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Armando Diaz
Informazioni su questo libro
Armando Diaz, nato a Napoli nel 1861, Duca della Vittoria e maresciallo d'Italia, fu equilibrato in tutto: fisico, animo, intelletto. Succeduto a Cadorna dopo Caporetto, seppe guidare il Comando supremo adeguandosi alle esigenze della guerra e con Badoglio diresse la resistenza sul Grappa e sul Piave fino all'offensiva di Vittorio Veneto, nell'ottobre 1918. Firmò il "bollettino della vittoria" ma disse: «La guerra è stata vinta dal popolo italiano». A differenza degli altri ufficiali, il "metodo Diaz" lo distinse dalla dittatura cadorniana per l'umanità e il duttile pragmatismo di stampo meridionale. Fu ministro della Guerra per un anno, sotto il fascismo. Morì a Roma nel 1928 e fu sepolto nella basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, accanto ad altri protagonisti della Grande Guerra.
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Argomento
StoriaCategoria
Biografie in ambito storicoArmando Diaz
Un protagonista dimenticato
Tutti ricordano le popolarissime tavole a colori nelle quali Achille Beltrame, sulla «Domenica del Corriere», raffigurò le vicende grandi e piccole della storia e dell’attualità, raggiungendo un pubblico vastissimo che cominciava ad allargare lo sguardo oltre i confini del proprio piccolo mondo. Meno noto è il fatto che il settimanale milanese, al quale Beltrame collaborò fin dal primo numero (e qui non possiamo dimenticare che furono le sue illustrazioni a portare le glorie e i lutti della guerra mondiale nelle case e nell’immaginario collettivo di milioni di italiani), era stato ideato nel 1899 da Luigi Albertini per far concorrenza alla «Tribuna illustrata», il domenicale del quotidiano «La Tribuna» che a Roma e nel Centro-Sud vantava una diffusione e un’autorevolezza paragonabili a quelle di cui godeva a Milano e al Nord il «Corriere della Sera».
Era stata «La Tribuna illustrata» a imporre in Italia la formula della tavola di attualità a colori, e la sua popolarità non venne meno neanche dopo la comparsa sul mercato del rivale milanese. Fra gli argomenti che più interessavano il pubblico spiccavano le guerre coloniali: proprio la campagna d’Abissinia del 1895-1896, quella tragicamente segnata dal disastro di Adua, aveva dato una spinta vigorosa alla tiratura del settimanale, e nel 1911-1912, con la guerra di Libia, venne il momento di replicare.
Sempre a caccia di atti di valore e di scene di colore da mettere in copertina, «La Tribuna» dedicò quella del 13-20 ottobre 1912 a un ufficiale coraggioso. Si legge nella didascalia: «La guerra in Libia: il colonnello Diaz del 93°, prima di abbandonare il campo di Zanzur, perché ferito, bacia la bandiera del suo bel reggimento»; e si vede appunto il colonnello che, seduto a terra e circondato da altri militari, bacia un lembo del tricolore che gli viene presentato da un subalterno. Torneremo fra poco sull’episodio; basti per ora osservare come al futuro capo di Stato maggiore dell’esercito sia toccato in sorte di far conoscere il proprio nome a un vasto pubblico già cinque anni prima di uscire definitivamente dall’anonimato per entrare nella grande storia dalla porta principale.
In ogni caso, la ferita riportata in Libia e la breve e circoscritta notorietà che ne derivò non cambiarono in nulla l’esistenza di Diaz, il quale tornò a dividersi fra il comando di unità operative e il lavoro d’ufficio allo Stato maggiore, fino a quando l’improvvisa e imprevista designazione a successore di Cadorna non scaraventò al centro della scena un uomo conosciuto da pochissimi nell’ambiente militare stesso, e che non aveva mai dato mostra di coltivare particolari ambizioni o di essere posseduto dalla smania di far carriera.
E, paradossalmente, il basso profilo sarebbe rimasto un dato essenziale della personalità e dell’immagine pubblica di Armando Diaz anche dopo la prestigiosissima promozione, e avrebbe continuato a caratterizzare la sua figura fino ad oggi. Non si può dire, infatti, che il comandante che ha legato il suo nome alla più importante vittoria riportata dall’esercito italiano dall’Unità nazionale ai giorni nostri abbia mai ricevuto dalla storiografia un’attenzione adeguata, né tantomeno che sia mai stato davvero considerato dagli italiani un protagonista di prima grandezza della loro storia.
Ciò è dipeso da una serie di fattori convergenti e concomitanti. Intanto la figura e l’operato di Diaz si confondono senza riserve con l’ultimo anno di guerra, certamente fortunato e glorioso, ma offuscato non solo agli occhi del grande pubblico, ma anche a quelli degli studiosi, dal prevalente richiamo o, se vogliamo, dal fascino negativo, esercitato dai tre anni e mezzo di Cadorna e dal loro infausto epilogo.
Come è stato molte volte messo in luce, la vittoria finale non è bastata a riscattare il ricordo doloroso del tormento inflitto al Paese e dei massacri autorizzati dal Comando supremo fino alla ritirata di Caporetto, con il risultato che sin dall’inizio, come ha scritto Lucio Ceva, «in Italia, dalle grandi masse, Vittorio Veneto è festeggiata più come la fine di immani sofferenze che come vittoria. Ben pochi sentono di aver “vinto” qualche cosa».
A impedire che si creasse un consenso diffuso intorno al riconoscimento degli eventi dell’ottobre-novembre 1918 (ma più in generale di tutto ciò che venne dopo Caporetto) come di un momento altamente fondante dell’identità nazionale diede un contributo determinante l’appropriazione che ne fu fatta dal fascismo.
Non è il caso di ripercorrere in questa sede le modalità attraverso le quali Mussolini e il suo regime imposero la lettura e la valorizzazione della vittoria come atto d’inizio della rivoluzione delle camicie nere, orchestrando lungo tutto il Ventennio una continua e martellante celebrazione degli eventi e dei protagonisti del conflitto e rivendicando all’Italia un ruolo decisivo nella sua conclusione, in polemica con la sottovalutazione che dell’apporto italiano veniva fatta dagli ex alleati.
Che Mussolini, nel presentarsi a Vittorio Emanuele III dopo la marcia su Roma per ricevere l’incarico di formare il governo, abbia davvero pronunciato la celebre frase «Maestà, vi porto l’Italia di Vittorio Veneto» è quasi sicuramente un falso storico, che fu però accreditato e divulgato dalla propaganda di regime, perché serviva a imprimere nella coscienza degli italiani lo strettissimo legame tra la vittoria e il fascismo.
Il risultato fu che la festa nazionale che commemorava Vittorio Veneto (il 4 novembre), dopo essere stata conservata nel primo trentennio della repubblica democratica − depurata ovviamente delle componenti più rozzamente nazionalistiche e ribattezzata «giornata dell’unità nazionale» − venne sacrificata nel 1976-1977 dal governo Andreotti della “non sfiducia”, che si reggeva sull’astensione delle sinistre. Il clima d’opinione allora dominante era fortemente antifascista e antimilitarista e, avendo deciso di mantenere in vita due festività civili su quattro, si optò per il 25 aprile e il 1° maggio, non esitando a cancellare, oltre al 4 novembre, anche il 2 giugno, che ricordava la nascita stessa della Repubblica, ma che era negativamente associato alla parata militare ai Fori imperiali.
Come si sa, se la festa della Repubblica fu ripristinata di lì a un quarto di secolo per iniziativa del presidente Ciampi, uguale sorte non toccò alla giornata della vittoria, mentre in Francia, in Belgio, nei Paesi del Commonwealth e negli Stati Uniti non si è mai smesso di onorare in forma solenne l’anniversario dell’11 novembre 1918, giorno dell’armistizio con la Germania.
In questo quadro, in cui a un’esaltazione acritica e distorta fece seguito una lunga fase di svalutazione e di rimozione, va collocato l’apprezzamento della figura e del ruolo di Diaz. Ricordiamo che il “Duca della Vittoria” si fece garante dell’instaurazione di buoni rapporti fra l’esercito, la monarchia e un fascismo, che si auspicava moderato e legalitario, accettando la carica di ministro della Guerra nel primo governo Mussolini. Si dimise dopo un anno e mezzo, prima che scoppiasse la crisi Matteotti e il regime assumesse caratteri apertamente liberticidi, e morì quattro anni dopo senza essere coinvolto nella sua tragica involuzione totalitaria; ma questa compromissione non mancò di pesare sul giudizio che gli fu riservato dalla storiografia antifascista più intransigente.
A lasciare in penombra Diaz, che dal grande pubblico, anche mediamente colto, continua a essere ricordato quasi unicamente come colui che firmò il bollettino della vittoria, ha contribuito peraltro una serie di elementi che attengono, da un lato, alla sua personalità e, dall’altro, al modo in cui diresse l’ultimo e decisivo sforzo bellico.
Diaz fu scelto come successore di Cadorna anche e soprattutto perché le sue qualità ne facevano l’opposto speculare del generalissimo. Sintetizza efficacemente Giorgio Rochat:
elegante senza esibizioni, di poche e forbite parole [...] autorevole ma non autoritario, esigente ma comprensivo, il Diaz era un ufficiale che lavorava molto e bene senza mettersi in mostra, sempre all’altezza della situazione, con una forza interna che si inseriva senza difficoltà nell’istituzione militare.
Per indole e formazione, dunque, Diaz era incline alla riservatezza, lontano da ogni vano esibizionismo, naturalmente portato a guidare gli uomini tenendo conto delle loro esigenze e delle loro opinioni: erano doti che, se in un preciso momento storico valsero a segnalarlo come il migliore candidato ad assumere il comando dell’esercito dopo la fallimentare esperienza dell’autoritario e accentratore Cadorna, non lo predisponevano, per altro verso, a lasciare di sé una memoria che andasse oltre il suo lavoro quotidiano e i risultati che ne derivavano, così come potevano essere visti e giudicati da chi aveva la possibilità di farlo.
Cadorna pubblicò due corposi volumi in cui ricostruiva dal proprio punto di vista le vicende della guerra dal 24 maggio a Caporetto, discolpandosi dalle accuse di chi aveva fatto di lui il capro espiatorio di un dramma in cui le responsabilità andavano ripartite fra molti; lo stesso fece Capello, mentre altri “generali della vittoria”, come Enrico Caviglia e Gaetano Giardino, lasciarono ai contemporanei e ai posteri diari, memorie e narrazioni delle battaglie in cui avevano esercitato un ruolo di comando, con l’intento di fornire la loro versione dei fatti e di smentire quelle dei rivali.
Lo stesso Badoglio, sempre reticente per natura, verso la fine della sua lunga esistenza offrì a una scrittrice di fiducia, Vanna Vailati, il materiale per una sorta di biografia autorizzata. Né mancano gli esempi dei pari grado di Diaz, comandanti supremi alleati (Joffre, Foch, French, Haig, Pershing) o avversari (Conrad, Falkenhayn, Hindenburg, Ludendorff).
E a Diaz, che scriveva con facilità, sobrietà e chiarezza, fu proposto più volte di pubblicare le proprie memorie di guerra: a detta di chi lo conobbe, declinò sempre l’invito, affermando che i fatti erano troppo vicini per poterli raccontare obiettivamente, e che a giudicare il suo operato avrebbe pensato la storia. Era una risposta coerente con il personaggio. Sta di fatto che, come si accennava, non è molto copiosa la bibliografia su un generale che pure ha avuto nella Grande Guerra e, complessivamente, nella storia d’Italia, un posto di primissimo piano. Buona parte dei biografi di Diaz sono generali che erano stati ai suoi ordini o lo avevano conosciuto direttamente, e che scrissero negli anni immediatamente successivi alla sua scomparsa: Alberto Baldini (1929), Giovanni Marietti (1933), Rodolfo Corselli (1937).
Si può facilmente riscontrare come sin dal primo momento la vita del Duca della Vittoria fosse scritta secondo uno schema quasi immutabile, imposto peraltro dai fatti: la formazione e il servizio presso lo Stato maggiore e nei reparti operativi, il lavoro al Comando supremo fino all’estate del 1916, l’esperienza al fronte nelle fila della III Armata, l’improvvisa designazione a capo di Stato maggiore, il successo nella battaglia di arresto sul Piave e sul Grappa, la sua opera di rinnovamento strutturale e morale dell’esercito in base ai nuovi princìpi da lui introdotti e applicati, la traduzione pratica del nuovo corso nelle due grandi battaglie, quella difensiva sul Piave e quella offensiva di Vittorio Veneto, che assicurarono all’Italia e ai suoi alleati la vittoria finale, gli onori e i riconoscimenti che gli vennero tributati, l’attività nel dopoguerra e l’adesione al fascismo fino alla morte e ai solenni funerali di Stato. Gli autori sono ovviamente estimatori incondizionati del maresciallo, e ne esaltano le qualità umane e professionali. Basti per tutti il ritratto che ne traccia il generale di corpo d’armata Rodolfo Corselli:
Diaz: un nome breve, secco, tagliente; non ridondante e sonoro, come non mellifluamente armonioso, ma tuttavia soldatesco, marziale. Tale era l’uomo. Non vistoso nel fisico, che però presentava una linea semplice e aristocratica; di media statura, di media complessione, sguardo penetrante e scrutatore ma con riflessi benigni, sorriso lieve, fisionomia austera ed energica, ma senza durezza, denotante un’anima forte ma profondamente umana. E infatti egli era veramente buono e generoso d’indole, benché senza debolezze, ed anzi fermo e severo quando necessario; cortese nel tratto ma senza ostentazioni, anzi misuratamente cordiale ed espansivo; semplice di costumi, modesto ed alieno dai grandi rumori, ma sempre pronto ad accettare qualunque posto, qualunque incarico, qualunque responsabilità, pur di servire nel miglior modo la Patria e l’Esercito, perché in lui il sentimento del dovere significava fervore di obbedienza e prontezza al sacrificio.
E aggiunge:
È stato scritto «che rimase napoletano nei modi, nei gesti, nella mentalità; che era rimasto fedele persino a quella bonarietà colorita e un tantino popolaresca, che è la caratteristica più popolare e suggestiva dei vecchissimi napoletani». Può essere, e si potrebbe aggiungere che amava moltissimo la sua città. Ma è certo che era riuscito a moderare talune caratteristiche troppo meridionali: era sobrio nel gesto, e ordinariamente parco di parole; lavoratore attivissimo, ma non frettoloso, anzi ordinato, preciso e spesso anche minuzioso, «recava, fu scritto, nella sua vita un ordine e una minuzia che avevano del maniaco». Equilibrio insomma, senso di misura, e questo in tutto: nel fisico, nell’animo, nell’intelletto. Perché anche intellettualmente l’equilibrio era la sua migliore qualità: equilibrio, virtù tanto necessaria ma tanto difficile ad aversi da chi fa professione d’armi, e che perciò è attributo del vero Condottiero. Diaz non era dunque un genio [...], ma era un Capo di primissima classe, perché aveva intelligenza aperta, spirito alacre, abitudine alla riflessione e al ragionamento, tenacia nei propositi, altissimo senso del dovere. Tutte queste qualità naturali erano suffragate da una cultura militare completa, veramente perfetta, quale gliel’avevano formata i suoi studi scrupolosi e pazienti all’Accademia di Torino ed alla Scuola di Guerra, il suo passaggio dall’Arma di Artiglieria in Fanteria nel grado di maggiore, i suoi lavori nel Corpo di Stato Maggiore, la dimestichezza che ebbe col generale Pollio, maestro insigne per intelligenza e dottrina. Tutto questo complesso di doti, così varie ma bene armonizzate fra loro, lo portavano all’eclettismo, alla praticità, all’elasticità; non avendo vedute preconcette od opinioni cristallizzate, era incline ad osservare con attenzione i vari fenomeni che si manifestavano, e valutarne esattamente l’importanza e le possibili conseguenze, e vi orientava prontamente e mirabilmente la mente per trarne le soluzioni più adatte. In conclusione Diaz era di quegli uomini aventi virtù solide, che spiccano poco nei periodi e nelle situazioni ordinarie, perché sono alieni dal mettersi in mostra o perché la specie di occupazioni loro assegnate li tiene confusi nella massa, ma che valgono assai più di quanto sembra, e che nei momenti difficili mostrano qualità impreviste e insospettate, delle quali il Paese può grandemente avvantaggiarsi.
Le doti salienti di Diaz erano dunque l’equilibrio, la duttilità, l’umanità coniugata alla fermezza, la laboriosità, la precisione, il senso del dovere e del servizio. Alcune di queste caratteristiche si ritrovavano indubbiamente in Cadorna, come in altri generali che si erano messi in luce nel corso della guerra; ma quelle che maggiormente fecero apprezzare il futuro maresciallo e che si rivelarono particolarmente opportune ed efficaci durante l’ultimo anno di guerra furono il duttile pragmatismo e la capacità di adattarsi alle persone e alle situazioni; quanto di più lontano si potesse immaginare dalla coriacea rigidezza cadorniana.
Anche Olindo Malagodi, il direttore della «Tribuna» che, al pari di Luigi Albertini del «Corriere», fu il più autorevole e il meglio informato fra i giornalisti che dall’inizio alla fine seguirono la guerra colloquiando assiduamente con i vertici militari e politici, formulò un giudizio molto positivo, incontrandolo pochi giorni dopo la fine della guerra:
L’impressione che egli dà subito è quella di una grande semplicità e modestia congiunta a buon senso ed equilibrio, e con un fondo di finezza, che non si confonde però con la furberia [...]. È subito evidente che egli non ha né la voglia né la capacità retorica di drappeggiarsi nelle sue fortune per apparire maggiore della propria struttura.
Nessuno faceva riferimento, si badi bene, a particolari capacità strategiche: si parlava al massimo di un’ottima cultura militare, acquisita nella formazione giovanile e arricchita e perfezionata con l’esperienza. Il profilo che emerge è piuttosto quello di un intelligentissimo organizzatore, diremmo oggi di un perfetto team manager, che sa ascoltare le opinioni e le proposte dei collaboratori e mette in pratica la soluzione che ritiene migliore. Uno stile di comando che, come acutamente osserva Rochat, fa sì che «più che a Napoleone, modello inconfessato di tutti i comandanti della Grande Guerra, il Diaz [possa] essere avvicinato a Eisenhower, un altro comandante capace di affrontare la complessità della guerra moderna appoggiandosi sul lavoro del suo Stato Maggiore».
Lo stesso Diaz riteneva che la propria qualità più significativa fosse l’abilità nell’amalgamare i gruppi di lavoro e nel trarre il meglio da ciascuno:
Vede: io non mi faccio illusioni su me stesso, ma posso dire in tutta sincerità di avere avuto un merito: quello di equilibrare tutte le forze e tutti gli ingegni altrui, quello di far regnare la calma fra i miei generali e la fiducia fra le mie truppe. È già molto, sa, creare intorno a sé l’equilibrio, affinché ciascuno dia il più ed il meglio che può. Di questa opera equilibratrice sono fiero, e sento che è stata la mia caratteristica.
L’interlocutore con cui Diaz si confidava era l’autore di uno dei libri più interessanti sui comandanti italiani della Grande Guerra: Alberto Lumbroso, uno specialista di storia napoleonica che nel suo Cinque capi nella tormenta e dopo (1932) metteva a confronto, utilizzando anche gli appunti presi nel corso di incontri diretti con gli interessati, le esperienze di Cadorna, Diaz, Emanuele Filiberto duca d’Aosta, Giardino e Thaon di Revel. Lumbroso presentava il Duca della Vittoria in maniera meno agiografica e convenzionale: gli riconosceva le doti e le capacità che gli avevano consentito di fare uscire l’esercito dallo stato di sfacelo in cui versava dopo Caporetto e di sconfiggere definitivamente un nemico sempre temibile, ma d’altra parte, pur giustificandoli, non nascondeva quelli che erano potuti apparire come limiti o incertezze della sua azione di comando.
Dal profilo di Lumbroso emerge chiaramente, ancora una volta, che sin dal primo momento il giudizio su Diaz era inestricabilmente...
Indice dei contenuti
- Collana
- Frontespizio
- Copyright
- Indice
- Armando Diaz di Claudio Rosso
- Fonti e bibliografia
- Cronologia. 1918 L’Italia sul Piave di Mario Bussoni
- Approfondimento. Dal Piave alla vittoria di Mario Bussoni
- Piano dell'opera
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