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Una città solo di case
Informazioni su questo libro
Se da una parte i monumenti dell'antichità, gli edifici pubblici, le strade e le piazze, gli spazi aperti e il verde costituiscono il pregio della città, dall'altra è la residenza con le sue aggregazioni, la sua morfologia e i suoi tipi edilizi che ne definisce la forma.
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Informazioni
Argomento
Scienze socialiCategoria
Sociologia urbanaPremessa: un problema di comunicazione
Prima di entrare nel merito, consentitemi una riflessione “fuori tema”, ma non troppo. Mi ricollego ad un incontro di quattro anni fa sul mio blog con Carmelo Baglivo nel quale affrontammo insieme il tema della comunicazione dell’architetto, Carmelo principalmente con i suoi disegni ed io con lo scritto.
Parlai allora di un disagio che mi accompagna da molti anni, un problema che forse non riguarda solo me: è la sensazione di non essere capito quando parlo di architettura. Intendiamoci, non quando la conversazione è con altri architetti. In quei casi la comunicazione – in accordo o disaccordo – fila via senza problemi. Se l’architetto oggi parla di architettura con gli studenti di architettura, nei convegni universitari o scrive sulle riviste specializzate, viene capito. Se parla con imprenditori della architettura vista come business, viene capito e seguito. Se parla di architettura intrecciata con la politica, attenendosi alle finalità di una amministrazione o di una lobby, viene ugualmente capito e seguito. Ma quando l’architetto parla della qualità dell’architettura in sé, fuori da interessi economici e fuori dalla politica trova molto spesso un muro.
Quindi l’incomunicabilità riguarda proprio la difficoltà di spiegare le ragioni formali e non solo quelle funzionali o tecniche. Un critico d’arte con i suoi strumenti e il suo linguaggio riesce a tacitare i dubbi dei suoi uditori o lettori. Un critico di architettura molto meno. Ma esiste la critica di architettura? E se esiste a chi interessa?
Alla base di tutto c’è il fatto che l’architettura è una scienza inesatta che poggia su un tripode malfermo, costituito da tre appoggi non sempre equilibrati: arte, tecnica e umanistica. Tanto più inesatta in quanto si apparenta con una delle scienze più esatte, l’ingegneria, fatta di numeri, formule e calcoli. E il confronto in termini di comunicazione è perdente. Vediamo le possibili ragioni di questa difficoltà.
Nell’epoca della comunicazione facile e veloce, l’architettura viene esibita come immagine e non come portatrice di contenuti sociali e di valori spaziali. L’architettura oggi non affronta quasi mai – o affronta male – due questioni fondamentali: il civismo e il sociale. Nel passato recente, un secolo fa, non era così quando, da una parte il Bauhaus con il suo straordinario patrimonio di contributi teorici e didattici, dall’altra il tema dell’abitazione sociale e della casa per tutti, erano stati determinanti per la crescita di una consapevolezza diffusa sui valori della architettura moderna.
Tra gli anni Sessanta e Ottanta, sempre del secolo scorso, soprattutto in Italia, la separazione tra ricerca figurativa (la cosiddetta architettura disegnata) e realizzazione architettonica (l’architettura della professione) aveva prodotto una distanza tra ricerca e realtà, che è stato un sintomo di incomunicabilità tra architetto e società. Dalla cattiva comunicazione presero corpo realizzazioni architettoniche non adeguate ai tempi, soprattutto nel campo dell’housing sociale (Zen a Palermo, Corviale a Roma, le Vele a Napoli e più in generale molti quartieri popolari in tutta Italia), potenti dal punto di vista figurativo, ma deboli, anzi fortemente perturbanti in ambito sociale. Utopie architettoniche realizzate troppo presto o troppo tardi?
Raramente pubblichiamo libri per il grande pubblico. Così le riviste di architettura, cui era demandato un compito di promozione e discussione hanno dovuto operare una scelta di campo: da una parte le riviste in ambito specialistico e universitario, dall’altra quelle commerciali al servizio del grande pubblico. Con forti equivoci di carattere culturale, con una insopportabile distanza tra ricerca e pratica corrente, con una pericolosa caduta del buon gusto. L’unico punto di convergenza era la pubblicazione dei progetti delle “grandi firme”.
In Italia, poi, le grandi architetture del passato condizionano il confronto con il moderno. Il paradosso è che amiamo meno l’architettura contemporanea perché amiamo troppo il nostro passato. Anche nelle scuole non c’è una “cultura del moderno”. Mentre I dipinti di Klee o Kandinskij, le geometrie di Mondrian, le astrazioni di Picasso, le piazze di De Chirico, vengono accettate nella loro modernità inn...
Indice dei contenuti
- Premessa: un problema di comunicazione
- La forma della città
- Centro e periferia
- Città in movimento
- Una città solo di case
- Tra gli anni Cinquanta e Ottanta
- Una città solo di case può avere una sua forma?
- Gli studi urbani e la città senza confini (fine millennio)
- La periferia del XXI secolo
- Senza Mobilità
- Un dubbio