Non è niente il morire, spaventoso è il non vivere
(Victor Hugo, I miserabili)
Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali,
come ci si vedrà dopo.
Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo
(Aldo Moro, Lettere alla moglie)
Tempo fa fui invitato a tenere una serie di incontri su un tema che lì per lì mi lasciò interdetto: l’escatologia, una parola difficile per esprimere una realtà sulla quale — umanamente parlando — si è condannati a tacere, ovvero l’aldilà.
«È evidente che gli uomini non hanno bisogno di noi per vivere», dice Barth. Gli uomini e le donne del nostro tempo, per le grandi questioni del vivere, se la cavano egregiamente da soli e di preti e di pastori (come nel caso di Barth) possono fare benissimo a meno. Purtroppo, per lungo tempo noi «professionisti di Dio» abbiamo creduto il contrario creando loro seri problemi, col nostro andare a toccare le coscienze e invadere ambiti intimi e delicatissimi (si pensi solo a ciò che riguarda la sfera sessuale), atteggiamento che essi difficilmente potranno perdonarci.
Ma c’è un ambito della vita di fronte a cui l’essere umano di oggi — ma in fondo di ogni tempo — fa fatica a orientarsi, ed è il limite ultimo, lo smacco finale della storia personale, ovvero la morte e ciò che c’è — o non c’è — dopo di essa. Ed è proprio lì che il mondo ci provoca, ci chiama cioè ad uscire fuori da banali frasi fatte, immagini stereotipate di stampo medievale e propinate a buon mercato. È dinanzi alla «grande domanda» della morte e dell’aldilà che l’uomo angosciato, turbato e inquieto chiede «parole rivelatrici e decisive».
Aldiquà e aldilà sono due aspetti inscindibili della vita. Uno illumina l’altro. Trascurarne una parte vorrebbe dire affrontare l’uomo dimezzato. Anche nella sua felicità. Per questo accettai.
Dato il tema molto delicato e particolare, scelsi di impostarlo in un modo un po’ originale. Non volevo optare per delle lezioni frontali, per cui decisi che dopo una brevissima introduzione avrei risposto alle domande dei partecipanti, quelle domande che ognuno di noi si porta dentro e che ogni tanto è possibile esprimere anche ad alta voce.
Il testo che segue è, a grandi linee, ciò che emerse da quegli incontri.
Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa’ che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
(Konstantinos Kavafis, Itaca)
Ho scelto questa poesia come incipit perché mi piace pensare che Gesù di Nazareth abbia vissuto la propria avventura in mezzo agli uomini al fine di far scoprire, gustare e godere il meraviglioso viaggio che è l’avventura umana.
Il Dio rivelato da Gesù non è un Dio del dopo morte, ma dell’aldiquà della vita, e ha come unico sogno «l’uomo vivente» (Ireneo di Lione, Contro le eresie), l’uomo felice e realizzato su questa terra vivendo una vita in pienezza, quella che nei Vangeli è chiamata vita eterna. E Gesù — il Dio incarnato — è venuto proprio ad abilitare l’uomo a questa vita piena: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Perciò tutta l’opera e la parola di Gesù è volta all’edificazione di un uomo perfetto, ossia maturo, compiuto, realizzato qui, su questa terra.
Gesù non è venuto a prometterci o ad indicare l’esistenza di un aldilà, ma a rendere possibile il vivere con senso l’aldiquà. La sua non è stata una predicazione su quanto saremo felici in un mondo futuro; non ha mai detto ai suoi di fare in fretta a scavalcare questa storia, o di pazientare in questa «valle di lacrime» per poi passare all’altra riva, o che questo nostro mondo è brutto e cattivo, mentre nell’altro ci attende una felicità eterna.
Nella sua preghiera più alta e più bella di cui siamo a conoscenza, Gesù si rivolge al Padre con queste parole: «Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal maligno» (Gv 17,15).
Il nostro Dio, dice Gesù, «non è il Dio dei morti, ma dei viventi!» (Mt 22,32). Egli è venuto a prendersi cura di noi suoi figli perché passassimo dall’esistenza alla vita in pienezza, perché rinascessimo una «seconda volta», in quanto venire alla luce non vuol dire ancora vivere veramente. Perché compissimo insomma quell’itinerario che porta il seme ad essere ciò che è chiamato ad essere: pianta, fiore, frutto in pienezza.
Ecco perché la poesia di Kavafis è importante: la nostra vita è un viaggio che ha come meta Itaca, ovvero il compimento dell’essere, e la ricchezza di questo viaggio risiede tutta nel vivere il viaggio, l’itinere, il divenire, il compiersi. L’essere umano è homo viator, spe erectus, viandante sostenuto dalla speranza. Dio ci chiede di arricchirci di vita lungo questo cammino che tutti quanti siamo chiamati a compiere, facendo «acquisti» di bellezza, di incontri, di relazioni! Chi arriva povero alla meta, in realtà non la godrà mai.
Pare che noi cristiani siamo più interessati alla meta che alla strada per giungervi. Ma non sarà data alcuna meta se non a coloro che vivranno in pienezza l’unica via che vi conduce.
Comincio subito con una domanda che vorrebbe andare al centro del problema: se il nostro Dio è il Dio della vita, cos’ha a che fare con la morte e, in particolare, con la mia morte?
Dobbiamo credere che Dio con la morte, e con la mia morte, non ha nulla a che fare.
Il nostro Dio, come detto sopra, «non è il Dio dei morti, ma dei viventi!» (Mt 22,32), dice Gesù.
Egli, in quanto vivente, è in grado di donare, effondere vita, e proprio perché è il vivente, non può toglierla a nulla e a nessuno. Non è un tiranno che sottrae vita, come una certa pastorale della paura continua a sponsorizzare, magari citando Giobbe: «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore» (Gb 1,21). Dio non toglie, non sottrae, non può separare, estirpare o «chiamare a sé». Per cui frasi consuete, ascoltate magari in certi funerali, del tipo: «Dio ha chiamato a sé... Ha strappato da questa vita... Ha raccolto il fiore più bello... Il Signore dà e il Signore toglie...», non hanno alcun senso. L’amore non toglie, non recide, non strappa, ma elargisce, edifica, compie e vivifica (cfr. 1Cor 8,1).
Dio ha creato solo la vita e, perché questa sia veramente tale, deve per forza conoscere la nascita e la morte, cioè un inizio e un compimento. In quest’ottica, la fine di una vita — la morte — sarà semplicemente il suo compimento, in quanto la morte non è il contrario della vita, ma della nascita.
L’antico poeta greco Menandro afferma: «Muor giovane colui ch’al cielo è caro» (Il doppio ingannatore, frammento 125), verso ripreso in seguito da Leopardi nella poesia Amore e morte.
L’idea qui sottesa è che esista un Dio che strappa via da questa terra, unendoli a sé, quelli che ama di più, quelli a lui più cari, magari coloro che si son maggiormente santificati.
In una bella poesia dedicata alla sorella Sissel, uccisa piccolissima in un campo di sterminio, il poeta ebreo Daniel Vogelmann scrive:
«Muor giovane colui ch’al cielo è caro
Menandro e Leopardi.
Dovevi essere davvero cara a Dio
se ti ha voluto così presto con sé.
Ma allora dimmi, tu che forse sai tutto:
noi non gli siamo cari?».
Purtroppo per molto cristianesimo vale quell’adagio popolare che più o meno suona in questi termini: «Non cade foglia che Dio non voglia». Ma non c’è nulla di più anti‐cristiano. Anticipo una possibile obiezione: «Ma nel Vangelo in realtà, anche se con altri termini, Gesù afferma qualcosa di simile». Ci si riferisce in particolare a Mt 10,29: «Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro». Disgraziatamente si continua a tradurre in questo modo, quando in greco suonerebbe letteralmente così: «Eppure nemmeno uno di essi cadrà sulla terra senza il Padre vostro», che può essere letto: «senza che il Padre lo sappia, ne sia consapevole». Dio non vuole la morte del passero, ma è consapevole della sua caduta; lo sa, ne partecipa, ne fa memoria, la porta nel cuore.
Ad un’attenta lettura del Vangelo, pare che Gesù, e quindi Dio, sia più interessato all’aldiquà che all’aldilà.
Certo, è proprio così! Tutte le religioni, più o meno antiche, professano da sempre una qualche forma di vita dopo la morte e l’immortalità dell’anima; l’ebraismo stesso (almeno una parte) crede nella risurrezione dei c...