Risorgimento da riscrivere
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Liberali & massoni contro la Chiesa

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Liberali & massoni contro la Chiesa

Informazioni su questo libro

L'unità d'Italia è stata cucita a spese della Chiesa. Il processo storico di unificazione dal 1848 al '61 si è svolto contestualmente a una vera e propria guerra di religione condotta nel Parlamento di Torino - dove tra i liberali siedono i massoni - contro la Chiesa cattolica. I liberali aboliscono tutti gli ordini religiosi della Chiesa di Stato, spogliano di ogni avere le 57.492 persone che li compongono, sopprimono le 24.166 opere pie, lasciano più di 100 diocesi senza vescovo, impongono al clero l'obbligo di cantare il Te Deum per l'ordine morale raggiunto, vietano la pubblicazione delle encicliche pontificie, pretendono siano loro somministrati i sacramenti nonostante la scomunica, e, come se nulla fosse, si proclamano cattolici. Perché? Perché proprio lo Stato sabaudo, che si dice costituzionale e liberale, alla guida del moto risorgimentale dedica accanite sessioni parlamentari per la soppressione degli ordini religiosi? Con quali motivazioni ideologiche, morali, politiche e giuridiche? Sulla base di una mole impressionante di fonti originali, Angela Pellicciari dimostra che colpendo il potere temporale della Chiesa s'intendeva annientarne la portata spirituale. Dell'iconografia tradizionale resta un Ottocento tormentato, certo spregiudicato, molto meno romantico, che apre a una più piena comprensione delle difficoltà riscontrate fino a oggi nell'evoluzione della nostra identità nazionale.

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Informazioni

Editore
Ares
Anno
2021
eBook ISBN
9788892981584
Argomento
Storia

NOTE

1 Cfr G. Tomasi di Lampedusa, II Gattopardo, Milano 1963, pp. 77-78.
2 A questo proposito cfr l’inedito di Giorgio Rumi Cattolici. Risorgimento a caro prezzo, apparso su Avvenire del 29 agosto 2010.
3 Cfr Atti parlamentari, Discussioni, v. 298, p. 3658.
4 Lettera del 24 giugno 1848. Cfr C. D’Azeglio, Souvenirs histori- ques de la marquise Costance D’Azeglio, Torino 1884, p. 257. Costanza D’Azeglio è la moglie del fratello maggiore di Massimo, Roberto.
5 Le prime elezioni politiche si svolgono nello Stato di Sardegna il 27 aprile 1848: su un totale di 4.904.059 abitanti è chiamato a votare l’1,70% della popolazione, pari a 83.369 elettori; vota il 65,50% degli aventi diritto, corrispondente a 53.924 cittadini. La maggioranza degli eletti è composta da avvocati, magistrati e funzionari. Nel giro di poco più di un anno e mezzo, in Piemonte si succedono sette ministeri e la Camera viene sciolta tre volte.
6 Su Carlo Alberto cfr N. Rodolico, Carlo Alberto, 3 voll., Firenze 1948.
7 Gramsci così valuta la sconfitta del Regno di Sardegna nel 1848: «I liberali [...] concepiscono l’unità come allargamento dello Stato piemontese e del patrimonio della dinastia, non come movimento nazionale dal basso, ma come conquista regia [...]. La politica incerta, ambigua, timida e nello stesso tempo avventata dei partiti di destra piemontesi fu la cagione principale della sconfitta; essi furono di un’astuzia meschina, essi furono la causa del ritirarsi degli eserciti degli altri Stati italiani, napoletani e romani, per aver troppo presto mostrato di volere l’espansione piemontese e non una confederazione italiana; essi non favorirono, ma osteggiarono, il movimento dei volontari». Il fondatore del Pci motiva il proprio giudizio con queste considerazioni: «Le tendenze di destra piemontesi o non volevano ausiliari, pensando di poter vincere gli Austriaci con le sole forze regolari piemontesi (e non si capisce come potessero avere una tale presunzione), o avrebbero voluto essere aiutate a titolo gratuito (e anche qui non si capisce come politici seri potessero pretendere un tale assurdo)». Cfr A. Gramsci, Il Risorgimento, Editori Riuniti 1971, pp. 64-65; 118; 122.
8 Cesare Leopoldo Bixio (Genova 1799-1863), avvocato, ex carbonaro, amico di Mazzini. La sua elezione a deputato avviene nel IV collegio di Genova dove supera al ballottaggio Gioberti. Cfr Dizionario biografico degli italiani, X, Roma 1968, pp. 722-723 (voce a cura di B. di Porto).
Le citazioni di questo primo capitolo, relative al periodo che va dall’8 giugno al 21 luglio del 1848, sono tratte dalla raccolta degli Atti del Parlamento subalpino, Discussioni, I, Torino 1855, pp. 125- 422. Tutte le volte che vengono citati gli interventi dei parlamentari si utilizza l’indicazione: op. cit. Da tenere presente che gli Atti comprendono sia le Discussioni che i Documenti. La numerazione dei volumi degli Atti cui si fa riferimento è quella della Camera dei Deputati.
Nota bene: i deputati Bastian, Billet, Brunier, Chenal, Costa de Beauregard, Despine, Della Torre, De-Villette, G. Jacquemoud, Levet, Martinet e Palluel, parlano quasi sempre in francese. Quando ciò succede traduciamo i loro interventi.
9 Il testo del progetto di legge è contenuto negli Atti del Parlamento subalpino, Documenti, I, p. 66.
10 Op. cit., p. 125.
11 La storia dei violenti attacchi contro la Compagnia di Gesù nel Regno di Sardegna è descritta dettagliatamente dal gesuita padre Alessandro Monti che dal 1916 al 1920 pubblica i cinque volumi de La Compagnia di Gesù nel territorio della provincia torinese. Monti descrive i moti di piazza che dal novembre del 1847 precedono e motivano la decisione di espulsione di Carlo Alberto (Carlo Alberto «aveva detto e ripetuto che, lui regnante, nessuno avrebbe osato di toccare i Gesuiti [...]. L’intervento della piazza era dunque necessario»: cfr A. Monti, La Compagnia di Gesù nel territorio della provincia torinese, V, Chieri 1920, pp. 61-62), attribuiti all’azione politica di una «setta» (Monti non può che riferirsi alla massoneria) avente il suo principale centro di irradiamento in Genova e responsabile, fra l’altro, della campagna di denigrazione a mezzo stampa che giunge a diffondere falsità contro i padri dagli stessi giornali ufficiali del Regno (pp. 63-80). La spallata finale contro l’ordine è data dagli assalti contro le case della Compagnia: a Cagliari («Si cominciò non senza accorto provvedimento, dalla Sardegna, per poi compir l’opera sul continente, ove l’inizio colà fosse ben riuscito», pp. 103-104) il 16 febbraio («lasciando i religiosi e i novizi raminghi per la città e per le campagne a cercarsi ricovero e pane, mentre non è pur assicurata la quiete de’ buoni cittadini che lor diedero qualche ospitalità», p. 85), a Genova il 29 febbraio e il primo marzo («Il primo del mese [scrive il provinciale dell’ordine padre Pellico al padre generale] si sciolsero per la violenza del popolo le due Case di Genova. Dispersi i Religiosi, e le Case, ancorché prese dalle autorità sotto la loro tutela, derubate”, p. 87) e, infine, a Torino il 2 dello stesso mese. Monti mette ripetutamente in evidenza «l’inesplicabile condotta di Carlo Alberto».
12 Magistrato, appassionato di storia, dopo l’incarico di ministro dell’Interno ricopre quello di ministro delle Finanze (ministeri Casati e Gioberti); cfr A. Malatesta, Ministri, deputati, senatori dal 1848 al 1922, III, Milano 1940, p. 59.
13 Op. dt, pp. 132-133.
14 Nel 1848 i Gesuiti della provincia torinese sono 398: di questi solo 160 residenti nel Regno. Cfr Catalogus. Sociorum et officiorum. Provinciae Taurinensis dispersae. Societatis Jesu. Ineunte anno: MDCCCXLIX,, ms., conservato nell’Archivio romano della Compagnia di Gesù fra la corrispondenza: Taur. 1009-1, 24.
15 Magistrato, studioso di storia e di diritto, Federico Sclopis partecipa ai lavori preparatori per la stesura dello Statuto. Fra i numerosi incarichi pubblici ricopre quello di presidente del Senato (1863-1864); cfr A. Malatesta, Ministri..., cit, III, p. 123; cfr anche T. Sarti, Il Parlamento subalpino e nazionale, Temi 1890, pp. 862-863.
16 Questo particolare è significativo perché si tratta di trasformare collegi (cioè scuole), in caserme, uffici e ospedali militari. Evidentemente in tempo di guerra c’è più bisogno di soldati che di studenti. È però interessante notare come la confisca dei beni dei religiosi comporti spesso la perdita dell’originaria destinazione d’uso. Il che vuol dire che molte delle scuole soppresse non sono sostituite. Si tratta insomma di una perdita secca per l’istruzione, sia a livello quantitativo che qualitativo. Per rendersi conto di quale sia la distanza fra le scuole statali di oggi e quelle dei Gesuiti di allora, basta fare un giro nei sottotetti impolverati del liceo Visconti di Roma, vale a dire del Collegio Romano: recentemente la buona volontà di alcuni insegnanti ha permesso di recuperare parte del materiale che vi era ammassato, ed è riuscita con quanto ha trovato (da notare che si tratta di materiale di scarto perché i pezzi più interessanti sono finiti, oltre che in case private, al museo Pigorini) a organizzare una mostra e un museo permanenti.
17 «Il pubblico lagnasi [...] della nostra lungaggine; è giusto, o signori, che noi appaghiamo il pubblico desiderio»: così sostiene Michelini, deputato della sinistra. «Signori [...], io confesso che mi trovo ormai infastidito e stomacato dall’udire tanto disputare in argomento parte evidentissimo, e parte frivolo, mentre arde nel seno della patria una guerra formidolosa [...]. Io prego pertanto la Camera [...] di non voler sciupare ulteriormente un tempo troppo prezioso in siffatta materia»: deputato Ravina. Nessuno raggiunge l’efficacia dell’argomentazione dì Brofferio, deputato romanziere: «Vi fu, o signori, un tempo di corruzione, di decadimento, di barbarie, in cui potè credersi virtù evangelica il ritirarsi dal guasto secolo all’ombra d’un romito chiostro [...] Ma ora, o signori, quei tempi sono trascorsi. Ora [...] non è più sotto un bianco o bigio o nero mantello che si serve il Vangelo. E noi intanto, noi [...] osiamo consumare così preziosi giorni ad argomentare, e distinguere, a sottilizzare per sapere quale diversità esista [...] fra un gesuita, un gesuitante, un gesuitino e un gesuitastro [...]; io voterò per quanti più oblati, e paolini, e monaci, e frati di tutti i generi e di tutti i colori vorrà abolire la Camera» (op. cit., p. 388).
Qualche dato biografico: Giovan Battista Michelini, esule dopo i moti del 1821, membro della Società Agraria di Torino, collaboratore di numerose riviste e giornali, autore di opuscoli di propaganda, è fatto senatore dal Re nel 1876 tre anni prima della morte (cfr T. Sarti, Il Parlamento..., cit, pp. 663-664); Amedeo Ravina, condannato a morte per i moti del ‘21 ripara all’estero fino alla proclamazione dello Statuto (ibidem pp. 798-799); Angelo Brofferio, congiurato nei moti del 1830, è scrittore e come tale invitato da Carlo Alberto a risvegliare il sentimento nazionale italiano e incaricato da Vittorio Emanuele di scrivere la storia del Parlamento subalpino che pubblica in sei volumi tra il 1866 e il 1870 (cfr G. Armani, Angelo Brofferio, in II Parlamento italiano 1861-1988, I, Milano 1988, pp. 353-371).
Michelini, Ravina e Brofferio fanno parte di quel nutrito numero di deputati rivoluzionari (come tali condannati e imprigionati o esiliati dai precedenti governi assoluti) che ora siedono con tutti gli onori in Parlamento: questo semplice fatto denota quanto profondo e radicale sia stato il cambiamento di indirizzo politico voluto nel 1848 da Carlo Alberto e continuato da suo figlio Vittorio Emanuele.
18 Fra i più autorevoli esponenti della sinistra, Lorenzo Valerio è implicato nei moti del 1831 e successivamente esule; animatore di riviste e giornali, si distingue per i numerosi tentativi di dar vita a scuole popolari, laiche e gratuite; segretario della Associazione Agraria è noto esponente della massoneria. Cfr II Parlamento italiano 1861-1988,1, cit.,p. 357.
19 Non è facile provare l’appartenenza all’ordine prima del 1874, anno a partire dal quale sono conservate al Grande Oriente italiano le schede di iscrizione dei fratelli. Chenal però fa eccezione: di lui si fa infatti esplicitamente menzione in uno dei primi verbali della massoneria italiana, risorta dopo la soppressione operata dai governi della Restaurazione. Cfr Verbali delle tenute, I, manoscritto, conservato presso il Grande Oriente italiano, verbale contrassegnato con il n. 13 (relativo al 3 dicembre 1861): il verbale dà notizia di una seduta straordinaria per conferire i tre gradi massonici a Pietro Francesco La Chenal «savojno, naturalizzato italiano, ex deputato, consigliere d’appello alla Corte di Cagliari, incaricato di istituire una [loggia] Mass⸫, a Cagliari col titolo di Vittoria».
20 Op. cit., pp. 139-140. Chenal individua nella volontà di «attaccarsi al carro dell’autorità per dirigerla a proprio piacimento» l’origine del suicidio della Compagnia di Gesù. Cristo è morto «per la redenzione morale dell’umanità», sostiene il deputato, e la sua crocifissione durerà fino a quando «il levita sarà nemico delia libertà». Date per scontate le equazioni levita-gesuita e gesuita-assolutismo, si può ragionevolmente sviluppare il pensiero del parlamentare sostenendo che lo scioglimento della Compagnia ha una ricaduta religiosa rilevante perché pone fine alla crocifissione di Cristo da parte degli uomini. L’opera che Cristo è venuto a compiere — vale a dire, secondo Chenal, la redenzione morale dell’umanità — può dirsi compiuta con la soppressione della Compagnia, dal momento che il levita, nemico della libertà, cessa di esistere.
21 «Il loro [dei Gesuiti] grande delitto era appunto questo, di sottrarre all’influsso delle nuove idee liberali tanta parte della migliore gioventù da essi istruita ed educata»: questa la motivazione della grande ostilità che in Piemonte circonda l’ordine secondo lo studioso Domenico Massè, I liberali «avevano l’idea fissa del gesuita, che, diventata mania di persecuzione, faceva scorgere loro in ogni cosa che non andasse a genio nient’altro che gesuitismo e intrigo gesuitico. Ed è naturale che il furibondo attacco di Gioberti facesse su loro grandissima impressione, specialmente la ben ribadita accusa che con la loro educazione di passiva ossequenza alle autorità costituite sottraessero alla risorgente Italia quella generazione di spiriti liberi e di anime generose di cui tanto essa abbisognava» (cfr D. Masse, Il caso di coscienza del Risorgimento italiano, Alba 1946, p. 185). Massè fa anche una bella ricostruzione della campagna di denigrazione orchestrata contro i Gesuiti in Francia e in Piemonte, a partire dal 1840 (ibidem, pp. 178-191). Per quanto riguarda la persecuzione dell’ordine in Francia, cfr R. Rémond, L ’Anticléricalisme en France, Bruxelles 1985, pp. 81- 102.
22 Vincenzo Gioberti (1801-1852), sacerdote, è ascoltatissimo ideologo e grande polemista. Dopo la pubblicazione nel 1834 sulla Giovane Italia di Mazzini della lettera Della Repubblica e del Cristianesimo da lui composta nel 1833, viene prima imprigionato poi esiliato. A Bruxelles scrive, nel 1843, Del primato morale e civile degli italiani e, nel 1845, i Prolegomeni del primato; a Losanna, nel 1847, pubblica il Gesuita moderno. Tornato a Torino nel 1848 è prima presidente della Camera poi presidente del Consiglio. Nel 1851scrive Del Rinnovamento civile d’Italia per sostenere la necessità che i Savoia prendano la guida del processo di unificazione italiana. Gioberti insomma fa proprie nel corso degli anni tutte le principali posizioni politiche del tempo. La bibliografia su Gioberti è sterminata (cfr Bibliografia dell’età del Risorgimento, I, Firenze 1971, pp. 165-172); fra i vari contributi cfr i lavori di: G. Gentile, Rosmini e Gioberti, Firenze 1958; A. LUZIO, Mons.Fornari e Vincenzo Gioberti, Torino 1924; A. OMOdeo, Vincenzo Gioberti e la sua evoluzione politica, Milano 1941.
23 Cfr V. Gioberti, Prolegomeni del primato morale e civile degli italiani, Brusselle [sic] 1845, p. 143.
24 Lasciamo per un momento la parola ai Padri citando quanto scrive a loro difesa un esponente di spicco della Compagnia siciliana, padre Giuseppe Romano: «Si è gridato alla educazione domestica dei Gesuiti siccome quella che snerva gli ingegni, toglie la personalità, attuta il volere, annighittisce le forze tutte della mente e del corpo. Sia pure: io vi provoco ai fatti». Ed ecco i fatti: «Al novizio maestro gesuita meglio si affezionano [i giovani] e più durevolmente si attaccano che al vecchio pedante che li tormenta in casa [...]. L’educazione gesuitica vi dà maestri teneri e affettuosi: essa dunque lungi dallo spegnere coltiva i dolci sentimenti dell’animo [...]. Però se il giovane educatore nell’affetto degli allievi trova una forza potente per condurli al ben fare, può trovarvi altresì un inciampo. Quindi quel lungo tirocinio, quell’accompagnarsi l’un l’altro andando in città, quella severa disciplina che lo chiama nelle ore debite al silenzio, alla preghiera, allo studio, quell’interdirsi di tanti innocenti piaceri non sarà mai soverchio in giovane gesuita. Volete voi riformare l’educazione domestica dei Gesuiti; li volete più franchi, più ricercati nelle maniere, più condiscendenti nelle convenienze dei crocchi e delle società? Li vorreste veder più spesso in mezzo a voi, confusi colle vostre adunanze, mescolati nelle ore più gioviali della vita? Vi spiace in essi l’ubbidienza, il ritiro, la solitudine; sto per dire anche la verecondia, la modestia? Ma conoscete voi abbastanza l’uomo? Credete che le cautele e i riguardi per sì delicato ufficio possano mai riuscir soverchie?» (cfr G. Romano, La causa dei Gesuiti in Sicilia, Palermo 13 aprile 1848, in G. DE Rosa, I Gesuiti in Sicilia e la rivoluzione del ‘48, Roma 1963, pp. 256-257).
25 Ancora una citazione tratta da padre Romano a proposito del rapporto dei Gesuiti con i poveri: «Mal volentieri io mi appresterei all’opera di far panegirici ai miei fratelli, se il diritto dì onesta difesa a ciò non mi stringesse. Sta scritto: ignori la sinistra quel che opera la destra Ricorderò pure l’utilità pubblica della Compagnia. Perocché se il popolo fosse meno vessato di pubbliche e private calamità [...], se l’indigenza e la miseria non fossero tanto estese quanto lo sono [...] potrebbe la società per ventura privarsi come di cosa superflua di un istituto riuscitole sempre benefico in temi d’universale bisogno [...]. Ma mentre ancora non lasciano migliaia di bisognosi accorrere alla porta dei Gesuiti per trovarvi un pane, mentre non sono ancora rimarginate le piaghe dei feriti ch’essi curarono negli ospedali, non so con che cuore, a che pro bandire una crociata contro coloro che vi fecero e vi fanno tuttora del bene» (ibidem, pp. 266-267).
26 «Io ho sempre creduto che le oneste e civili persone con cui i nostri ministeri ci obbligano a trattar di continuo, dovessero restar mortificate e infastidite dalla miseria che respirano le nostre stanze, le vesti, i cappelli. Or sento tutt’altro, che le abitazioni gesuitiche son divenute modello di lusso signorile. Deh! Per carità, non ci vogliate mettere in caricatura e darci addosso del ridicolo [...]. Mi direte che quest’apparente pezzenteria è un artifizio, un’ipocrisia. Sarà pure: ma un’ipocrisia che frutta buoni risparmi veri e reali [...]. Il cumulo di queste economie soccorre alle spese dei viaggi alle limosine giornaliere, sieno...

Indice dei contenuti

  1. INTRODUZIONE
  2. I. 1848: GESUITI
  3. II. 1848: GESUITESSE E ORDINI GESUITANTI
  4. III. LE RAGIONI DI PRINCIPIO DI UNO STATO LIBERALE
  5. IV. COME REAGISCE LA CHIESA?
  6. V. 1852: RELAZIONE MELEGARI
  7. VI. 1854: UN PROGETTO DI LEGGE CONTRO GLI ORDINI RELIGIOSI
  8. VII. 27 DICEMBRE 1854: UNA LEZIONE DI DIRITTO
  9. VIII. 1855: DIBATTITO IN PARLAMENTO
  10. IX. OBIETTIVI ECONOMICO-FINANZIARI
  11. X. I PRINCÌPI DA SANCIRE
  12. XI. I PROTAGONISTI
  13. CONCLUSIONI
  14. EPILOGO
  15. APPENDICE
  16. POSTFAZIONE
  17. NOTE
  18. BIBLIOGRAFIA
  19. Indice