A tutti i morti durante la “pandemia”,
con o senza Covid.
E a tutti i morti dei mesi successivi
che hanno pagato le conseguenze di una sanità
totalmente distratta dall’emergenza Covid.
Prefazione
di Tom Bosco
Mentre scrivevo la prefazione di questa che, a tutti gli effetti, può essere considerata come una magnifica e preziosa “capsula del tempo” a beneficio degli storici del futuro, continuava a tornarmi in mente una frase piuttosto conosciuta, attribuita a George Berkeley: “Se un albero cade nella foresta e nessuno lo sente, fa rumore?”.
In altre parole, se negli ultimi mesi giornali, telegiornali e notiziari vari non avessero martellato incessantemente, tutti i giorni, sessanta milioni di italiani con la conta dei morti, lo strazio dei familiari, il sacrificio di medici ed infermieri e il collasso dei reparti di terapia intensiva degli ospedali, oggi ci troveremmo davvero in questo scenario allucinante?
Perché, parliamoci chiaro: situazioni emergenziali di questo genere sono già avvenute in passato, anche recentemente, ma non hanno certo condotto alla chiusura forzata di un intero paese e al collasso della sua economia. Basterebbe guardare a quanto è accaduto durante la stagione influenzale di appena un paio di anni fa: “Influenza 2018, è un bollettino di guerra. Il virus colpisce bimbi e adolescenti” (Il Resto del Carlino); “Milano, terapie intensive al collasso per l’influenza: già 48 malati gravi, molte operazioni rinviate” (Corriere della Sera); “Influenza 2018, colpiti 3 milioni di italiani, 800.000 a gennaio” (Quotidiano.net). L’elenco potrebbe continuare a lungo, e le cifre di morti e contagiati non si discostano molto da quelle dispensate a piene mani in questi ultimi giorni, settimane, mesi. Anzi.
D’altra parte, questo è uno schema che conosco piuttosto bene, dati i miei oltre venticinque anni di lavoro con l’edizione italiana della rivista australiana Nexus New Times, la quale si è da sempre distinta nel cercare di offrire ai propri lettori quel genere di notizie che difficilmente avrebbero trovato altrove, quelle sistematicamente taciute dagli altri media o presentate in maniera parziale se non totalmente distorta. Informazioni che forniscono un quadro della realtà radicalmente diverso, uniscono i puntini e contribuiscono a tratteggiare un disegno decisamente più ragionevole e coerente della situazione nel mondo e della nostra stessa storia. Ragionevole e coerente, ma spesso proprio per questo tutt’altro che piacevole ed edificante, al punto che la reazione più comune è quella di rigettare queste informazioni etichettandole come fantasie paranoiche, affibbiando a tutti coloro che si fanno troppe domande e cercano di scavare più a fondo per squarciare il “velo di Maya” nomignoli dispregiativi: complottisti, cospirazionisti, terrapiattisti, sciachimisti e chi più ne ha più ne metta. Oggi, al tempo del Covid, viene affibbiato loro lo spregevole “negazionista”.
Nonostante un background che sulla carta avrebbe dovuto rendermi più preparato a quello che è accaduto e sta accadendo ormai da parecchi mesi, io stesso sono rimasto spiazzato dalla catena degli eventi, dalla loro apparente illogicità e dal gelido e perverso disegno sottostante.
È stato quindi per me illuminante potermi calare, attraverso le pagine di questo diario, nel vissuto di una persona senza dubbio più sensibile e attenta della media alla crescita personale e all’evoluzione individuale e collettiva, ma purtuttavia (o forse proprio per questo) vulnerabile rispetto al torrente in piena dell’autentico terrorismo mediatico al quale tutti noi siamo stati esposti. Anziché farsi travolgere e annientare, però, Giovanna ha lentamente ma inesorabilmente riannodato le fila, maturando un difficile ma salutare processo di metamorfosi che generosamente condivide con noi tutti tramite il libro che avete fra le mani.
“La maledizione degli uomini è che essi dimenticano”, affermava profeticamente Mago Merlino nello splendido film Excalibur. Purtroppo, la questione è ben più grave: la vera maledizione dell’uomo comune, oggi più ancora che in passato, è che non vuole vedere ciò che ha davanti agli occhi né vuole sapere nulla di quanto potrebbe turbare la propria zona di comfort, incapace di accettare che è proprio dove termina quest’ultima che inizia la vera vita, come a suo tempo sottolineò brillantemente Neale Donald Walsch.
Date queste premesse, come possiamo aspettarci di vedere, comprendere e accettare un fatto incontrovertibile, ovvero che da tempo immemorabile noi, come umanità, siamo oggetto di un vero e proprio incantesimo collettivo? Sono cambiati i tempi, sono cambiati i modi, sono cambiati i mezzi, sono cambiati i termini coi quali definire questo processo, ma la sostanza non cambia, così come non cambiano gli scopi ultimi né gli autentici mandanti. Il punto è che, una volta di più, grazie agli onnipervasivi e sofisticatissimi sistemi di comunicazione di massa, stiamo assistendo alla edificazione di una potente e malefica eggregora globale che finirà per ingabbiare definitivamente l’intero genere umano onde assoggettarlo a una piccola e ristretta cerchia di individui mentalmente disturbati, affetti da quella che si può a buon diritto classificare psicopatia. Dato che dal punto di vista di un normale essere umano il loro comportamento è inconcepibile, forse il nostro grande errore è ritenere che lo siano… ma questa è un’altra storia.
Per anni, attraverso i miei editoriali e le mie conferenze, ho espresso il concetto di “realtà condivisa”, ovvero di come, essendo noi i creatori della nostra realtà (per quanto non ancora consapevoli di questa semplice ma fondamentale verità), quella che abbiamo di fronte è la somma delle nostre proiezioni individuali. E i manipolatori, ovvero gli psicopatici ai quali mi riferivo poc’anzi, questo lo sanno bene, e da molto, molto tempo. Usano questo nostro potere contro di noi, condizionandoci mentalmente a pensare quello che hanno deciso loro e dandoci l’illusione che i nostri pensieri ci appartengano. Anziché lasciarci dipingere individualmente il quadro della nostra realtà, ci convincono di non essere noi gli artefici del nostro destino, allestiscono e mettono in scena lo spettacolo che loro hanno deciso e ci fanno pagare pure il biglietto. E il prezzo di questo biglietto è molto salato.
In realtà, quella che sembra la loro incontrastabile forza è la loro più grande debolezza, perché per poter sopravvivere hanno bisogno di noi. In effetti, si nutrono letteralmente di noi, delle nostre energie, e usano la nostra stessa creatività per poterlo fare. Una volta compreso questo semplice ma fondamentale concetto, siamo a metà dell’opera. Il Re è nudo, ma sta a noi vederlo come tale e comportarci di conseguenza.
Vi lascio dunque alle preziose pagine di questo diario, un percorso verso una nuova consapevolezza che potrà condurvi alle soglie di un mondo totalmente nuovo, se avrete la forza e la determinazione di squarciare una volta per tutte il velo o, se preferite, di uscire dalla famosa caverna di platonica memoria e respirare finalmente aria nuova alla luce del sole della verità.
Introduzione
15 maggio 2020
Se per Capodanno 2019 mi avessero detto “passerai alcuni mesi del 2020 chiusa in casa, senza poter vedere nessuno, senza andare al lavoro, potendo fare la spesa solo nei giorni stabiliti, con i droni sulla testa che controllano se vai a correre o a fare una passeggiata, e nella tua stessa situazione si troveranno altri quattro miliardi di persone”, avrei pensato che quel qualcuno fosse completamente ubriaco…
Invece è accaduto davvero.
Nel giro di poche settimane abbiamo visto l’incubo della città di Wuhan, nella lontana Cina, uscire dalla televisione e presentarsi a Codogno, prima zona rossa dell’Occidente, per poi espandersi a macchia d’olio in tutta Europa e nel continente americano, e dopo poco tornare in Asia, sconfinando in Oceania e Africa. Nel giro di tre mesi, anche le nazioni più scettiche, anche quelle che confidavano in una soluzione spontanea del problema con l’immunità di gregge, sono capitolate una settimana dopo l’altra come le tessere del domino.
Da giornalista, non potevo non interrogarmi su quanto stava accadendo; da scrittrice, non potevo non cogliere l’occasione per scrivere il diario più inquietante della mia vita…
All’inizio ho pensato che questo lavoro servisse solo a me, perché la scrittura è la migliore amica dei periodi difficili ed è attraverso la scrittura che si attivano processi di comprensione di noi stessi e del mondo. Poi ho pensato che queste pagine le avremmo rilette mia figlia ed io dopo ...