1 #caetanodecueca
16 luglio 2015, un hashtag domina il palcoscenico del social più sintetico in circolazione. In pochi minuti, anzi secondi, Twitter è stato travolto da uno tsunami di 14 lettere. In Italia pochi se ne sono accorti, ma nei Paesi di lingua portoghese è stato un autentico delirio. L’hashtag in questione – #caetanodecueca – è diventato trend topic nell’intero Brasile.
Il risultato è stato strabiliante anche nei Paesi del cosiddetto Atlantico Sud, ovvero Capoverde, Angola, São Tomé e Príncipe e, naturalmente, Portogallo. A questi va aggiunto anche il Mozambico che non affaccia sull’Atlantico, ma è strettamente legato alla lingua portoghese e alla sua cultura.
E la parola cueca all’improvviso ha cominciato a risuonare come il rombo di un tuono per tutto l’Atlantico Sud. Un vociare continuo, uno strepitio tremendo, un sussurrare maldestro dandosi decise (e cameratesche) gomitate di intesa.
Cueca, cueca, cueca…
Come fosse una formula magica.
Cueca, cueca, cueca…
Ma poi cueca cosa significa di preciso? Non ci dobbiamo far ingannare dal suono rotondo, pieno, quasi aristocratico. No, non ci dobbiamo far ingannare. Cueca non ha nulla a che vedere con troni d’oro o corone di diamanti. Non ci sono regni splendenti all’orizzonte o serate di gala. Cueca è solo la parola portoghese corrispondente alla nostra “mutanda”. Avete capito bene: cueca è la mutanda.
Niente di poetico, mi spiace.
Quindi #caetanodecueca significa semplicemente Caetano in mutande.
E anche qui di poesia sembra (all’apparenza) essercene poca.
Ma Caetano chi?
Se avete in mano questo libro la risposta è facile.
Caetano Veloso naturalmente, l’unico, l’inimitabile. In quel nome e in quel cognome c’è già tutto. Caetano Veloso è un guru, un santone della musica, l’amico che ci consola quando gli amori finiscono o prendono strade sbagliate. È quello che organizza il movimento, ma che fugge da ogni ideologia posticcia. Un uomo onesto, trasparente, semplice, ribelle.
Ogni volta che penso a lui mi viene in mente la borsa di Mary Poppins. Da quella borsa magica la tata perfetta fa uscire autentiche meraviglie: un attaccapanni, uno specchio, un usignolo. E lo stesso fa Caetano Veloso. Da se stesso può far emergere di tutto, dai vecchi samba di Vicente Celestino, alle suggestioni felliniane pescate chissà dove, fino alle note stridule di Henri Salvador che tanto lo hanno abbagliato da giovinetto. Caetano Veloso è un uomo fondamentalmente curioso.
Non si è mai messo in cattedra, non ha mai diviso la cultura alta da quella bassa. Il popolo ha il suo sapere e lui ha sempre grande rispetto del popolo. Anche perché ne fa parte. Miscela tutto, il mistico e il popolare, il sogno e la ragione. Caetano Veloso è un frullato, uno di quelli dove polpa, gusci e semi vanno a braccetto. Non esclude, include. In fondo è come il Brasile. Odora di quella terra fatta di contraddizioni e bellezza, di orrori e paradiso. Non si è mai dato la missione precisa di raccontare il suo Paese, ma è successo. Forse è per questo che il 16 luglio 2015 sui social di tutto il mondo è circolata la sua foto in mutande.
Questa cueca va spiegata meglio. E non pensate male, non c’è niente di offensivo in una mutanda.
Tutto comincia in Svizzera.
Due suoi ammiratori-amici, Carla Perez e Xanddy, divi della televisione brasiliana, vanno a trovarlo in camerino a Montreux dove il cantante era impegnato in un tour con l’amico Gilberto Gil, per celebrare insieme ai fan la loro carriera. Il tour aveva un titolo suggestivo Dois amigos, um século de música (Due amici, un secolo di musica) e non a caso è stato un successo di pubblico in ogni posto in cui si sono fermati. A Perugia, per esempio, il concerto Gil-Veloso è stato il secondo incasso di Umbria Jazz 2015. E a Roma, il 6 maggio 2016, ha registrato il tutto esaurito. L’Auditorium ha venduto anche i posti in piedi. Ci sono stata entrambe le volte, ve lo posso confermare. Eravamo davvero in tanti sia a Perugia, sia a Roma. Ed è stato incanto, come sempre.
Ma torniamo alla nostra cueca.
Caetano Veloso è in camerino, si sta rilassando, arrivano questi amici e lui li riceve nonostante sia in déshabillé. Ridono, si divertono, scherzano. Con loro c’è Paula Lavigne, ex moglie del cantante e sua manager. Paulinha è una creatura meravigliosa. Chi ama Caetano Veloso non può non amare Paula Lavigne, anzi adorarla. È lei la Branquinha della canzone, la Carioca de luz própria, la persona che dopo il matrimonio (e due figli) è rimasta accanto al cantante per curare i suoi affari. Ne hanno passate tante insieme e si rispettano.
Lei non solo lo segue da buona manager, ma lo racconta a noi fan quasi minuto per minuto. Sull’Instagram di Paulinha ci sono moltissime foto dell’ex marito, e questo ce lo fa sentire più vicino. Naturalmente mette anche le foto degli altri cantanti che segue, come per esempio il rapper Emicida. Ma di Caetano Veloso c’è davvero un tripudio di immagini e in tutte le salse. Una vera goduria per noi che lo adoriamo. La mia preferita è quella in cui è attorniato da un gruppo di parigini giovanissimi che sembrano risplendere di felicità perché accanto c’è lui che irradia luce come una grande stella di una galassia solitaria. Mi sono rivista nei gesti e nella gioia di quei parigini sconosciuti. E guardando quella foto ho capito che noi che amiamo Caetano Veloso di fatto siamo una comunità. Io sono di origine somala, ma non sono tanto diversa da una spagnola del quartiere Malasaña di Madrid o da una brasiliana di Salvador de Bahia. Siamo affetti dalla stessa passione. Caetanite acuta.
Ecco perché la foto del nostro eroe in mutande ci ha fatto tenerezza.
Molti, in verità, nel web hanno ironizzato, preso in giro, fatto fotomontaggi. Ma Caetano Veloso, anni 73, in mutande, sembra solo rilassato. Perché lui è così. Il vestito è solo un dettaglio. Qualcosa con cui giocare, senza stress. Un divertimento e non certo una corazza da indossare contro il mondo. Lui non è mai contro, lui è solo per. Anche quando si arrabbia è un uomo propositivo. E poi quando si veste è pura gioia.
Noi fan lo sappiamo bene. Lo abbiamo visto con impeccabili completi blu mentre cantava tristissimi bolero sudamericani, ma anche con stoffe pachistane intorno alla vita su una spiaggia tropicale. E quei ricci hippie che portava con orgoglio negli anni Settanta ci sono rimasti nel cuore. Il suo armadio lo conosciamo a memoria: la canottiera che indossava al Coliseu dos Recreios di Lisbona nel 1981 quando cantava la splendida Você não entende nada per esempio.
Per questo i fan, forse per imitare quel suo distacco rilassato e scherzoso, hanno cominciato a postare freneticamente il loro Caetano in mutande. Sono spuntate come funghi foto di costumi da bagno a righe, slippini hippie a Leblon e mutande rosso fuoco che hanno fatto arrossire il web. Ognuno aveva il proprio #caetanodecueca da mostrare e da difendere. Così abbiamo festeggiato in modo bizzarro la gioia di essere vivi, irriverenti, belli e soprattutto ironici. D’altronde lo abbiamo imparato da lui che si vive affrontando le incertezze, sbagliando come tutti e azzeccando l’essenziale. Rabbia, felicità, tristezza, ogni cosa assume la sfumatura di un accordo, la placida compostezza di un verso.
Caetano Veloso non concilia il sonno. Spesso lo turba e in questo turbamento ognuno di noi ritrova un po’ se stesso. In Peter Gast, una delle sue ballate più belle e tra le meno conosciute, si presenta così:
Sou um homem comum
Qualquer um
Enganando entre a dor e o prazer
Hei de viver e morrer
Como um homem comum
Mas o meu coração de poeta
Projeta-me em tal solidão
Que às vezes assisto
A guerras e festas imensas […]
E sou um.
Sono un uomo comune
Uno qualsiasi
Confuso fra il dolore
E il piacere
Devo vivere e morire
Come un uomo comune
Ma il mio cuore di poeta
Mi proietta in una tale solitudine
Che a volte assisto
A guerre e feste immense […]
E sono solo.
Non tutti conoscono questa canzone che Veloso dedica idealmente al compositore tedesco amico di Friedrich Nietzsche, il cui vero nome era Heinrich Köselitz. Peter Gast è davvero un brano per palati fini. Una ballata malinconica che alla fine si trasforma in un compendio di filosofia.
Descrivendosi, descrive noi che ci perdiamo in quella musica introversa e malinconica, in quel nome – Peter Gast – che è una reminiscenza di Nietzsche. Lui è noi, noi siamo lui. Da questa corrispondenza di amorosi sensi comincia la nostra resurrezione.
Quell’uomo mi ha salvato la vita.
Tutte le volte che la sorte mi ha ignorata o malmenata c’è sempre stata una sua canzone pronta a sorreggermi. Una sua canzone che mi faceva da scudo contro un mondo a volte ostile e cattivo. Ed è attraverso la sua voce che la gioia di esistere si è palesata in me come non mai.
Paul McCartney diceva che forse qualcuno ci prenderà in giro per questa musica leggera, qualcuno che con insistenza fastidiosa ci parlerà di Silly love songs, sciocche canzoni d’amore, ma cosa sarebbe il mondo senza queste importanti Silly love songs?
Io amo la musica perché mi fa sognare, ballare, credere che in fondo tutto può succedere.
Di fatto per me non ci sono grandi differenze tra Mozart e Loredana Bertè, se mettiamo in campo le emozioni. Lo so, può suonare blasfemo. Lo è. Ma io sono blasfema quando si tratta d’amore. Ed è l’amore che la musica mi trasmette a renderla per me vitale, importante come il mio stesso respiro.
Ecco perché per me (e credo valga anche per qualcuno di voi) Caetano Veloso è una religione.
Una mia amica, la poetessa Lidia Riviello, una volta mi ha detto qualcosa di simile su Totò. «Io e te possiamo andare d’accordo solo se mi assicuri che a te Totò piace. Non riesco a fare amicizia con qualcuno che non ama Totò.» Condivido lo stesso fondamentalismo di Lidia. Per fortuna a me Totò piace e con Lidia l’amicizia non solo è salva, ma è grande. Però ho colto quello che mi voleva trasmettere. Un amore incondizionato che spesso non è possibile spiegare. Perché Totò e non Alberto Sordi? Perché Marilyn Monroe e non Bette Davis? Perché Mark Twain e non Ernest Hemingway?
È difficile spiegare un amore. Quindi non vi spiegherò perché amo Caetano Veloso. Non saprei farlo. Anzi ora che vi sto scrivendo questa lettera aperta, questa manciata di pagine, questo flusso di coscienza, mi sento inadeguata. Non sono un’esperta di musica, non sono un’esperta di Brasile (anche se parecchie cose le so). Non ho titoli. Ho solo il mio amore, la mia devozione, la mia assoluta dedizione.
Basterà?
2 Potrei cominciare da un verso
Caetano Veloso per me è essenzialmente la sua poesia. E dentro questa poesia c’è la sua voce, strumento delicatissimo e potentissimo, che entra come una freccia di cupido nei nostri cuori.
Ci lacera, e lacerandoci ci riporta in vita. Sperimentiamo una resurrezione continua nell’ascoltarlo.
Le sue canzoni sono una linfa necessaria.
Un percorso dell’anima.
Questo vi chiedo di fare con me: un pellegrinaggio.
Non di quelli classici con bastone e tunica. Non quel tipo di pellegrinaggio.
Come nel Cammino di Santiago non vi prometto di ripercorrere ogni tappa, ogni canzone, ogni singolo aneddoto. Non sarò esauriente, non lo posso essere.
Quello che vi racconterò è un percorso, fallace e incompleto, dentro la musica di Caetano Veloso. Un mio itinerario. Il mio personale Cammino di Caetano.
Potrei cominciare da un verso:
Eu sou a chuva que lança areia do Saara
Sobre os automóveis de Roma.
Sono la pioggia che scaglia la sabbia del Sahara
Sulle automobili di Roma.
Roma è la mia città. Sono nata nella città eterna verso la fine degli anni Settanta. Caetano Veloso già era una leggenda – aveva attraversato l’inferno dell’esilio e ne era uscito acciaccato, ma vittorioso.
Si trova a Roma mentre si accinge a comporre per la sorella Maria Bethânia una canzone che sia una summa (e quasi una glorificazione popolare) di tutto ciò che è brasiliano e baiano. Ma l’incipit latita. Caetano ha bisogno di un’immagine forte, qualcosa che gli permetta di far sgorgare dalla sua cornucopia il mondo variegato che porta dentro. All’improvviso vede qualcosa che lo meraviglia. È uscito dall’albergo. Le macchine parcheggiate sono coperte di sabbia, uno strato così spesso che quasi sembra neve. «Cos’è?» chiede Caetano alla gente. Alcuni suoi amici italiani gli dicono che è la sabbia portata dal vento del Sahara. Una sabbia che viene dall’Africa e che si posa dolcemente su una Roma sempre più cosmopolita. Caetano non sa di piazza Vittorio e del suo suk, non sa che a Tor Pignattara c’è la Pisacane, la scuola più multietnica d’Italia, ma è come se vedesse tutto attraverso quella sabbia. Europa e Africa alla fine non sono poi così lontane.
La prima immagine gli si presenta in un modo così potente e spontaneo. Le altre poi arrivano a travolgerlo tutte insieme e la scrittura si fa scorrevole. Nasce Reconvexo, che diventa un bel samba de roda1 dove tutto quello che i benpensanti considerano out, diventa in. Il brano è quasi un inno. L’inno orgoglioso di un uomo al suo Recôncavo baiano2 e all’intero Brasile più brasileiro che mai. Scorrono nomi locali misti a big internazionali come Andy Warhol e Henri Salvador. Reconvexo celebra la controcultura e insieme dà dignità a tutto ciò che è considerato particolare. Un brano allegro, scanzonato, ma che in ogni accento racchiude un profondo senso di appartenenza.
Non è un caso che a un certo punto nell’elencazione infinita appaiano le novene di Dona Canô, sua madre.
Reconvexo mi fa pensare tanto alla famiglia, quella di Caetano Veloso naturalmente, ma anche alla mia, che un po’ ci assomiglia. Io, figlia di somali, sono nata nell’alveo di una famiglia numerosa e dispersa dalla guerra. Forse è per questo che quando odoro l’aria di casa Veloso, mi sembra quasi di odorare l’aria di casa mia. Caetano è figlio di José Telles Veloso (Seu Zezinho) e Claudionor Vianna Telles Veloso (Dona Canô). Il padre era un funzionario delle poste, la madre una casalinga. La sua era una famiglia «della bassa classe media» come spesso ricorda nelle interviste. Nessun lusso superfluo, tanto amore, regole chiare e a tavola con le mani ben lavate.
Durante i pasti succedeva di tutto. A tavola i ragazzi (Caetano è il quinto di molti figli) commentavano ogni cosa: le pagelle, il vicinato, le feste patronali, gli innamoramenti, i nuovi amici, il colore del cielo, il sorriso di Irene.
[…] Quero ver Irene rir
Quero ver Irene dar sua risada
Irene ri, Irene ri, Irene.
Sorella amatissima cui, già adulto, dedicherà una delle canzoni più intime. Una canzone di resis...