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Il Salon del 1846
Informazioni su questo libro
Charles Baudelaire, considerato il padre della poesia moderna, è anche autore di testi in prosa fra i più influenti e audaci del XIX secolo. Assiduo frequentatore dei salons parigini, era solito esprimere le sue teorie sull'arte moderna e sulla filosofia dell'arte in una critica arguta e diretta.
Questo breve saggio si sviluppa attorno ai principi del Romanticismo mentre Baudelaire accompagna metodicamente il lettore attraverso le opere di Delacroix e Ingres, rivelando la sua convinzione che il perseguimento dell'ideale è essenziale nell'espressione artistica. Una lente molto utile per capire la critica d'arte del XIX secolo in Francia e le opinioni mutevoli riguardo all'essenza del Romanticismo e dell'artista come genio creativo.
La prefazione di Adolfo Tura offre una nuova lettura di questo testo fondamentale mettendone in evidenza l'importanza anche per il pubblico odierno.
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Arte generaleIl Salon del 1846
Ai borghesi
Voi siete la maggioranza – per numero e per intelligenza; per questo siete la forza – che è la giustizia.
Gli uni uomini di scienza, gli altri proprietari; verrà un giorno radioso in cui gli uomini di scienza saranno proprietari e i proprietari uomini di scienza. Allora la vostra potenza sarà completa e nessuno protesterà contro di essa.
Nell’attesa di tale suprema armonia, è giusto che coloro che sono solamente proprietari aspirino a divenire uomini di scienza; la scienza rappresenta infatti un godimento non meno grande della proprietà.
Voi possedete il governo della città, e questo è giusto, perché siete la forza. Ma occorre che siate in grado di sentire la bellezza; come nessuno di voi può oggi fare a meno della potenza, così nessuno ha il diritto di fare a meno della poesia.
Potete vivere tre giorni senza pane – senza poesia, mai. E quelli di voi che dicono il contrario si ingannano: non conoscono se stessi.
Gli aristocratici del pensiero, i dispensatori della lode e del biasimo, gli accaparratori delle cose spirituali, vi hanno detto che non avevate il diritto di sentire e di godere: sono dei farisei.
Il fatto è che avete in mano il governo di una città nella quale è presente il pubblico dell’universo e bisogna che siate degni di questo compito.
Godere è una scienza, e l’esercizio dei cinque sensi esige una iniziazione particolare, che non si ottiene se non con la buona volontà e il bisogno. Ora voi avete appunto bisogno d’arte.
L’arte è un bene infinitamente prezioso, una bevanda che rinfresca e riscalda, che ristabilisce lo stomaco e lo spirito nel naturale equilibrio dell’ideale.
Ne comprendete l’utilità, o borghesi – legislatori o commercianti – quando, scoccate le sette o le otto, chinate il vostro capo stanco alle braci del focolare e sui cuscini della poltrona.
In quel momento, un più acceso desiderare o un fantasticare più attivo vi ristorerebbero dall’attività quotidiana.
Ma gli accaparratori hanno voluto tenervi lontani dall’albero della scienza, perché la scienza è cosa loro, della quale sono infinitamente gelosi. Se vi contestassero la capacità di fabbricare opere d’arte o di comprendere i modi con i quali le si realizzano, affermerebbero una verità della quale non avreste da offendervi, siccome gli affari pubblici e il commercio assorbono i tre quarti della vostra giornata. Quanto ai momenti di svago, devono essere dedicati al godimento e alla voluttà.
Ma gli accaparratori vi hanno proibito di godere, perché non intendete la tecnica delle varie arti al pari di come intendete le leggi e gli affari.
E tuttavia è giusto, se i due terzi del vostro tempo sono riempiti dalla scienza, che il terzo sia occupato dall’esercizio della vostra sensibilità. È solo attraverso il sentimento che dovete comprendere l’arte – ed è così che si creerà un equilibrio nelle forze della vostra anima.
Per il fatto di essere molteplice, la verità non è doppia: così come in politica avete esteso diritti e benefici, nelle arti avete istituito una più vasta e ricca condivisione.
Borghesi, voi avete – re, legislatori o commercianti – fondato raccolte, musei, gallerie. Alcune di quelle che, sedici anni fa, erano accessibili solo agli accaparratori, hanno spalancato le loro porte alla moltitudine.
Vi siete associati, avete costituito delle compagnie e preso denari a prestito per realizzare l’idea del futuro in tutte le sue diverse forme: politica, industriale e artistica. In nessuna nobile impresa avete lasciato l’iniziativa alla minoranza contestatrice e travagliata, che d’altronde è la nemica naturale dell’arte.
In arte e in politica, infatti, lasciarsi superare è quanto suicidarsi, e una maggioranza non può suicidarsi.
Ciò che avete fatto per la Francia, l’avete fatto per altri paesi. Il Musée Espagnol* ha accresciuto il complesso delle idee generali che dovete possedere in fatto di arte. Sapete perfettamente che, come un museo nazionale è una condivisione la cui dolce influenza ingentilisce i cuori e rende docili le volontà, così un museo straniero è una condivisione internazionale nella quale due popoli, avendo agio di osservarsi e studiarsi, si capiscono mutualmente e fraternizzano senza contrasti.
Siccome gli uni di voi sono ricchi, gli altri uomini di scienza, voi siete gli amici naturali delle arti.
Dopo aver dato alla società la vostra scienza, la vostra industria, il vostro lavoro, il vostro denaro, richiedete di venir pagati in godimenti del corpo, della ragione e della immaginazione. Se raccoglierete la quantità di godimenti necessaria a rimettere in equilibrio tutte le parti del vostro essere, sarete felici, sazi e benevoli, così come sazia, felice e benevola sarà la società quando avrà trovato il suo equilibrio generale e assoluto.
È perciò naturale, borghesi, che questo libro vi sia dedicato. Poiché ogni libro che non si rivolga alla maggioranza – per numero e per intelligenza – è un libro sciocco.
1° maggio 1846
I
A che serve la critica?
A che serve? – Punto di domanda vasto e terribile, che afferra la critica per il bavero sin dal primo passo che essa voglia muovere nel suo primo capitolo. L’artista rimprovera anzitutto alla critica di non poter insegnare nulla al borghese – il quale non vuole né dipingere né poetare – né all’arte, giacché è dalle sue stesse viscere che la critica è uscita.
E tuttavia quanti artisti di questo tempo debbono soltanto a essa la loro povera fama! È forse questo il vero rimprovero da farle.
Può esservi capitato di vedere un Gavarni raffigurante un pittore curvo sulla sua tela, dietro di lui un signore – serio, asciutto, rigido, con una cravatta bianca – con in mano la sua ultima recensione: «Se l’arte è nobile, la critica è santa». – «Chi lo dice?» – «La critica!»
Se capita tanto facilmente che all’artista tocchi la parte migliore sulla scena, questo non può che dipendere dal fatto che il critico è un critico come ce ne sono parecchi.
In fatto di mezzi e tecniche ricavabili dai libri,* il pubblico e l’artista non hanno qui nulla da imparare. Sono cose che si imparano negli atelier e il pubblico non si interessa che dei risultati.
Credo sinceramente che la critica migliore debba essere piacevole e poetica: non dunque quella, fredda e algebrica, che, con il pretesto di spiegare tutto, non porta né odio né amore al suo oggetto e si spoglia deliberatamente di qualunque temperamento, ma – allo stesso modo in cui un bel quadro è la natura rispecchiata da un artista – quella che ci mostrerà tale quadro nello specchio di uno spirito intelligente e sensibile. Sicché la recensione migliore di un quadro potrà essere un sonetto o una elegia.
Ma un tale genere di critica è destinato alle raccolte poetiche e ai lettori di poesia. Quanto alla critica propriamente detta, spero che i filosofi comprendano ciò che sto per dire: per essere giusta, vale a dire per avere la sua ragion d’essere, la critica deve essere parziale, appassionata, politica, cioè condotta da un punto di vista esclusivo – purché sia quello che apre il maggior numero di orizzonti.
Esaltare la linea a discapito del colore oppure il colore a spese della linea è senza dubbio un punto di vista, ma non molto ampio né granché giusto, e rivela una totale incomprensione dei destini individuali.
Non sappiamo in quali dosi la natura ha mescolato nei diversi spiriti il gusto della linea e del colore e per quali vie misteriose essa opera quella fusione il cui esito è un quadro.
Un punto di vista più ampio sarà pertanto l’individualismo correttamente inteso: esigere dall’artista l’ingenuità e l’espressione sincera del suo temperamento, sostenute con tutti i mezzi che il mestiere può fornirgli.*
Chi non ha temperamento non è degno di fare dei quadri e – siccome ne abbiamo abbastanza degli imitatori e soprattutto degli eclettici – deve prestarsi come manodopera al servizio di un pittore di temperamento. Ne darò la prova in uno degli ultimi capitoli.
Munito di un criterio sicuro desunto dalla natura, il critico deve compiere il suo dovere con passione. Non si è meno uomini per il fatto di essere critici, e la passione ravvicina i temperamenti analoghi e porta la ragione a nuove altezze.
Stendhal ha scritto una volta: «La pittura non è che morale costruita!» – Secondo che si intenda la parola “morale” in senso più o meno liberale, si può dire lo stesso di tutte le arti. Poiché tutte si risolvono nel fatto che il bello trova espressione attraverso il sentire, la passione e il fantasticare individuali, vale a dire la varietà nell’unità, o le diverse facce dell’assoluto, la critica sconfina a ogni momento nella metafisica.
Poiché ogni secolo e ogni popolo hanno il proprio modo di esprimere la bellezza e la morale, se vogliamo intendere con il termine “romanticismo” l’espressione più recente e più moderna della bellezza, per il critico avveduto e appassionato il grande artista sarà quello che al requisito appena enunciato, cioè all’ingenuità, unirà il massimo possibile di romanticismo.
II
Che cos’è il romanticismo?
Oggi pochi sono inclini a dare a questa parola un senso effettivo e determinato; ma chi oserebbe affermare che una intera generazione si sia impegnata in una battaglia di lunghi anni per una bandiera, se questa non fosse un simbolo?
Ripensiamo ai disordini di questi ultimi tempi: dovre-mo constatare che, se sono pochi coloro che sono rimasti romantici, questo dipende dal fatto che pochi hanno trovato il romanticismo. Ma tutti l’hanno cercato sinceramente e lealmente.
Alcuni non si sono occupati che della scelta dei loro soggetti: non avevano il temperamento adatto a realizzarli. Altri, credendo ancora in una società cattolica, hanno provato a rispecchiare il cattolicesimo nelle loro opere.
Definirsi romantici e guardare sistematicamente al passato è contraddirsi.
Questi, nel nome del romanticismo, hanno profanato i greci e i romani: il fatto è che si possono rappresentare dei greci e dei romani romantici solamente se si è romantici.
La “verità nell’arte” e il “colore locale” ne hanno fuorviati parecchi altri. Il realismo esisteva da molto prima di questa gran battaglia. Del resto, realizzare una tragedia o un quadro per Raoul Rochette* è esporsi a ricevere una smentita da parte del primo venuto, se ne sa più di Raoul Rochette.
Il romanticismo non sta propriamente né nella scelta dei temi né nella verità esatta, ma nella maniera di sentire.
L’hanno cercato fuori ed è solo dentro che è possibile trovarlo.
Per me il romanticismo è l’espressione più recente, più attuale, del bello.
Ci sono tante bellezze quanti sono i modi di cercare abitualmente la felicità.**
La filosofia del progresso offre una chiara spiegazione della cosa. Poiché sono esistiti tanti ideali quante maniere diverse in cui i popoli hanno inteso la morale, l’amore, la religione ecc., il romanticismo non consisterà in una esecuzione perfetta, ma in una concezione affine alla morale del tempo.
È perché alcuni l’hanno identificato con la perfezione del mestiere che abbiamo avuto il rococò del romanticismo, incontestabilmente il più insopportabile.
Prima di tutto bisogna perciò conoscere quegli aspetti della natura e quelle situazioni dell’anima che gli artisti del passato hanno disdegnato o non hanno conosciuto.
Chi dice romanticismo dice arte moderna, vale a dire intimità, spiritualità, colore, aspirazione verso l’infinito, espressi con tutti i mezzi a disposizione delle varie arti.
Ne consegue che c’è una evidente contraddizione tra il romanticismo e le opere dei suoi principali adepti.
Che il colore abbia una parte importantissima nell’arte moderna non può stupire. Il romanticismo è figlio del Nord e il Nord è colorista. I sogni e le credenze fantastiche si generano nella bruma. L’Inghilterra, patria del colorismo esasperato, le Fiandre e metà della Francia sono immerse nelle nebbie; Venezia stessa si bagna nella laguna. Quanto ai pittori spagnoli, a loro appartengono più i contrasti che i colori.
All’opposto, il Mezzogiorno è naturalista, giacché la natura vi appare così bella e così luminosa che l’uomo, non avendo nulla da desiderare, non trova niente da inventare che sia più bello di ciò che vede. Qui regna l’arte all’aria aperta – poche centinaia di leghe più su sogni profondi prendono consistenza negli atelier e gli sguardi della fantasia si perdono negli orizzonti grigi.
Il Mezzogiorno è brutale e assertivo come uno scultore nelle sue composizioni più delicate; il Nord sofferente e inquieto si consola con l’immaginazione e, quando fa della scultura, questa s...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Il libro
- Premessa
- Il Salon del 1846
- Gli e-book di Johan & Levi
- Copyright
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