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Un matrimonio sfortunato. Derrida e l'architettura

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Un matrimonio sfortunato. Derrida e l'architettura

Informazioni su questo libro

Peter Eisenman Derrida raddoppiato, Bernard Tschumi Derrida: un alleato e un ami, Renato Rizzi "We won", Mark Cousins Giocare con le parole, Catherine Ingraham La A maiuscola e la a minuscola dell'architettura, Petar Bojani? Pensare l'architettura/disciplinare l'architettura, Raoul Kirchmayr L'arte dell'espacement, Francesco Vitale La casa in decostruzione. Derrida e la legge dell'oikos, Dario Gentili Spazi di aspettativa, Damiano Cantone Un compito colossale. Note per un dialogo tra filosofia e architettura, Luca Taddio L'affermazione metastabile dell'architettura, Marcello Barison Affermazione senza posizione. Per un discorso decostruttivo sull'architettura, Carlo Deregibus Storie di ordinaria decostruzione. La controfirma dell'architettura, Gerrit Wegener Margini dell'architettura. Derrida e l'architettonica dell'architettura, Andrea Canclini Contrappunto al Parc de La Villette, Jacques Derrida "Ecco una proposta per il nostro Choral Work…" Lettera a Peter Eisenman (1986).

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Informazioni

Anno
2017
Print ISBN
9788842821236
eBook ISBN
9788865766088

Materiali 1

Pubblichiamo qui alcuni degli interventi presentati al convegno Architecture of Deconstruction. The Specter of Jacques Derrida, organizzato da Petar Bojanić e Vladan Djokić (Belgrado, 25-27 ottobre 2012).

Derrida raddoppiato

PETER EISENMAN
L’ingegnoso è sempre fantastico e l’autentico immaginario sempre analitico.
E.A. Poe, I delitti della Rue Morgue (1841)
Il racconto del mistero è la quintessenza della letteratura moderna. Per questo motivo è stato oggetto di numerose interpretazioni, provenienti specialmente da ambiti esterni alla letteratura stessa. Uno dei misteri discussi più a fondo riguarda La lettera rubata di Edgar Allan Poe. Il racconto fa parte della trilogia di Auguste Dupin, un parigino che ha perso la sua ricchezza e risolve casi intricati usando la logica del senso comune. Il racconto diventa teatro di un incontro tra Jacques Lacan e Jacques Derrida. Lacan tiene il suo Seminario sulla “Lettera rubata” nel 1955 e dieci anni dopo decide di usare questo saggio come introduzione al primo volume dei suoi Scritti. Prendendo questo seminario come punto di riferimento, Derrida critica il progetto di Lacan in un saggio intitolato Il fattore della verità, pubblicato in “Graphesis”, la rivista di French Studies di Yale nel 1975. Questo “scambio” tra Derrida e Lacan è molto utile a creare un contesto analogico facilmente trasferibile all’architettura.
Nello specifico, il racconto di Poe riguarda una lettera rubata, il suo facsimile e tre personaggi, ciascuno dei quali interessato a trovarla e/o rubarla per usarla come arma di ricatto contro uno degli altri. In questo contesto Lacan interpreta il racconto sullo sfondo di una relazione triadica e, siccome è uno psicoanalista, indaga le motivazioni psicologiche di tale relazione.
Il Seminario di Lacan dà modo a Derrida di prendere le distanze dallo stesso Lacan, ma anche di avanzare una propria interpretazione. Nella sua critica all’analisi lacaniana del racconto, Derrida ipotizza che si tratti di una relazione due più due, o quaternaria, non triadica. Nel Fattore della verità Derrida scrive: “E se la relazione duale tra due doppi (ciò che Lacan ridurrebbe all’immaginario) comprende e avvolge l’intero spazio detto del simbolico, lo deborda, lo finge, lo sciupa e lo disorganizza senza posa, l’opposizione dell’immaginario e del simbolico, soprattutto la sua gerarchia implicita, sembra molto limitata nella propria pertinenza: in ogni caso se la si misura alla portata di una simile scena di scrittura”. Continua suggerendo che “i fenomeni del doppio, dunque di Unheimlichkeit, non appartengono solo al ‘contesto’ trilogico de La lettera rubata”. Contro il modello psicoanalitico lacaniano, Derrida suggerisce che La lettera rubata ci spinga in “un labirinto di doppi senza originali, di facsimili senza lettera autentica e indivisibile”. Questo, aggiunge, aiuta a “sbloccarne la lettura: il gioco dei doppi, la visibilità senza termine, i rinvii testuali di facsimile in facsimile, l’inquadramento delle cornici, il carattere supplementare delle virgolette”.1.
In questo scambio c’è una differenza evidente tra Derrida e Lacan rispetto alla questione del rapporto tra significante e significato; ovvero tra segno e oggetto. In questo contesto possiamo considerare Lacan come uno strutturalista che rimane nel solco dell’idea di Saussure di una relazione immutabile tra segno e significato, mentre Derrida, da post-strutturalista, crede che non esista alcun significato trascendentale: non esiste un elemento che precede gli altri. Derrida mette in discussione l’accento posto da Lacan sulla possibilità di una “verità in presenza” nella presenza del significato. Derrida asserisce che Lacan trasforma la lettera rubata da significante (o segno) in un qualche tipo di significato, la cosa stessa; in tal modo Lacan pretende che la lettera sia una pura presenza. Questo perché non crede che quel che Poe ha scritto sia una semplice narrazione, e che questa narrazione prevalga su ciò che Derrida afferma che non si trova in alcun racconto di finzione, ovvero l’idea di testo. Per Derrida il testo è la presenza in presenza di una non-presenza. In definitiva, Derrida mette in dubbio la possibilità della presenza della verità. La messa in questione dei fondamenti della presenza è importante, in particolare per quanto ci rivela del rapporto tra Derrida e l’architettura, la disciplina secondo lui più legata alla presenza.
Si può pensare che Derrida critichi Lacan in virtù dell’importanza che quest’ultimo dà all’analisi della narrazione, cioè del discorso orale, a discapito della scrittura, e dunque alla presenza a discapito della non-presenza. Ma allo stesso tempo Derrida sta mettendo in questione un’altra cosa: il logocentrismo lacaniano insito nel privilegiare il discorso orale rispetto alla scrittura. Infine, Derrida critica Lacan per la sua incapacità di distinguere tra diversi tipi di narrazione nella finzione letteraria, in modo particolare quando essi mostrano eventuali qualità letterarie. Derrida sostiene che la lettura psicoanalitica lacaniana elimina il letterario dal testuale. Nel contesto dell’architettura questa idea di letterarietà equivale alla possibilità di un “architetturale” all’interno dell’architettura, qualcosa di diverso dal progetto di una narrazione o dal progetto inteso come narrazione.
Il letterario è linguaggio intorno al quale è stata tracciata una cornice, ossia che attira l’attenzione su di sé in quanto scrittura. Che cosa una tale cornice metaforica dovrebbe essere per l’architettura non è chiaro. Non è semplicemente un supporto o la traccia di una non-presenza: sarebbe troppo narratologico. Il lavoro di Derrida, secondo Barbara Johnson, consiste nel considerare l’idea di cornice come borderline nello studiare i limiti della logica spaziale in rapporto alla questione dell’intellegibilità – in altre parole a quello cui qualcosa dovrebbe somigliare. Johnson afferma che la riflessione di Derrida non si applica allo spazio geometrico (finito, omogeneo), ma nella nozione implicita di quel che significa vedere. Questo mi rimanda alla prima lezione di architettura di Colin Rowe durante una visita a una villa palladiana in Italia. Mi chiese: “Dimmi cosa vedi che non è qui”.
Anche se secondo Johnson Derrida sviluppa il tema del vedere ciò che non è qui, e non la funzione di scrivere all’interno del contesto della rappresentazione, a mio parere, seguendo Derrida, non possiamo estendere questo discorso all’architettura.
In definitiva, il problema per l’architettura è che c’è un doppio Derrida: un Derrida buono e uno cattivo. Quello buono interroga la presenza dell’architettura, ne apre i significati al libero gioco dei significanti e ascrive la sua fiducia ontologica nelle origini del luogo, ovvero del sito, a una nostalgia di rito. Il cattivo Derrida emerge quando invoca per l’architettura la necessità di mostrare la propria testualità, la propria non-presenza, di rappresentarla o assomigliarle nella sua essenza. Questa richiesta di rappresentazione è esclusivamente narrazione, una narrazione che non fa altro che cancellare la testualità. Come direbbe Jeff Kipnis, Derrida non comprende la decostruzione nelle altre discipline, in particolare nell’architettura. Io aggiungerei: va tutto bene, Jacques, anche molti di noi non lo fanno.
Traduzione dall’inglese di Damiano Cantone
1 J. Derrida “Il fattore della verità” (1975), in La carte postale. Da Socrate a Freud e al di là, a cura di L. Astore, F. Massari Luceri e F. Viri, Mimesis, Milano-Udine 2015, pp. 484-485.
Peter Eisenman, membro dei Five Architects, direttore dell’Institute for Architecture and Urban Studies e fondatore della rivista “Oppositions”, ha insegnato a Cambridge, Princeton, Harvard, Cooper Union e, attualmente, a Yale. È uno dei maggiori architetti viventi e fondamentale figura per i suoi contributi teorici. Ha ricevuto dall’Istituto americano degli architetti il National Honor Award nel 1991 per la sede della Koizumi Sangyo a Tokyo e nel 1993 per il Wexner Center di Columbus, Ohio. La sua ultima opera: Memorial dell’Olocausto a Berlino.

Derrida: un alleato e un ami

BERNARD TSCHUMI
Molto è stato detto sul rapporto tra architettura e decostruzione. Ma la prematura scomparsa di Jacques Derrida nell’ottobre del 2004 ci fornisce l’occasione per discutere ancora di alcune cose – o, in verità, di una sola. Forse l’incontro tra architettura e decostruzione è stato un modo, per gli architetti, per cercare alleati nelle altre discipline. A quanti si trovavano a di...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Premessa
  3. Materiali 1
  4. Materiali 2

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