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Pietro Badoglio
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Pietro Badoglio ebbe una vita lunga. Due guerre mondiali, due sconfitte: la prima a Caporetto, la seconda in Grecia. Una sola vittoria: in Etiopia ad Addis Abeba, nel 1936, tra violazioni alla Convenzione di Ginevra e denunce internazionali. Titubante in battaglia, fu tenace solo nel perseguire la carriera, rapida oltre ogni dire: in poco più d'un decennio (1912-1925) da maggiore a capo di Stato maggiore generale. Instancabile, collezionò medaglie, titoli, remunerazioni. Fu ambasciatore plenipotenziario a Rio de Janeiro, senatore del Regno d'Italia, maresciallo del fascismo; nel 1943, con la caduta di Mussolini, fu a capo del governo che passò alla storia per un armistizio tradito e una fuga con ignominia. Divenne così capro espiatorio delle colpe proprie e altrui.
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Historical BiographiesPietro Badoglio
Dal Monferrato alla Libia
«Metti a tua figlia il mio nome, avrà la mia fortuna.» Così avrebbe detto Pietro Badoglio a una nipote che aveva avuto una bambina. Il maresciallo d’Italia era ben consapevole di essere stato per tutta la vita un uomo fortunato; un uomo che era sempre riuscito a trovarsi nel posto giusto al momento giusto, uscendo indenne o quasi da situazioni che avevano travolto rivali o concorrenti temibili, facendo passare sotto silenzio colpe ed errori gravissimi, proponendosi in momenti cruciali come il salvatore della patria, attraversando mezzo secolo di storia da protagonista, di volta in volta ammirato e detestato, mettendo a frutto un non comune talento nel perseguire con astuzia e determinazione il proprio utile.
Una fenice ripetutamente risorta dalle proprie ceneri, che Machiavelli avrebbe potuto citare come un caso di convergenza a modo suo riuscita fra le due forze da cui dipendono le sorti degli uomini, e soprattutto di quelli che sugli altri uomini esercitano il comando: la “fortuna”, appunto, e la “virtù”, intese come la capacità di farsi strada e di imporsi assecondando, arginando e facendo giocare a proprio favore le imprevedibili contingenze della vita.
Questo genere di virtù Badoglio la possedeva in sommo grado e seppe praticarla con risultati, dal suo punto di vista, indiscutibilmente eccellenti. Ciò che non possedeva erano le virtù al plurale: né le doti professionali di cui dispongono i grandi comandanti militari, né le qualità umane e civili, ispirate a un senso profondo della cosa pubblica e del servizio comune, che contraddistinguono i grandi uomini di Stato.
I suoi orizzonti erano più limitati: il che non significa che fosse un uomo senza qualità, altrimenti non si capirebbe in che modo sia riuscito ad affermarsi, in fin dei conti, come la più rilevante personalità militare del Novecento italiano, né come abbia potuto farsi stimare e apprezzare da tanti politici di primo piano, che lo videro muoversi autorevolmente accanto a loro sul grande palcoscenico della storia in luoghi e in momenti decisivi. Per non parlare dei sentimenti di profondissima devozione che seppe suscitare nei sottoposti e che pure vanno tenuti in considerazione, se non altro perché Badoglio ci tenne sempre a presentarsi come un capo non altezzoso, orgoglioso delle proprie origini popolari.
Traccia un profilo acuto e articolato di Badoglio Angelo Gatti, il redattore del giornale storico del Comando supremo alle dipendenze di Cadorna:
Era instancabile lavoratore, e nello stesso tempo lieto e amichevole. Il suo sorriso perenne, anche fra i pericoli e i danni, chiamava irresistibilmente la fortuna. Dei colligiani del Monferrato, dai quali discende, aveva la ferrea salute, la calma, la pazienza e l’apparente bonomia, che nasconde la grande abilità di trattare a proprio vantaggio gli uomini e le cose quotidiane [...]. La sua mente era piuttosto immune da gravi difetti che dotata di grandi qualità. La parte intellettuale dell’arte gli sfuggiva. La scarsa abitudine di trattare le grandi questioni, e la breve cultura, gliela rendevano difficile e dura. L’ambizione, l’amore del mestiere, una certa ordinatezza di pensieri, l’ostinatissima volontà e la grandissima attività gli avevano fatto conoscere i più intimi congegni della macchina militare, e questo era certamente grande merito, specialmente in un esercito in cui anche i capi non erano sapienti tecnici, sviati dall’antica idea, che la parte tecnica fosse secondaria, e quasi inferiore nell’arte della guerra.
E continua:
Uomo da spezzare qualunque volontà avversa, con la forza e con l’arte. Ma la virtù che consacra i comandanti, la forza costruttiva dell’intelligenza, gli mancava. Chiedeva e sapeva ascoltare i consigli di chi lo attorniava, ma non sapeva creare. Gli faceva difetto poi, in particolar modo, la percezione della situazione. Anche dopo Caporetto, quando dalla sconfitta balzò al comando dell’esercito, i fatti si presero la cura di smentire quasi sempre beffardamente ciò che egli, in ordini o in discorsi, comandò o previde: né si deve credere che una raffinata astuzia lo spingesse ad agire così, per ingannare il nemico e i suoi. La sua sensibilità intellettuale, insomma, era piuttosto lenta e scarsa. Ottimo generale in sottordine, e nell’azione immediata, quando, costretto il suo pensiero nella ferma guida del pensiero superiore, potevano svolgersi piene le doti del suo vigoroso carattere, non era bastevole all’ufficio quando doveva o voleva egli solo concepire e comandare, da capo, l’azione. Il rapidissimo modo con cui era salito all’alto grado gli era stato piuttosto di danno che d’aiuto; esso, che è adatto ai grandi ingegni, impedisce invece ad altri di prepararsi alle nuove necessità.
Troviamo qui compendiati quasi tutti i tratti della personalità di Badoglio che emergono dal giudizio dei contemporanei e dall’analisi degli storici. Serio, quadrato, preparato, coscienzioso, attento agli aspetti concreti e operativi del mestiere; si potrebbe aggiungere poco incline alla retorica, e certamente molto lontano dalla magniloquenza allora imperante, che proprio nel clima della Grande Guerra trovava la massima espressione nel dannunzianesimo, brodo di coltura della ritualità fascista.
Nello stesso tempo, però, uomo di mentalità ristretta, incapace di pensare in grande e di dominare realmente gli eventi, Badoglio aveva saputo costruire la sua carriera, prodigiosamente rapida, grazie alla non comune capacità di coltivarsi l’appoggio dei militari e dei politici che contavano, e di sapersi mantenere in sella mentre attorno a lui mutavano vorticosamente gli scenari.
La sfrenata ambizione si accompagnava a una altrettanto insaziabile fame di riconoscimenti e di rimunerazioni materiali, che gli avrebbe permesso, nel corso di tanti anni, di mettere da parte un grosso patrimonio e di accumulare una smisurata quantità di gradi, titoli, cariche, onori, onorificenze che trovava ben pochi riscontri anche fuori dell’ambito militare.
È interessante osservare come nell’identikit tratteggiato da Gatti trovi posto l’accenno alle origini monferrine di Badoglio. La monferrinità, l’astigianità, la piemontesità erano orgogliosamente rivendicate dal maresciallo stesso, e sottolineate da agiografi e detrattori.
Gli agiografi decantavano i suoi legami di sangue con un mondo rurale, sobrio, misurato, disciplinato, fondamentalmente onesto, tenuto assieme da un alto senso del dovere, che era stato la culla della dinastia e dell’unità nazionale e continuava a fornire alle élite della nuova Italia uomini di saldo carattere e di rara e indiscussa capacità. Per i detrattori, quel mondo e quella mentalità erano invece carichi di grettezza e di provincialismo, e chi vi era nato e vi si era formato, come appunto Badoglio, portava con sé le stigmate indelebili di chi era inadeguato a misurarsi da pari a pari con le grandi sfide della modernità che avanzava ovunque, a cominciare dal mondo militare.
In quel piccolo mondo rurale nacque Pietro Badoglio il 28 settembre 1871. Il paese natale, Grazzano Monferrato, sarebbe stato chiamato Grazzano Badoglio nel 1939, ancora vivo l’illustre figlio, e tuttora conserva questo nome, a riprova dell’inossidabilità di un personaggio buono per tutte le stagioni. Allora Grazzano faceva parte della provincia di Alessandria; sarebbe entrato a far parte di quella di Asti al momento della sua istituzione, decisa dal regime nel 1935 grazie anche e soprattutto all’autorevole interessamento del maresciallo.
L’estrazione sociale era medio-alta rispetto ai parametri di un’Italia ancora immersa nella povertà e nell’analfabetismo. Il padre Mario era un coltivatore diretto, che poté comunque permettersi di fare studiare il figlio maggiore e di farlo entrare nei ranghi della piccola borghesia, lontano dai campi, assecondando le aspirazioni diffuse nel suo ceto.
L’ambiente era quello della piccola proprietà terriera del “vecchio Piemonte”, cara a Luigi Einaudi perché assicurava dignità civile e sicurezza economica e sociale. E, in effetti, fra il mondo di Einaudi e quello di Badoglio non mancavano i punti di contatto. Quasi coetanei (Badoglio era del 1871, Einaudi del 1874), uno monferrino e l’altro langarolo, entrambi nacquero e crebbero in piccole realtà contadine, entrambi si formarono in quella Torino degli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento che, dopo avere abdicato al ruolo di capitale politica e prima di assumere quello di capitale industriale, aveva continuato a essere un prestigioso centro di cultura universitaria e di addestramento alle professioni e alle carriere nella pubblica amministrazione, e in particolare nell’esercito.
Fra i due si potrebbe peraltro riscontrare un tratto comune ancor più profondo: l’uno e l’altro divennero protagonisti della storia italiana del Novecento, dalla crisi di inizio secolo alle convulsioni del primo dopoguerra, dal fascismo alla ricostruzione democratica. Entrambi, in momenti diversi e a partire da diverse collocazioni politiche e ideologiche, sarebbero stati chiamati a svolgere funzioni istituzionali di altissima responsabilità in quanto considerati, ciascuno a proprio modo, una risorsa della nazione, legittimati da una lunga e fortunata carriera al servizio del Paese e da una indiscussa notorietà internazionale.
Sta di fatto che, se nel 1888 il diciassettenne Badoglio entrava all’Accademia di Artiglieria e Genio di Torino, di lì a tre anni sarebbe toccato al diciassettenne Einaudi, figlio del ricevitore delle imposte di Carrù, iniziare gli studi universitari alla facoltà torinese di Giurisprudenza, dove si sarebbe rapidamente specializzato nelle discipline economiche, fino a diventare il maggiore economista italiano, così come il figlio del piccolo proprietario terriero (nonché sindaco) di Grazzano sarebbe diventato il più noto e autorevole esponente della casta militare.
E si potrebbe aggiungere che, sebbene − come si è detto − i due avessero sensibilità politiche e civili molto diverse, e diverse fossero le strade che avrebbero percorso, l’uno e l’altro condivisero pur sempre l’appartenenza al mondo ideale di matrice sabauda, vissuto da Badoglio in chiave gerarchica e autoritaria e da Einaudi in chiave liberale di ascendenza cavouriana.
Tutti e due, infine, erano destinati a vivere molto a lungo, e a morire quasi novantenni (Badoglio nel 1956, Einaudi nel 1961), l’uno pressoché dimenticato, l’altro universalmente onorato e compianto, ultimi testimoni, nell’Italia della democrazia e del miracolo economico, dell’Italia liberale e fascista che avevano conosciuto da protagonisti.
L’ingresso all’Accademia di Artiglieria di Torino fu dunque l’atto d’inizio della straordinaria carriera militare di Badoglio. Secondo gli agiografi, a indirizzare il ragazzo al mestiere delle armi (inizialmente si pensava di fargli studiare Medicina) sarebbe stata la volontà di arruolarsi per vendicare il monferrino Tommaso De Cristoforis, ucciso nel gennaio 1887 a Dogali, assieme ai circa cinquecento soldati di cui era alla guida, da una colonna abissina.
Sia vero o no, la strada su cui si incamminò il giovane Badoglio con il pieno consenso dei genitori era una di quelle che più consentivano di migliorare lo status sociale di una famiglia di piccoli proprietari, e che in quegli stessi anni veniva imboccata da tanti coetanei suoi futuri compagni d’arme nelle campagne d’Africa e nella guerra mondiale; fra questi, non pochi monferrini destinati a diventare suoi collaboratori, amici o rivali, da Gaetano Giardino a Ugo Cavallero a Umberto Cagni.
Il Piemonte non ancora industrializzato continuava a essere, sulla scia della tradizione militare sabauda, uno dei serbatoi più sicuri e abbondanti di ufficiali di carriera. E va detto che la vocazione militare evitò a Badoglio e ai suoi di doversi misurare con la grave crisi che la piccola conduzione agraria avrebbe conosciuto a partire dagli anni della Grande Guerra. Nel 1921 lo stesso Pietro, alla morte del fratello minore che aveva assunto la direzione dell’azienda familiare, provvide a liquidare quanto restava del patrimonio paterno, vendendo i terreni e successivamente la stessa casa di famiglia. Di quest’ultima rientrò in possesso dopo la guerra d’Etiopia, perché l’Associazione mutilati e invalidi di guerra di Casale Monferrato la ricomprò e gliene fece dono; ma Badoglio, a sua volta, la destinò a sede di un asilo infantile intitolato alla madre, riservando a sé le poche stanze nelle quali sarebbe morto durante uno dei frequentissimi soggiorni nel paese natale.
Badoglio mantenne, infatti, per tutta la vita saldissimi legami con Grazzano, con il Monferrato e il Piemonte, avvalorando il mito del generale contadino, che si trovava a suo agio con i compaesani e giocava a bocce con il parroco, il farmacista e gli altri amici d’infanzia. Per calarsi in questo clima campestre basta scorrere una biografia popolare (Il maresciallo Badoglio) data alle stampe nel 1936, al culmine della popolarità del personaggio dopo la fortunata campagna etiopica, dal poligrafo Gian Dàuli sotto lo pseudonimo di Ugo Caimpenta.
Viene intervistato il parroco, si rievocano le virtù della madre defunta, si vedono le foto di Badoglio sorridente e disteso, circondato dagli amici di tutta la vita e intento a tirare di bocce in compagnia. Un’immagine accattivante, alimentata di proposito dallo stesso maresciallo, che si compiaceva di presentarsi come uomo semplice e alla mano, vicino al popolo da cui proveniva e lontano dall’alterigia e dallo spirito di casta degli ufficiali di origine aristocratica, ancora tanto numerosi nell’esercito.
E ciò nel momento stesso in cui non perdeva occasione per chiedere e ottenere titoli, cariche, indennità e prebende di ogni genere. Grazzano era soltanto il buen retiro di un personaggio ambizioso e determinato che, sin dal primo momento, aveva abbracciato la carriera militare come una profonda vocazione, come la dimensione autentica della propria esistenza.
Dobbiamo calarci del resto, come esige ogni buona ricostruzione storica, nella mentalità, nei valori, nella realtà sociale e politica del tempo. Un’epoca profondamente diversa dall’attuale, nella quale la guerra era considerata il banco di prova di ogni nazione che fosse orgogliosa di se stessa e pronta a misurarsi con le altre in un’arena che il colonialismo aveva ormai fatto coincidere con il mondo intero.
Il pacifismo era allora pubblicamente propagandato soltanto da pochi idealisti o professato dal socialismo internazionalista, e cioè da quanto di più abominevole potessero immaginare le classi dirigenti che in tutta Europa affidavano agli eserciti il compito di difenderle e di tutelare i loro interessi non solo a danno degli Stati stranieri, ma anche nei confronti degli avversari di classe all’interno dei rispettivi Paesi.
In questo clima e con questi presupposti, maturò l’esperienza militare non solo di Pietro Badoglio, ma di tutti gli ufficiali europei che avrebbero comandato le truppe o diretto le operazioni dagli uffici di Stato maggiore durante la Prima guerra mondiale.
Dappertutto l’esercito era diventato un’istituzione sociale e politica di importanza fondamentale; dappertutto, su scala maggiore o minore a seconda delle ambizioni e delle risorse disponibili, si erano messi in piedi e si stavano incessantemente potenziando apparati militari sempre più poderosi e costosi, che traevano forza dall’alleanza con la grande industria pesante e leggera, e dall’applicazione della ricerca scientifica e tecnologica che avanzava a passi da gigante, favorita dal clima culturale caratterizzato dai trionfi dello scientismo positivista.
Non faceva eccezione un Paese povero e di recentissima unificazione come l’Italia, che proprio nella creazione di un esercito e di una flotta all’altezza delle sue ambizioni (o delle sue velleità) di grande potenza aveva investito, soprattutto a partire dagli anni Ottanta, somme ingenti e quote crescenti del bilancio dello Stato. Si calcola che fra il 1862 e il 1913 si spendessero per i dicasteri militari (Guerra e Marina) 18.237 milioni di lire, una cifra superiore a quella destinata all’insieme di tutti gli altri ministeri.
A cavallo fra Otto e Novecento la carriera militare non era ancora un ripiego sociale per giovani di modesta estrazione o provenienti da regioni disagiate che puntassero a sbarcare il lunario con uno stipendio pubblico. Continuava viceversa a essere, come era stata nei secoli dell’antico regime, la via d’accesso a una condizione privilegiata; la novità, rispetto ai tempi in cui dominava incontrastata l’aristocrazia, era data dal fatto che l’esercito era diventato uno dei canali per cui potevano passare i giovani più capaci e meritevoli provenienti dalla borghesia media e piccola, o addirittura dalle classi popolari, che aspiravano a fare un passo avanti nelle gerarchie di una società non ancora di massa e non ancora democratica e ugualitaria.
Se la inquadriamo in questi schemi, possiamo comprendere bene la strategia di autoaffermazione messa in atto da Pietro Badoglio, come da tanti altri giovani (e da tante altre famiglie), nell’Italia umbertina e giolittiana. E Badoglio aveva dalla sua notevoli qualità personali, grazie alle quali riuscì in tempi rapidi a conseguire i suoi obiettivi.
Finito il liceo ad Asti e superato il concorso di ammissione, nell’ottobre 1888 cominciò a frequentare i corsi dell’Accademia di Artiglieria e Genio. Erano le armi “dotte”, quelle che esigevano dai loro ufficiali approfondite conoscenze matematiche; e proprio in matematica eccelleva il giovane Badoglio, che scelse l’arma di artiglieria e dopo due anni conseguì il brevetto di sottotenente. Per tutta la vita si sarebbe orgogliosamente qualificato come artigliere.
Il livello dei corsi dell’Accademia era peraltro molto elevato, e molti fra i compagni di studio del futuro maresciallo si sarebbero distinti, prima e dopo la guerra mondiale, non solo per i gradi raggiunti ma anche e soprattutto per lo spirito innovativo e l’apertura culturale: basti pensare ad Angelo Pugnani, grande promotore della motorizzazione militare e capo del servizio automobilistico dell’esercito durante la guerra, o a Roberto Segre, comandante dell’artiglieria in fasi cruciali del conflitto, oltre che storico e diplomatico.
Dopo altri due anni di studio alla scuola di applicazione, sempre a Torino, nell’agosto 1892 arrivarono le spalline di tenente e la prima destinazione tra Firenze e Livorno, presso il 19° Reggimento di artiglieria da campagna. Il suo primo servizio consistette nel rendere gli onori funebri, a Livorno, a Enrico Cialdini, uno degli ultimi a morire fra i grandi generali dell’esercito sabaudo protagonisti delle campagne risorgimentali, e il fatto potrebbe essere commentato, a posteriori, come una sorta di passaggio di testimone.
L’occasione di uscire dalla routine e di mettersi in luce dando una svolta alla sua carriera arrivò, all’inizio del 1896, con la decisione di partire volontario per l’Africa. Erano gli anni convulsi a cavallo dei due secoli: il ritorno al governo di Crispi, la svolta autoritaria con la durissima repressione dei moti popolari in Lunigiana e della rivolta dei Fasci siciliani, l’uso dell’esercito per stroncare i tumulti di piazza con lo stato d’assedio, che culminerà nel ’98 con le cannonate fatte sparare sulla folla a Milano dal generale Bava Beccaris.
L’esercito italiano, mentre si rinsaldava l’alleanza con la Germania e l’Austria, veniva impiegato su un duplice fronte: all’interno, nelle operazioni antisovversive a difesa dell’ordine pubblico; in Africa ...
Indice dei contenuti
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- Frontespizio
- Copyright
- Indice
- Pietro Badoglio di Claudio Rosso
- Fonti e bibliografia
- Cronologia. Italia 1915-1916 di Mario Bussoni
- Approfondimento. Spionaggio di Flavia Fiocchi
- Piano dell'opera
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