Luigi Cadorna
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Luigi Cadorna

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Informazioni su questo libro

Uomo deciso e tenace sino alla testardaggine, puntiglioso e impulsivo, soggetto a impuntature, aduso a troppo ottimismo e all'estrema fiducia in se stesso, animato da una passione veemente che il più delle volte rasenta il fanatismo, il generalissimo Luigi Cadorna vivrà la Grande Guerra come avulso dalla realtà e come un "fatto personale", quasi una sfida, ritenendo che guidare il Regio Esercito con il pugno di ferro fosse sufficiente per ottenere la vittoria finale. Senza mai prendere in considerazione, come ha fatto notare qualche studioso, che «la corda troppo tirata, finisce inevitabilmente, prima o poi, con lo spezzarsi». Privo di familiarità con ufficiali e soldati, da lui accusati di viltà e ignominia, fu protagonista della più cocente sconfitta italiana.

Informazioni

Editore
Pelago
Anno
2021
eBook ISBN
9791280714916

Luigi Cadorna

di Claudio Rosso e Mario Bussoni
Nato per il comando
Luigi Cadorna nasce a Pallanza, sul lago Maggiore, il 4 settembre 1850, da una nobile casata. Battezzato nella parrocchia di San Leonardo, gli sono imposti i nomi di Luigi, Giovanni, Antonio, Carlo e Giuseppe. Suo nonno, del quale porta il nome di battesimo, era un ufficiale dell’esercito sabaudo. Un fanatico conservatore che, al sopraggiungere delle truppe napoleoniche, si era dimesso, per poi rientrare nelle fila dopo che l’imperatore Napoleone I Bonaparte era stato relegato a Sant’Elena. Il padre del futuro generalissimo, Raffaele, era invece stato allontanato dall’Accademia militare di Torino «per riottosità», per poi esservi riammesso.
Irrequieto e dal carattere spigoloso (quello che poi erediterà il figlio), nel 1855 e con il grado di maggiore, Raffaele Cadorna aveva partecipato alla disgraziata campagna di Crimea, prendendo parte a quella che in seguito sarebbe stata glorificata come la (inconsistente) battaglia della Cernaia. Nel 1861 era poi salpato per l’Algeria, per inquadrarsi nelle forze francesi in una spedizione punitiva contro i ribelli della Kabilia, meritando così la Legion d’onore. Rientrato nei ranghi militari italiani, Cadorna padre si era infine seduto tra i banchi della Camera.
Il 1° settembre l’imperatore di Francia Napoleone III era stato duramente sconfitto a Sedan dai prussiani, cadendo prigioniero. A Parigi era stata proclamata la Repubblica. Lo Stato pontificio aveva perso così il proprio protettore. Il 5 settembre il governo italiano e il re Vittorio Emanuele II avevano pertanto deciso che era giunto il momento di «risolvere la questione romana». Con la solita ambiguità, il ministro degli Esteri sabaudo Emilio Visconti Venosta aveva tentato in ogni maniera di provocare un’insurrezione a Roma, affinché «le operazioni militari possano assumere il carattere di liberazione e non di occupazione». Ma il progetto, a causa del popolo che non ne aveva voluto sapere, era miseramente fallito, come era fallito il tentativo di corrompere il papa con una “tangente”. Le truppe, agli ordini del generale Cadorna padre, avevano allora varcato i confini dello Stato della Chiesa. Per poi attestarsi, il 12 settembre, alle porte della città (50 mila uomini contro 15 mila). Il generale Hermann Kanzler, proministro alle Armi e comandante generale dell’esercito pontificio, aveva risposto a una sorta di intimazione alla resa dicendosi risoluto a opporre resistenza, «secondo quanto mi impongono l’onore e il dovere».
Il 20 settembre, alle ore 5.15, l’artiglieria sabauda aveva quindi sparato le prime bordate contro Porta Pia, barriera dei Tre Archi e Porta Maggiore. Si era così compiuta quella che papa Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti) avrebbe definito «gran sacrilegio e la più grande ingiustizia [...] [commessi, N.d.A.] da un re cattolico senza provocazione». Il fuoco delle artiglierie si era quindi concentrato su Porta Pia. Nella breccia aperta si erano gettati i bersaglieri, accolti da una nutrita fucileria. Alle ore 9.30 i difensori avevano però innalzato la bandiera bianca: la loro resistenza era stata, così come aveva ordinato papa Pio IX, simbolica. Alle ore 10.30 i combattimenti erano cessati ovunque.
Il bilancio della presa di Roma era stato: 56 morti e 41 feriti tra le forze sabaude e rispettivamente 20 e 49 tra quelle pontificie. Davanti all’irrompere delle truppe del generale Cadorna padre era cessato il potere temporale della Chiesa cattolica, apostolica, romana: Roma era diventata la capitale del Regno d’Italia. Si era, tuttavia, aperta un’epoca di profondi contrasti e di lacerazioni spirituali. Un attrito che si sarebbe concluso quando il Paese avrebbe raggiunto, più che una conciliazione giuridica (Patti lateranensi), una conciliazione delle coscienze. Il 2 ottobre un plebiscito (truccato) aveva quindi sancito l’annessione di Roma e del Lazio al Regno d’Italia, con 138.681 sì e 1507 no. Papa Pio IX avrebbe continuato, a lungo, a definire l’occupazione di Roma «ingiusta, violenta, nulla e invalida». In seguito Cadorna padre, diventato senatore (1871), avrebbe continuato come sempre a dedicare ben poco tempo alla famiglia e soprattutto al figlio Luigi.
Ciononostante, sin da giovanissimo quest’ultimo era cresciuto nel mito paterno e secondo i rigidi e inflessibili princìpi e dettami impostigli. E, dopo la conquista di Roma da parte del genitore e una volta adulto, insisterà nel considerare l’impresa del padre − tutto sommato a senso unico e dall’esito scontato in partenza − come un evento di rilevanza storica (e su questo si può anche dargli ragione), ma anche a guisa di una grande battaglia (che però non c’era stata).
Il futuro generalissimo vive la sua prima infanzia tra Pallanza, Novara e Quassa, quest’ultima località prediletta come villeggiatura dalla madre, la contessa Clementina Zoppi. La quale, dopo avere messo al mondo un secondo figlio, morto pochi giorni dopo la nascita, nel 1854 dà alla luce Maria, che diventerà l’inseparabile compagna dei giochi all’aria aperta del futuro comandante del Regio Esercito.
Cadorna padre, pur non mostrando mai nei confronti del figlio un trasporto affettivo, tenta di educarlo “militarmente” e lo tempra a una durissima disciplina. Ossia a quel rigore assoluto e assurdo che lui stesso aveva provato, da ragazzo, sulla propria pelle, quando la sua educazione era stata affidata a un inflessile e bigotto sacerdote che, a quanto riporta Gianni Rocca nel libro Cadorna, era «tanto rigido di precetti cristiani quanto di punizioni, la più consueta delle quali consisteva in lunghe ore di genuflessione e a tracciare con la lingua dei segni di croce sul pavimento». Di conseguenza, il carattere di Cadorna figlio si ritrova marchiato dalle esperienze negative del padre.
Egli si dimostra «fondamentalmente timido» (come del resto riconoscerà), scontroso, chiuso, introverso, tenace, inflessibile anche con se stesso, allergico a ogni osservazione, suggerimento o critica, convinto di avere sempre ragione, ma sensibile ai complimenti (e, purtroppo, all’adulazione), che saranno la costante di tutta la sua vita. Nel 1860 entra nel Regio Collegio militare di Milano, dove il freddo invernale lo tempra, così affermerà, e lo rende «immune da influenze e raffreddori». Nel 1865 è quindi cadetto della Regia Accademia militare di Torino, dalla quale esce tre anni dopo e primo in classifica con il grado di sottotenente, per poi essere destinato al corpo di Stato maggiore.
Intervallando servizi in un reggimento di fanteria e in uno di artiglieria, Cadorna figlio frequenta quindi la scuola di guerra. Infine, conseguito il grado di tenente, è dislocato presso il comando della Divisione militare di Firenze, comandata dal padre. Ma quest’ultimo non lo vuole con sé nell’operazione che lo condurrà alla conquista di Roma. E, fortunatamente, non lo chiama neppure a reprimere i moti di piazza in Sicilia e in Emilia, una prerogativa, quest’ultima, che Casa Savoia è solita attribuire ai militari. Cadorna, raggiunto il grado di capitano nel 1875, per incarico dello Stato maggiore si reca in gran segreto e sotto le vesti di un grossista di legname in territorio austro-ungarico, nel Carso. E lo percorre in lungo e largo a piedi, per eseguire studi e tracciare rilievi topografici e tattici. Per un fortuito caso della vita, appena oltre il confine svolge il medesimo incarico, per conto dell’Austria-Ungheria, il suo grande avversario di domani: il feldmaresciallo Franz Conrad von Hötzendorf.
Nello stesso tempo, Cadorna monta il suo rancore soprattutto nei confronti del re Vittorio Emanuele III, che ritiene ingrato e irriconoscente nei confronti del padre, al quale pensa che debba essere perlomeno dedicato un monumento. L’ostilità, pur tenuta dentro, aumenterà quando scoprirà che il genitore viene a conoscenza dalla stampa di essere stato collocato a riposo. «Da quel giorno, mi sono preparato a ricevere una ricompensa eguale» confiderà, più tardi, profetico e con amarezza. Né basterà a lenire questa delusione il fatto che, nel 1875, il sovrano riconoscerà al padre il titolo di conte, trasmissibile alla discendenza maschile. Per poi assegnargli, nel 1895, il Collare dell’Annunziata, che lo renderà cugino del sovrano.
Nel 1881 Cadorna figlio è capitano di Stato maggiore e sposa la marchesina Maria Giovanna Balbi, dalla quale avrà quattro figli: Maria, Clementina, Carla e Raffaele. Nel 1883, promosso maggiore, si trova inquadrato nel 62° Fanteria, dove si dedica all’addestramento secondo il cosiddetto “sistema Pianell-Baldissera”: ordini perentori e interminabili ore di massacranti esercitazioni. Quindi passa a fare parte dello Stato maggiore del corpo d’armata di Verona, comandato dal generale Salvatore Pianell e, infine, è nominato capo di Stato maggiore del comando di Divisione militare di Verona. Il generale Pianell era stato ministro della Guerra del Regno delle Due Sicilie. Dopo che le camicie rosse avevano oltrepassato lo Stretto, si era attivato per inondare tutti i comandi sottoposti di telegrammi, nei quali aveva assicurato che si sarebbe mosso con poderosi rinforzi per difendere la Calabria. Tuttavia, non si era mai deciso a compiere tale passo. Subito dopo, insieme alla moglie, si era rifugiato in Francia, previo accordo con il «voltagabbana per eccellenza», ossia con il ministro dell’Interno borbonico Liborio Romano e con emissari del Regno di Sardegna del conte Camillo Benso di Cavour. Infine, il generale Pianell era riapparso a Torino, per ricevere come premio per il proprio tradimento il medesimo grado nell’esercito sabaudo.
Nel 1892 Cadorna è promosso colonnello e destinato al comando del 10° Reggimento bersaglieri, prima a Cremona e poi a Napoli. E si mette subito in luce per uno spropositato numero di punizioni comminate, per le quali riceve anche un richiamo scritto. Nel 1896 approda poi al corpo d’armata di Firenze e quindi è capo di Stato maggiore dei generali Roberto Morra di Lavriano, Nicola Heusch e Antonio Baldissera. Due anni dopo, con il grado di maggior generale ottiene il comando della brigata “Pistoia”, prima ad Alessandria e poi all’Aquila. In seguito si rende libero il posto di ispettore degli alpini, ma nella corsa all’incarico è superato dal generale Heusch. Ambisce allora al comando della scuola di guerra, ma gli viene preferito il generale Luigi Zuccari. Nella mente di Cadorna, come già in occasione delle delusioni subite dal padre, si fa a questo punto ancora più strada la convinzione di essere vittima di un complotto, la quasi certezza che tutti ce l’abbiano con lui e che, di conseguenza, egli stesso debba rimanere sempre con gli occhi ben aperti e non fidarsi mai di nessuno. Si sfoga così pubblicando un libretto, Norme di combattimento della fanteria, nel quale intende fare leva sulla «disciplina delle intelligenze». Ciò costituirà la base del famigerato “Libretto rosso”: Attacco frontale e ammaestramento tattico che, superato e incongruente, avrà tragiche conseguenze su tutto lo svolgimento della Grande Guerra.
In quello stesso periodo, il futuro generalissimo entra in conflitto (questa volta a ragione) con il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti sull’eccessivo impiego delle truppe nel servizio di pubblica sicurezza. Ne nascerà un’ostilità permanente, acuita da parte di Cadorna al momento dell’entrata in guerra del Regno d’Italia contro l’Austria-Ungheria.
Nel 1910, dopo essere stato alle dipendenze del generale Emanuele Filiberto duca d’Aosta, Cadorna passa al comando del corpo d’armata di Genova e studia piani per la difesa sul fronte occidentale. Il 25 febbraio 1911 è quindi designato comandante del corpo d’armata destinato a operare in Albania. Il suo rapporto al capo di Stato maggiore generale Alberto Pollio (che in precedenza gli aveva stroncato il libretto Norme di combattimento della fanteria), pur condiviso nell’analisi globale che «una forza destinata ad assicurare l’esecuzione di uno sbarco deve poi assicurare la costituzione della base di successive operazioni», riceve la critica che la mobilitazione e qualsiasi altro passo si sarebbero delineati solo in relazione alla soluzione politica che si sarebbe venuta a creare dopo lo sbarco.
Poco tempo dopo, Cadorna è designato al comando della II Armata. In quello stesso anno 1911 si tengono, in Monferrato, le famose “grandi manovre”, alle quali il Regio Esercito, da sempre, attribuiva un’abnorme importanza, soprattutto in ragione degli avanzamenti di grado dei vari ufficiali. Cadorna comanda la formazione Azzurra, opposta a quella Rossa del generale Carlo Caneva. Quest’ultima ottiene però la supremazia. Ciononostante, Cadorna riesce a crearsi una certa fama d’uomo tutto d’un pezzo, pur se (di norma) i perdenti si trovano con la carriera pressoché stroncata. Per il momento, dunque, il generale Caneva si aggiudica il comando del corpo di spedizione, inviato in Libia. Già da ora il futuro protagonista della Grande Guerra si mostra inflessibile, puntiglioso, tenace, taciturno, il volto impassibile, il piglio di chi ambisce a comandare da solo e soprattutto intende essere obbedito alla lettera.
La carriera di Cadorna, pur se non secondo i propri desiderata − poiché egli ritiene di essere il più capace di tutti −, è relativamente facile e priva di seri ostacoli. Ma fa di lui un “militare da scrivania”. Gli manca infatti l’esperienza, il contatto e la familiarità con i quadri medi e bassi, essendosi dedicato solamente per tempi brevissimi alla vita di un reparto attivo. Né ha mai partecipato a una battaglia e meno che meno a una guerra, a cominciare da quelle coloniali. Scrive il generale Rodolfo Corselli nel documentatissimo libro Cadorna, pubblicato negli anni Trenta: «Aveva idee nitide, chiare, scolpite nel bronzo, ma appunto per questo talora troppo rigide e non tutti i capi minori in esse convenivano».
Tuttavia, il futuro generalissimo si distingue soprattutto per la sua «infrangibile severità», secondo l’esempio del generale Pianell. Ossia facendo esonerare parecchi ufficiali, allo scopo − ritiene con assolutezza − di «ben selezionare e ringiovanire i Quadri». Un’idea, quest’ultima, che diventerà un’ossessione in seguito, per tutto il periodo durante il quale rimarrà capo supremo del Regio Esercito nel corso della Grande Guerra. Comunque, notevole è anche la sua capacità di stringere rapporti importanti (ma mai di amicizia) con alcuni politici e soprattutto con giornalisti schierati dalla sua parte. Tant’è che già si inizia a parlare di Cadorna come di «soldato di razza e di elezione» e di «uomo nato per il comando».

Capo di Stato maggiore il giorno prima della guerra

Il 1° luglio 1914, tre giorni dopo l’attentato di Sarajevo, muore ufficialmente d’infarto all’Hôtel Turin Palace di Torino il capo di Stato maggiore, sessantaduenne, Alberto Pollio. Il quale, il 1° luglio 1908, era stato preferito al futuro generalissimo dal presidente del Consiglio Giovanni Giolitti che, nell’occasione, aveva sottolineato: «Ho scelto Pollio che non conosco perché Cadorna lo conosco», senza aggiungere altro. In realtà, Cadorna, che teneva moltissimo a questo incarico ed era arciconvinto di averne più diritto di altri, attraverso cauti sondaggi condotti dal generale Ugo Brusati, aiutante di campo del re Vittorio Emanuele III, aveva commesso un’ingenuità (o errore di presunzione) imperdonabile: aveva, infatti, sostenuto che, una volta nominato, avrebbe insistito per ottenere i pieni poteri sulle forze armate sia in tempo di pace sia in tempo di guerra, lasciando al sovrano la sola «responsabilità formale», ma riservandosi il diritto di nominare e silurare gli ufficiali di qualsiasi grado.
L’introverso futuro generalissimo aveva, comunque, preso a male quella bocciatura in certo qual modo autoprovocata. E, credendosi ancora di più perseguitato, aveva attribuito il tutto a una congiura ordita nei suoi confronti e al fatto che il “rivale” (il generale Pollio) aveva sposato una donna ebrea. «Ho sempre preveduto che non sarei stato prescelto […]. Giolitti vuole ovunque degli uomini a lui ligi […] vedo chiaro lo zampino della massoneria» si lamenterà in seguito. In realtà, come riportano Giovanni Fasanella e Antonella Grippo nel libro Intrighi d’Italia, il generale Pollio fu ucciso e le vere cause della sua morte misteriosa sarebbero state occultate sino a tempi recentissimi. Il capo di Stato maggiore, già addetto militare a Vienna, era sempre stato dalla parte della Triplice Alleanza. Inoltre, aveva sposato la baronessa Eleonora Gormasz, che l’Ufficio affari riservati del ministero degli Interni (controspionaggio civile) aveva costantemente tenuto d’occhio insieme ai suoi due fratelli, tenenti della Landwehr austro-ungarica, perché sospettati di essere spie dell’Evidenzbureau di Vienna. Autori del delitto: l’ufficiale di ordinanza del generale Pollio, tenente Cesare Giriodi di Monastero, e il dottor Carlo Quadrone. L’arma: un’overdose di Pantopon (un oppiaceo) e di olio canforato, iniettatagli con la scusa di alleviargli un malore momentaneo. Resta di fatto che, nel periodo durante il quale il generale Pollio era stato a capo di Stato maggiore, Vienna era a conoscenza di ogni segreto italiano e, alla sua morte, si era dichiarata «addolorata, ma non sorpresa». Aveva commentato l’anziano imperatore Francesco Giuseppe I d’Asburgo: «È una seria perdita per l’Italia e anche per noi».
L’11 luglio 1914, quando già l’Europa è agitata da venti di guerra, come recita un comunicato diramato dall’agenzia di stampa Stefani,
il re Vittorio Emanuele III, su proposta del ministro della Guerra, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, ha nominato il tenente generale conte Luigi Cadorna capo di Stato Maggiore [del Regio Esercito, N.d.A.].
La scelta cade così su un «uomo di ferro» che, nell’intimo, ha sempre ritenuto di essere stato defraudato di alcuni sacrosanti diritti e oggetto di vari torti. Causa, questi ultimi, di immotivati rancori e desideri di vendetta. E anche rassegnazione, tant’è che, sino al momento della sua nomina, ormai non sperava più in alcun avanzamento di carriera, sentendosi in disarmo oltre che prossimo al pensionamento. Tanto da desiderare (sono parole sue, ma di dubbia affidabilità) di ritirarsi in pace in una villetta a Pallanza o a Albaro. Invece, il “miracolo”, questa volta (a suo avviso non cercato) accade, pur se non attenua che minimamente il suo “complesso di persecuzione”, che lo condurrà a isolarsi da tutti e a non concedere mai alcuna confidenza. Egli crederà, infatti, di scorgere minacce e complotti da parte di giolittiani, massoni, socialisti, repubblicani, neutralisti e invidiosi e, poiché è cattolico praticante, anche da parte di anticlericali.
Il re ha voluto però rimanere estraneo alla sua nomina, forse temendo che, designando lui stesso il generale Cadorna, questi abbia a ripetere la pretesa dei «pieni poteri» e della «nessuna interferenza». Il sovrano, pertanto, ha lasciato la scelta a cinque generali (e a scornarsi tra loro): lo stesso Cadorna, Ugo Brusati, Pietro Frugoni, Luigi Nava e...

Indice dei contenuti

  1. Collana
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Indice
  5. Luigi Cadorna di Claudio Rosso e Mario Bussoni
  6. Fonti e bibliografia
  7. Cronologia. Italia 1916-1917 di Mario Bussoni
  8. Approfondimento. Caporetto di Mario Bussoni
  9. Piano dell'opera

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