Vittorio Emanuele III
eBook - ePub

Vittorio Emanuele III

  1. Italian
  2. ePUB (disponibile su mobile)
  3. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Vittorio Emanuele III

Informazioni su questo libro

Asceso al trono a poco più di trent'anni in seguito all'assassinio del padre, Vittorio Emanuele III è stato re d'Italia per quasi mezzo secolo, protagonista delle maggiori vicende del Novecento: dalla Prima guerra mondiale alla nascita dell'impero coloniale, dal periodo fascista alla Seconda guerra mondiale e alla fine del Regno d'Italia. Inizialmente favorevole al non intervento italiano nella Grande Guerra, in seguito, anche per le sue simpatie verso la causa irredentista, abbandonò la Triplice Alleanza per passare all'Intesa (Francia, Gran Bretagna e Russia) e dichiarare guerra all'Austria-Ungheria. Fu fortemente criticato per non essersi mai opposto all'ascesa del fascismo, all'emanazione di leggi antiebraiche e all'appoggio italiano alla Germania di Hitler.

Informazioni

Editore
Pelago
Anno
2021
eBook ISBN
9791280714817

Vittorio Emanuele III

di Pierangelo Gentile

Vittorio Emanuele III: il mito del “Re soldato”

Soldati di Terra e di Mare!
L’ora solenne delle rivendicazioni nazionali è suonata. Seguendo l’esempio del mio Grande Avo, assumo oggi il Comando supremo delle forze di terra e di mare con sicura fede nella vittoria, che il vostro valore, la vostra abnegazione, la vostra disciplina sapranno conseguire.
Il nemico che vi accingete a combattere è agguerrito e degno di voi. Favorito dal terreno e dai sapienti apprestamenti dell’arte, egli vi opporrà tenace resistenza, ma il vostro indomito slancio saprà di certo superarlo.
Soldati!
A voi la gloria di piantare il tricolore d’Italia sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra; a voi la gloria di compiere, finalmente, l’opera con tanto eroismo iniziata dai nostri padri.
Era il 26 maggio del 1915 quando, assegnata la luogotenenza del Regno allo zio Tommaso di Savoia-Genova, il quarantacinquenne Vittorio Emanuele III diramava dal gran quartiere generale il proclama alla nazione sull’inizio delle ostilità. Quello del re d’Italia era un messaggio diretto e perentorio, quanto mai vago: c’era tutta l’energia degli appelli risorgimentali a impugnare le armi contro il nemico; c’era tutta l’ermeticità propria del carattere di un sovrano non avvezzo a trascinare le folle, semmai a misurare al centimetro le parole. Eppure quello storico e sin cavalleresco appello assumeva il significato di rinverdire i fasti di una dinastia, millenaria e guerresca, che aveva sì compiuto l’Italia, ma che dal 1861 in avanti aveva fatto non poca fatica a innestarsi in una realtà, quella del Bel Paese dalle cento città, per molti versi estranea (e ostile) alle origini e tradizioni “ultramontane”. Ancora una volta la vena bellicosa dei Savoia poteva servire a riportare in auge le “quotazioni” nazionali della dinastia: proprio come il richiamo studiato ad arte da Vittorio Emanuele III − un re cultore della storia della propria famiglia − era fatto rievocando a chiare lettere il Grande Avo, quel “Gran Re”, quel “Re galantuomo”, quel “Padre della Patria”, Vittorio Emanuele II, il cui mito era stato sapientemente costruito dalle classi dirigenti della nuova Italia e immortalato per sempre nei freddi marmi del Pantheon e del Vittoriano. Quel sovrano, Vittorio Emanuele II, che, assunta la Corona nel 1849 dopo il disastro di Novara − infausto epilogo della prima guerra di Indipendenza − e l’abdicazione del re “martire e magnanimo” Carlo Alberto, aveva saputo tenere testa all’arrogante Radetzky mantenendo il giuramento prestato allo Statuto, la costituzione concessa nel 1848, unica a rimanere in vita nel consesso degli Stati preunitari; quel sovrano, Vittorio Emanuele II, che era riuscito abilmente a far coincidere gli interessi dinastici con la questione nazionale, affidandosi al “demiurgo” Cavour e allo “stratega” Garibaldi; quel sovrano, Vittorio Emanuele II, che, il 10 gennaio 1859, in un’altra ora solenne di rivendicazioni nazionali, aveva pronunciato di fronte al Parlamento il celeberrimo discorso del “grido di dolore”, che da tante parti di un’Italia “spezzata” si levava verso Torino; quel sovrano, Vittorio Emanuele II, che, infine, vestendo sempre la divisa, aveva varcato il Ticino a fianco dell’alleato Napoleone III, andando con baldanza a scrivere sui campi di Lombardia le prime pagine gloriose dell’epopea nazionale. Ora, oltre cinquant’anni dopo quegli eventi memorabili, a un altro Vittorio Emanuele si presentava l’occasione di emulare il Grande Avo, in una impresa che sembrava saldarsi più che mai con l’epico ciclo risorgimentale: come in una sinfonia giunta all’ultimo tempo, la storia, la geografia e il sentimento del popolo si accordavano perfettamente al solenne e squillante suono delle «rivendicazioni nazionali». E assumere il comando supremo dei soldati di terra e di mare, in un retorico richiamo ancora tutto dal sapore ottocentesco, serviva a Vittorio Emanuele III per lasciar intravedere il glorioso corso degli eventi; teleologia della storia che solo il sovrano, in un richiamo taumaturgico forse non del tutto inconsapevole ai sovraumani poteri regali (sempre suggestivi anche in tempi costituzionali), poteva vaticinare nella laconica quanto efficace «sicura fede nella vittoria». Nessun accenno “in chiaro” ai nemici e agli obiettivi, quasi fosse scontato il ricordare che il nemico era quello di sempre, l’odiato ma rispettabile austriaco (fino a poco tempo prima alleato), e gli obiettivi i «termini sacri» posti dalla natura ai confini della patria, Trento e Trieste. Ai soldati italiani di terra e di mare di quell’inizio Novecento non restava che il compito di chiudere con indomito slancio il cerchio di una saga, di «piantare il tricolore d’Italia», di completare l’opera dei “padri” che eroicamente avevano pugnato sui sanguinosi campi delle guerre di Indipendenza. Nasceva così, nell’esiguo spazio tipografico di un breve proclama, la leggenda del “Re soldato”, del “Re liberatore”, di “Vittorio il Vittorioso”, del “Primo soldato d’Italia”. Un connubio, quello tra Vittorio Emanuele III e la Grande Guerra, capace di dare nuovo lustro alla monarchia: dopo quasi un quindicennio passato all’ombra di Giolitti, a esercitare i poteri con apparente freddo ossequio alla Costituzione e alla prassi parlamentare − anche per marcare la distanza dall’autoritarismo umbertino che aveva segnato tragicamente la fine del secolo −, il conflitto costituiva l’occasione più propizia per ribadire la centralità della Corona nel contesto istituzionale italiano. L’ingresso dell’Italia nella Prima guerra mondiale fu fortemente voluto da Vittorio Emanuele III: un re che, nella temperie di una complessa crisi interna e internazionale determinata dall’attentato di Sarajevo, dimostrò di essere tutt’altro che scialbo spettatore di superiori eventi, ma attore capace anzi di incidere profondamente nei processi decisionali che portarono all’intervento, valorizzando al massimo l’articolo quinto dello Statuto che garantiva al sovrano, in un retaggio assolutistico, l’esclusività del potere esecutivo, la natura di capo supremo dello Stato, di comandante di tutte le forze di terra e di mare, di ago della bilancia nel decidere i trattati di pace, di alleanza e di commercio. E infine la guerra: al re solo competeva il dichiararla. E dichiarandola in quel “radioso maggio” Vittorio Emanuele III aveva dato eloquente saggio di come la Corona fosse un potere vivo e forte, specialmente nei confronti di un Parlamento che aveva dimostrato negli ultimi tempi debolezza quando non inettitudine. I tre anni passati quasi ininterrottamente al fronte; la posizione defilata assunta nell’ambito dello Stato maggiore − responsabile del comando effettivo − ma ben visibile e partecipe nei teatri di guerra; la condotta fiera e ferma tenuta durante la rotta di Caporetto tanto nel manovrare la sostituzione di Cadorna con Diaz quanto nel sostenere con veemenza la difesa del Piave nel convegno di Peschiera; infine, lo “stile regale” dimesso e sobrio messo in campo con discrezione, sulla stessa lunghezza d’onda dei sacrifici imposti alle truppe e più in generale al Paese, furono le regole e le linee d’azione che Vittorio Emanuele III si impose durante tutto il conflitto. Elementi di un train de vie che vennero fin da subito enfatizzati e idealizzati pubblicamente allo scopo di legittimare e radicare la dinastia nell’immaginario collettivo degli italiani, ultimo tassello della mai compiuta nazionalizzazione della monarchia, nonostante tutte le “invenzioni delle tradizioni” rituali e monumentali che erano state messe in opera tra Ottocento e Novecento per addomesticare i popoli dello Stivale ai discendenti del medievale conte di Moriana, Umberto dalle Bianche Mani. Un modo per fare della guerra un evento periodizzante nella storia della dinastia, tra un prima e un dopo. Prima: nel contesto di un orientamento liberale e di un comportamento politico-istituzionale estremamente discreto e corretto, Vittorio Emanuele III è il “Re borghese” per gusti e per stile, lontano dalle mondanità e dalle cronache giornalistiche, al centro dell’irriverente bozzetto di Trilussa del «re senza pennacchio», del «re prudente», personaggio necessario − in una salace rima romanesca − pure nel caso in cui non fosse servito «a gnente». Dopo: divenuto il massimo portavoce dell’interventismo, a capo di una roboante crociata antiparlamentare, degno rappresentante dell’Italia “vera” che si era mobilitata per la liberazione delle terre irredente, Vittorio Emanuele III veste la grigia divisa per farsi “fante tra i fanti”. In occasione del genetliaco regale dell’11 novembre 1915 ci pensava Gabriele D’Annunzio a mettere in versi, sulle pagine del «Corriere della Sera», a mo’ di preghiera, la metamorfosi “nobilitante” del sovrano:
Salva il Re che, dimesso l’ermellino
e la porpora, come il fantaccino
renduto in panni bigi,
sfanga nel fosso o va calzato d’uosa
cercando nella cruda alpe nevosa,
Dio vero, i tuoi prodigi.
Salva il Re che partisce il pane scuro
col combattente e non isdegna il duro
macigno alla sua sosta
né pe’ suoi brevi sonni strame o paglia
sospesi ai rossi orli della battaglia
che sotterra è nascosta.
Proteggi il Re del sollecito amore,
che in casta forza il tremante dolore
cangia con l’occhio fermo,
il Re che in fronte ha la ruvida ruga
e pur sì dolce esser può quando asciuga
la tempia dell’infermo.
Proteggi il Re della semplice vita
chinato verso ogni bella ferita
che è rosa del suo regno,
chinato verso il sorriso dei morti,
verso il sorriso immortale dei morti,
che è l’alba del suo regno.
Al bardo pescarese, che non sempre era stato ortodosso cantore della monarchia, toccava l’onore di essere tra i primi architetti del mito del “Re soldato”. In poche pennellate letterarie D’Annunzio delineava le nuove sembianze di Vittorio Emanuele III: come emergeva nell’epico esordio, laddove il re, dimessi i preziosi e caldi panni della regalità − “porpora ed ermellino” − vestiva la semplice e “bigia” divisa del fante, l’uniforme del corpo militare destinato a pagare alla guerra il prezzo più alto in numero di vite umane. Sciorinati nei versi del Vate, i bozzetti poetici richiamavano le virtù di un monarca che in mezzo al suo esercito sapeva rivestirsi di una nuova regalità. D’Annunzio teorizzava il concetto di un re vicino al suo popolo (l’esercito), non abbarbicato nelle lontane e intangibili sfere della corte: un regale fante che scendeva dal trono, calzava i rozzi gambali e si metteva a scavare la trincea nel pungente freddo di una «cruda alpe nevosa»; un regale fante che non disdegnava di condividere «il pane scuro col combattente», si umiliava riposando sulla nuda pietra e non più sul morbido velluto; un regale fante che non temeva di fare brevi sonni adagiando le stanche membra sullo strame e sulla paglia; un regale fante amorevole e caritatevole nei confronti del povero commilitone infermo, cui lui, con occhio fermo − simbolo di determinazione − e ruvida ruga − simbolo di fatica − asciugava la fronte sofferente. Così a Dio il compito di proteggere il re «della semplice vita», chinato verso le “belle ferite” e il «sorriso dei morti», anzi no, il «sorriso immortale dei morti», in un ripensamento che era tutto poetico, alba di un regno che non avrebbe potuto essere che nuovo e scintillante. La gloria, in guerra, ha sempre il prezzo del sangue. Una retorica idilliaca, quella del Vate, cucita addosso a Vittorio Emanuele III, destinata a durare a lungo, anche nella più prosaica disciplina storica. In una biografia intitolata semplicemente Vittorio Emanuele III uno dei maggiori storici dell’Italia contemporanea, Gioacchino Volpe, nel 1939, alla vigilia del Secondo conflitto mondiale, non resisteva alla tentazione di rievocare il dannunziano mito del re che aveva «dimesso l’ermellino e la porpora». L’autore, convinto interventista, ufficiale di propaganda che aveva partecipato alla Grande Guerra militando nell’VIII Armata, medaglia d’argento al valore, cedeva ai sentimenti e ai ricordi rammentando quella «bellissima pagina nella vita del Re», di quel Vittorio Emanuele III che aveva avuto «animo di mettersi, a modo antico, alla testa dell’esercito e andare avanti». Ecco quindi ritornare − nelle pagine di una pubblicazione destinata ai tipi dell’Istituto per gli Studi di politica internazionale − il mito del sovrano che per quattro anni aveva svolto «opera assiduissima di vigilanza, di controllo, di consiglio, di eccitamento delle forze morali». Un re instancabile che era stato sempre presente «fra i combattenti, in trincea o nei posti di osservazione, durante la battaglia o negli ospedali, ad animare, premiare, consolare, dare quotidiano esempio di coraggio e di tolleranza dei disagi, mettendo a profitto quella robustezza fisica, quella sobrietà, quelle buone doti di montanaro che erano suo patrimonio». E che dire poi dello stile di vita del re che, rachitico in gioventù, aveva saputo, per Volpe, trasformarsi in prestante eroe? La sua mensa era sempre di una «frugalità spartana, chiunque vi partecipasse». Il suo alloggio, modestissimo, era il luogo in cui riceveva gli ospiti anche illustri e teneva rapporti quotidiani con il Comando supremo. Il coraggio poi non mancava: alla proposta di costruire nei pressi di “Villa Italia” − come era denominato il quartier generale del re al fronte − un rifugio anti-bombardamento (di quelli chiamati sarcasticamente dai fanti “fifhaus”, letteralmente “ricovero della fifa”) Vittorio Emanuele III (la fonte per lo storico era l’indiscutibile testimonianza orale di un vecchio ufficiale del genio) si opponeva recisamente. Vittorio Emanuele: un re ammirevolmente semplice e naturale, privo di qualsiasi equipaggiamento o seguito che lo distinguesse dagli altri generali, proprio per passare «il più possibile inosservato, per meglio poter egli osservare». E chi aveva il privilegio di parlare con il monarca «non avvertiva distanze artificiali o create dalla legge». Anche «i semplici soldati trovavano nel Re quasi un camerata più bravo, un fratello maggiore». E lo storico di Paganica, a oltre vent’anni di distanza dalla Grande Guerra, alimentava vieppiù il mito del “Re soldato”, del re che si era fatto «popolo, non per sentimentalità ma per intima, virile partecipazione ai dolori e agli sforzi della nazione». Parole che, alla vigilia del tragico conflitto al fianco di Hitler, servivano a rinvigorire la tradizione di una monarchia troppe volte offuscata dalle nuove liturgie messe in campo dal regime fascista, riti che avevano il compito di esaltare l’immagine del capo del governo, il Duce, non del capo dello Stato, il re. A vent’anni dal trionfo di Vittorio Veneto, il mistico luogo che aveva visto la fine «di uno dei più grandi eserciti del mondo» secondo la retorica del celebre proclama «Firmato Diaz» il 4 novembre 1918, non erano dimenticati gli infiniti episodi che avevano reso popolare e fraterna l’immagine di un re che fino allo scoppio della Grande Guerra «non aveva mai avuto né cercato occasione di vivere e di operare troppo all’aperto, di mescolarsi troppo alle folle e alla vita quotidiana del suo popolo». Ma oltre alla semplice popolarità, che finalmente colmava gli scompensi rispetto alla notorietà e ai successi raggiunti (a fatica) dai predecessori, nel re − per Volpe − erano anche altre qualità a dover essere messe in evidenza, e dunque mitizzate. Anzitutto la modestia e la consapevolezza di compiere semplicemente il proprio dovere di fronte alla nazione. Vittorio Emanuele III era un sovrano capace di sfruttare singole contingenze per aumentare il valore della propria immagine; come quando nel 1916 rifiutava la medaglia d’oro che il Consiglio dei ministri aveva deciso di conferirgli. Al presidente Paolo Boselli, Vittorio Emanuele scriveva di proprio pugno una lettera destinata ad alimentare la leggenda di se stesso, carta molto più preziosa del metallo cui si era pensato per insignirlo: «A parte qualunque questione intorno al conferimento, troverei profondamente ingiusto che mi venisse una così alta decorazione, mentre ho certamente fatto molto ma molto meno di tante migliaia di semplici soldati ai quali non toccherà nessuna ricompensa». Ma se la sua sobrietà era da esaltare − Volpe la definiva «amorevole sollecitudine verso i soldati» e «profondo sentimento di giustizia» − non di meno le capacità tecniche costituivano valori in grado di salvare la patria. Un vero re sa riconoscere i sudditi migliori. Come quando nel luglio 1917, trovandosi davanti ai monti Kuk e Vodice, sul fronte della II Armata, indicando al suo seguito Armando Diaz, comandante del XXVI Corpo, pronunciava le profetiche parole: «Questo generale un giorno potrà servire». Anche qui Volpe esaltava la perfetta conoscenza dei quadri maturata dal sovrano, la capacità di mettere a frutto «la sua acuta intuizione degli uomini». Del resto «raramente il giudizio del Re su questo o su quell’ufficiale superiore falliva». Ma le qualità superomistiche del sovrano non erano certo esaurite: il salomonico equilibrio di cui era dotato Vittorio Emanuele III fece il miracolo di attutire gli attriti tra Comando supremo e ministero, «cosa difficile da raggiungere in una guerra moderna, in cui ogni cittadino è soldato, i legami fra esercito e popolazione civile sono innumerevoli e organici, [e in cui] la sorte delle battaglie si decide nel paese non meno che nel campo, e la resistenza del paese è condizionata dalla sorte delle battaglie». Vittorio Emanuele riuscì a far da paciere tra Cadorna e Salandra, tra Cadorna e Sonnino, tra Cadorna e Bissolati; interventi chiarificatori e mediazioni per la conciliazione dei non facili caratteri al comando degli eserciti e del Paese, opera svolta indefessamente tra il Friuli e Roma che aveva lo scopo di evitare i disastri del 1866 − quelli della terza guerra di Indipendenza passati alla storia con il nome di due fatali località, Custoza e Lissa, e per le insanabili incomprensioni (e gelosie) tra generali e ministri − e del 1896, quando l’esercito era stato massacrato ad Adua per le velleità colonialiste crispine. Volpe però, scrivendo per una pubblicazione destinata ad avere anche risonanza internazionale, non poteva esimersi dal riconoscere come il mito del “Re soldato” non fosse solo una questione patriottica. Generali, giornalisti, capi di governo provenienti da ogni latitudine (dell’Intesa evidentemente), tutti ospiti al quartier generale del re, che avevano avuto il privilegio «di osservare da vicino la Sua fatica», erano concordi nel riconoscere la superiorità di Vittorio Emanuele: uno sconosciuto «Americano del Nord» aveva apprezzato nel sovrano «il senso speciale nel trattar le più difficili questioni», lo spirito pratico, il proverbiale human side; un altrettanto ignoto «Inglese», pur facendo omaggio all’intelligenza, trovava che il tratto più singolare del re − di un re che tra l’altro si distingueva nel panorama delle monarchie europee − fosse il carattere. Il francese Gabriel Hanotaux, celebre storico e quindi, per Volpe, degnissima fonte, aveva rilevato come Vittorio Emanuele III spiccasse per la «conversazione varia, grave, nudrita, spesso pittoresca, la conoscenza profonda degli uomini e delle situazioni, la repugnanza ad ogni ostentazione o réclame, la personalità cosciente di sé medesima». E così, ancora, un altro autorevolissimo collega di Volpe, il britannico George Macaulay Trevelyan, aveva giudicato il re niente meno che uno dei creatori dell’Italia moderna, capace di ispirare rispetto e amore, alieno dall’alterigia e dal superbo isolamento caratteristico dei monarchi. E anche nell’ambiente diplomatico non erano mancate le lodi: Thomas Nelson Page, ambasciatore statunitense, aveva registrato nel re «la profonda rettitudine e l’equilibrio della sua mente, del tutto libera da convenzioni e pregiudizi»; l’inglese James Rennell Rodd «l’ampiezza della sua informazione sui problemi internazionali d’Europa e fuori, la fondatezza dei suoi giudizi espressi con piena obiettività». Per Volpe, certo, tutte queste peculiarità erano convogliate ad arginare il terribile rovescio di Caporetto, quando l’Austria, tra ottobre e novembre 1917, riuscendo a sfondare le linee italiane aveva provocato la disordinata rotta del Regio Esercito. Dopo il primo tempo della costruzione del mito, segnato dal proclama del 26 maggio 1915, ecco stagliarsi l’esaltazione del secondo tempo con il proclama di Peschiera del 10 novembre 1917. Le premesse, nel racconto di Volpe, da manuale. Partito sereno per la capitale al fine di risolvere la crisi ministeriale che avrebbe portato a capo del governo Vittorio Emanuele Orlando e compiaciuto di aver visto i soldati nelle retrovie disciplinati e rispettosi, il re ritornava immediatamente al fronte per vivere tra i combattenti il dramma della ritirata, «che certamente lo addolorò ma gli fornì anche motivi di bene sperare per la riscossa». La nazione e l’esercito avrebbero dovuto riservare a questo re «eterna gratitudine»: «quando molti, anche benemeriti della guerra, gridavano al disastro, disperavano di Trieste, consigliavano di abbandonare Venezia, dubitavano forse che l’Italia potesse salvarsi e mantenere la sua unità e indipendenza, [Vittorio Emanuele] giudicò che la situazione era grave, ma non affatto disperata». La calma è pur sempre la virtù dei forti. E fu il 31 ottobre 1917, a Treviso, a colloquio con Cadorna e Orlando che maturò la decisione di attestare la difesa sul Piave. Una risoluzione maturata con fermezza, senza lasciarsi prendere dal turbine delle emozioni contro la presunta “brigata Scappa” che aveva tradito, gettato le armi, si era arresa. A chi gli consigliava di procedere alle fucilazioni punitive a oltranza espose le sue riserve: «No! Il rimedio migliore non credo sia questo, data l’indole del nostro soldato». E dalla testimonianza di Orlando si evinceva il contributo di un mito alla nascita di un altro mito: «È bene che il popolo sappia che l’umile soldato italiano, quello che poi doveva essere glorificato come Milite ignoto, ebbe nel Sovrano un difensore tenace e commosso». Si compiva così la profezia sulla scelta di Diaz, un generale in cui il re vedeva incarnato «un concetto della disciplina militare assai vicino al suo». Mancava solo Peschiera a rendere l’apoteosi di Vittorio Emanuele III completa. Le forze alleate, che a Rapallo avevano espresso forti dubbi sul fatto che l’Italia potesse attuare una valida resistenza in una pianura senza colline e appigli come quella del Piave, avevano avuto modo di ricredersi sulle rive del Garda, nella città dalle profonde rimembranze risorgimentali (Peschiera, la fortezza austriaca assediata da Carlo Alberto nel 1848), ascoltando le ieratiche parole di Vittorio Emanuele, qui parafrasate da Volpe:
Sette novembre. Freddo, pioggia e tristezza. Una squallida stanza di vecchio edificio. Erano presenti Orlando, Sonnino e Bissolati. Lloyd George e Smuts, Painlevé e Franklin-Bouillon. E il Re diede ragione del ripiegamento: fece la debita e principalissima parte alle avverse condizioni meteoriche che avevano permesso in taluni punti del fronte alle truppe tedesche di avvicinarsi sino a 50 metri dai nostri senza essere visti, alla scarsa pratica dei soldati a manovrare in ritirata e de...

Indice dei contenuti

  1. Collana
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Indice
  5. Vittorio Emanuele III. di Pierangelo Gentile
  6. Fonti e bibliografia
  7. Cronologia generale della guerra. di Mario Bussoni
  8. Piano dell'opera

Scelto da 375,005 studenti

Accesso a oltre 1,5 milioni di titoli a un prezzo mensile trasparente.

Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.

Domande frequenti

Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Scopri come scaricare libri offline
Perlego offre due piani: Essential e Complete
  • Essential è l'ideale per chi studia o per i professionisti che amano esplorare una vasta gamma di argomenti. Accedi all'Essential Library con oltre 800.000 titoli affidabili e bestseller nei settori business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la funzione Leggi ad alta voce.
  • Complete: perfetto per studenti avanzati e ricercatori che necessitano di accesso completo e senza restrizioni. Sblocca oltre 1,5 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete offre anche funzionalità avanzate come Leggi ad alta voce Premium e Assistente alla ricerca.
Entrambi i piani sono disponibili con fatturazione mensile, semestrale o annuale.
Perlego è un servizio di abbonamento a libri di testo online che ti permette di accedere a un'intera biblioteca digitale a meno del prezzo di un singolo libro al mese. Con oltre 1,5 milioni di libri su più di 990 argomenti, qui trovi tutto ciò che ti serve! Scopri la nostra missione
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Scopri di più sulla funzione di sintesi vocale
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS e Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app
Sì, puoi accedere a Vittorio Emanuele III di Pierangelo Gentile, AA.VV.,AA.VV. in formato PDF e/o ePub, così come ad altri libri molto apprezzati su Storia e Biografie in ambito storico. Abbiamo oltre 1,5 milioni di libri disponibili nel nostro catalogo da esplorare.