Raymond Poincaré
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Informazioni su questo libro

Nato nel 1860, Raymond Poincaré, presidente della Repubblica francese prima, durante e dopo la guerra (1913-1920), fu un forte sostenitore dell'entrata della Francia nel conflitto (del quale attribuì la responsabilità alla Germania), sembra anche nel tentativo di ridare al suo Paese l'Alsazia-Lorena. Patriota intransigente, soprannominato "Poincaré la guerre", fu un fautore della vittoria a tutti i costi e sostenitore dell'offensiva a oltranza. Nominando Georges Clemenceau alla presidenza del Consiglio nel 1917, pur detestandolo, si assicurò l'operato di un politico energico che portò la Francia alla vittoria. Al tavolo delle trattative di pace difese strenuamente i diritti francesi, tanto da occupare la Ruhr, nel 1924. Al suo funerale, dieci anni dopo, la Francia ebbe opposte reazioni.

Informazioni

Editore
Pelago
Anno
2021
eBook ISBN
9791280714978

Raymond Poincaré

di Marco Gervasoni

Poincaré “la prudence”

Raymond Poincaré nacque a Bar-le-Duc, un piccolo centro della Lorena occidentale, il 20 agosto 1860, da Antoine, ingegnere, e da Nanine Ficatier-Gillon. Entrambi i rami familiari provenivano dalla media borghesia agiata di provincia, funzionari pubblici dal lato paterno e giudici, avvocati e uomini politici da quello materno. La famiglia del padre era laica e repubblicana moderata, mentre quella della madre profondamente cattolica e nostalgica della monarchia borbonica, un divario per nulla anomalo nella borghesia francese del XIX secolo. Come avveniva spesso, fu la madre a introdurre Raymond, da bambino, alla religione cattolica, che però egli abbondò abbastanza presto, seguendo il modello paterno. Egli nacque dunque in una famiglia non solo benestante per via ereditaria ma anche ben collocata nella gerarchia sociale del Secondo Impero, benché in Lorena il consenso nei confronti di Napoleone III fosse meno forte che altrove: in ogni caso, né da parte paterna né da parte materna, Raymond crebbe con il mito o con il culto del bonapartismo, fosse quello originario o quello di Napoleone III.
Aveva dieci anni quando, nell’agosto 1870, con l’invasione delle truppe prussiane che seguì alla dichiarazione di guerra della Francia alla Prussia, la famiglia dovette fuggire da Bar-le-Duc e trovare rifugio prima a Dieppe e poi in Belgio. Per quasi due anni la sua casa, come tutte le grandi abitazioni delle zone occupate, fu requisita per alloggiare gli ufficiali e le truppe prussiane, che lasciarono la Lorena occidentale solo nel 1873, mentre quella orientale e l’Alsazia furono annesse al nuovo Reich tedesco. Un’esperienza che Poincaré avrebbe ricordato per tutta la vita negli interventi pubblici e che certamente gli lasciò impressa l’immagine del tedesco, se non come nemico naturale, come una minaccia costante per la Francia.
Dopo il liceo a Bar-le-Duc, il giovane Poincaré fu mandato a completare la sua istruzione superiore a Parigi, dove nel 1876 si iscrisse al prestigioso liceo Louis-le-Grand. Inizialmente indeciso tra l’École normale supérieure, per compiere studi letterari da cui era attratto, e l’École polytechnique, per seguire la carriera di ingegnere del padre, decise infine di iscriversi alla facoltà di Legge della Sorbona. Furono importanti, in questi anni universitari, il rapporto con il cugino Henri Poincaré, che sarebbe diventato uno dei più grandi matematici dell’epoca contemporanea, e con il compagno di facoltà Alexandre Millerand, con cui avrebbe diviso molto della carriera politica. La politica, però, non sembrava in quel momento attrarlo, tanto che gli stessi suoi compagni di università, quasi tutti repubblicani (erano gli anni difficili della Repubblica e dei colpi di coda monarchici) lo chiamavano “la prudence lorraine” perché non riuscivano a decifrarne l’orientamento. Nel 1880 si laureò in Legge – dopo aver già conseguito l’anno precedente la laurea in Lettere – e diventò il più giovane avvocato praticante di Francia. Negli stessi mesi tutta la famiglia si trasferì nella capitale a seguito della promozione del padre. Dopo tre anni di apprendistato, Poincaré superò l’esame da avvocato e cominciò l’attività legale nel mondo degli affari, ambito in cui presto iniziò ad affermarsi.
L’interesse per la politica in lui non sembrava ancora, quasi venticinquenne, essere presente: era assai più interessato alla letteratura, giacché trovava il tempo per scrivere racconti e saggi di critica letteraria su alcuni giornali dell’epoca. Più dettato dalle circostanze che frutto di una vocazione radicata, l’incontro di Poincaré con la politica avvenne in maniera piuttosto graduale. Jules Develle, deputato della Mosa e avvocato egli stesso, amico da lungo tempo della famiglia del padre di Poincaré, una volta divenuto ministro dell’Agricoltura chiese a Raymond di diventare suo capo di gabinetto. Era schierato tra i repubblicani (si facevano chiamare “opportunisti”), sulla linea di Jules Ferry, e riconobbe in Poincaré lo stesso laico e pragmatico riformismo che caratterizzava gli opportunisti. In più, e diversamente da lui, Poincaré era un gran lavoratore e si fece subito notare nella cerchia del ministro. Le sue convinzioni politiche erano quelle di un repubblicano liberale e moderato, laico, aperto sui diritti individuali ma piuttosto conservatore sui temi sociali, favorevole al laissez-faire, del tutto ostile al socialismo o, come si chiamava allora, “collettivismo”.
Develle consigliò a Raymond di candidarsi al Consiglio generale della Mosa, potendo oltretutto contare sull’appoggio dello schieramento repubblicano per parte di padre e di quello cattolico e monarchico per parte di madre. Gli avversari più temibili di Develle e del giovane Poincaré, infatti, non erano ancora, almeno nella Mosa, i socialisti ma i cattolici monarchici, la “reazione”. Nel suo programma, del resto, il giovane Poincaré spiegava che era «nemico delle avventure e delle vane agitazioni politiche» ma che, a differenza dei monarchici e dei cattolici, era «fermamente devoto alle istituzioni repubblicane». Il 1° agosto 1886 fu eletto consigliere al primo turno, anche se con uno scarto ridotto sul candidato monarchico.
Dopo aver abbandonato il ministero, in seguito all’uscita di Develle dall’Agricoltura, Poincaré si candidò all’Assemblée nationale (Camera dei deputati) nel collegio della Mosa, in seguito alla morte di un deputato locale. Come d’abitudine, erano gli eletti locali (sindaci, consiglieri dipartimentali) a dover designare il candidato repubblicano. Benché non mancassero problemi – Poincaré era considerato troppo parigino –, la sua campagna per aggiudicarsi i sostegni del locale partito repubblicano ebbe buon esito, così come l’investitura da parte del Congresso repubblicano del dipartimento. Certo l’aiuto di Develle fu ancora una volta fondamentale, soprattutto nel far desistere gli altri candidati repubblicani. Contro Poincaré si presentarono, infatti, solo un monarchico e un radicale: il più temibile appariva il secondo, anche perché simpatizzante del generale Boulanger, allora sulla cresta dell’onda, e appoggiato a Parigi da George Clemenceau. Fu l’inizio di una lunga rivalità tra Poincaré e Clemenceau, quella tra il futuro presidente della Repubblica e colui che fu chiamato “il Tigre”.
Il programma di Poincaré in politica interna prevedeva la lotta al deficit di bilancio, mentre in politica estera egli aveva assunto una posizione prudente, diversamente dai radicali proboulangisti nettamente antitedeschi e revanscisti. Il collegio elettorale della Mosa era composto in buona parte da contadini proprietari e da operai rurali, che erano poi gli elettori dei repubblicani e dei radicali (mentre i nobili e gli altoborghesi, comunque non numerosissimi, stavano con i monarchici), e a loro Poincaré, «poco capace di sorridere», come scrisse un giornale dell’epoca, si rivolse in modo serio, niente affatto demagogico. Senza sorprese fu eletto il 31 luglio 1887 con 34 mila voti contro i 3000 del suo concorrente radicale, diventando così il più giovane deputato dell’Assemblée nationale.
Durante i primi anni non intervenne molto alla Camera, come del resto era normale per gli esordienti. Seguace degli opportunisti, votò sempre disciplinatamente con i repubblicani ministeriali, in particolare in quel momento contro il generale Boulanger. Proprio i boulangisti stavano prendendo piede nel suo collegio, e quando, nel 1889, si svolsero le elezioni per il rinnovo della Camera, Poincaré ebbe qualche difficoltà, nonostante il ministro dell’Interno avesse diviso le circoscrizioni elettorali in modo da sfavorire il movimento boulangista. Fu assegnato a Poincaré il collegio di Commercy, di circa 75 mila abitanti, costituito di piccole città che non superavano i 10 mila abitanti (tra cui il borgo natale di Giovanna d’Arco), le cui principali attività erano agricole, ma dove avevano un certo peso le numerose guarnigioni militari presenti. Anche qui contadini, artigiani, operai rurali, piccoli funzionari pubblici erano gli elettori naturali dei repubblicani, mentre i grandi borghesi e gli aristocratici erano pochi. Ma il pericolo, per Poincaré, veniva dal clero e dai clericali. Per quanto egli non si fosse mai distinto per anticlericalismo, era diventato subito l’obiettivo polemico dei cattolici. Il boulangismo, pur indebolito dalla recente fuga del generale Boulanger, era ancora forte, tanto che si formò un’alleanza tra estrema destra ed estrema sinistra, tra clericali e boulangisti contro Poincaré, «uomo della borghesia giudeo-massonica», agente degli ebrei, secondo la retorica antisemita diffusa tanto tra i cattolici quanto nell’estrema sinistra che si riconosceva in Boulanger. Al ballottaggio Poincaré si trovò contro il candidato di destra, appoggiato anche dai boulangisti, ma ebbe la meglio. A trent’anni aveva vinto la sua prima, vera, battaglia politica, aveva acquisito credito e costruito il consenso nella propria circoscrizione.
Questa volta, a legislatura appena iniziata, era intenzionato a lasciare il segno a Palais Bourbon (sede della Camera dei deputati) e prese a occuparsi di una materia arida, il bilancio, che dava poca visibilità, ma rispetto alla quale pensava di saper mostrare le sue capacità. Su questo argomento tenne il suo primo discorso alla Camera il 24 ottobre 1890, talmente brillante che egli venne subito eletto relatore generale del bilancio, una carica rinnovata annualmente, che lo fece uscire dalla condizione di anonimo deputato e gli permise di entrare in contatto con i ministri e i grandi funzionari. Si dedicò soprattutto al controllo e alla “lotta agli sprechi” e avversò i primi timidi tentativi di riforma fiscale e di introduzione di una tassazione progressiva sui redditi, proposta dai radicali: per Poincaré si trattava di «inquisizione fiscale» e di intrusione dello Stato nei patrimoni degli individui. Diventò così il beniamino dei possidenti e degli industriali che sostenevano il “partito opportunista”, ma si fece notare anche dal presidente della Repubblica, Marie François Sadi Carnot. Quando, in seguito a uno scontro con il Senato, Poincaré dovette dimettersi da relatore, nessuno dubitò che gli sarebbe stato offerto un ruolo da ministro.
Alla fine del 1892 il mondo politico francese era sconvolto dallo “scandalo di Panama”, che aveva colpito ministri importanti, e perciò gli “opportunisti” erano alla ricerca di “uomini nuovi”, giovani e soprattutto moralmente irreprensibili. Si fece carico di questa esigenza proprio il presidente Carnot, incaricando alla presidenza del Consiglio un giovane ex ministro, Charles Dupuy, nell’aprile 1893. Poincaré, che aveva appena passato i trent’anni, divenne ministro dell’Istruzione pubblica e delle Belle Arti. Ritrovò così il suo mentore, Develle, che deteneva il portafoglio degli Esteri. Si dedicò al suo nuovo incarico, così diverso da quello precedente, con serietà, rigore e spirito di dedizione: si concentrò subito sullo studio dei dossier e si circondò di collaboratori prestigiosi. Prestò molta attenzione ai beni culturali, come si direbbe oggi, e in generale al mondo delle lettere e della cultura, partecipando alle prime dell’Opéra, ai premi e alle manifestazioni, tracciando gli elogi funebri di personalità appena scomparse, come Louis Pasteur, gli storici Numa Fustel de Coulanges e Ernest Renan, assegnando premi come la Legione d’Onore a Edmond de Goncourt e ad Anatole France. Riguardo all’Istruzione, cercò un approccio laico e repubblicano ma in buoni rapporti con la Chiesa cattolica, dialogando con i vescovi favorevoli al recente ralliement proposto dal papa Leone XIII. Un punto d’incontro fu la figura, e potremmo dire il mito, di Giovanna d’Arco, caro ai cattolici ma anche, per certi aspetti, ai repubblicani laici, in quanto archetipo di eroina nazionale: fu in tal senso che la presentò Poincaré. Da ministro affrontò le elezioni per il rinnovo della Camera, nel 1893: fu rieletto nel suo collegio con il 95 per cento dei voti.
La prima esperienza ministeriale di Poincaré si chiuse dopo soli sei mesi, come del resto era normale nella Terza Repubblica, nell’ambito della quale di rado i governi superavano un anno di vita. Il successore di Dupuy, Jean Casimir-Perier, pur stimando Poincaré, non lo confermò ministro; ma quando, nell’aprile 1894, caduto il governo Casimir-Perier alla Camera, ritornò Dupuy, su suggerimento del presidente della Repubblica Carnot gli fu offerto il dicastero delle Finanze. Carnot, grande estimatore di Poincaré, fu però assassinato pochi mesi dopo dall’anarchico italiano Sante Caserio. Si dovettero quindi riunire Camera e Senato a Versailles per eleggere il nuovo presidente della Repubblica; Poincaré non svolse un ruolo particolare, ma votò per il candidato più quotato: l’ex presidente della Camera ed ex presidente del Consiglio Casimir-Perier. Da ministro delle Finanze, frenò in maniera decisa i progetti per l’introduzione di un’imposta sul reddito, sostenuta anche dai radicali più moderati come Léon Bourgeois e Paul Doumer, e la proposta non passò solo per pochi voti. Come ministro poi, dovette predisporre il bilancio del 1895, combattendo contro migliaia di emendamenti.
Ma la Repubblica stava per essere sconquassata da un’altra crisi istituzionale: lo scontro durissimo tra il presidente del Consiglio Dupuy e quello della Repubblica Casimir-Perier, che si dimise accusando il Parlamento di essersi impossessato dei poteri che la Costituzione assegnava al presidente, dimissioni cui seguirono a ruota quelle del governo. Tenutosi al di fuori del conflitto, alle elezioni presidenziali Poincaré votò per il candidato dei repubblicani “opportunisti”, lo sconosciuto Félix Faure, che appena eletto nominò Alexandre Ribot presidente del Consiglio. Poincaré perse le Finanze, che restarono a Ribot, ma ritornò all’Istruzione pubblica, impegnandosi per il rafforzamento della scuola laica e repubblicana. Quando, caduto anche Ribot, divenne presidente del Consiglio il radicale Léon Bourgeois, alla fine del 1895, Poincaré preferì non entrare a far parte di un governo che si riprometteva di introdurre l’imposta progressiva sui redditi, e si ritrovò semplice deputato.
A trentacinque anni era il leader naturale della giovane generazione dei repubblicani, mentre era diventato la bestia nera dei bonapartisti e dei cattolici; questi ultimi, nonostante le aperture manifestate da Poincaré, lo avversarono perché da ministro dell’Istruzione aveva promosso la scuola laica e repubblicana. Passò quindi all’opposizione al governo Bourgeois, e aderì al nuovo gruppo dei “repubblicani progressisti”, come si chiamavano ora gli “opportunisti”, guidati da Jules Méline. Questa volta la Camera approvò la riforma fiscale, che fu però bloccata dal Senato, provocando la caduta del governo Bourgeois. Quando Méline prese il posto di Bourgeois, parve ovvio che Poincaré ritornasse alle Finanze, ma egli rifiutò, come rifiutò qualsiasi altro incarico ministeriale.
Non ne è chiara la ragione. Certo, era tornato a dedicarsi in maniera quasi esclusiva all’attività forense, tanto da essere spesso assente alla Camera, e pensò persino di abbandonare la politica. Non apprezzava, infatti, della politica di Méline, che pure era il capo del suo stesso “partito”, il suo andare alla ricerca dei voti di deputati conservatori e cattolici: un gesto che secondo Poincaré rischiava di dividere i repubblicani e mettere in pericolo la Repubblica. Al tempo stesso Poincaré cominciò a criticare la tendenza della Camera «ad assorbire tutti i poteri, legislativo, esecutivo, giudiziario», dando spesso uno spettacolo di «tumultuosa impotenza»; bisognava invece «ristabilire un confine ben preciso tra l’ambito della deliberazione, propria del parlamento, e quello dell’esecutivo, proprio del governo». Una denuncia che stigmatizzava mali già piuttosto antichi della pur giovane repubblica, e che però era rischiosa perché tutti coloro che l’avevano sostenuta erano stati bollati come antirepubblicani e bonapartisti: in fondo Boulanger, che aveva impostato tutto il suo progetto politico sulla revisione costituzionale, era un “affare” di pochi anni prima. Poincaré “la prudence” non si spinse però fin lì e si limitò a proporre la riforma dei regolamenti della Camera.
Nella dialettica politica del tempo schierarsi a favore di una riforma delle istituzioni rischiava, infatti, di avvicinare Poincaré alla destra, mentre egli voleva restare, lui e tutti i “poincaristi” della Mosa, suo feudo elettorale, nel campo laico e repubblicano che allora era la sinistra (per la precisione, era il centre-gauche il settore di appartenenza di Poincaré). Un’appartenenza che aveva solide radici sociali. Così come i contadini cattolici dell’Ovest eleggevano in Parlamento i grandi proprietari terrieri, tendenzialmente monarchici e clericali (ed era la destra), l’elettorato popolare della Mosa, composto di contadini, artigiani, commercianti e operai, votava Poincaré e quelli come lui, borghesi ma repubblicani, laici e aperti, in maniera più o meno moderata (e certo Poincaré non era un avventurista), al “progresso” e alla “riforma”. E questa era allora la sinistra, che andava dai repubblicani progressisti (i più moderati) fino ai radicali, con la propaggine di pochi (per il momento) deputati socialisti.
Poincaré usava spesso nei suoi interventi pubblici il termine «riforma», che per lui voleva dire realizzare, in forme praticabili e graduali, i valori del 1789, libertà, eguaglianza, fraternità, così come enunciato in un discorso a Commercy del luglio 1896: «Sovranità della società civile, libertà inviolabile della coscienza, rispetto della proprietà privata, eguaglianza di tutti davanti alla legge, ripartizione delle imposte secondo le facoltà dei contribuenti, fraternità attiva e solidarietà efficace». La polemica di Poincaré fu sempre durissima contro le avventure giacobine dei radicali e peggio ancora verso il collettivismo dei socialisti, marxisti e non marxisti. Altrettanto duro fu sempre contro la «reazione», contro qualsiasi tentativo di tornare all’ancien régime o al bonapartismo, sia quello originale sia quello del Secondo Impero. Tutti regimi che avevano schiacciato la libertà, come rischiavano di fare i regimi collettivisti (una previsione che poi, come Poincaré avrebbe potuto constatare in età più avanzata, si sarebbe realizzata nella Russia bolscevica). Per lui, la laicità era un altro valore da sostenere, assieme alla patria, da difendere con un esercito di popolo, efficace, guidato democraticamente e organizzato secondo il rispetto della libertà, ma nella convinzione della sacralità della sua missione. L’esercito permetteva che la Francia fosse pacifica e rispettata in Europa, dunque doveva essere forte ed efficiente. Ma Poincaré non fu mai un revanchard, non auspicò né pubblicamente né privatamente una guerra contro la Germania per riconquistare l’Alsazia e la Lorena, come sostenuto dai boulangisti, dai nazionalisti, dai monarchici.
Con queste idee, Poincaré andò incontro, lui come tutti i francesi, all’evento che più segnò gli anni successivi della Repubblica, l’affaire Dreyfus. Inizialmente la classe politica, soprattutto quella di governo, cercò di non entrare nella questione. Del resto le elezioni del maggio 1898, già in pieno affaire, si erano concluse con una vittoria dei repubblicani “progressisti”, pur con la crescita di radicali e di socialisti. Il governo Méline durava da due anni, quasi un record, e Poincaré era stato facilmente rieletto al primo turno. Però i candidati nazionalisti, che sfruttavano l’ostilità alla riapertura del processo a Dreyfus, misero in difficoltà alcuni compagni di Poincaré, tra cui lo stesso Develle, che mancò la rielezione. L’evento colpì molto Poincaré, che ancora una volta fu tentato di ritirarsi dalla vita politica. Ebbe modo di ripensarci e si candidò, senza successo, alla presidenza della Camera, per lasciare però il passo all’amico Paul Deschanel. Il governo Méline, per diverse ragioni, era in una fase di debolezza estrema e il presidente del Consiglio sperò di imprimere una svolta dichiarandosi dalla parte degli antidreyfusardi, il che però accentuò la crisi. Molti, a cominciare dal presidente Faure, premevano su Poincaré perché sostituisse Méline ma egli rifiutò, costringendo il capo dello Stato a incaricare il radicale Henri Brisson, il quale dette vita a un governo più orientato a sinistra, che lasciò fuori lo stesso Poincaré. Brisson, che sulle prime non riaprì la revisione del processo Dreyfus, fu costretto a prendere posizione a seguito del caso del colonnello Henry che, prima di suicidarsi, confessò di aver prodotto false prove a carico di Dreyfus. La tardiva dichiarazione di Brisson a favore della revisione non salvò il suo governo dalla caduta. Il suo successore, Dupuy, propose a Poincaré il ministero della Guerra o quello dell’Interno, entrambi molto compromessi dalla vicenda. Ancora una volta Poincaré si tirò indietro e fu solo il 28 novembre 1898 che intervenne alla Camera dichiarandosi a favore della revisione del processo e denunciando «gli abusi intollerabili commessi in certi uffici del ministero della Guerra». Testimoniò, inoltre, come ministro allora in carica alla revisione del processo e confessò che forse l’intero governo era stato «vittima di una mistificazione». Ormai Poincaré era passato nel campo dreyfusardo, guadagnandosi gli insulti dei violenti giornali antidreyfusardi (e antisemiti). E, tuttavia, i dreyfusardi più convinti non apprezzavano il suo equilibrio e l’essersi schierato relativamente tardi dalla loro parte, fatto che giudicavano un segno di opportunismo.
Ancora una volta, per...

Indice dei contenuti

  1. Collana
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Indice
  5. Raymond Poincaré di Marco Gervasoni
  6. Fonti e bibliografia
  7. Cronologia. Francia 1916-1917 di Mario Bussoni
  8. Approfondimento. Il fronte franco-tedesco di Paolo Bonanni
  9. Piano dell'opera

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