La fata che torna a far correre e giocare i bimbi moldavi
(Silvia Zaharia, Moldavia)
La vita spesso si costruisce sui destini incrociati. Si trasforma sotto i nostri stessi occhi per un incontro fortuito, non programmato e ci dirotta in un altro circuito (si spera sempre in bene) che ci offre altre strade, in una vita che non sapevamo potesse appartenerci.
Questa è la storia di Silvia Zaharia, moldava, in Italia dal 1999. Venuta, come tante, per guadagnare i soldi per l’istruzione dei figli, un giorno, tornata a casa per un periodo, si è ricoverata in ospedale per delle cure mediche. Qui la sorte le viene incontro e non solo riguardo al suo destino. Conosce un ragazzo, distrutto per aver perso tutte e due le gambe. Sarà l’inizio per lei di una lunga storia che è ancora viva e fruttuosa e racconta la felicità di tanti bambini e bambine della sua terra che qui in Italia hanno ritrovato la gioia di ricominciare a correre, a prendere in mano un pallone o ad abbracciare una bambola.
Tutto era cominciato con una cicogna. Un uccello sacro nell’antichità per molti popoli perché liberava l’umanità dal pericolo delle serpi, e caro ai bambini e all’iconografia occidentale perché si dice che porti, delicatamente custoditi in un lenzuolino appeso al suo lungo becco, i neonati in viaggio verso le case delle partorienti.
Ma a Stefan sembrava che la cicogna gli avesse portato la morte. Soprattutto quella del cuore. Lui le voleva donare di nuovo la vita, una vita che però, nonostante il suo immenso coraggio, non è riuscito a ridarle.
Stefanel Rosca è nato in Moldavia in una parte del Paese straziata dalla fame dovuta a una guerra quasi fratricida, da dove tante donne-mamme fuggono verso l’Occidente con la grande ambizione di trovare i soldi per far studiare i propri figli. Lui è un ragazzone pieno di vita, tira di box e riesce a vincere tanto che, con i suoi maestri, guarda lontano, chissà, anche alle Olimpiadi.
È forte Stefan e anche buono. Così un giorno si fida della sua potenza e senza esitazione decide di arrampicarsi per salvare una cicogna rimasta intrappolata nei fili dell’alta tensione: il grande uccello purtroppo non si salva e insieme subiscono la ferocia di una scarica elettrica che uccide l’uccello e amputa di netto tutte e due le gambe di Stefan. La corsa in ospedale, la disperazione di tutti e un amaro verdetto: non può più muoversi. Le cure, quelle possibili, costano troppo e solo una gara di solidarietà invocata attraverso un annuncio su un quotidiano da parte di altri cittadini altrettanto all’osso per le privazioni di un paese prostrato, può almeno in parte, alleviare la situazione.
È qui, in ospedale, che Stefan incontra Silvia Zaharia e per entrambi la vita prenderà un altro corso, un sogno nuovo da realizzare per una vittoria di tanti altri.
Quando Silvia ha conosciuto Stefan era già arrivata da tempo in Italia. Il primo viaggio l’aveva fatto da sola, nel 1999. Una corriera, alle quattro di mattina, aveva lasciato lei e un’amica a Milano: non sapevano neppure una parola di italiano, neanche per chiedere dove fosse la stazione dei treni per arrivare a Padova, in un centro di accoglienza raccomandato da qualcuno, ma rivelatosi poi regno di una sporcizia inimmaginabile. Di ritornare indietro non se ne parlava neppure, avendo lasciato alle spalle solo fame e debiti accumulati per far studiare uno dei due figli in Romania (Silvia era arrivata a farsi anticipare ben sei mesi di stipendio senza raggiungere la cifra di cui aveva realmente bisogno per il viaggio). Senza contare la guerra, il Paese smembrato, la finta pace dei russi.
Dopo Padova Silvia sceglie di andare, più clandestina che mai, da una conterranea che lavorava al Lido di Venezia. Rimane solo una settimana, entrando a casa a mezzanotte e fuggendone via tutte le mattine alle quattro per non mettere nessuno nei guai, dormendo su un balcone adibito a stanza senza pareti, con il materasso a terra. Di giorno sempre per strada, sempre in fuga, con la paura costante della polizia. Giorni che oggi Silvia Zaharia vorrebbe dimenticare.
Ma arrivano tempi migliori. Conosce una signora, che ancora oggi reputa una sua seconda madre. Con il suo aiuto e la sua spinta comincia il cammino italiano di Silvia che si integra velocemente a livello sociale e in due mesi trova il primo lavoro in una struttura sanitaria che le permette di mettersi in regola con i documenti. Così entro un anno riescono a venire in Italia prima il marito e, dopo alcuni mesi, i due figli. Finalmente si ritrovano insieme come una famiglia normale, con una casa in affitto e un lavoro.
è estate, di quelle solite estati durante le quali andare in Moldavia, per chi è di lì, non vuol dire andare in vacanza, ma solo in ferie dal lavoro italiano. Curare i genitori anziani, risistemare la casa, o fare i lavori in una nuova in vista di un eventuale ritorno in patria, e poi occuparsi della propria salute, cosa troppo costosa (e dispersiva, per le ore lavorative perse) da fare in Italia. Silvia per questo quell’estate è in ospedale e lì legge su un giornale di una colletta per un ragazzo al quale un cavo dell’alta tensione aveva troncato le gambe. Quel ragazzo si chiama Stefanel Rosca e si trova in quello stesso ospedale dove è ricoverata Silvia che, impietosita, decide di andare a trovarlo. Stefan è in sala rianimazione con la febbre a quaranta, coperto da un lenzuolo completamente bagnato, sofferente, indifeso, con gli occhi che chiedono aiuto. Quel ragazzo le rimane tragicamente nel cuore, non sa ancora cosa fare per lui di preciso, se non andare a trovarlo, per ora, ogni giorno, parlargli, conoscerlo, consolarlo per quello che riesce e, prima di ripartire, lasciargli un po’ di denaro sul comodino. Di sicuro Stefan l’aveva indirizzata verso una nuova vita che diventerà una missione.
Ma il tempo delle cose richiede pazienza. L’estate finisce, è quasi settembre e il lavoro in Italia aspetta la ripresa. Silvia non si leva dall’anima lo sguardo angosciato e la disperazione di quel ragazzo che è andata a trovare in ospedale ogni giorno; il promesso campione di box, dai muscoli possenti, non poteva uscirne sconfitto! Non riesce a dimenticarlo. Dall’Italia, da Mestre, gli scrive sms quotidiani, e-mail, qualche volta lo sente via Skype e lo incoraggia sempre a vivere, lo spinge a convincersi che ne vale la pena, che uscire dalla vita non serve a nulla. Gli manda una sedia a rotelle perché possa muoversi un po’ e si apra a rivedere il mondo.
Passa un anno e mezzo e dopo tante ricerche Silvia trova un’associazione di Venezia, il Cif (Centro italiano femminile), ed entra in contatto con “Telefono infanzia”. Insieme trovano una soluzione e portano Stefan a Verona. Con un finanziamento della regione Veneto coprono le spese del viaggio e dell’applicazione delle prime protesi: Stefan può ricominciare a camminare. Silvia non si arrende e cerca ancora. Incontra “Bimbi in gamba” e Alex Zanardi, che diventerà il suo angelo custode per i suoi bambini moldavi senza braccia o senza gambe.
Gliene porterà tanti, oltre venticinque in meno di dieci anni, mentre Stefan Rosca con le sue protesi, progressivamente cambiate in Italia, non ha perso il suo sogno olimpionico: ha cambiato disciplina ma ha continuato a vincere nella vita e nello sport. Ora è un campione del sollevamento pesi, sa vincere ancora puntando al più alto gradino del podio nelle Paraolimpiadi.
In Moldavia Stefan è conosciutissimo: la televisione nazionale gli ha dedicato un film documentario che lo ha reso una star in tutto il Paese e lo ha fatto diventare un simbolo di coraggio e rivincita.
Anche Silvia ha continuato a sognare. Le storie nelle sue mani si sono moltiplicate alimentate dalla pubblicità del film sulla vita di Stefan e dal passaparola che in Moldavia è volato in un attimo di famiglia in famiglia incoraggiando la speranza. Uno dopo l’altro i sogni si sono realizzati con l’aiuto di tante persone, della Caritas, di “Bimbi in gamba” di Zanardi e di “Ragazzi in gamba”, ultimo nato per i più grandi, grazie a un medico in pensione del Policlinico Sacro Cuore di Roma, con la dedizione e la disponibilità del professor Del Bene, a Monza, che si offre anche lui, come gli altri, a operare gratuitamente.
E così le storie continuano. Ancora più triste e più difficile è la storia di Vasile Moraru, un ragazzo di diciassette anni, con i capelli biondi come i raggi del sole, che per comprarsi un computer decide di andare a lavorare, dopo la scuola, componendo la paglia in blocchi con una macchina apposita. Un giorno, probabilmente per una sua distrazione o forse per un guasto, la camicia si aggancia alla macchina che lo tira a sé strappandogli inesorabilmente tutte e due le braccia. Un caso terribile che avrebbe implicato un’invalidità al cento per cento e che invece, in Italia, con l’aiuto di Silvia, si è trasformato in speranza e nella certezza, per questo ragazzo, di non dover dipendere per sempre e completamente dagli altri.
La piccola Ana, di appena nove anni, invece, è stata vittima dell’abbandono da parte della madre ubriaca. Un giorno, annebbiata dai fumi dell’alcol, la mamma esce di casa chiudendo a chiave le sue due bambine. Nell’appartamento scoppia un incendio: Ana perde un braccio e una gamba e, nonostante ciò, può dirsi più fortunata della sorellina più piccola, trovata dai primi soccorsi completamente carbonizzata.
Caso dopo caso Silvia Zaharia rimane avviluppata, come in un vortice, da questo giro infinito di richieste di aiuto, di speranza e di gioia riacquisita. Non è facile. Deve prendere contatti con le persone, tenere rapporti con l’ambasciata per i visti, deve organizzare il viaggio, pensare al periodo di permanenza in Italia di chi assiste e degli eventuali parenti che lo accompagnano. Deve programmare per ognuno di questi ragazzini e ragazzine i ritorni futuri perché, in crescita, avranno bisogno di nuove protesi che seguano lo sviluppo del corpo. Nasce così, nel 2014, “ABC”, un’associazione italo-moldava di cui Silvia è fondatrice e presidente. Le richieste, anzi, le “grida di aiuto” che arrivano dalla Moldavia non si limitano più solo ai ragazzi che necessitano di protesi.
Ormai Silvia Zaharia aiuta malati di leucemia, manda in Moldavia ambulanze che le vengono regalate qui in Italia, coordina corsi nel suo Paese per insegnare a mettere in atto le manovre di primo soccorso in maniera efficiente. In collaborazione con un’associazione moldava fa arrivare pacchi umanitari a una casa famiglia e ai Centri di permanenza.
Oggi Silvia è arrivata a trentacinque bambini trapiantati. Un bambino ora aspetta il trapianto dei reni e un altro avrà tra poco due braccia “nuove”. Silvia Zaharia aiuta anche le donne moldave malate di cancro al seno, quindici fino ad ora. Per loro e per altre coinvolte nella stessa sofferenza ha un sogno: comprare delle parrucche usate per alleviare loro la vergogna per la perdita dei capelli.
L’Unicef per il venticinquesimo anniversario della convenzione dell’Onu sui diritti dei bambini ha voluto premiare Silvia, questa donna coraggiosa che ha creato un ponte concreto tra il suo Paese e l’Italia, che l’ha accolta. Seguendo, probabilmente, il volo di una cicogna.