Giorni di grazia
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Giorni di grazia

Informazioni su questo libro

Nel percorso umano e sportivo di Arthur Ashe si intrecciano molte storie e avvenimenti. Dalla nascita in Virginia nel 1943, Stato ancora soggetto alle leggi della segregazione razziale, alle difficoltà di farsi strada nel mondo del tennis, da sempre appannaggio dei bianchi, la vita di Ashe si è scontrata con la fatica di doversi guadagnare il rispetto degli altri.Amato da tutti, corretto in campo e fuori, attento a dare sempre il meglio di sé, Ashe è stato per anni il paladino di chi rivendicava i propri diritti con l'esempio e il lavoro quotidiano. Il campione di Richmond è stato uno dei tennisti più apprezzati dal pubblico: vincitore di 3 tornei del Grande Slam, capitano in Coppa Davis negli anni di Connors e McEnroe, idolo di tennisti più giovani che, come Yannick Noah, gli hanno dedicato parole bellissime.Dopo un intervento chirurgico, nel 1988 contrasse il virus dell'Hiv in anni in cui la malattia stava mietendo le prime vittime e portava con sé un immaginario di nuova peste del secolo. Sempre in prima linea per la difesa dei diritti civili – storiche le sue battaglie anti apartheid in Sudafrica a fianco di Mandela – Ashe non lasciò che la malattia distruggesse la sua voglia di combattere e negli ultimi anni di vita scrisse questo libro che è insieme un testamento struggente e vitale, un racconto degli anni d'oro del tennis con aneddoti e personaggi memorabili e un inno alla libertà.­Ashe scrisse il libro con Arnold Rampersad scrittore e giornalista americano, finalista per la biografia di Ralph Edison per il Premio Pulitzer e nella cinquina del National Book Award."Se sono diventato una persona migliore è per il tempo che ho passato con lui." - John McEnroe"Ho avuto l'opportunità di giocare a tennis, di diventare quello che sono, grazie a lui, grazie a quello che ha fatto" - Serena Williams

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Informazioni

Anno
2017
Print ISBN
9788867831524
eBook ISBN
9788867831678

Stelle e strisce:
un capitano nelle battaglie di Coppa Davis

Da un fatidico pomeriggio del 1950 o del 1951, il tennis è sempre stato al centro, o quasi, della mia vita. Avevo sette anni e quel giorno avevo passato un’ora in silenzio a guardare Ron Charity, il miglior tennista nero di Richmond, che si allenava da solo sul servizio in uno dei campi che mio padre sorvegliava nell’area di settanta chilometri quadrati di Brook Field, dove vivevamo. A un certo punto, Charity interruppe il suo allenamento. Mi venne incontro e mi chiese gentilmente: «Ti piacerebbe imparare a giocare?».
«Sì», replicai. Così, quasi per caso, la mia vita cambiò.
Con impegno, per uno o due anni, Charity gettò le fondamenta su cui ho poi costruito la mia carriera prima nella categoria juniores, poi al college e da dilettante e, infine, come professionista. A distanza di trent’anni, dopo essermi ritirato dalla competizione su ordine dei medici, sapevo che il tennis poteva rappresentare il ponte più solido tra la mia vecchia vita e quella nuova. Se non potevo più giocare, potevo però insegnare a farlo, anche se che la gratificazione più grande l’avrei trovata solo continuando a partecipare alle gare di Coppa Davis, dove le squadre rappresentavano il proprio Paese.
A Richmond, una volta che le lezioni di Charity e l’amore per il gioco si furono impossessati di me, nel mio cielo tre stelle cominciarono a brillare più di altre. La prima era Pancho González, che non solo era il migliore giocatore del mondo, ma anche, essendo messicano-americano, un outsider come me. La seconda era il West Side Tennis Club di Forest Hill, a New York, un terreno sacro per me, perché ospitava il nostro campionato nazionale di tennis. La terza stella, splendente almeno quanto le altre, era la Coppa Davis, la competizione internazionale in cui un giorno, con un po’ di fortuna, avrei potuto giocare per il mio Paese. (L’originale coppa in argento di trentatré centimetri è intitolata a Dwight F. Davis, un americano che la donò nel 1900 per sovvenzionare la competizione internazionale.)
La segregazione e il razzismo mi avevano fatto detestare diversi aspetti del Sud bianco, ma non avevano svigorito il mio patriottismo. In realtà, per me e la mia famiglia, un posto in nazionale avrebbe decretato la mia vittoria su tutte quelle persone che nel Sud si erano opposte alla mia carriera, in nome della segregazione. Da giovane, a Richmond, mi era vietato giocare nella maggior parte dei campi da tennis perché erano riservati ai bianchi; i dirigenti sportivi locali più potenti avevano tentato di tagliarmi fuori da tutte le competizioni che coinvolgevano i bianchi.
Ma non ci riuscirono, perché altre persone mi diedero la possibilità di coltivare il mio talento. Alla fine, nel 1963, quando avevo vent’anni ed ero al secondo anno di università alla Ucla, Bob Kelleher, l’allora capitano di Davis per gli Stati Uniti, mi propose di entrare in squadra. Anche se le relazioni interraziali in America erano sempre più burrascose e cominciavo a sentire una certa attrazione verso approcci più militanti contro il razzismo, consideravo la mia nomina in Coppa Davis come un onore. Essendo stato il primo americano nero nella squadra, entrai a far parte della storia. Malgrado la segregazione, amavo gli Stati Uniti. Quell’anno giocai una sola partita in Coppa, una partita senza alcuna importanza, di quelle che vengono giocate a torneo ormai deciso, in cui sconfissi il venezuelano Orlando Bracamonte. Al momento della vittoria mi emozionai sentendo il giudice di sedia annunciare non il mio nome, ma quello del mio Paese: «Game: Stati Uniti», «Set: Stati Uniti», «Game, set e match: Stati Uniti».
Nei quindici anni successivi, delle trentadue partite di Coppa Davis che giocai, ne vinsi ventisette, più di qualsiasi altro americano nella storia della Coppa fino a quel momento. Assaporai qualche vittoria davvero entusiasmante, ma giocare per la Coppa Davis è così impegnativo che ricordo in modo più nitido le sconfitte, in particolare due singolari contro l’Ecuador nel 1967. Furono due sconfitte nazionali e personali, e per questo mi fecero ancora più male. La mia ultima partita di Coppa Davis la giocai nel 1978.
L’opportunità di dirigere la squadra arrivò, a sorpresa, prima di quanto pensassi, proprio lo stesso anno in cui mi ritirai. Tra il 1980 e il 1985, ricoprii il ruolo di capitano della squadra degli Stati Uniti. Anche se quel periodo della mia vita fu segnato da altri impegni, la mia esperienza di capitano rappresentò il momento più alto. Il compito si rivelò più impegnativo di quanto avessi immaginato. Nel complesso, quei cinque anni furono una caotica epopea, a volte esilarante, a volte frustrante, se non umiliante, di vittorie e di sconfitte, di eccitazione e di noia, di cameratismo e di solitudine.
Con gli anni ho imparato un bel po’ di cose sui miei punti di forza e di debolezza, sui miei principi e sugli atteggiamenti. Ho imparato anche molto sulle altre persone e sui due migliori tennisti del mondo, Jimmy Connors e John McEnroe, e su parecchie altre personalità memorabili che costituivano il fior fiore della competizione tennistica maschile internazionale dell’epoca. Ho imparato a riconoscere la netta differenza tra individualismo e leadership, tra giocare e allenare, tra la generazione più giovane e la vecchia guardia, di cui stavo entrando a far parte. Durante il mio passaggio intermedio, niente mi aveva spinto verso il futuro in modo così brusco come l’esperienza di capitano nelle battaglie di Coppa Davis.
Nell’estate del 1980 ero a New York per gli Us Open quando mi comunicarono che il presidente della United States Tennis Association (Usta), Marvin P. Richmond, voleva vedermi. Quando lo raggiunsi, Richmond era in compagnia di Jospeh E. Carrico, il presidente che aveva appena sostituito.
Tagliarono corto. «Tony Trabert vuole andarsene», disse Richmond. «Non ce la fa più.»
Trabert era il capitano dell’epoca, lo era dal 1976, e non c’era stata la minima avvisaglia di un suo ritiro imminente.
«Non ce la fa più a fare cosa?», domandai.
«A sopportare il comportamento dei giocatori. McEnroe, Gerulaitis e Flaming. Lo stanno facendo impazzire.»
«Beh», dissi, «ho letto qualcosa, ma non pensavo che la situazione fosse così grave.»
«Non immagini neanche…», mi garantì Richmond, «comunque sia, Trabert se ne va.»
«E io sono nella rosa dei candidati?», domandai.
Il capitano di Coppa Davis degli Stati Uniti viene nominato dal presidente della Usta e ha il compito di selezionare la squadra.
«No», rispose Richmond, sogghignando.
«Come?»
«No, perché non c’è una rosa dei candidati. Vogliamo te.»
Ero così felice e orgoglioso che mi sarei messo a saltare dalla gioia, quell’incarico significava tanto per me.
«Accidenti» dissi, «è un onore, ma mi cogliete alla sprovvista. Ho bisogno di pensarci su. Mi dareste ventiquattro ore?» Stavo guadagnando tempo prima dell’inevitabile attacco della stampa. Volevo batterli sul tempo preparandomi e anticipando le loro domande, e anche andando a parlare con alcuni giocatori.
Nel 1978 avevo giocato in Coppa Davis sotto la guida di Trabert e lo conoscevo piuttosto bene, quindi andai subito a cercarlo.
Da giovane Trabert era stato un giocatore straordinario. Aveva vinto i singolari ai tornei universitari nazionali, poi aveva continuato raggiungendo uno dei risultati più brillanti del tennis americano. Prima che Michael Chang vincesse l’Open di Francia nel 1989, nessun americano aveva vinto al Roland Garros dopo Trabert che, nel 1955, aveva conquistato il titolo per la seconda volta. Quell’anno, vinse anche al Forest Hills e a Wimbledon.
Trabert aveva giocato la Davis per quattro anni, tra il 1951 e il 1955. Poi era passato al professionismo, andando in tournée con Gonzalez. Ovviamente, da professionista, era escluso dai più grandi tornei ed eventi amatoriali, Davis compresa. Tornò a partecipare alla Coppa in qualità di capitano della squadra che, sotto la sua guida, vinse quattordici partite, facendo meglio di tutti i suoi predecessori. Trabert è proprio un uomo del Midwest, nel senso buono della parola: serio, affidabile e di sani principi. Si era scontrato con una generazione di giocatori che aveva una concezione diversa e molto meno reverenziale di cosa volesse dire giocare la Davis.
«Sono felice per te, Arthur», mi disse Trabert. «Anche per me saresti stato la prima scelta. Buona fortuna con quei ragazzi, soprattutto con alcuni! Sai, hanno ricevuto un’educazione molto diversa dalla nostra…»
Lo apprezzavo per avermelo detto, anche se lui e io non eravamo proprio della stessa generazione. Trabert aveva tredici anni più di me e mi considerava come uno dei più giovani, anche se il mio comportamento e i miei valori si avvicinavano più a quelli della sua generazione che a quelli di McEnroe.
«Beh», risposi, «non c’è dubbio, alcuni di loro sono piuttosto vivaci.»
«Vivaci? Posso capire la vivacità, ma quello che sta succedendo è scandaloso. Alcuni comportamenti sono disgustosi. Non è più divertente, Arthur.»
Sapevo che Trabert era leale e progressista, ma aveva anche la reputazione meritata di essere un grande sostenitore della disciplina. Ovviamente, quando le leggi erano giuste, ero il primo a crederci anch’io, ma pensavo che sarei andato più d’accordo con i tennisti giovani, quelli cui ero più vicino d’età e con cui avevo giocato. Vitas Gerulaitis, per esempio, era un caro amico. L’estate precedente, nel 1979, Jeanne e io avevamo noleggiato una macchina insieme a lui per una settimana ed eravamo andati da Monaco a Kitzbühel. Contro McEnroe avevo giocato due volte, nel torneo Masters del 1979, al Madison Square Garden, e avevo ammirato il genio assoluto del suo gioco. «Sono un po’ più vicino ai giocatori come età, quindi spero che il mio stile di persuasione amichevole funzionerà», dissi alla rivista «Tennis». Tenevo le dita incrociate, ma ci credevo davvero.
Quando ero un giocatore professionista, e ancora per molto tempo dopo, la Coppa Davis rappresentava la competizione più entusiasmante e più impegnativa del tennis. Quasi qualunque tennista ammetterebbe che giocare per il proprio Paese in Coppa Davis è molto più stressante che competere da solo in una finale del Grande Slam, Wimbledon compreso. «Ci vuole almeno una settimana per prepararsi», disse una volta Boris Becker riferendosi a un turno di Davis, «un’altra settimana per giocarlo, e un’altra per riprendersi.»
In Coppa, il ruolo del capitano può essere cruciale, soprattutto per come si è evoluto negli Stati Uniti. In alcuni Paesi è una commissione a scegliere i giocatori, mentre da noi è il capitano che seleziona la rosa e detta i toni di tutta l’impresa. Il forte senso di responsabilità che provavo all’idea di partecipare alla Coppa Davis era condiviso dagli altri capitani che avevo avuto: Bob Kelleher, George MacCall, Donald Dell, Edward Turville, Dennis Ralston e Trabert. Kelleher, che in seguito diventò giudice federale a Los Angeles, sottolineava in continuazione gli alti ideali che la Davis porta con sé e che io ho sempre condiviso. Kelleher non perdeva l’occasione di ricordare ai suoi giocatori che, indipendentemente dall’evento cui stavano partecipando – un match di Davis, una competizione del Grande Slam o un torneo cittadino nel sud della Francia – stavano rappresentando gli Stati Uniti d’America e dovevano comportarsi di conseguenza. Non solo dovevano cercare di vincere, ma dovevano farlo con stile. Non potevano infangare l’onore del nostro Paese. Mio padre mi aveva insegnato a pensare esattamente in quella maniera, e non mi sarei mai comportato in un altro modo – in nessun torneo e a maggior ragione nella Coppa Davis, dove rappresentavo gli Stati Uniti.
Nel 1980 diventavo capitano degli Stati Uniti in un momento molto significativo degli ottant’anni di storia della Coppa, segnato dal declino del suo prestigio nazionale e internazionale. Ai tennisti più bravi non interessava più giocare per la Coppa e, in molte partite, l’affluenza del pubblico era diminuita. Per quanto fossi dispiaciuto della cosa, sapevo di avere qualche responsabilità nell’evoluzione che aveva indebolito la Coppa Davis. Ero stato uno dei primi ad accelerare quei cambiamenti che avevano modificato il volto del tennis.
Il nostro sport era dovuto cambiare perché il mondo era cambiato. Quando, intorno al 1963, cominciai la mia carriera, pochissimi si guadagnavano da vivere giocando. I dilettanti non potevano giocare con i professionisti, che erano esclusi dalla Coppa Davis e da tutti i tornei più importanti. Di fronte a una pressione crescente, quell’epoca finì un giorno di aprile del 1968, a Bournemouth, in Inghilterra, quando Mark Cox giocò contro Pancho Gonzalez, nel British Hard Court Championships, il primo torneo riconosciuto per professionisti e dilettanti. L’era open del tennis era iniziata. In seguito, quello stesso anno, quando vinsi il mio primo Us Open e ricevetti solo 280 dollari di rimborso spese, ero ancora un dilettante e un amatore, un sottotenente dell’esercito americano felice di poter pagare con il tennis le rate della sua adorata Ford Mustang. Tom Okker perse la finale contro di me e si portò a casa 14.000 dollari. Tom era un dilettante, come me, ma era anche un professionista che poteva ricevere premi in denaro.
Tra il 1968 e il 1981 il tennis professionistico acquistò un’immensa popolarità. Essendo uno dei leader dell’Association of Tennis Professionals (Atp), il sindacato dei tennisti fondato nel 1972 di cui fui presidente dal 1974 al 1975, assistetti personalmente a quelle scintille. Nessuno era davvero preparato alla transizione dall’era per soli dilettanti (o shamateur, come li chiamavano alcuni), a quella open – né l’International Lawn Tennis Federation (Iltf), come si chiamava all’epoca, né i Big Four (i consigli di amministrazione dei campionati americani, francesi, australiani e britannici). Temendo che avrebbero perso il controllo su gioco e giocatori, la Ilft (poi abbreviata in Itf) e i Big Four adottarono una strategia reazionaria, ostacolandoci in ogni occasione. Credo che opposero resistenza a quel cambiamento per difendere i loro privilegi e una concezione ottusa della tradizione.
Se i consigli direttivi non erano pronti, non lo era nemmeno la maggioranza dei giocatori. Per molti di noi quella pioggia di soldi portava al caos e a una corsa forsennata al dollaro. Certi valori e certi principi che avevano creato un forte legame tra i giocatori nei miei primi anni da professionista – alcuni codici d’onore e lo spirito di collaborazione e di cameratismo – scomparvero. I giocatori più giovani arrivarono in un mondo in cui il concetto stesso di valore e principio era sconosciuto, bizzarro o antiquato, come le racchette di legno o le palle da tennis bianche su cui Wimbledon insisté a lungo anche dopo che la superiorità del colore fu dimostrata.
Mi chiedo quanto noi, a capo dei giocatori durante quella transizione, abbiamo contribuito a quel declino. Non posso dimenticare che uno dei colpi inflitti dall’Atp in nome della libertà dei giocatori fu proprio a scapito della Coppa Davis. Nel 1973, boicottammo Wimbledon dopo che la Jugoslavia proibì a un suo giocatore, Nikola Pilić, di partecipare al torneo, perché si era rifiutato di giocare una partita di Davis. Dal nostro punto di vista un tennista aveva il diritto di scegliere se giocare o meno. La Iltf e Wimbledon furono irremovibili nel loro sostegno a quella sospensione e i tribunali britannici rifiutarono di intervenire. Noi attuammo il boicottaggio.
Aiutati da promotori come Lamar Hunt e da mediatori influenti come Donald Dell e Jack Kramer, cominciammo a guadagnare. Il numero di tornei aumentò al punto che diventò difficile tenerne traccia. I premi in denaro crebbero a dismisura. (In modo vergognoso, avrebbero detto alcuni. Non io. Anche se mi ero lasciato sfuggire gran parte dei premi più ingenti degli ultimi anni, nel tennis non ho mai sentito di un compenso che considerassi eccessivo, di certo non se paragonato a quanto si guadagna in altri sport e in altre attività, come la musica).
Intanto si pretendeva che i tennisti migliori giocassero in Coppa Davis con un semplice rimborso spese. Uno dopo l’altro cominciarono a trovare scuse per essere altrove o rifiutarono di giocare. Alla fine, a partire dal 1981, la direzione della Coppa Davis decise di assegnare premi in denaro. Nel 1981, il colosso giapponese dell’elettronica, Nippon Electric Company (Nec), sborsò un milione di dollari per sponsorizzare la competizione. La notizia, già di per sé sensazionale, fu seguita dall’annuncio che per l’anno 1983 Nec aveva intenzione di donare due milioni e mezzo di dollari alla Davis. La squadra vincente avrebbe incassato 200.000 dollari, oltre alla solita quota ricavata dall’incasso dei biglietti venduti. Il comitato americano annunciò che dopo aver sostenuto le nostre spese, avrebbe distribuito la maggior parte dei soldi restanti ai giocatori.
Anche la rigidità della vecchia struttura del torneo era un problema. Fino al 1972, la squadra campione in carica non poteva giocare finché le altre nazioni non si erano battute tra di loro guadagnandosi l’onore di disputare un incontro di finale. Dopodiché la nazionale sfidante incontrava il Paese campione nella finale, nella sfida chiamata challenge round.
Arrivare al challenge round poteva richiedere un torneo lungo quasi un anno, a volte impegnativo. Di solito le partite venivano pianificate senza il minimo riguardo nei confronti degli impegni dei giocatori. Parecchie eliminatorie non erano per niente competitive (finivano con punteggi di 5 a 0) ed erano inutili per le nazioni più forti. Eppure, anche se il risultato era del tutto prevedibile, bisognava giocarle. Dalla prima partita nel 1900 fino al 1973, solo quattro nazioni avevano vinto la Davis: gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia e l’Australia. Tra il 1937 e il 1973, avevano sempre vinto gli Stati Uniti e l’Australia. Dal 1950 al 1968, sotto la guida del capitano Harry Hopman, gli australiani erano arrivati sempre in finale. Fortunatamente per noi, Hopman andò in pensione quell’anno. Dal 1974, ci fu una maggiore alternanza di Paesi vincenti: la Davis fu vinta dal Sudafrica, dalla Svezia, dall’Italia, dalla Cecoslovacchia, oltre che dagli americani e dagli australiani.
Nel 1980 il sistema venne riorganizzato.
Quando divenni capitano, le nuove regole prevedevano che solo sedici Paesi avrebbero giocato per la Davis – le quattro nazioni arrivate al primo posto in ognuna delle quattro aree internazionali stabilite per la competizione. L’anno successivo, dodici delle sedici posizioni sarebbero state occupate dagli otto vincitori della prima fase di qualificazione del 1981, e dai quattro vincitori dello spareggio, giocato per evitare la retrocessione, tra gli sconfitti del primo turno nel 1981. Le quattro posizioni restanti sarebbero state occupate dai vincitori di ciascuna delle quattro aree internazionali del 1982. Quindi il Paese vincente avrebbe dovuto giocare solo quattro eliminatorie per portarsi a casa la Coppa. E si sarebbe fatto tutto il possibile per pianificare le partite in ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Dedica
  3. Ringraziamenti
  4. Il mio outing
  5. Passaggio intermedio
  6. Stelle e strisce: un capitano nelle battaglie di Coppa Davis
  7. Protesta e politica
  8. Il fardello della razza
  9. La lotta e la realizzazione
  10. La bestia nella giungla
  11. Sesso e sport nell’era dell’Aids
  12. Accelerare
  13. I fili nelle mie mani
  14. Mia cara Camera