Il regno errante
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Il regno errante

L'Arcadia come paradigma politico

  1. 352 pagine
  2. Italian
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Il regno errante

L'Arcadia come paradigma politico

Informazioni su questo libro

Da quando Virgilio, per ragioni che nessuno è riuscito finora a chiarire, decise di situare in Arcadia le sue Bucoliche, questa impervia regione della Grecia ha dato il suo nome a una tradizione letteraria fatta di idilli e di pastorelle, di paesaggi incantati e di delicati amori che, sebbene abbia prodotto dei capolavori in poesia come in pittura, è diventata sinonimo di uno stucchevole convenzionalismo. Il libro di Monica Ferrando rompe decisamente con questa tradizione e legge nell'Arcadia virgiliana un messaggio politico così eterogeneo al suo e al nostro tempo che la cultura occidentale ha dovuto calarvi sopra una sorta di pietra tombale. Attraverso una paziente, minuziosa indagine archeologica delle fonti storiche e letterarie, l'autrice ricostruisce punto per punto gli insospettati significati politici e religiosi che l'Arcadia e i suoi abitanti avevano nel mondo antico e che erano così forti che proprio a una donna arcade, Diotima, Platone affida nel Simposio la formulazione della sua filosofia dell'amore. Il libro getta così una luce nuova su alcuni dei concetti fondamentali della nostra tradizione politica: innanzitutto il nomos, la legge, che, smontando l'interpretazione schmittiana, viene restituito al suo originario significato musicale, ma anche e non meno un diverso rapporto fra città e territorio, che mette radicalmente in questione la supremazia della polis ateniese. Proprio quando la tradizione politica dell'occidente attraversa una crisi che sembra senza uscita, Monica Ferrando riscopre l'Arcadia come modello alternativo di una possibile esistenza felice degli uomini sulla terra.

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Informazioni

PARTE PRIMA

Archeologia dell’Arcadia

L’Arcadia prima di Virgilio

I

Perché l’Arcadia?

1. L’invenzione del tempo e della storia

«Forse ti sembrerà una sciocchezza» dissi cercando di provocare una sua reazione «ma il sorriso di quella vecchia è sempre con me». Quel sorriso, dissi, per me era un messaggio dall’Età dell’Oro. Mi aveva insegnato a respingere senza esitare tutti gli argomenti a sostegno della malvagità della natura umana. L’idea di ritornare a una “semplicità originaria” non era ingenua, antiscientifica né fuori dalla realtà. «La rinuncia» dissi «può essere una soluzione anche di questi tempi». «Forse hai ragione» disse Arkady: «Se il mondo ha un futuro, è un futuro ascetico».
Bruce Chatwin
Che Virgilio scelga di ambientare le Bucoliche in Arcadia, non in Sicilia, nonostante invochi, nel primo verso dell’Ecloga IV, le muse siciliane – Sicelides Musae – già ispiratrici di Teocrito, suo predecessore nell’invenzione del genere pastorale, non è davvero così ovvio. Perché, però, proprio l’Arcadia? Le spiegazioni addotte fino ad ora per dar ragione di questa scelta non convincono: difficile immaginare che nell’eleggere questa impervia regione della Grecia a luogo poetico vi sia stata l’intenzione di compiacere i ricchi patrizi romani che qui avevano ville e possedimenti, come pure è stato scritto1; sembrerebbe più ovvio associare questa scelta al fatto che i Romani, al pari dei Troiani, sarebbero discesi dagli Arcadi, come ricorda Plutarco. Questi infatti in una glossa delle Questioni romane si chiede perché alcuni Romani discendenti da antiche famiglie portino sandali a cui sono attaccate piccole lune, σεληνίδας, lunulae, dando alla questione questa risposta: «I più antichi sono infatti degli Arcadi, gente che dice di essere proselenes (più antichi della luna) perché discende da Evandro»2. È un’ipotesi certo più plausibile, anche se colui che, nell’antichità, aveva, se non scoperto, messo per iscritto questa genealogia parlando dell’arcade Evandro, cioè Dionigi di Alicarnasso nel primo libro delle sue Antichità romane – lo aveva fatto ventidue anni dopo la fine della composizione delle Bucoliche. Ciò non toglie, comunque, che questa discendenza dei Romani da un popolo e da una regione che non si identificava per nulla con l’immagine corrente della Grecia non presentasse, nel vantare un retaggio che affondava nelle origini stesse di Roma, aspetti problematici su cui si tornerà in seguito. Per questo motivo non convince la sicurezza di giudizio con cui studiosi come Philippe Borgeaud non esitano a fare dell’Arcadia virgiliana una semplice scenografia suggerita da un’“estetica delle origini” in cui Roma si fosse rivestita dei panni mitici di una Grecia remota ed estranea perfino alla Grecia stessa, che infatti non si era mai sognata di ambientare, almeno in epoca ellenistica, i suoi idilli in terra arcade3. Involontariamente, lo studioso tocca il grande interrogativo della presenza di una Grecia estranea a se stessa, ma non se ne avvede. Non poteva esserci conferma migliore della preveggente giustezza con cui Virgilio aveva compiuto la sua scelta, se ancora oggi persiste, nonostante la fama arrisa a questa regione, un invincibile carattere di estraneità alle seduzioni economiche della storia4. Ebbene sì, è come se, per svariate, molteplici ragioni che si tratterà di scoprire, l’Arcadia seguitasse a non appartenere al mondo pur facendone parte, e in questa precisa caratteristica fosse custodito il suo fascino. Se la scelta di Virgilio è stata una scelta di gusto, si tratta allora, in questo caso, di un gusto metafisico – come diceva Antonio Canova: «il genio e il gusto sono cose che tengono del metafisico, né possono circoscriversi tra termini fissi» – non tanto debitore della sensibilità del suo tempo quanto capace di far uso delle conoscenze più ricche di significato in relazione all’esigenza poetica, e al tempo stesso politica che, a partire dal suo tempo, lo animava. Tra queste conoscenze vi era senza dubbio, prima fra tutte, l’Arcadia. Potrebbe averlo colpito, come suggerisce Snell, il racconto dell’arcade più famoso del suo tempo, Polibio, nel quarto libro delle Historiai, dove si ricorda che la pratica costante della musica era il vero legame politico che univa gli Arcadi:
Gli antichi Arcadi, in tutta la loro vita pubblica (πολιτείαν) hanno accordato alla musica un ruolo educativo necessario non soltanto durante la fanciullezza, ma anche nella giovinezza fino ai trent’anni. Si tratta di un fatto noto e accettato da tutti che quasi solo presso gli Arcadi i bambini sono abituati, conformemente alle leggi (κατὰ νόμους: ex artis musicae legibus Schweighauser) a cantare fin da piccoli inni e peana agli dèi e agli eroi della patria. (IV, 20, 1, 7-8.)
La musica, come qui ci viene descritta, rappresenta un’esperienza del tempo come elaborazione comunitaria di un ordine etico-politico sul modello di quello osservabile nella natura ma da esso “naturalmente” differenziato. È facile immaginare come l’impulso cinetico-acustico che chiamiamo “ritmo” non fosse raffreddato nella misura astratta cui l’evoluzione della musica occidentale ci ha abituati5, ma si ispirasse a una mimesi cosmica in grado di alimentare le coordinate temporali della vita comune. Nella musica infatti il tempo è ritmo perché è il ritmo ad istituire il tempo. Proprio dall’osservazione della mutevole successione della luna occorreva estrarre il criterio di una ripetizione ordinata ma varia, cioè il “ritmo”, ed è così che gli Arcadi avrebbero scoperto, in Occidente, la dimensione ciclica e regolare del tempo, e regolato su di esso la loro forma di vita associata. È indubbio infatti che gli Arcadi si siano distinti nella tradizione greca per coloro che col tempo avevano da sempre un rapporto del tutto speciale. La cosa non può stupire, visto che l’Arcadia era stata l’unica regione del Peloponneso a non aver subìto la calata dei Dori, cui si attribuisce la distruzione della grande civiltà minoica di Creta, e ad aver quindi potuto mantenere un legame con la grande, e pacifica, civiltà preellenica dell’Europa antica, le cui tracce è stata Marija Gimbutas a discernere e a interpretare6. Nella successiva civiltà ellenica gli Arcadi rimasero quindi circondati della fama di originari abitatori della terra, precedenti la comparsa della luna, «cioè scaturiti dal sole» chiosa Johann Jakob Bachofen7, scopritori delle caratteristiche fisiche dell’ambiente e primi osservatori dei movimenti del cielo.
1. Come apprendiamo da Stefano di Bisanzio alla voce Ἀρκαδία del suo lessico, il termine di proselenoi fu introdotto nella lingua greca da Ippi di Reggio8:
Ippi di Reggio per primo dice che gli Arcadi erano chiamati “prelunari” (proselenoi).
Un poeta lirico, che potrebbe anche essere stato Pindaro, attribuisce a Pelasgo, progenitore degli Arcadi, l’epiteto di προσεληναίος9:
dall’Arcadia Pelasgo il proseleno (ἔιτ᾽ Ἀρκαδία προσελεναῖον Πελασγόν).
Nel significato di “più antichi della luna”, l’appellativo di “proseleni” compare anche in uno scolio al verso 398e delle Nuvole di Aristofane, dove allude all’antico mondo preolimpico di Crono. Che lo scoliaste avesse sentito il bisogno di chiarire il significato profondo di un aggettivo dispregiativo del tutto consono alla sofistica (di cui Socrate è per Aristofane il rappresentante), inserendo un termine riconducibile all’Arcadia, mostra come, nella critica della polis, idea dell’arcaico ed età di Crono fossero inseparabili. Se solo nell’atemporalità arcaica dell’età di Crono, o dell’oro, soppiantata dalla “fame dell’oro” di un denaro che si riproduce secondo le scadenze crono-logiche dell’interesse, sopravvive l’immagine di un accordo possibile tra giustizia e natura, il rimando implicito e scherzoso ai proseleni era più che ovvio. Grazie all’acuto scoliaste possiamo cogliere di nuovo anche noi quel che agli spettatori delle Nuvole doveva suonare immediato e politicamente pregnante.
α GLI ARCADI E L’ARCAICO. Nelle Nuvole, all’esplicita critica della religione olimpica di Socrate che esalta le nuvole per la loro capacità mimetica (le nuvole «diventano ciò che vogliono», 348) e per la loro azione trasparente al logos (365 sgg.), fa eco una altrettanto esplicita richiesta di culto da parte della luna – luna che moltiplica la sua presenza in tutta la commedia fino ai versi finali (1507). Questa richiesta è rivolta ad una città ingrata e indifferente ai benefici che essa le largisce e che si conclude col verso: «i giorni della vita vanno regolati sulla luna (κατὰ σελήνην)» (607 sgg.). L’ingratitudine della città nei confronti della natura impersonata dalla luna si ripercuote nello squilibrio in cui versano gli uomini che essa ospita: la patria potestà si capovolge in sottomissione secondo l’antitesi di povertà e ricchezza, disegnando un chiasma che sembra riprodurre l’ambivalenza arcade: la parca forma di vita pastorale del padre Strepsiade che invoca Demetra e rimanda all’antica aristocrazia rurale si rispecchia capovolta nell’aspirazione aristocratica della polis contemporanea incarnata dal figlio Fidippide che invoca Poseidone Hippios, il cui culto caratterizzava però fin dalla sua origine la città arcade di Mantinea. In un contesto che ridicolizza tanto la dabbenaggine campagnola che la malizia cittadina, si produce un contrasto comico che risulta tanto più impietoso quanto più rivela l’irreparabile aspetto tragico della vita associata, soggetta e asservita alla crescita del denaro, denaro che deve riprodursi secondo la legge ferina dell’interesse: «L’interesse? Che bestia è?» (1286). Il duplice ruolo allegorico del discorso riassume i termini della contesa. Scisso nelle parti di Discorso Giusto e Discorso Ingiusto, secondo una linea di demarcazione che ci richiama la doppia natura del logos figlio di Ermes dell’etimologia di Pan enunciata nel Cratilo platonico, il Discorso Giusto mostra come la forza della poesia faccia tutt’uno con la salute e con la bellezza (1002-1033) e come questa forza antica debba cedere di fronte alla forza della dialettica sofistica. Questa forza dialettica, però, che si svela come debolezza sul piano della giustizia, è compensata dallo zelo dell’interesse, così come l’autorità del padre, intaccata e indebolita dall’istruzione che questi ha procurato al figlio spinto dalla stessa logica dell’interesse, è compensata dall’adesione al modello vincente del Discorso Ingiusto. È dunque dal quadro precario di una realtà umana che mima l’inconsistenza già mimetica delle nuvole a salire l’eco di un mondo antichissimo, preolimpico. È qui che il riferimento all’antichità di Crono, cui appartiene anche il Discorso Giusto (930), produce un’immagine capace di resistere illesa e intatta anche dal tono dissacratorio del Socrate aristofaneo. In un gioco mimetico che lega in un rapporto di dipendenza biunivoca l’autonomizzarsi del figlio dal padre con l’autonomizzarsi del discorso sofistico dal discorso filosofico si profila, con l’inquietante e ingannevole apparenza della necessità naturale, l’autonomizzarsi del denaro. Il denaro che cresce solo grazie all’interesse si separa dal denaro usato solo per lo scambio e assume in questo modo il ruolo paradigmatico di una inarrestabile crescita che sembra naturale ma è, in quanto realtà prettamente umana, assolutamente contro natura:
Mese per mese, giorno per giorno, il denaro diventa sempre più e più, man mano che scorre il tempo. D’accordo. E allora dimmi: il mare, tu credi che adesso sia più grande di una volta? No. Per Zeus, è sempre uguale. È una legge di natura che non sia più grande. E allora, come mai il mare non diventa più gra...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Collana
  3. Frontespizio
  4. Colophon
  5. Sommario
  6. Introduzione
  7. PARTE PRIMA Archeologia dell’Arcadia L’Arcadia prima di Virgilio
  8. PARTE SECONDA Arcadia judice
  9. Conclusione
  10. Scopri l'autore