È un percorso lungo, iniziato quasi tre mesi fa. E non ancora concluso.
Anch’io, come tanti, sono stato messo davanti a qualcosa di inatteso, di straordinario, di particolare.
Di forte, a tratti quasi insostenibile.
Eppure, lo credo, lo sperimento, lo vivo, quello che stiamo vivendo è un tempo che poteva essere una disgrazia e che, invece, per certi versi, è stato e sta diventando un tempo di grazia.
E in questo tempo fuori dal tempo ho vissuto molti fatti, eventi, spunti, riflessioni, che ho avuto modo di condividere con migliaia di persone, usando il nuovo pulpito che è la rete.
Sui miei siti, sui social che abito da tempo, ho trovato un modo nuovo di essere Chiesa.
Di questo vi voglio parlare.
Riprendendo gli appunti condivisi di questi ultimi mesi.
Questa è la cronaca di un pellegrinaggio.
Ultima settimana di febbraio: dobbiamo partire per il mio consueto pellegrinaggio in Terrasanta, questa volta Gerusalemme, Giordania e Neghev. Programma spettacolare. 47 pellegrini in attesa. Quasi tutti pronti a partire.
Molti mi scrivono per la paura del Coronavirus. Sarà sicuro? Rispondo scherzando: andiamo negli unici paesi non colpiti, quindi siamo noi gli untori.
Solo in seguito scoprirò quanto avevo ragione...
Volo e arrivo senza problemi, al mattino siamo pronti per vedere Gerusalemme sfidando una gelida e inusuale pioggia. Pellegrini stoici, visitiamo gli scavi del tempio, poi alcune cose di Gerusalemme. Pomeriggio, finalmente, si va verso il deserto, tramonto a Wadi Kelt, stupore. Salendo sul bus, direzione Gerico, prima sorpresa.
La Giordania chiude le frontiere a noi italiani. No, non è uno scherzo.
Io e Paolo, la guida che con me accompagna il gruppo, gestiamo la situazione. In due ore, a Gerico, ripensiamo totalmente il viaggio. I pellegrini, grandi, ci assecondano, pazienza per la Giordania, chi poteva prevederlo. Vai, cerchiamo di risollevare i pellegrini, non siamo turisti, siamo cercatori. Ci riusciamo.
Arriviamo in albergo per cena carichi a mille e io e Paolo dobbiamo gestire la seconda sorpresa di questo delirio: la Palestina ci mette in quarantena in quanto italiani. Buffo: avevo insistito per dormire nell’unico albergo di Gerico per portare due soldi ai Palestinesi.
Parliamo col direttore dell’albergo, si muovono le nostre agenzie, otteniamo di partire l’indomani, presto, alla chetichella.
Una vera fuga di cui evitiamo di parlare ai pellegrini per non creare allarmismo.
Arriviamo a Masada, magnifica, ma ennesimo cambiamento di programma: non si prosegue per il Sud, l’unico albergo a Beer Shevà è quello dei coreani infettati che hanno portato il signor Corona in Israele. Apperò.
Si rientra su Nazareth, sorpresa numero tre. Da domenica primo marzo Israele metterà in quarantena tutti gli italiani presenti. Lo dico al gruppo, cala il gelo. Ora si sente la preoccupazione, altro che viaggio. Vogliamo tornare a casa.
Si rientra quanto prima, venerdì perché El Al, la nostra compagnia, non vola il sabato. Il bus fa inversione di rotta, torna sui suoi passi, di nuovo Gerusalemme. Hanno spostato l’intero gruppo da lunedì a venerdì al primo volo, alle 6 del mattino. Medito con i pellegrini, ormai è una fuga.
Esperienza grandiosa, a saperla leggere: stavolta siamo noi i diversi.
Ci ospitano i francescani di Casa Nova, nessun albergo o ristorante prende gli italiani. Anche se avevamo prenotato (e pagato) tutto.
Sia, domani partiamo. Mentre il gruppo è al Santo Sepolcro e io organizzo la partenza ennesimo cambio di programma: El Al annulla tutti i voli da e per l’Italia. Così Easy Jet.
Ok, adesso sono veramente preoccupato.
Dopo cena riunione. I pellegrini, visibilmente provati, accettano la proposta. Partiremo con tre gruppi divisi, tutti con Alitalia, uno venerdì alle 6, l’altro alle 17:30, l’ultimo sabato alle 6.
Primo gruppo partito e arrivato, zero problemi. In mattinata la nostra corrispondente a Gerusalemme ci dice che non è prudente uscire. Stanno già mettendo in quarantena i gruppi italiani. Andiamo in giro in silenzio o, scherzosamente, parlando in dialetto.
Gruppo due rientrato.
Ma per me, per i pellegrini, è stato il più grande pellegrinaggio mai fatto. Niente di quanto avevamo previsto è andato come avrebbe dovuto. E abbiamo cambiato il programma ogni sei ore, adattandoci e senza lamentarci. E ho visto quanto i «miei» pellegrini siano cresciuti, mantenendo la calma, sostenendosi, imparando a sorridere e a vedere il lato buono. Una situazione potenzialmente esplosiva è diventata occasione per manifestare quanto ognuno è nel profondo, senza sconti.
L’ultimo giorno, a sant’Anna, ho detto loro: ecco, vedete? Non possiamo decidere nulla, siamo in balia degli umori, siamo noi gli appestati anche se sani come pesci. E abbiamo un passaporto europeo e dormiamo negli alberghi.
Pensate a quanti arrivano sulle nostre coste senza conoscere la lingua, la cultura del luogo, vedendosi trattare come delinquenti e appestati mentre, magari, stanno fuggendo da massacri e intimidazioni.
Ora sappiamo cosa significa essere lo straniero.
Grande lezione.
Grande inizio di quaresima.