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Cesare Battisti - Fabio Filzi
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Cesare Battisti, trentino che visse sotto l'Austria, divenne martire e simbolo dell'irredentismo. Aveva iniziato a venticinque anni, nel 1900, la sua battaglia per l'autonomia del Trentino dal Tirolo austriaco, battaglia cui aveva poi aderito il giovanissimo istriano Filzi. Erano mossi da un'idea di patria che era la stessa di Garibaldi e di Mazzini: qualcosa di eroico, disinteressato, epico e perfino romantico, per cui sacrificare qualsiasi cosa. Allo scoppio della guerra si arruolarono volontari, combatterono nella controffensiva alla
Strafexpedition e furono fatti prigionieri. In quanto cittadini austriaci disertori, furono mandati al patibolo in una Trento ancora per poco austriaca. Combatterono, insieme a tanti altri irredentisti, la loro "quarta guerra d'Indipendenza".
Informazioni
Argomento
StoriaCategoria
Biografie in ambito storicoCesare Battisti, Fabio Filzi
Introduzione
Cesare Battisti, nelle foto che sono giunte a noi, ha un volto fiero. Non solo nei ritratti giovanili ma anche in quelle ultime immagini che lo mostrano mentre cammina verso la forca su cui verrà impiccato. È una figura drammatica, anche nella bellezza dei lineamenti. Un eroe fatto e finito. E usato, usato in particolare dal fascismo per farne il ritratto del protofascista, del padre nobile, del martire per il bene supremo dell’italianità. Amara ironia della storia, per lui che era stato socialista, anche se spesso, di questo, ci si dimentica, in particolare nelle retoriche patriottiche che negli anni si sono stratificate. È stata la compagna devota di tutta la sua vita, Ernestina Bittanti, a lottare per preservarne la figura dall’appropriazione mussoliniana.
Una storia di coerenza, quella di Battisti. Almeno, così ci è stata tramandata nel racconto di quel pantheon su cui si fonda – o fondava? – la religione civile del Paese. Una storia tutta individuale, in un’epoca in cui gli eroi erano pochi perché l’eroismo si pagava con la vita. E questo eroismo ha i connotati della lealtà a un ideale. Battisti è uno di quelli che avrebbero potuto, per estrazione sociale, per capacità intellettuali, per predisposizione agli studi, ricavarsi una tranquilla vita all’interno dell’élite intellettuale del suo tempo. Una vita borghese, con una cattedra all’università, il tempo per dedicarsi ai propri studi, per scrivere, per leggere. E invece no. La politica, la passione per gli ideali di emancipazione delle classi subalterne, uniti in lui nella convinzione che per l’italianità del Trentino valesse la pena di lottare e di sacrificarsi in prima persona, hanno scompaginato le carte di un destino che sarebbe stato sicuramente diverso senza la politica e senza gli ideali, oppure mettendoli un po' da parte.
Non importa se le analisi di Battisti siano state corrette o no, se la sua lettura della Prima guerra mondiale come quarta guerra d’Indipendenza fosse motivata più da un «ottimismo della volontà» che da una visione complessiva dei rapporti di forza in campo. Quello che conta, in storie come quella di Cesare Battisti e del suo sodale Fabio Filzi, che con lui ha condiviso la condanna a morte, è la capacità di tenere la schiena dritta, di non cedere, di non scendere a compromessi. Di vivere per un’idea, che è un’idea di emancipazione e di libertà. O, meglio, che è percepita come tale.
Perché le vite di Battisti, per quanto lui le abbia vissute come una sola all’interno di un’unica continuità esistenziale, sono in realtà due. La prima da socialista, la seconda da interventista.
Battisti aveva riflettuto molto, nei suoi anni di militanza socialista, sul tema della nazionalità italiana del Trentino e l’aveva fatto “da sinistra”, connettendo il problema irredentista con quello dell’emancipazione delle classi subalterne. È la guerra che gli confonde lo sguardo. In un crescendo di retorica che si accompagna a un annebbiamento delle sue capacità di analisi e di lettura della fase storica, la guerra diventa qualcosa di sognato, di ricercato, di desiderato. Quella per cui Battisti combatte è la quarta guerra d’Indipendenza, il completamento del Risorgimento. Ma per sospingere le masse all’interventismo non esita a usare la stessa retorica dei nazionalisti (che avrebbe aperto la strada al fascismo) e a fare comizi con loro, confondendosi, quasi completamente, in quell’orgia guerrafondaia che attraversa le piazze della Penisola dallo scoppio del conflitto alla dichiarazione di guerra dell’Italia, con la quale si metteva fine alla politica neutralista che il Paese aveva scelto.
La storia di Battisti è dunque, se presa nella sua dimensione esistenziale, una storia di coerenza, perché Battisti si percepì come coerente. Ma essa è soprattutto una storia che ci mostra come la logica della guerra sia capace di corrompere anche le menti più oneste, di irretirle nelle sue retoriche, di far perdere loro la bussola, di indurle a scegliere, insomma, la parte sbagliata.
La Prima guerra mondiale di Battisti fu, quindi, una guerra per ridare il Trentino all’Italia. Ma la guerra non fu, oggettivamente, questo, anche se quel risultato fu alla fine raggiunto.
In fondo, quella di Battisti e di Filzi è la storia di una generazione ancora ottocentesca, che si muove su coordinate del passato in una fase storica in cui avviene la cesura epocale del passaggio di secolo. Non solo una cesura cronologica ma politica, culturale e, potremmo azzardare, antropologica.
Battisti è un uomo dell’Ottocento che viene fagocitato dal fragore con cui il Novecento si presenta sulla scena della storia. Quel fragore, che ha i suoni della guerra, che è ritmato dai colpi di cannone, lo esalta, lo travolge e non gli permette di assumere lo sguardo freddo e razionale che ci si potrebbe aspettare da una figura come la sua, che è la figura di un intellettuale, prima che di un politico. E, in particolare, di un intellettuale e politico socialista che avrebbe dovuto guardare il mondo con lo sguardo di quei subalterni che all’epoca ancora si chiamavano proletari. L’internazionalismo pacifista, la solidarietà proletaria vengono messi da parte in ragione di un principio di nazionalità che finisce per slabbrarsi al punto di diventare nazionalismo puro e semplice, con tutto il suo bagaglio di contraddizioni e di errori.
Va detto però che nella storia di Battisti e Filzi gioca un ruolo cruciale la loro “trentinità”, perché in quelle terre l’oppressione austriaca era davvero vissuta come il peggiore dei mali. C’è una bella pagina di Piero Calamandrei, che fu fra i primi militari a entrare a Trento nel 1918. Nell’entusiasmo dei festeggiamenti con cui viene accolto si può scorgere un senso di liberazione che avrebbe certamente fatto piacere a Cesare Battisti e a Fabio Filzi:
Mi trovai, non so come, infioccato e fiorito di bandierine, di lunghi nastri tricolori, di margherite artificiali che sbocciavano su misteriosamente da tutte le mani: continuavano ad affluire intorno a me le persone che volevano sapere il mio nome; giovinotti e signorine ci presero a braccetto come se ci conoscessimo da molti anni e cominciarono a raccontarci tutti insieme le storie delle loro torture, delle angherie sofferte, della fame, degli strazi, dell’uccisione di Battisti […]. Andavamo pian piano verso l’uscita della città dove stava per arrivare la cavalleria: e gli austriaci scantonavano, sparivano. (Piero Calamandrei, Zona di guerra. Lettere, scritti e discorsi, 1915-1924)
Cesare Battisti fu l’eroe di un mondo che non c’era più; l’eroe di un Risorgimento che era finito da tempo, in cui le guerre venivano vissute come momenti di liberazione e di emancipazione. La Prima guerra mondiale non fu, in ogni caso, la quarta guerra d’Indipendenza. Fu la carneficina che aprì il “secolo breve”.
Prologo
Perché l’irredentismo
I motivi della parzialità del percorso unitario italiano hanno radici lontane, che potremmo far affondare nella fine del Settecento, quando a Trento arrivò con il suo esercito e si insediò nel castello del Buonconsiglio, il luogo per eccellenza del potere cittadino, Napoleone Bonaparte.
Il Trentino, nel brevissimo lasso temporale che si apre con il 1796 e si chiude con il 1801, fu al centro di un vero e proprio ping-pong diplomatico, sintomatico dello sconquasso che Napoleone portò nei vecchi equilibri politici europei: per tre volte andò ai francesi e per altrettante volte agli austriaci. Solo nel 1801, con la pace di Luneville, i principati vescovili di Trento e Bressanone vennero secolarizzati, per poi godere di un periodo di indipendenza, destinato però a finire con il trattato di Parigi del 1802. Fu, infatti, Francesco II d’Asburgo a ottenere il controllo dei principati in cambio della cessione di alcuni territori al ducato di Modena.
I principati vennero così annessi all’Austria e sottoposti alla giurisdizione della provincia del Tirolo. Non si trattò però di nulla di definitivo perché con la pace di Presburgo (26 dicembre 1805), seguita alla vittoria napoleonica di Austerlitz, il Trentino passò alla Baviera, alleata di Napoleone.
Le cose rimasero così per quattro anni. Nel 1809 un’insurrezione foraggiata dall’Austria e capeggiata da Andreas Hofer mise a ferro e fuoco il Tirolo, trascinando nella rivolta, sebbene a fatica, anche il Trentino, in cui gli ideali antigiacobini non riuscivano ad avere particolare successo. Ancora una volta la regione fu oggetto di complesse vicende diplomatiche: con la pace di Schönbrunn si ritirarono le truppe austriache dai suoi territori, mentre il Tirolo venne restituito alla Baviera che a sua volta, con il trattato di Parigi, lasciò il Trentino a Napoleone che poté così annetterlo al suo Regno d’Italia come dipartimento dell’Alto Adige: un territorio che comprendeva il Trentino, la zona che un tempo si chiamava “Comitato di Bolzano” fino alla chiusa di Bressanone.
È proprio durante i tre anni in cui il Trentino è parte del Regno d’Italia di Napoleone che si fanno strada due ipotesi. Il Trentino è ora parte di uno Stato grande, con pretese nazionali, governato secondo leggi omogenee e, dunque, potrebbe sperare di mantenere una sua specificità tradizionale pur all’interno di un progetto nazionale più complessivo, oppure fare di quelle specificità il grimaldello per rivendicare un’estraneità completa a un progetto nazionale più ampio che proprio durante l’epoca napoleonica si apre per l’Italia. Non si tratta di due opzioni, per così dire, di massa, quanto di due ipotesi dibattute dalle élite culturali dell’epoca. Ciò non toglie che quelle due ipotesi saranno destinate a rimanere sul tavolo della politica europea per non pochi decenni.
Con la fine della dominazione napoleonica, nel 1813, il Trentino veniva invaso dalle armate austriache giunte dal Veneto e dal Tirolo. E al Congresso di Vienna (1815), con il quale si ridisegnava un’anacronistica mappa dell’Europa tesa a cancellare lo tsunami napoleonico, il Trentino veniva definitivamente annesso all’Austria.
Il Trentino diventava quindi, di nuovo, un dominio asburgico cui però sembrava venire attribuito uno statuto non certo paritetico con le altre parti dell’Impero: troppo pochi rappresentanti politici rispetto a una popolazione numericamente significativa e il disinteresse da parte dell’amministrazione centrale finivano per far affiorare ipotesi autonomistiche che, sebbene non mettessero ancora in mora il legame con la casa d’Austria, rivendicavano il diritto di autodeterminazione legislativa ed economica cui quei territori erano abituati da secoli.
Era tra i contadini, sconvolti nei loro costumi dalla ventata rinnovatrice e laicista di Napoleone, che il ritorno sotto l’Austria veniva accolto con soddisfazione, anche quando si riproponevano schemi feudali del tutto anacronistici ma aggrappati a una tradizione che nel mondo rurale di quelle terre era ancora viva.
Su posizioni diametralmente opposte si attestavano invece quanti avevano visto in Napoleone la figura capace di dare al Trentino la sua italianità. Si trattava, anche in questo caso, di élite da cui germogliavano i primi nuclei di una carboneria che si stava innestando nei circoli massonici fioriti durante il periodo napoleonico. La sudditanza all’Austria era quindi vissuta, da questi segmenti di popolazione, come qualcosa di antistorico, di opprimente, di coercitivo (l’attività poliziesca era davvero invasiva). L’azione clandestina della carboneria agiva però come un fiume carsico che provava a ingrossarsi sotterraneamente prima di uscire allo scoperto. I primi tentativi di sommossa carbonara finiranno male, come quello del generale Gifflenga a Bressanone, ma gli ideali del Risorgimento iniziavano a circolare in Trentino grazie a chi, come Gioacchino Prati, godeva di una fitta rete di rapporti politici con la realtà carbonara e massonica della Pianura padana ma anche con alcuni circoli svizzeri. E proprio alcuni esponenti trentini prenderanno parte anche a moti carbonari fuori della loro regione.
Sarà la “Giovine Italia” di Mazzini a raccogliere il testimone della protesta antiaustriaca trentina e su questo terreno, percorso da suggestioni rivoluzionarie, radicali e patriottiche, si innesterà il 1848, con tutto il suo portato di rivendicazioni, così distanti dalla falsa quiete uscita dal Congresso di Vienna.
A Trento, il 19 marzo, la notizia di quello che era accaduto il 13 a Vienna (lo scoppio della rivoluzione, la concessione di una Costituzione da parte dell’imperatore e le dimissioni di Metternich) aveva provocato immediate manifestazioni popolari che si dibattevano fra la voglia di avere un’Italia libera e un richiamo al ruolo della Chiesa e del papa Pio IX.
Il tentativo è, dunque, quello di rimanere all’interno di una sorta di legalità istituzionale chiedendo che l’italianità di Trento venga riconosciuta dagli Asburgo accorpando la città alla regione del Lombardo-Veneto invece che a quella del Tirolo di cui faceva parte. Si tratta del tentativo di ricavare un po’ di autonomia per il Trentino e di staccarlo da un’influenza tedesca così diretta e pressante, auspicando una riorganizzazione dello Stato asburgico capace di tenere in maggiore considerazione il tema della nazionalità. È in questo clima che si inserisce il rifiuto dei trentini di prendere parte alla costituente del Tirolo, proprio per rimarcare la propria estraneità al mondo germanico.
L’assemblea di Francoforte, però, opporrà alla richiesta di staccare il Trentino dalla Confederazione germanica un netto rifiuto, inducendo i deputati trentini a recarsi a Vienna per perorare la propria causa, sostenuti anche da un movimento popolare che aveva fatto nascere alcuni comitati patriottici che chiedevano proprio il distacco dal Tirolo tedesco. Si tratta di un’opzione rifiutata senza mezzi termini dall’assemblea costituente che, al contrario, rivendicava l’importanza di mantenere l’integrità della provincia del Tirolo. E la predominanza tedesca sull’Impero veniva ratificata anche dalla nuova Costituzione approvata il 4 marzo. Il nuovo imperatore, Francesco Giuseppe, di lì a poco avrebbe però messo la parola fine alle timide aperture seguite al 1848 abrogando la Costituzione e avviando così il periodo del neoassolutismo, destinato a durare fino al 1860. In questo lungo decennio, ai trentini non rimane che la resistenza passiva per sottolineare la loro estraneità all’Impero.
In particolare, nel 1859 Trento aveva rifiutato di sottoscrivere un atto di fedeltà all’imperatore e i trentini, alle elezioni che si erano tenute annualmente dal 1860 al 1864, avevano disertato le urne: solo pochi impiegati pubblici erano andati a votare temendo ritorsioni.
Ma l’opzione di staccarsi dall’Impero e di unirsi all’Italia non poteva avere alcuna speranza di vedersi realizzata soltanto attraverso la resistenza passiva. E già all’indomani delle giornate del marzo 1848 il comitato rivoluzionario di Trento aveva chiesto aiuto al governo rivoluzionario di Milano, che aveva risposto mandando in Trentino una spedizione di volontari per supportare gli insorti. Ma quei reparti improvvisati e male organizzati non erano riusciti nel loro intento, ricacciati dall’esercito imperiale. Va detto però che il legame fra Milano e gli irredentisti trentini rimarrà saldo, tanto che nel capoluogo lombardo si costituiranno dei veri e propri reparti militari di volontari votati alla causa trentina.
La clandestinità è l’orizzonte in cui gli irredentisti saranno destinati a muoversi per anni, braccati da una repressione poliziesca quanto mai occhiuta e aspra. Certo è che i cospiratori, progressivamente, riusciranno a rompere l’isolamento in cui gli austriaci avrebbero voluto ricacciarli. Gli ideali del Risorgimento, infatti, riusciranno a penetrare sempre più a fondo nelle élite dirigenti e anche l’irredentismo si collocherà a pieno titolo fra gli altri tasselli della frastagliata galassia risorgimentale. Tutta la storia delle rivolte, delle organizzazioni segrete, delle società, di tutte quelle iniziative che rivendicano l’italianità del Trentino sarà segnata da arresti, impiccagioni, esili.
Con la seconda guerra di Indipendenza, scoppiata dopo l’ultimatum austriaco al Piemonte del 23 aprile 1859, la speranza dei patrioti trentini di riuscire a sottrarre la loro terra dai domini austriaci si rinfocola e, infatti, non sono pochi ad arruolarsi per prender parte a quella che viene vissuta come una guerra di liberazione (e Vittorio Emanuele è percepito come un liberatore). Il problema è che l’appartenenza del Trentino alla Confederazione germanica viene vista dai francesi e dai piemontesi come un ostacolo ai loro progetti, dato che un’ingerenza delle forze franco-piemontesi in quei territori avrebbe quasi certamente provocato un intervento militare dell’Impero.
Il Trentino rimase quindi fuori del progetto di unificazione nazionale messo in piedi dai piemontesi. Ma Garibaldi, che aveva apprezzato il contributo dei patrioti trentini all’impresa dei Mille, non si era facilmente rassegnato a questa decisione. Nel 1862 aveva infatti appoggiato un tentativo di invasione armata del Trentino, poi immediatamente stoppato dal neonato governo italiano, sempre per i timori di una reazione austriaca. Anche un’altra ipotesi cospirativa organizzata l’anno dopo non ebbe modo di concretizzarsi. Ma questi fallimenti non tolsero slancio al movimento cospirativo che, durante tutto il 1863 e il 1864, continuò a raccogliere armi e munizioni con la speranza di poterle impiegare contro gli austriaci:...
Indice dei contenuti
- Collana
- Frontespizio
- Copyright
- Indice
- Cesare Battisti, Fabio Filzi di Marco Albeltaro
- Fonti e bibliografia
- Cronologia. Italia 1917-1918 di Mario Bussoni
- Approfondimento. I socialisti e il dibattito sulla guerra di Marco Albeltaro
- Piano dell'opera
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