mese prima di lui, possedemmo mai un ufficio lì dentro.
A più di cinquant’anni di distanza, è impossibile ricordare quell’alba dell’Onu senza pensare a quanti ne garantivano il funzionamento, e, tra questi, ai veri artefici del suo inserimento nella vita internazionale; quelli che la volevano meno fragile della Società delle Nazioni, più capace di difendere non solo la pace ma anche la giustizia, i diritti, il benessere dei popoli e la loro libertà.
Laugier era tra questi. Vi concludeva una carriera da democratico internazionale. In quel nuovo contesto la difesa delle sue convinzioni e dei valori in cui credeva non era in alcun modo intaccata dall’ambizione personale. Essere stato il suo direttore di gabinetto ha rappresentato per me una possibilità di cui, oggi più di allora, capisco l’importanza. Imparare a orientarmi all’interno di un’amministrazione in ascesa accanto a uno spirito così libero e combattivo non poteva fare altro che spingermi a sposare le cause che mi chiedeva di perseguire.
È a lui che devo l’essermi immedesimato con la funzione internazionale e poi con la diplomazia multilaterale, senza rimpiangere i limiti che imponeva a una carriera nell’amministrazione francese al Quai d’Orsay.
Escono dalla mia penna molti ricordi di quei primi cinque anni del dopoguerra trascorsi sul bordo dell’Hudson: il nostro appartamento sopra Central Park; i primi sorrisi di mia figlia Anne, concepita durante la traversata dell’Atlantico e nata all’ospedale francese di New York; i viaggi in con i colleghi tra Manhattan e Lake Success, lungo i maestosi ponti che collegano New York a Long Island; la vita intellettuale di quello che allora era l’unico vero centro del mondo, dove confluivano gli amici parigini, che portavamo a ballare con i neri di Harlem o a brindare con gli italiani a Greenwich Village.
Ma voglio soffermarmi sull’Onu.
Il suo lavoro era reso più facile dal numero limitato degli Stati aderenti. Il Consiglio di sicurezza includeva undici membri[1], cinque dei quali permanenti, ed era affiancato da un segretariato diretto da un sovietico. Il Consiglio di tutela doveva occuparsi solo di qualche mandato ricevuto in eredità dalla Società delle Nazioni e diventato «territorio sotto tutela» che in meno di quindici anni sarebbe stato indipendente. Il segretariato era guidato da un cinese. Il Consiglio economico e sociale contava diciotto membri[2] e due dipartimenti: quello di Laugier, incaricato delle questioni sociali e dei diritti umani, e quello dell’inglese David Owen, cui erano affidate le questioni economiche. C’era anche un dipartimento dell’informazione assegnato a un argentino, uno delle conferenze e dei servizi generali, uno dell’amministrazione e delle finanze, entrambi diretti da un americano.
Tutto ciò includeva solo poche centinaia delle persone che si potevano conoscere e apprezzare all’interno dell’Organizzazione. Il loro lavoro consisteva nel preparare le riunioni tra rappresentanti degli Stati membri, con un misto di modestia (non eravamo noi a prendere le decisioni) e di sicurezza, perché la nostra perizia era alquanto superiore alla loro. L’immaginazione e le proposte innovative dovevano arrivare da noi, a loro spettava preservare prudentemente gli interessi nazionali.
Così, lentamente, si procedeva verso impegni che rendevano più stretta la cooperazione internazionale, più chiara la strada che i governi avrebbero dovuto seguire per una maggiore sicurezza e per il benessere dei popoli. I membri dell’Organizzazione erano infatti i governi, ma la Carta si appellava ai popoli e i funzionari internazionali se ne sentivano depositari come se avessero dovuto difendere la gente dagli Stati stessi.
In particolare quella era l’ottica dei miei compagni del dipartimento delle questioni sociali, che lavoravano nell’ambito dei diritti umani. Ci trovavamo al punto di giunzione di due articoli della Carta che dovevano essere conciliati: il primo prevedeva la protezione e la promozione dei diritti umani e delle libertà fondamentali senza alcuna discriminazione; l’altro poneva come principio la sovranità degli Stati, vietando all’Organizzazione di intervenire nei casi che dipendevano essenzialmente dalla loro competenza internazionale. Riuscendo a far adottare all’Assemblea generale testi giuridicamente vincolanti che avrebbero costretto i suoi membri a rispettare certi diritti, avremmo aperto nel muro della loro sovranità una breccia sufficiente a poter affermare ovunque la democrazia, abolire i totalitarismi, proteggere le libertà pubbliche e suddividere in maniera equa le risorse tra le varie categorie della popolazione. Nientedimeno! Sennò a che cosa saremmo serviti?
Non eravamo tanto ingenui da credere che avremmo ottenuto quel risultato, ma ci sforzavamo di trarre la miglior lezione possibile dagli orrori recenti, alla cui origine c’era stata la fiacca accettazione da parte delle nazioni democratiche delle brutali violazioni dei diritti umani compiute dalle potenze dell’Asse.
Sull’onda dell’emozione i redattori della Carta di San Francisco avevano preso la rischiosa decisione di inserirvi una Carta dei Diritti dell’Uomo, incaricandone la Commissione dei Diritti dell’Uomo, che faceva riferimento al Consiglio economico e sociale. Sapevo bene che si trattava della più importante innovazione che differenziava le Nazioni Unite dalla Società delle Nazioni e da ogni precedente forma di cooperazione internazionale. Percepivo anche che dovevamo approfittare velocemente dell’ipocrisia presente nell’adesione proclamata dai vincitori a quel valore che non tutti avevano intenzione di promuovere con lealtà.
Tra questi c’era l’Urss. Era assurdo discutere di quei testi con i suoi rappresentanti? Benché non conoscessimo ancora i gulag, non avevamo dubbi sulla brutalità e crudeltà delle istituzioni sovietiche, né sul significato del termine «democrazia popolare» usato dai regimi dell’Europa orientale. Ma non si parlava ancora di totalitarismo. Nelle nostre conversazioni con russi, polacchi, rumeni – ve ne erano di particolarmente colti e facondi – ci lasciammo convincere che, con la ripresa dell’economia devastata dalla guerra, con l’accelerazione dello scambio dei beni, delle persone e delle idee, avremmo assistito a una doppia rinascita: dell’Est, per l’aspirazione delle sue popolazioni al rispetto dei diritti civici e politici; dell’Ovest per lo spazio da dedicare ai diritti economici e sociali. Colpevole ingenuità? Considerando solo la seconda metà del XX secolo, probabilmente sì. Forse no, se lo sguardo si rivolge ai decenni successivi.
Ebbi il privilegio di partecipare alla stesura del primo fascicolo di quella Carta dei diritti che doveva contenere una dichiarazione, un patto (ce ne vollero due) e alcune misure esecutive, ancora alquanto inadeguate. La Commissione per i diritti dell’uomo contava dodici membri[3] Era presieduta dalla vedova di Franklin Roosevelt e la Francia era rappresentata da René Cassin. Laugier ne aveva affidato la direzione a John Humphrey, un giurista canadese molto simpatico rimasto gravemente mutilato durante la guerra, in cui aveva perso un braccio. Le sessioni della commissione si tenevano sia a New York sia a Ginevra, dove le Nazioni Unite avevano recuperato il palazzo in stile fascista costruito nel 1936 per la Sdn. I testi proposti dalla commissione erano poi vagliati dal Consiglio economico e sociale, dove la Francia era rappresentata da Pierre Mendès France. In seguito venivano esaminati dalla terza commissione dell’Assemblea generale, in cui sedevano i cinquantuno Stati membri, e di cui io dirigevo il segretariato. Non era semplice mettere d’accordo europei, asiatici e latinoamericani nonostante l’assenza dell’Africa, del Giappone, della Germania, dell’Italia e di tanti altri che ancora non facevano parte di quegli organismi. Oggi l’Assemblea generale riunisce centonovantadue delegazioni; il fatto più sorprendente non è che su proposta di René Cassin la Dichiarazione sia stata denominata universale, bensì che tutti gli Sta...