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Nicola II
Informazioni su questo libro
Nicola II Romanov ereditò nel 1894 un Paese ben diverso dalla Russia dell'assolutismo paterno: la linea Transiberiana, il commercio marittimo, l'industrializzazione, l'urbanizzazione e la crisi agraria seguita da aspre tensioni sociali. Conservatore, tradizionalista e autocrate, riteneva che il potere gli derivasse direttamente da Dio. Né la concessione tardiva delle riforme, con i violenti moti del 1905, né l'entrata nel Primo conflitto mondiale misero al riparo l'Impero dalla rivoluzione del 1917. Lo zar credette che il popolo lo avrebbe riportato al trono. Morì invece fucilato, con la sua famiglia e pochi altri, nel luglio 1918. Con lui si chiuse la storia della Russia zarista, che era iniziata con Ivan il Terribile nel XVI secolo.
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Didattica generaleNicola II
Formazione di un autocrate
Quando, il 1° novembre 1894, lo zar Alessandro III muore, la Russia è impreparata: il sovrano che ha governato il Paese con il pugno di ferro, uomo rude e iracondo, celebre per la sua statura imponente e la sua forza fisica, è stato consumato in pochi mesi dalla malattia, che lo ha ucciso a soli quarantanove anni mentre si trovava nella residenza imperiale di Livadija, in Crimea. Lo zar non ha lasciato disposizioni precise circa la sua successione; negli ambienti di corte da tempo si mormorava che avrebbe preferito lasciare il trono al secondogenito, il granduca Michele, che aveva già dimostrato la sicurezza e la forza necessarie per governare. Il timido e indeciso zarevic’ Nicola, sarebbe stato così esautorato, ma la morte improvvisa del padre e la giovane età del prescelto resero impraticabile questa ipotesi. Il potere, dunque, passò all’erede legittimo, Nicola, che da parte sua lo accettò malvolentieri, come un onere sgradevole, un dovere per il quale confessava: «Non sono preparato» perché «[…] è il mestiere che meno avrei preferito fare. Non so neppure come devo rivolgermi ai miei ministri».
Probabilmente aveva ragione.
Al giovane principe era stata impartita un’educazione di stampo anglosassone: tanto sport, equitazione, danza, che avevano conferito al suo corpo quel portamento e quella grazia che insieme al suo celebre sguardo limpido e gentile e a un volto dai lineamenti regolari e delicati lo faranno passare alla storia come il più bel sovrano dell’Europa del tempo. Naturalmente Nicola aveva ricevuto anche un’infarinatura sulla gloriosa storia degli antichi zar, qualche nozione di diritto e non era certo stato trascurato lo studio delle lingue europee fondamentali: inglese, francese e tedesco. Nulla di tutto questo servì tuttavia a prepararlo veramente al suo futuro ruolo di autocrate, perché nulla di tutto questo aiutava a comprendere la realtà sociale ed economica del Paese, a farsene un’opinione. La vita quotidiana di questo giovane principe ereditario, infatti, si snodava fra le cacce nella foresta di Białowieża, al confine fra le attuali Bielorussia e Polonia, dove per il piacere dei sovrani l’originaria fauna di bisonti, lupi e orsi era stata arricchita con l’importazione di cervi siberiani e alci. E poi le parate militari, che Nicola amava fin da bambino quando vi assisteva a fianco del padre. Nicola aveva anche una vera passione per il balletto e per l’opera: adorava Glinka, Čajkovskij e tutta l’opera russa e al teatro Mariinskij di San Pietroburgo assisteva rapito all’esecuzione del Lago dei cigni, della Bella addormentata e di Coppélia, innamorandosi follemente della prima ballerina del teatro imperiale, Mathilde Kschessinska. Unico impegno che richiedesse una qualche responsabilità era il servizio come capo squadrone nel Reggimento della guardia Preobraženskij, necessario apprendistato militare per un futuro sovrano. Ma per Nicola questa era soprattutto l’occasione per esibire una impeccabile uniforme in parate sontuose − simboli teatrali del legame tra lo zar, il suo esercito e il popolo russo – e per condividere l’amore per le donne e per i cavalli con l’élite della gioventù russa.
Come molti altri giovani ufficiali, Nicola conduceva in definitiva un’esistenza sregolata, con scarsi impegni e nessuna responsabilità né apprendistato di governo. L’intensa vita mondana e sentimentale e una certa propensione agli eccessi, sia nel gioco sia nell’alcool, servivano a mascherare la noia, la mancanza di stimoli e l’inattività. Per ovviare a questa situazione e, forse, per allontanare Nicola dall’amore troppo sensuale per la Kschessinska o, secondo una versione alternativa, dall’amore troppo romantico e malvisto dalla famiglia per Alice d’Assia, la futura zarina Aleksandra Feodorovna Romanova, nel novembre 1890 Alessandro III aveva spedito il figlio in una lunga crociera che, partita da Trieste con destinazione finale Vladivostok, aveva portato Nicola, il fratello Giorgio e un nutrito gruppo di nobili rampolli in Egitto, Indonesia, India e infine in Giappone. I diari di Nicola ricordano soprattutto le audaci movenze delle ballerine egiziane, i piacevoli momenti trascorsi in Giappone con le geishe e la frequentazione di postriboli malfamati. Il viaggio ebbe anche una conclusione incresciosa: con Nicola aggredito e ferito alla testa con una sciabola da un fanatico giapponese per ragioni ignote, ma forse legate alle ambigue e rischiose frequentazioni della comitiva russa. Nonostante ciò, questa peregrinazione avventurosa ha forse rappresentato per Nicola la prima occasione di formazione personale e conoscenza del mondo al di fuori degli ambienti di corte. Il futuro, accresciuto (e in fondo malaugurato) interesse della politica estera russa per l’Asia ha probabilmente le sue radici in questo viaggio.
Forse suo padre avrebbe però fatto meglio a organizzare un viaggio all’interno della “Grande Madre Russia” perché Nicola potesse venire a contatto con la straordinaria varietà di culture e religioni che costituivano la realtà, e uno dei maggiori problemi, dello Stato. Così facendo Nicola avrebbe seguito le orme del nonno Alessandro II, primo e unico zar ad aver sentito il bisogno di visitare personalmente la Siberia e il Caucaso. Quando Nicola rientrò in Russia, il problema della sua formazione si fece più pressante. Gli stessi ministri dello zar, primo fra tutti il ministro delle Finanze Witte, che aveva avviato la difficile modernizzazione economica del Paese, insistettero con Alessandro III perché affidasse al figlio incarichi di una certa responsabilità. Venne avanzata la proposta di nominarlo presidente del Comitato per la costruzione della Transiberiana, la ferrovia che avrebbe dovuto collegare la Russia europea a Vladivostok, nell’Estremo Oriente russo. Alessandro III però tentennò, ritenendo che il figlio fosse ancora «un bambino, capace solo di giudizi puerili», mentre un’opera di tanta importanza strategica ed economica richiedeva abilità e competenza. Alla fine si limitò a inviare a Vladivostok lo zarevic’ come proprio rappresentante alla posa della prima pietra. La presidenza del comitato per la costruzione della Transiberiana, organo dotato di poteri straordinari in grado di superare i vincoli burocratici e legali connessi a una simile impresa, di decidere il trasferimento di comunità intere insediate lungo il percorso e di garantire la sicurezza del tracciato, rimase puramente nominale dal momento che era Witte, supervisore dell’opera, a indirizzare e influenzare le decisioni del presidente onorario, Nicola.
Con ogni probabilità un intervento di Witte è all’origine anche del secondo incarico di governo che venne affidato allo zarevic’: la nomina, nel febbraio 1892, a membro del comitato delle Finanze, istituzione della quale il futuro autocrate confessava «di non aver mai supposto neppure l’esistenza». Le occasioni di incontro con i rappresentanti diplomatici di diversi Paesi, la possibilità di assistere al Consiglio dei ministri e di sperimentare la pratica di governo, che questo ruolo gli offriva per la prima volta, si riducono però nei suoi diari a infantili lamentazioni sulla noia di un impegno onorifico ma tedioso, che lo costringeva a «mattinate insopportabili» in compagnia dell’ambasciatore svedese o del «macaco giapponese», ovvero il rappresentante diplomatico dell’imperatore giapponese in Russia (evidentemente meno divertente delle geishe incontrate durante il suo viaggio).
Qualsiasi sia la fonte, i suoi diari o i ricordi dei suoi precettori, tutte le testimonianze concordano nell’affermare che appena si cercava di affrontare seriamente con Nicola un problema politico o amministrativo lui veniva colto da una incontenibile noia. Questa immagine di apatia, di disinteresse per le sorti politiche del Paese e di inettitudine ha consentito ai suoi nemici, primo fra tutti il bolscevico Trockij che tanto amava mettere in relazione la rivoluzione francese con quella russa, di istituire e diffondere un poco edificante paragone fra Nicola II Romanov e il neghittoso Luigi XVI.
Il mestiere dello zar, però, non richiedeva solo competenza tecnica e amministrativa, conoscenza dei problemi del Paese e doti caratteriali, tutte qualità come abbiamo visto carenti in Nicola. Il mestiere dello zar richiedeva soprattutto e innanzitutto una idea politica complessiva, quella che oggi chiameremmo una “visione” e Nicola questa “visione” ce l’aveva, anche se limitata e semplicistica. Nicola sa quello che vuole e sa, o crede di sapere, che cosa deve fare per il suo Paese. Gran parte di questa sicurezza − e di questa angustia di orizzonti – gli deriva dagli insegnamenti del suo precettore: Konstantin Petrovič Pobedonoscev.
Pobedonoscev era uomo potentissimo. Con il ministro dell’Interno Dmitrij Tolstoj era il membro più influente del governo di Alessandro III, di cui appoggiò la svolta ultrareazionaria. Dal 1880 era diventato procuratore del Santo Sinodo, la massima autorità dottrinale e amministrativa della Chiesa cristiana ortodossa di Russia e, in virtù di questa posizione, aveva contatti quotidiani con lo zar che della Chiesa era il capo e ne indirizzava le scelte. Come difensore degli interessi della Chiesa ortodossa favorì l’estensione dell’istruzione elementare alle classi più povere, a patto che questa restasse sotto il rigido controllo del clero, e soprattutto appoggiò la nascita e il rafforzamento di quel nazionalismo grande-russo che trovava nei militari e nel clero ortodosso i suoi pilastri e che avrebbe avuto come conseguenza un netto peggioramento delle condizioni di vita e dei diritti delle minoranze nazionali e religiose dell’Impero russo. Primi fra tutti gli ebrei.
Ultraconservatore, nazionalista, tradizionalista e antisemita, Pobedonoscev inculcò nella mente di Nicola poche idee, ma chiare e forti: la politica riformatrice di Alessandro II aveva fallito e la sua morte violenta dimostrava come in Russia le riforme fossero impraticabili. In un Paese multinazionale come la Russia era impensabile istituire un regime parlamentare perché solo un autocrate era in grado di governare una simile complessità e incarnare l’interesse generale. Il potere dello zar era sacro perché proveniva direttamente da Dio. Il suo lavoro venne facilitato dalla biografia stessa dello zarevic’. Il giovane “Nicky”, infatti, a tredici anni aveva visto morire sotto i suoi occhi il nonno, Alessandro II, con il corpo dilaniato da una bomba; con il padre e la nonna aveva partecipato alla veglia e assistito alla sua lenta agonia. Il ricordo di quelle ore e lo shock non lo abbandonarono più, saldando nella sua mente l’idea della impraticabilità delle riforme all’esperienza personale e alla constatazione dolorosa che l’aver tentato di cambiare il Paese non aveva salvato la vita ad Alessandro II. Nicola, però, conservava altre immagini nella sua mente, come quelle del padre negli abiti tradizionali del contadino russo, camicia ampia, pantaloni al ginocchio e giacca di montone: un autentico russo insomma, un populista che si sentiva legato alle masse contadine e che trasmise al figlio l’idea che il popolo era fondamentalmente buono e amava il suo zar. Era l’intelligencija, erano i liberali e i socialisti a traviare il popolo russo. Loro erano il male assoluto.
Conservatore e tradizionalista, dunque, Nicola sviluppò una idea molto precisa della natura del suo potere e dei suoi doveri: egli aveva imparato che in qualità di autocrate il suo potere derivava direttamente da Dio e che la responsabilità del governo era solo sua, dal momento che i ministri erano nominati da lui e rispondevano solo a lui. Ma aveva anche imparato che dovere di uno zar autocrate era di trasmettere intatto il suo potere ai figli. Influenzato da Pobedonoscev e incapace anche solo di immaginare soluzioni che contravvenissero alle tradizioni secolari, Nicola si proponeva di mantenere «[…] per il bene della Russia intera il principio dell’autocrazia assoluta, nel modo fermo e deciso che è stato di mio padre».
Eppure, quando la motivazione era abbastanza forte, l’uomo era capace di trasgressione e disobbedienza, come ben dimostrano le sue vicende matrimoniali. A sedici anni Nicola, in occasione dello splendido matrimonio di Elisabetta d’Assia con suo zio Sergej Aleksandrovič Romanov, conobbe Alice, sorella minore della sposa. Era una ragazzina di dodici anni, molto alta e longilinea, con un incarnato candido, folti capelli biondi tendenti al rosso e occhi grigio-azzurri intelligenti e diretti, anche se talvolta venati di malinconia. Rimasta orfana di madre in tenera età, Alice era passata sotto l’ala protettiva della nonna materna, la regina Vittoria d’Inghilterra, preoccupata di garantire alla nipote tedesca un’opportuna educazione e un adeguato matrimonio. Nicola ne rimase colpito e trascorreva volentieri con lei, e una banda di sorelle e fratelli, i lunghi pomeriggi estivi nel palazzo imperiale di Peterhof, sul golfo di Finlandia, dove i figli del granduca d’Assia erano stati invitati dopo il matrimonio.
Nicola scriveva sul suo diario «ci amiamo», mentre Alice disegnava abiti da sposa sui suoi quaderni e fantasticava con le amiche, compagne di giochi e di lezioni di musica nel palazzo di Darmstadt.
Impossibile d’altra parte stabilire l’intensità e la serietà di questo sentimento, soprattutto se teniamo conto dell’irrequietezza sentimentale e sessuale del giovane zarevic’. Una cosa, invece, è certa: nessuno desiderava questo matrimonio. La regina Vittoria, infatti, aveva tutt’altri progetti matrimoniali per Alice, che le appariva come la moglie ideale di suo nipote Edoardo, primogenito di suo figlio Bertie e futuro re d’Inghilterra. Già delusa per il matrimonio di Elisabetta d’Assia con un Romanov – dinastia che detestava per una antipatia personale, peraltro ricambiata, nei confronti di Alessandro III – ma anche per aver visto tante principesse protestanti soffrire in matrimoni nella gelida Russia con i gelidi Romanov. Per non parlare dell’infelice matrimonio di suo figlio Alfredo con Marija Aleksandrovna Romanova, zia dello zar. La regina non intendeva dunque favorire in alcun modo questo legame, anzi si dimostrava assai irritata dal fatto che i due giovani nel corso del tempo avessero avuto altre occasioni di incontrarsi. I Romanov, da parte loro, erano inquieti: la zarina, Marija Feodorovna, scriveva preoccupata alla sorella, principessa del Galles, sottolineando l’inadeguatezza di Alice come futura zarina e auspicando il matrimonio di Nicola con Elena, figlia del principe Luigi Filippo Alberto d’Orléans, una principessa di sangue reale. Matrimonio, questo, che avrebbe consolidato i rapporti con la Francia, verso la quale in quegli anni si rivolgevano gli interessi diplomatici e politici dello zar. Nessuna di queste pressioni, però, ebbe successo. Alice, dimostrando una fermezza di carattere insolita in una donna della sua età e del suo rango, disobbedì alla nonna e rifiutò ufficialmente la proposta di matrimonio del cugino Edoardo. Quindi, su invito della sorella, nel 1890 partì per la Russia dove, però, le venne impedito di incontrare Nicola, già salpato verso l’Asia.
Forse fu però proprio l’esito a dir poco preoccupante di quel viaggio esotico o forse l’esordio della malattia a convincere Alessandro III dell’urgenza di risolvere la questione matrimoniale del figlio, spingendolo a cedere al desiderio di Nicola di sposare Alice. D’altra parte le relazioni matrimoniali fra la corte d’Assia e quella di San Pietroburgo erano antiche e consolidate perché queste unioni non comportavano complicazioni religiose, visto che le spose protestanti si convertivano docilmente al cristianesimo ortodosso. Si trattava semplicemente, in fondo, di continuare una tradizione inaugurata da Alessandro II, andato sposo a Guglielmina d’Assia, e confermata dal più recente matrimonio di Elisabetta con Sergej.
Nicola, dunque, ottenne l’autorizzazione dei suoi genitori a chiedere la mano di Alice. Lei ci mise un po’ ad accettare, anche per alcune riserve di carattere religioso. Tenne Nicola sulle spine, ma alla fine si decise per il “sì”. L’8 aprile 1894 i due giovani si fidanzarono ufficialmente e Alice riuscì a trasformare l’incostante Nicola in un marito fedele.
A fine settembre, però, la situazione precipitò: le condizioni di salute dello zar peggiorarono e Nicola, a Livadija sul mar Nero con tutta la famiglia, pretese che Alice lo raggiungesse. Dunque la fidanzata assistette a tutte le fasi finali e concitate di questa tragedia, dalla morte dello zar alla difficile organizzazione del suo funerale e soprattutto fu costretta, in qualità di principessa ereditaria, a seguire l’interminabile viaggio del feretro attraverso la Russia, dalla Crimea a San Pietroburgo, un viaggio scandito a ogni tappa dalle interminabili cerimonie previste dal rito ortodosso. È così che molti russi la videro per la prima volta: in ginocchio, con un velo nero sul capo.
Ormai anche lei si era convertita all’ortodossia, assumendo il nome di Aleksandra Feodorovna Romanova. Il matrimonio poteva quindi aver luogo. Un matrimonio “in lutto”, celebrato poco meno di un mese dopo la morte dello zar. Forse non proprio quello che la giovane donna aveva immaginato e sperato.
La cerimonia del matrimonio imperiale si svolse secondo un rito immutato da secoli e che il tradizionalista e conservatore Nicola era ben deciso a rispettare. Nelle lussuose sale del Palazzo d’Inverno a San Pietroburgo un variegato pubblico costituito da aristocratiche dame in tradizionali caffetani di stoffa ricamata, mercanti tartari, burocrati di ogni livello e giornalisti aspettava il passaggio degli sposi. Aleksandra si sottopose al rito della vestizione, anch’esso regolato da un rigido protocollo. Uno stuolo di cameriere e tutte le dame di compagnia della suocera la attendevano nella apposita stanza e presiedettero a ogni passaggio della vestizione, incominciando dalla biancheria intima di pizzo fino all’abito da sposa in tessuto d’argento bordato di pelliccia con uno strascico di più di due metri, completato da un sontuoso mantello dorato e preziosi gioielli: collana e orecchini di brillanti. Infine la suocera, in un silenzio solenne, posò sul capo della futura imperatrice la corona di diamanti alla quale il parrucchiere adeguò l’acconciatura e fissò il velo.
Alle 12.30 la sposa era pronta e la cerimonia poteva cominciare. I cannoni della fortezza dei Santi Pietro e Paolo cominciarono a sparare e il corteo nuziale fece la sua apparizione: alle spalle del gran cerimoniere sfilò Marija accompagnata dal padre, il re di Danimarca, Cristiano IX. Seguiva Nicola, con l’uniforme rossa e il mantello foderato di pelliccia degli ussari della Guardia imperiale, che teneva sotto braccio Aleksandra, il cui lungo mantello era sorretto da quattro ciambellani. Nella cappella imperiale li attendeva il fastoso rito nuziale ortodosso, tanto diverso dall’austera cerimonia protestante nota ad Aleksandra. Dopo il pronunciamento della formula rituale («Il servo di Dio, Nicola, si promette in matrimonio alla serva di Dio, Alessandra»), fra aloni di incenso il lungo rito si avviò lentamente alla conclusione con i tradizionali tre giri degli sposi attorno all’altare dove erano conservati i Vangeli, con la benedizione, il bacio delle icone e il suono festante delle campane di tutte le chiese di Russia. Unico strappo alla tradizione fu la mancanza del ricevimento nuziale, ma il Paese era ancora in lutto per la morte di Alessandro III.
Due anni dopo, nel maggio 1896, l’incoronazione, ovvero il “matrimonio con la Russia”. Per tradizione questa cerimonia si svolgeva a Mosca e Nicola ne era felice. Il mito di Mosca come “Terza Roma”, destinata a perpetrare l’eredità imperiale dopo la caduta di Costantinopoli nelle mani dei turchi infedeli, gli piaceva e da sempre Nicola aveva preferito Mosca a San Pietroburgo, come peraltro suo padre. Da “vero russo” non amava la raffinatezza tutta italiana dei palazzi neoclassici affacciati sulla Neva e non amava neppure il clima mondano e i fermenti culturali della città, magistralmente rappresentati dalle dame “francofone” e “francofile” descritte da Tolstoj. San Pietroburgo rappresentava per lui la modernità, l’ateismo e la subalternità della Russia alla cultura europea, mentre lui amava la lingua russa, che usava tutte le volte che poteva, il cristianesimo ortodosso, la tradizione e il passato. San Pietroburgo, inoltre, aveva tradito la corona perché lì era stato ucciso Alessandro II.
La cerimonia dell’incoronazione aveva per il devoto Nicola un enorme valore simbolico, perché sottolineava il legame sacro dello zar con il suo popolo e, vecchia tradizione ereditata da Bisanzio, mondava il sovrano da tutti i suoi peccati.
Mosca era in fermento. Da giorni squadre di operai erano al lavoro per preparare la città all’arrivo di migliaia di curiosi, soprattutto nel prato di Chodynka, dove si sarebbero tenuti i festeggiamenti popolari all’aperto, con la tradizionale fiera e distribuzione dei doni da parte dello zar: salsicce, dolci, noci, birra e un boccale di smalto rosa con lo stemma della città di Mosca e una iscrizione commemorativa e poi, forse, denaro, esenzioni fiscali, amnistia… così almeno credeva la gente. Il clima, però, fra quanti si preparavano ad assistere all’evento non era sempre sereno; certo una folla festante confermava e incarnava il legame e la fedeltà del popolo al suo sovrano, ma scoppiarono anche disordini, scioperi e focolai di pubbliche proteste.
In questo clima, il 6 maggio 1896, Nicola fece il suo ingresso solenne in città. Per la prima volta nella storia l’evento venne immortalato da una macchina fotografica. Un’altra interminabile cerimonia lo attendeva nella cattedrale dell’Assunzione. Presto, tuttavia, le cose presero una brutta piega: proprio nel momento più solenne della cerimonia la catena tempestata di diamanti dell’ordine di Sant’Andrea, uno degli emblemi della regalità russa, gli scivolò dalle spalle e cadde a terra. Non c’è biografo di Nicola che non abbia interpretato questo incidente come un segno, un presagio funesto di quanto sarebbe succe...
Indice dei contenuti
- Collana
- Frontespizio
- Copyright
- Indice
- Nicola II di Vittorio H. Beonio-Brocchieri
- Fonti e bibliografia
- Cronologia. Russia 1914-1919 di Mario Bussoni
- Approfondimento. La rivoluzione russa di Flavia Fiocchi
- Piano dell'opera
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