1. Il contesto socio-politico
Nella memoria degli anziani del posto doveva essere ancora vivo il ricordo del tragico 21 ottobre 1860, quando assistette al fatale eccidio del 1920: «Pesa ancora su quella popolazione il ricordo della truce reazione borbonica del 1860», quando ventiquattro filo garibaldini, guardie nazionali e galantuomini, vennero trucidati con una ferocia inaudita nelle carceri, «così che di alcuni riusciva difficile la identificazione», e dieci filo-borbonici fucilati per vendetta dopo che i volontari garibaldini avevano riconquistato il controllo militare del paese.
In seguito a quelle vicenda la piazza dove si affaccia il palazzo comunale, fu chiamata fatalmente “Piazza dei Martiri” e sarà ancora teatro di drammatici eventi luttuosi. Per qualcuno quelle tragedie erano originate dal temperamento degli abitanti.
Dopo la tragedia del 14 ottobre 1920, un medico del luogo avrebbe spiegato all’ispettore di polizia Vincenzo Trani, inviato da Roma per fare l’inchiesta sull’eccidio, che in quel territorio «la popolazione è di origine saracena, facile a trascendere alla violenza, e che una volta iniziata eccede senza misura», ed anche un noto sacerdote del posto, Don Giovanni Miscio, segretario del Partito popolare durante l’eccidio, arrestato per estorsione ai danni di Padre Pio, nella sua relazione inviata all’ispettore non si fece scrupolo di affermare che a San Giovanni Rotondo «la popolazione è sanguinaria specie i pastori ed i contadini». In effetti, sulle testate locali, Il Foglietto, Spartaco, Avvenire delle Puglie, San Giovanni Rotondo finisce sempre sulle pagine della cronaca nera: furti, omicidi e reati vari erano abbastanza frequenti, soprattutto l’abigeato. Scosse l’opinione pubblica la morte crudele di due carabinieri nel 1890, assassinati per aver elevato un verbale per pascolo abusivo nelle campagne limitrofe. Nel 1905 il Consiglio comunale decise di dare un premio di lire 500 per chi avesse individuato «il bandolo dell’arruffata matassa degli abigeati». L’esattore del Comune di San Giovanni Rotondo, Andrea Russo nel 1916, lamentava in una lettera al prefetto fenomeni di vero e proprio brigantaggio: «traevo la convinzione che si andava verso il brigantaggio che ci afflisse nel 1861-1862». A commettere i reati erano soprattutto disertori che scorrazzavano liberamente seminando il terrore nelle campagne. Questo fenomeno allarmò la polizia: «Bisogna reprimere atti di vero brigantaggio che si perpetrano ogni giorno sul Gargano. Condizioni di quella regione sono oltremodo allarmanti. Soprattutto i boschi sono infestati da ladri e disertori». A San Giovanni Rotondo si assistì ad una vera e propria
escalation di violenza.
Il 1 agosto del 1916 in località Zampetto venne massacrato a colpi di scure e di fucile il pastore Matteo Savino dal cugino e dai fratelli Russo. Il 10 maggio 1917 il disertore Matteo Vergura, colpito da mandato di cattura, sfuggì all’arresto e sparò molti colpi di fucile verso le forze dell’ordine. Sulle montagne di San Giovanni Rotondo i conflitti tra la polizia e i disertori erano diventati quotidiani. Nonostante da Foggia giunse una squadra di carabinieri a cavallo i reati non diminuirono. Il 2 luglio del 1917 il capraio Mischitelli, con il viso coperto, violentò e rapinò Grazia Fraticelli. L’8 luglio del 1917 il disertore Giuseppe Grifa, alla vista di una pattuglia di carabinieri, scappò, sparando molti colpi di rivoltella.
Il 24 luglio del 1917 il latitante disertore Antonio Crisetti aggredisce rapinò due donne. Il mese seguente ci fu un durissimo scontro a fuco tra la squadriglia di carabinieri e due disertori in località
Monte Nero. Il reato più diffuso era l’abigeato, tanto che un giornalista di Foggia compose un poemetto:
«E qui torna acconcio riesumare la musa popolare del tempo che descrive assai bene quale era l’ambiente di San Giovanni: San Giovanni è quel paese dove un culto speciale v’ha per i furti d’animali. Gli autori di tali furti una vera coerenza hanno ora dimostrato nel rubare un giovinetto. La materia e bene la stessa animali irragionevoli animali ragionevoli ai quali ultimi oh portento come agli altri confratelli e interdetto di parlare» .
Dietro ai furti di bestiame e all’abigeato c’era una vera e propria banda di criminali ben armati e spietati, i quali «sequestravano di notte il bestiame e il giorno dopo chiedevano il riscatto». La banda era capitanata da un certo Merla, nato nel 1877, tornato nel 1912 a San Giovanni Rotondo dopo alcuni anni in America: «in paese era giunto l’eco delle gesta da lui compiute colà, e si seppe che egli faceva parte della mano nera».
L’associazione a delinquere fu stroncata dopo il rapimento del bambino Giuseppe Bramante, figlio di una ricca famiglia locale. Il rapimento, il primo in Italia per estorsione, scosse l’opinione pubblica e il prefetto mandò decine di carabinieri a San Giovanni Rotondo. Il sequestro durò quarantaquattro giorni, il giovane fu rilasciato solo in seguito al pagamento del riscatto ma i componenti della banda furono tutti arrestati.
Se in parte i problemi di ordine pubblico erano stati risolti, dal fronte di guerra giungevano pessime notizie. Molti giovani garganici cadevano sotto le bombe austriache. A San Giovanni Rotondo, che nel 1915-1918 contava poco più di 10.000 abitanti, ci furono ben 152 morti. Nelle campagne invece dilagava la miseria, ed erano anni difficili per il raccolto in Capitanata a causa della siccità e delle arvicole. Poi nel 1918 arrivò la “Spagnola”, una terribile epidemia che solo a San Giovanni Rotondo fece oltre 200 vittime.
Queste drammatiche vicende andavano ad aggravare la situazione della popolazione della Capitanata, soprattutto del proletariato agricolo, che subiva pesantemente l’egemonia e il peso della borghesia terriera. A San Giovanni Rotondo la scarsa capacità di mobilitazione e di rivendicazione dei ceti più deboli era principalmente dovuta all’assenza di strutture organizzate di classe e allo scarso dibattito intellettuale causato dalla mancanza di una tradizione storica di sinistra. Non vi era neanche tra il ceto borghese intellettuale, assai modesto, una capa...