Prima parte
Prefazione
Le descrizioni a p. 234 sul modo in cui i ragazzi delle scorse generazioni passavano la domenica sono riferite verbatim dal discorso che mi ha fatto una piccola amica e da una lettera che una signora mi ha inviato.
I capitoli intitolati «La Fata Sylvie» e «La vendetta di Bruno» riproducono, con qualche leggero ritocco, una breve favola scritta nel 1867 su richiesta della rimpianta signora Gatty per Aunt Judy’s Magazine, da lei diretta a quell’epoca.
Fu nel 1874, credo, che mi venne in mente per la prima volta l’idea di usarla come trama di un racconto più lungo. Col passare degli anni, di tanto in tanto, venivo annotando una congerie di idee e spezzoni di dialoghi che – chissà come – mi affioravano nella testa così fugaci e provvisori da non lasciarmi altra scelta che appuntarli subito o relegarli nel dimenticatoio. Si potrebbe anche riuscire a individuare le origini di questi brandelli di pensieri collegandoli alla lettura di un libro o ascrivendoli all’effetto prodotto dall’attrito fra la «pietrina» della nostra mente con l’«acciarino» del casuale accenno di un amico – ma in genere hanno un loro modo d’insorgere – à propos di nulla – esemplari di quel fenomeno irrimediabilmente illogico di «effetto senza causa». È il caso, ad esempio, dell’ultimo verso di The Hunting of the Snark che mi venne in mente (come ho già riferito in The Theatre, aprile 1887) del tutto all’improvviso, durante una passeggiata solitaria; oppure di sequenze apparse in sogno, che non riesco a collegare a nessuna causa antecedente. Vi sono almeno due esempi di tali suggestioni oniriche, in questo libro – la prima è il commento di Milady, quando dice: «Spesso è ereditario, proprio come l’amore per i dolci» a p. 69; l’altra, a p. 204, è il badinage di Eric Lindon sulla sua presunta condizione di domestico.
Fu così che mi ritrovai in possesso di una gran quantità di letto-ratura – se il lettore mi perdonerà l’abuso – che aveva solo bisogno di essere cucita insieme col filo di una trama coerente per andare a formare il libro che speravo di scrivere. Solo questo! Ma dapprima l’impresa mi sembrò a dir poco impossibile e mi regalò l’idea molto più chiara di quanto avessi avuto fino ad allora del significato della parola «caos»; e credo di averci messo dieci anni o più per venire a capo di questi frammenti e capire che tipo di storia suggerissero – perché era la storia che doveva scaturire dagli incidenti, non gli incidenti dalla storia.
Racconto tutto questo non per egotismo ma perché credo fermamente che ci siano lettori che si interessino ai particolari della «genesi» di un libro, una faccenda che sembra tanto semplice e immediata, una volta che abbiamo finito di leggerlo, da lasciar supporre che il libro sia stato scritto tutto d’un fiato, una pagina dopo l’altra, come una lettera che comincia all’inizio e finisce alla fine.
Indubbiamente si può anche scrivere così – e se non avessi timore di fare la figura del vanesio direi che sono convinto di poterci riuscire anch’io, qualora mi trovassi nella sciagurata condizione (perché la considero una vera sciagura) di dover sfornare una data quantità di romanzi in un dato periodo di tempo – per «adempiere al mio compito» e produrre la mia «fabbrica di mattoni» come hanno fatto altri schiavi. Una cosa è certa, per quel che riguarda una storia così confezionata: che riuscirebbe assolutamente banale, priva di idee nuove, ed estremamente noiosa a leggersi!
Questo tipo di letteratura è stata chiamata in modo assai calzante «imbottita», e potrebbe essere degnamente definita «ciò che tutti riescono a scrivere e che nessuno riesce a leggere». Non oserei giurare che questo mio volume sia esente da «imbottiture»: talvolta, per mettere a fuoco un’immagine, è stato indispensabile allungare la pagina di una riga o due, ma posso affermare in tutta onestà di non avere mai aggiunto niente più dello stretto necessario.
Forse i miei lettori si potrebbero divertire a individuare in un dato passo l’«imbottitura» che vi è contenuta. Mentre riordinavo le cartelle, ho scoperto che il passo che va dalla metà di p. 37 alla metà di p. 40 aveva due righe in meno. Ho provveduto a questa mancanza non già interpolando una parola qua e una là, ma aggiungendo tre righe consecutive. Riuscirà il lettore a indovinare quali sono?
Un indovinello ancora più difficile, volendo, sa...