La scrittura: un tratto tra la civiltà e la barbarie
Una querelle da “piccoli” e “grandi estremisti”
Una questione che si impone a chi si dedica allo studio della scrittura – ed in particolare di quelle forme, quali le mesoamericane, che hanno goduto della legittimazione di uno Champòllion – è quella relativa allo status delle manifestazioni grafiche indagate.
Ancora in una pubblicazione recente, Leonardo Manrique Castañieda, nel riferirsi ai glifi aztechi, ha fatto uso del termine scrittura a condizione che esso figurasse tra apici, coniando per questi l’espressione tecnica “semiscrittura di tipo geroglifico”: “La ausencia de un orden preciso de lettura nos indica que no es ésta una escritura propiamente d’icha y los trabajos sobre ella ratifican su carácter se registran nombres (de lugares, de personas, de dioses, de objetos) incluso los que incorporan raices adjetivales y verbales, pero no hay frases verbales, indispensables en el lenguaie oral; hay forma de escribir algunas, no todas, las posposiciones [...], pero no se registrar la inflexión nominal ni, menos aùn, la verbal, colmo tampoco los nexos ni otras particulas gramaticales”.
Una posizione ben diversa, ad esempio, da quella di Joaquín Galarza, che, definita la nozione di scrittura come “un conjunto formado de unidades gráficas mínimas, recurrentes, combinables, que transcriben las unidades fonéticas y semánticas de una lengua dada”, non ha avuto dubbi nel dichiarare le pittografie azteche un compiuto sistema scrittorio.
Non entreremo nel merito di una querelle che lasciamo agli specialisti. Scopo di queste note, invece, è quello di indicare le ragioni che sono alla base di un dibattito – quello sulla estensione della nozione di scrittura – che ha rischiato, talvolta, di ricordare le polemiche dei piccoli e dei grandi estremisti di Swift sul modo migliore di cucinare l’uovo à la coque.
Le ragioni di un dibattito
In una celebre conferenza per l’UNESCO, e poi nuovamente ne Le régarde éloigné, Claude Lévi-Strauss riconobbe una certa diffidenza e intolleranza all’alterità funzionale alla sopravvivenza delle culture, pena la loro dissoluzione.
Lungi dal voler relativizzare la portata del sapere antropologico, si può dire che in un certo senso l’Occidente ha istituzionalizzato questa esigenza di differenziazione, incaricando la scienza etnologica della ricerca di quella linea di confine tra noi e gli altri che, seppur inconsapevolmente, sembrano reclamare tutte le società.
Quando nel 1871 Edward B. Tylor (a cui si deve la prima definizione “scientifica” di cultura) scriveva: “Se si considera il problema dello sviluppo della cultura [...] una delle condizioni indispensabili alla sua soluzione è il reperimento di un criterio che metta in condizione di misurarla”, egli poneva una questione che avrebbe sempre accompagnato gli studi etno-antropologici: la questione della scelta di un demarcatore, di un criterio “scientifico” di classificazione delle società. Ma anche un problema, quello di non cadere, nel ricercarlo, nella trappola dell’etnocentrismo e dell’esclusivismo culturale.
La funzione del demarcatore è quella di distinguere e separare; esso è un tratto generalmente non universale cui viene attribuito un valore differenziale. Sia che si faccia uso di definizioni in negativo (società senza o pre-), sia che si privilegino le definizioni in positivo, il demarcatore individua sempre un’assenza (o almeno una presenza “quantificabile”). Fatta eccezione, forse, per i caratteri invarianti ogni criterio è, dunque, di per sé valido, e come a ragione ha affermato altrove Lévi-Strauss, è possibile ordinare le società in un “numero illimitato di serie, tutte differenti”.
Tra gli indicatori utilizzati nel tempo dalle scienze umane e sociali si possono citare la divisione sociale del lavoro (Durkheim), la logica aristotelica e il principio di non contraddizione (Lévy-Bruhl), le regole prescrittive matrimoniali (Lévi-Strauss), lo Stato (Clastres), l’energia media giornaliera procapite (White), i giochi (Caillois), per non ricorrere alle strutture politiche, alle pratiche religiose, all’ordinamento economico.
Anche la litterazione, a nostro avviso, figura a pieno titolo nella categoria dei “Rubiconi”; anzi riteniamo che proprio la funzione differenziale svolta da questa, il fatto che essa sia stata investita del difficile compito di segnalare il sorgere della “Civiltà”, può dar ragione della vivacità delle questioni sviluppatesi intorno all’estensione di tale concetto alle forme grafiche e mnemotecniche dei diversi gruppi umani, e, soprattutto, delle implicazioni “ideologiche” che la scelta sembra a volte comportare.
Un ruolo che gli fu riconosciuto già da Vico, poi da Condillac, e da Rousseau, che nel suo Essai sur l’origine des langues (1781) – opera che secondo alcuni segnerebbe la data di nascita delle moderne scienze dell’uomo – fondò sulle maniere dello scrivere la sua tripartizione delle società umane: “La prima maniera di scrivere non consisteva nel dipingere i suoni, ma gli oggetti stessi, sia direttamente, come facevano i Messicani, sia attraverso figure allegoriche, come facevano un tempo gli Egizi [...]. La seconda maniera è di rappresentare le parole e le proposizioni con caratteri convenzionali [...]: tale è la scrittura dei Cinesi [...]. La terza è di scomporre la voce parlante in un certo numero di parti elementari, sia vocali, sia articolate, con cui si possono formare tutte le parole e tutte le sillabe immaginabili [...]. Queste tre maniere di scrivere rispondono abbastanza esattamente ai tre diversi stadi in cui possono essere considerati gli uomini riuniti in nazioni. La pittura degli oggetti conviene ai popoli selvaggi; i segni delle parole e delle proposizioni ai popoli barbari; e l’alfabeto ai popoli civili”.
E ancora a distanza di un secolo L.H. Morgan fa coincidere litterazione e avvento dello stadio civile: “Classifichiamo come selvagge – leggiamo in Ancient Society (1877) – tutte le tribù che non raggiunsero mai l...