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Informazioni su questo libro
Attraverso queste pagine fratel MichaelDavide propone una lettura cordiale e sapienziale delle Beatitudini come un grande portale per entrare nella logica del Vangelo e nello stile di Gesù di Nazaret. L'approccio non è teologico, ma di prospettiva duplice: la parola del Signore da una parte e il nostro vissuto di uomini e donne dall'altra.
Le Beatitudini sono l'esperienza rigenerante di uno sguardo, quello di Cristo sulla nostra umanità. Ci aiutano ad accogliere la realtà, perché diventi un luogo e un modo di felicità.
Le Beatitudini sono così la negazione di ogni spiritualità narcisistica e prometeica. Un vero antidoto a ogni spiritualità da super-uomini o super-santi.
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Informazioni
Editore
TS EdizioniAnno
2021eBook ISBN
9788862408738La parola di Gesù
Dieci parole a indicare il cammino
Dopo questa prima introduzione in cui ci siamo lasciati conquistare dalla presenza del Signore Gesù possiamo ora cominciare ad accogliere con semplicità la parola delle Beatitudini secondo Matteo. Esse si aprono con uno sguardo che si fa parola! Uno sguardo che apre la strada a delle espressioni: le dieci parole! Una dopo l’altra queste si offrono come orientamento alla vita al pari di stelle che indicano il cammino notturno nel deserto della vita. Questa comunicazione avviene in un contesto di profonda attenzione da parte del Maestro che genera fondativamente la nostra ricezione di discepoli: «Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: Beati…» (Mt 5,2).
Le Beatitudini rappresentano la prima parola pubblica del Signore Gesù nel Vangelo secondo Matteo. Questa parola non va intesa da un punto di vista morale, ma piuttosto come discorso teologico di rivelazione. Infatti non ci viene detto quello che dobbiamo fare, ma ci viene rivelato ciò che siamo radicalmente in forza dell’incarnazione del Verbo il quale ha assunto tutta intera la nostra umanità. Spiega Éloi Leclerc:
Le Beatitudini proclamano la grande felicità di Dio, così come il Signore Gesù l’ha sperimentata nel più intimo del suo essere. Esse sono la Buona Novella di un amore divino che nulla di umano può giustificare né misurare. Questo amore assolutamente gratuito è il mistero stesso di Dio.1
Matteo, dopo i primi quattro capitoli dove ci aiuta a contemplare il volto del Signore Gesù nella sua infanzia, nel suo battesimo, nelle tentazioni, nella chiamata dei suoi primi discepoli, ci pone di fronte a questo gesto solenne di presa di parola. Come Mosè, il Signore ascende sul monte e dopo aver osservato la folla si pone a sedere, come fa un maestro d’Israele. Invece di creare distanza, con l’amabilità della sua presenza, Gesù rende possibile la vicinanza e la prossimità: «Si mise a parlare» senza aver bisogno di “gridare” (cfr. Is 42,2). Il monte scelto da Matteo è il luogo ove il Signore Gesù annuncia, nelle dieci parole delle Beatitudini, il compimento delle due tavole della Legge date in dono da Dio a Israele attraverso il suo servo Mosè, «uomo assai umile, più di qualunque altro sulla faccia della terra» (Nm 12,3).
Il monte Sinai è il luogo dove Mosè proclama la Legge, la Torah, le “Dieci Parole” scritte sulle tavole di pietra. Sul monte delle Beatitudini, il Signore Gesù non promulga nessuna legge di prescrizione o di proscrizione. Il Maestro che viene dalla marginale Nazaret si accontenta di semplici e liberanti constatazioni: «Beati»! Il messaggio è tanto semplice quanto liberante per gli oppressi e destabilizzante per i potenti: beati voi per quello che siete. Tutto il resto, non escluse le prescrizioni e le proscrizioni necessarie, possono venire solo dopo aver accettato e assunto la propria condizione e accolto la propria storia.
Come spiega in apertura del suo commento Eugen Drewermann – il quale sarà un altro abituale compagno di viaggio in questo nostro cammino anche quando non lo si citerà espressamente – vi è un grande salto tra una montagna e l’altra. Infatti, tra il monte Sinai e il monte delle Beatitudini, si stende la valle del Vangelo. La ragione è che
Nessuna delle parole del discorso della montagna può essere capita, quindi, come un “precetto”, come un “tu devi” in senso morale, ma ognuna di esse va interpretata sempre e unicamente come descrizione di ciò che diventa possibile a chi si abbandona veramente a Dio.2
Si tratta evidentemente di un abbandono fiduciale generato non da uno sguardo inquisitivo, quanto piuttosto da uno sguardo pieno di solidale compassione come quello di un padre, di una madre, di un amico… di un amante. Il Signore siede sul monte per vederci meglio e farsi amare più facilmente. Come spiega in un altro contesto Gregorio Magno: «Chi sta sulla cima d’un monte vede dall’alto la vita presente come una pianura»3. Ecco perché le Beatitudini compaiono, nel Vangelo secondo Matteo, a completamento – quasi come il frutto maturo e gustoso – del mistero dell’Incarnazione del Verbo. Dal monte delle Beatitudini esala il profumo effuso sulla nostra umanità dall’amabilissima e adorabile umanazione del Verbo fattosi parola dolce e armoniosa per l’orecchio della nostra umanità. Ancora una volta possiamo immaginare di ritrovare sulla «moneta» del Vangelo, che il Signore fa trarre a Simon Pietro (Mt 17,27), le stesse parole fatte incidere da Adriano: humanitas, felicitas, libertas.
Humanitas: «Il Verbo si è fatto carne» (Gv 1,14) non solo perché è nato dalla stirpe «di Davide» (Mt 1,6) ma perché ha cominciato a camminare in mezzo agli uomini con i tratti propri della nostra umanità, portati umilmente dalla sua divinità. Gli ultimi versetti prima dell’inizio delle Beatitudini ci dicono esplicitamente che «Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il Vangelo del regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. (…) Grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decapoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano» (Mt 4,23.25), vale a dire dappertutto. Gesù ormai fa parte del nostro orizzonte di umanità: veramente è in mezzo agli uomini e costoro sentono in lui una profonda, quasi irresistibile attrattiva.
Questa corrispondenza in umanità, avvertita quasi a fior di pelle, genera la libertas. Essa è il segno esteriore – soprattutto nella vita di relazione con gli altri – di una interiore felicitas che abita e rallegra abitualmente il cuore. Tutto questo è reso possibile da quella compagnia divina con cui il Verbo fatto carne allieta la nostra storia di uomini e donne. Per questo dobbiamo notare come il Vangelo di Matteo sia racchiuso tra l’invito rivolto dall’angelo a Giuseppe «lo chiamerai Gesù» (1,21) – il suo nome è Emmanuele, Dio-con-noi (cfr. 1,23) – e le ultime parole del Vangelo: «Io sono con voi» (28,20). Il Signore Gesù è una persona di cui si parla, un rabbi che si ha voglia di ascoltare e si spera di incontrare dopo aver avuto sentore della sua échos/fama (Mt 4,24).
Quando la storia dà la parola al Signore Gesù, questi non inizia il suo ministero unicamente insegnando, ma prima di tutto dichiarando. Come primo atto catechetico, il Signore Gesù dichiara “beati” coloro che sono intorno a lui. È questo il primo e fondamentale approccio e non suona come una ricompensa o riconoscimento di meriti acquisiti. È solo dopo questa apertura segnata dalla fiducia ammirata per l’umanità che seguiranno le esortazioni: «Fu detto… ma io vi dico…» (cfr. vv. 21ss).
Indubbiamente l’esortazione fa parte integrante e irrinunciabile delle Beatitudini. Nella logica del Signore, a cui dovremmo conformare pure la nostra, non si può accogliere una parola di conversione senza essere riconosciuti come soggetti di conversione. Non si può chiedere la conversione senza prima aver dichiarato l’accoglienza incondizionata dell’altro riconosciuto come soggetto di conversione e nella cui capacità di trasformazione si spera, senza tentennamenti e con piena fiducia.
Il segno di tutto ciò è il poter offrire a ciascuno come primo dono una parola dichiarativa e performativa: «Beato te perché sei quello che sei». Solo quando c’è questo riconoscimento di fondo può scattare – del tutto spontaneamente e potremmo dire anche allegramente – la possibilità della relazione con Dio che crea il bisogno naturale e il desiderio struggente della conversione. Si può costringere qualcuno a fare qualcosa, magari con successo, ma senza consapevolezza. In ogni modo senza consapevolezza c’è adeguamento frutto della costrizione, ma non conversione autentica. Come spiega Alain Houzaiux:
Abbiamo il diritto di godere la vita senza avere bisogno di trovare una giustificazione o una ragione per vivere. La vita è una grazia a cui abbiamo diritto gratuitamente, senza una ragione, senza che ci sia bisogno di una serie di giustificazioni. Secondo me, il primo e l’ultimo aspetto del saper vivere è l’arte di essere felici, questo senso di gratuità e persino di inutilità. E se facciamo fatica a convincerci di questo basta che guardiamo il cielo, il sole e le altre stelle. Sono là per grazia e brillano gratuitamente. Perché dovremmo noi avere altre pretese?4
Nella logica del Vangelo non ci può essere una parola capace di cambiare la vita senza che sia preceduta, accompagnata e seguita da uno sguardo che possa cambiarla (cfr. Mc 10,21). Questo sguardo viene espresso dall’attributo «beati/makarioi» che la cultura pagana riservava agli dèi e che la tradizione delle Scritture fa condividere all’uomo chiamato ad essere «giusto» cominciando col sentirsi «beato» (Sal 1). È una parola che permette, senza frustrazione e con aspettative insperate, l’azzeramento di tutte le pretese. Proprio una parola di questo sapore genera la speranza di una relazione che potrà colmare ogni vuoto senza tappare nessun buco, come amava insegnare Dietrich Bonhoeffer. Certo, quanti entrano in questa logica liberata e si fanno testimoni di un tale annuncio...
Indice dei contenuti
- Lo sguardo di Gesù
- La parola di Gesù