Winston Churchill
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La vita di Winston Churchill è durata quasi un secolo. Nato in un'illustre famiglia dell'Inghilterra vittoriana nel 1874, mentre Thomas Hardy pubblicava Via dalla pazza folla, morì nella Swinging London del 1965, pochi mesi dopo l'uscita di A Hard Day's Night dei Beatles. Sulla scena politica – dal suo ingresso in parlamento, nel 1900, al governo da lui presieduto, caduto nel 1955 – ha ricoperto quasi tutte le cariche istituzionali. Ha contribuito alla vittoria della Gran Bretagna in due guerre mondiali, è stato tra gli artefici della transizione da un ordinamento politico liberale a una democrazia compiuta, ha servito due regine e quattro re. Scrittore prolifico, nel 1953 ha ricevuto un Nobel per la letteratura.

Informazioni

Editore
Pelago
Anno
2021
eBook ISBN
9791280714930

Winston Churchill

di Vittorio H. Beonio Brocchieri

Introduzione: le troppe vite di Winston Churchill

La biografia di Winston Churchill ha qualcosa di eccessivo. La sua vita ha attraversato quasi un intero secolo, a cavallo fra Otto e Novecento. Il periodo di più rapida e violenta trasformazione della storia britannica, europea e mondiale. Nato nella severa Inghilterra vittoriana nel 1874, lo stesso anno in cui Thomas Hardy pubblicava Via dalla pazza folla, Churchill muore nella swinging London del 1965, pochi mesi dopo l’uscita di A Hard Day’s Night dei Beatles. Ma già al momento della pubblicazione della sua precoce autobiografia, My Early Life, nel 1930, Churchill è consapevole di essere espressione di un mondo ormai definitivamente tramontato. Un Mondo di ieri, per usare il titolo di Stefan Zweig, spazzato via non solo dal ciclone della Grande Guerra ma anche dalle epocali trasformazioni sociali, culturali ed economiche dei decenni immediatamente precedenti:
In quei giorni, la società inglese esisteva ancora nella sua antica forma. Era un corpo brillante e potente, con norme di condotta e metodi per imporli oggi completamente dimenticati […]. Oggi Lansdowne House e Devonshire House sono state trasformate in hotel, appartamenti e ristoranti; e Stafford House è diventato il più brutto e stupido museo del mondo […] [Dal 1924 fino a dopo la Seconda guerra mondiale è stata sede del Museo di Londra, N.d.A.]. (Churchill, My Early Life)
Eppure siamo solo nel 1930. La crisi del ’29, il nazismo, la Seconda guerra mondiale, e peggio ancora, almeno dal suo punto di vista, la fine dell’Impero britannico, dovevano ancora venire.
Delle profonde trasformazioni di questa lunga fase storica Churchill è stato non solo un osservatore partecipe, anche se non sempre simpatetico, ma anche un protagonista o almeno un attore di primo piano. Come soldato, scrittore, giornalista. E soprattutto come uomo politico. Churchill è stato presente sulla scena politica, inglese ed europea, per oltre mezzo secolo, dal suo ingresso in Parlamento, a ventisei anni nel 1900, all’ultimo governo da lui presieduto, caduto nel 1955. Per avere un termine di riferimento con le vicende italiane, la sua attività pubblica è cominciata prima dell’inizio dell’età giolittiana e si è conclusa dopo quella di Alcide De Gasperi. Primo Lord dell’Ammiragliato (ministro della Marina), cancelliere dello Scacchiere (ministro delle Finanze), ministro delle Colonie, ministro degli Armamenti, ministro della Guerra, primo ministro, Churchill ha ricoperto quasi tutte le cariche istituzionali più importanti del suo Paese, ad eccezione della più alta. Ha contribuito alla vittoria della Gran Bretagna in due guerre mondiali (il fatto è in verità più evidente nel caso della Seconda che della Prima), ha portato l’Impero britannico – il più grande impero della storia – alla sua massima estensione e poi, a malincuore, ha gestito le prime fasi della sua dissoluzione.
È stato anche uno degli artefici – lui, il rampollo di un ramo collaterale di una delle più illustri famiglie britanniche – della transizione della Gran Bretagna da un ordinamento politico liberale ancora oligarchico a una democrazia compiuta, contribuendo anche al sorgere del moderno Stato sociale. Ha servito due regine e quattro re di Gran Bretagna e Irlanda. Ha avuto come antagonisti, alleati o interlocutori, Mohammed Abdullah Hassan – il “mullah pazzo” – e il Mahatma Gandhi, Guglielmo II, Hitler e Adenauer, Nicola II e Stalin, l’imperatrice vedova Cixi e Mao Tze-tung, oltre a nove presidenti degli Stati Uniti, da Roosevelt a Eisenhower. Ha partecipato, con ruoli e responsabilità diverse, a tutte le guerre di Sua Maestà, dalle spedizioni punitive nella North-West Frontier dell’India, alla guerriglia in Malesia, risparmiandosi solo, per pochi mesi, la umiliante crisi di Suez. Nel 1953 è stato anche insignito di un premio Nobel per la letteratura. E non va dimenticato il suo contributo alla vittoria, nel 1900, del suo reggimento al torneo panindiano di polo e la sua attività di stimato pittore dilettante, attività alla quale, e non poteva essere che così, ha dedicato un libro.
Troppe vite per una sola biografia e, infatti, lui stesso ha ritenuto che già il suo primo quarto di secolo fosse meritevole di un’autobiografia, quella che abbiamo citato. Il problema si complica ulteriormente se questa biografia deve essere pensata nel contesto di una collana dedicata alla Grande Guerra. Non c’è dubbio che Churchill sia stato un protagonista – molto controverso – della Grande Guerra, ma come sappiamo his finest hour, la sua ora più bella, non è stata certo questa. Il Churchill che tutti conoscono è quello che, fin dalla metà degli anni Trenta, quando gran parte dell’establishment del suo Paese ancora minimizzava o addirittura simpatizzava, ha instancabilmente denunciato il pericolo costituito dalla Germania nazista che ha poi combattuto strenuamente per quasi sei lunghi anni, fino alla vittoria. È soprattutto a questa fase, tutto sommato breve, circa un decennio, che è legata l’aneddotica, l’iconografia, la mitologia churchilliana.
È il Churchill pugnace e un po’ gangsteristico, in gessato, con sigaro in bocca e che imbraccia minacciosamente il “Tommy Gun”. Il bulldog, in cilindro, bombetta o borsalino, che fa l’ambivalente segno della “V” con le dita, per promettere la vittoria ai suoi connazionali (o per mandare un messaggio di altro tenore a Hitler). Il Churchill che ha da offrire solo «sangue, fatica, lacrime e sudore», che promette di battersi «sulle spiagge, nei luoghi di sbarco, nei campi e nelle strade e sulle colline» e assicura che l’Inghilterra «non si arrenderà mai». Churchill stesso considerava gli anni della Seconda guerra mondiale come il momento culminante della sua vita, anzi il momento nel quale il senso della sua vita gli si era rivelato: «Mi sentii» scrisse riferendosi al momento della sua nomina a primo ministro, nel maggio del 1940 «come se stessi camminando con il destino e che tutta la mia vita passata fosse stata solo una preparazione a questa prova e a quest’ora.»
È questo il Churchill che, nel 1949, Isaiah Berlin ha definito «the largest human being of our time». Come tradurre largest? Il “più grosso”, alludendo alle dimensioni ragguardevoli di Churchill nella maturità? Evidentemente no. L’uso di questo termine ha un’ovvia sfumatura ironica, ma non credo che volesse essere sarcastico o denigratorio. Certo Berlin non ha usato greatest, che non avrebbe lasciato spazio ad ambiguità. Ma sarebbe stato troppo. Berlin non pensava che Churchill fosse “il più grande essere umano” della prima parte del Novecento, e neppure il personaggio storico più rilevante. E, in effetti, pochi gli attribuirebbero questa qualifica, nonostante, come abbiamo detto, probabilmente nessuno possa vantare un curriculum paragonabile.
Che cosa manca allora a Churchill per essere considerato la figura o una delle figure più importanti del Novecento? Probabilmente il fatto che noi tendiamo a misurare la grandezza di un personaggio storico dal suo contributo nel dare forma al futuro, nel dischiudere nuove strade. Anche se poi si rivelano binari morti o mortali. Da questo punto di vista, Churchill non è competitivo. Le sue sono state quasi sempre in fondo battaglie di retroguardia, difensive: la strenua difesa dell’Impero britannico e quella della democrazia aggredita dal totalitarismo. Per fortuna ha vinto quella giusta e perso quella sbagliata. In fondo, anche negli anni del trionfo e del massimo prestigio, Churchill è stato un anacronismo.
La vittoria sul nazismo, per la quale può vantare meriti superiori a chiunque altro, ha definitivamente consacrato la figura di Churchill, facendo scivolare nell’ombra le ambivalenze, le controversie e gli insuccessi – non infrequenti – della prima parte della sua carriera: dal disastro dei Dardanelli, sul quale ritorneremo, al discutibile ritorno al gold standard che gli valse gli strali di Keynes (Le conseguenze economiche di Mr. Churchill). Ma ha fatto dimenticare anche l’azione, spesso importantissima, di quello che potremmo chiamare il “Churchill progressivo”, gli anni della sua militanza liberale, con le riforme istituzionali e sociali di cui fu copromotore – con Lloyd George – e il suo ruolo, in un certo senso imprevedibile in un imperialista impenitente, nell’indipendenza irlandese.
Le pagine che seguono – potremmo chiamarla una “mezza biografia” – saranno invece dedicate proprio a questa “vita passata”, ovvero agli anni della giovinezza e della prima maturità di Winston Churchill e in particolare agli anni della Grande Guerra e quelli immediatamente precedenti. Leggerli come una preparazione alla sfida suprema della guerra contro il nazismo è solo un’illusione retrospettiva, ma è vero che questa prima parte della sua vita può aiutarci a capire il senso stesso che Churchill dava alla guerra contro la Germania nazista e alla sua visione del futuro della Gran Bretagna nel contesto mondiale. Ma questa sua early life, dalla nascita ai trattati di Versailles, è anche un punto di osservazione privilegiato su quattro decenni di storia e sulla società britannica e mondiale.

Blenheim

Winston Leonard Spencer Churchill avrebbe dovuto vedere la luce nella residenza dei suoi genitori, Lord Randolph Churchill e l’americana Jennie Jerome, nell’elegante quartiere di Mayfair, a Londra. Invece Jennie, a causa di una caduta accidentale, partorì con due mesi di anticipo, durante una visita alla residenza del suocero. Così Winston nacque, il 30 novembre 1874, in uno dei più fastosi palazzi di campagna dell’aristocrazia britannica, Blenheim Palace, nell’Oxfordshire, residenza di Lord John Spencer-Churchill, settimo duca di Marlborough (1822-1883).
Blenheim Palace è il capolavoro di John Vanbrugh, maestro del barocco inglese (1664-1726), un capolavoro letterario oltre che architettonico. Il nome del palazzo derivava da uno dei più gloriosi trionfi colti dalle armi britanniche durante la guerra di Successione spagnola, la battaglia appunto di Blenheim – in Baviera – combattuta il 13 agosto 1704. Artefici della vittoria erano stati i due più brillanti condottieri dell’Europa del tempo, Eugenio di Savoia e John Churchill, primo duca di Marlborough (dal 1702). Blenheim Palace (che dal luogo della battaglia prese il nome), la cui costruzione iniziò nel 1705, avrebbe dovuto essere appunto un segno tangibile di gratitudine della nazione e della regina Anna verso il duca, che nel 1706 dimostrò da parte sua ancora una volta di meritarsela, riportando una nuova, grande vittoria a Ramillies.
In una delle fasi di riflusso della sua vita politica, negli anni Trenta, Winston Churchill scrisse una biografia in quattro volumi del suo illustre antenato. Potremmo forse considerarla la sua seconda autobiografia – un’autobiografia anticipatoria – dopo My Early Life. La congiuntura europea, tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo, appariva infatti a Winston come una sorta di prefigurazione della congiuntura interna e internazionale nella quale la Gran Bretagna si era venuta a trovare nei primi decenni del Novecento. E anche una prefigurazione del destino al quale Winston si sentiva chiamato:
L’alleanza dell’Olanda e dell’Inghilterra, le due potenze marittime, ha costituito il cuore della resistenza contro la Francia […]. Grazie alle spade di Guglielmo II, di Marlborough e del principe Eugenio il potere di Luigi XIV era stato spezzato. Da questo momento in poi, l’Inghilterra, sotto la dinastia degli Hannover, accolse definitivamente i princìpi whig. Questi princìpi sintetizzano tutti gli elementi costitutivi dell’eredità della storia istituzionale inglese, dalla Magna Charta e dai tempi più remoti, traducendoli in forma moderna per quanto riguarda le relazioni dello Stato con la religione e ribadendo la subordinazione della Corona al Parlamento. (Churchill, A History of the English-Speaking Peoples)
In verità anche la resa dei conti con la Francia assolutista e “papista” del Re Sole era stata solo un episodio di un dramma in più atti, che aveva visto l’Inghilterra e poi la Gran Bretagna schierarsi a fianco dei Paesi Bassi aggrediti a difesa della libertà inglese ed europea minacciata da un dispotismo con vocazione egemonica:
Tre volte i Paesi Bassi erano stati assaliti: dalla Spagna, dalla Monarchia francese e dall’Impero francese. Tre volte, ricorrendo alla forza e alla diplomazia, la Gran Bretagna era riuscita a sgominare l’aggressore. Sempre all’inizio della lotta la forza del nemico era apparsa preponderante, sempre la lotta si era prolungata per molti anni e l’Inghilterra aveva dovuto affrontare traversie terribili. Ma alla fine la vittoria ci ha sempre arriso e l’ultima vittoria è stata la più grande di tutte perché conseguita dopo una lotta terribile e contro il più formidabile dei nemici. (Churchill, The World Crisis)
In questa prospettiva, la Prima guerra mondiale fu per Churchill il quarto episodio di una lotta che aveva già secoli di storia alle spalle e un duplice aspetto. Da una parte, la posta in gioco era la libertà all’interno del Regno, la conservazione di quella tradizione di dominium politicum, cioè di potere monarchico limitato e controbilanciato dalle istituzioni rappresentative come il Parlamento, che distingueva l’Inghilterra dalle altre monarchie europee, nelle quali il potere del re sembrava essere assoluto e incontrastato.
Il tema della difesa di queste “libertà inglesi” che affondavano le loro radici in un passato quasi abissale, oltre la Magna Charta, nelle istituzioni anglosassoni, si era intrecciato inestricabilmente, in tutti questi momenti, con quello della libertà europea. La vittoria della Invincible Armada di Filippo II, degli eserciti di Luigi XIV o della Grande Armée di Napoleone non solo avrebbe comportato l’introduzione del dispotismo, oltre che del “papismo” o, peggio ancora, del “giacobinismo” in Inghilterra, ma avrebbe anche posto fine all’esistenza del sistema di Stati indipendenti e interdipendenti tipico dell’Europa, sostituendolo con un unico impero centralizzato, militarizzato e autoritario.
Ai sudditi della regina Vittoria, negli ultimi anni del suo lunghissimo regno, nel momento in cui la potenza e il prestigio della Gran Bretagna raggiungevano il loro punto più alto,
sembrava inconcepibile che la stessa serie di terribili prove che, dai tempi della regina Elisabetta, avevamo per tre volte affrontato con successo, dovesse ripetersi una quarta volta e su scala incomparabilmente maggiore. Eppure questo è quello che è accaduto e che abbiamo dovuto vivere e vedere con i nostri occhi. (The World Crisis)
La Prima guerra mondiale viene interpretata dunque da Churchill come il quarto atto (quando scrive queste righe nel 1930 non sa ancora che si tratta solo della prima scena di questo quarto atto) di un dramma che si recita da oltre tre secoli. O, meglio, una nuova replica dello stesso dramma: «the same series of tremendous events». Beninteso, la trama è stata ritoccata e aggiornata, alcuni attori sono stati sostituiti, o recitano una parte diversa. Al posto della Francia papista o giacobina troviamo la Germania “militarista”, al posto di Luigi XIV o Napoleone è entrato in scena Guglielmo II, al posto dell’Olanda, come partner privilegiato dell’Inghilterra, troviamo la Francia – la vecchia nemica – e, soprattutto, gli Stati Uniti. Ma l’impianto narrativo rimane in sostanza lo stesso, come la morale della storia: la libertà contro il dispotismo. E poi non tutti gli attori sono cambiati. Anzi, il protagonista è sempre rimasto lo stesso: l’«isola scettrata» (dal Riccardo II, di Shakespeare), l’Inghilterra. E anche altri nomi ricorrono nei secoli. Per esempio Churchill. John aveva salvato il protestantesimo (in verità dopo aver a lungo e utilmente servito il cattolico Giacomo II), l’indipendenza stessa della Gran Bretagna da “Luigi il Babbuino”. Nove generazioni dopo il suo discendente Winston Leonard era stato chiamato allo stesso compito contro gli “unni”.
L’interpretazione che Churchill stesso diede della propria attività politica e del proprio ruolo storico era, infatti, profondamente radicata in una visione della storia in generale e della storia inglese in particolare, alla quale le vicende della sua famiglia erano strettamente intrecciate. In un certo senso egli interpretò la sua lotta contro il militarismo della Germania guglielmina prima, e la tirannide nazista poi, come un avatar del duello fra l’Inghilterra e il dispotismo di Filippo II, di Luigi XIV e infine di Napoleone.
A questo punto la nascita di Winston Leonard Spencer Churchill a Blenheim, il palazzo simbolo delle epiche imprese del primo duca di Marlborough, anziché in un’elegante ma anonima residenza di Mayfair ci appare meno casuale, anzi inevitabile. Dove altro sarebbe potuto nascere il nuovo salvatore dell’Inghilterra?

Un’infanzia «ragionevolmente felice»

John Churchill non fu l’unico Churchill che ebbe l’onore di una biografia scritta da Winston, oltre naturalmente a Winston stesso, la cui intera monumentale opera storiografica è una biografia appena déguisée (Stanley Baldwin disse, a proposito dell’opera di Churchill sulla Prima guerra mondiale: «Winston ha scritto un libro su se stesso e l’ha intitolato The World Crisis»). Nel 1906 Winston, poco più che trentenne, dedicò infatti alla figura del padre, Randolph, terzogenito del settimo duca di Marlborough, una biografia in due volumi. Probabilmente troppi per un personaggio la cui vita è stata considerata quasi universalmente un fallimento. Ma forse è proprio per questo che il figlio ha sentito il bisogno di scriverla.
D’altra parte sarebbe forse più giusto considerare la vita di Randolph come un enigma, o come una tragedia, piuttosto che un semplice fiasco. In ogni caso, la figura del padre, la sua assenza fisica e umana e la sua ombra politica, invadente e controversa, sono uno snodo fondamentale nella vita di Churchill.
Randolph era per molti aspetti un tipico Churchill, e in questo non c’era molto di cui essere compiaciuti, almeno stando all’opinione della maggioranza degli storici e dei biografi, anche quelli non pregiudizialmente ostili all’aristocrazia britannica. Nel complesso, secondo Paul Johnson, i componenti del lignaggio – a parte ovviamente il capostipite – costituivano un «unremarkable lot», un’accozzaglia di mediocrità. Dopo il primo, dunque, nessuno si distinse in qualcosa e cinque duchi su sette soffrirono di depressione patologica....

Indice dei contenuti

  1. Collana
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Indice
  5. Winston Churchill di Vittorio H. Beonio Brocchieri
  6. Fonti e bibliografia
  7. Cronologia. Inghilterra 1917-1918 di Mario Bussoni
  8. Approfondimento. Artiglieria leggera, pesante, mobile di Paolo Bonanni
  9. Piano dell'opera

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