Il Racconto di Arthur Gordon Pym
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Il Racconto di Arthur Gordon Pym

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Il Racconto di Arthur Gordon Pym

Informazioni su questo libro

Volume numero 6 della collana "Classici" a cura di Pierluigi Pietricola.

Unico romanzo di Poe, scritto nel 1837 sull'onda del clamore mediatico suscitato dalle grandi spedizioni antartiche, Il racconto di Arthur Gordon Pym unisce le suggestioni classiche dell'avventura della grande tradizione letteraria marinaresca ai deliri inquieti di una fantasia votata al decadentismo.

La trama, presentata come una serie di fatti realmente accaduti, ruota attorno alla vicenda di Arthur Gordon Pym, un giovane che si imbarca clandestinamente a bordo della baleniera Grampus, ritrovandosi a vivere una serie di disavventure in mare. Scampato a un naufragio, viene salvato dall'equipaggio della nave "Jane Guy", insieme alla quale farà rotta verso il Polo Sud alla ricerca di terre inesplorate. Terre che, ben presto, riveleranno ai componenti dell'equipaggio tutto il loro fascino maledetto e ammantato di mistero.

In una prosa che pagina dopo pagina si fa più delirante, i motivi classici del genere - ammutinamenti, tempeste, naufragi, isole misteriose - verranno contaminati da una vena di orrore che renderà il viaggio del protagonista una terribile discesa agli inferi e la lotta per la vita una vera iniziazione alla morte.

Una storia allucinata ed allucinante che altro non rappresenta se non il viaggio dell'autore nell'antro tenebroso della sua anima.

Un'opera capace di suggestionare grandissimi scrittori di mare come Stevenson, Melville, Conrad, considerata uno dei momenti più alti della letteratura fantastica moderna.

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Informazioni

Anno
2022
eBook ISBN
9788869347757
Argomento
Literatura
Categoria
Clásicos

Capitolo II

In nessun caso di mero pregiudizio, favorevole o contrario, è possibile inferire conclusioni con assoluta certezza, anche a partire dai dati più semplici. Si potrebbe supporre che un disastro come quello che ho appena raccontato fosse riuscito effettivamente a raffreddare la mia principale passione per il mare. Al contrario, già dopo una settimana dal nostro miracoloso salvataggio, sperimentavo un desiderio ardente come non mai per le folli avventure che accadono nella vita di un navigatore. Quel breve periodo si rivelò sufficientemente lungo per cancellare dalla mia memoria le ombre e far risaltare in una vivida luce tutti i punti di colore piacevolmente eccitanti, tutta la fascinazione pittoresca del nostro ultimo pericoloso incidente.
Le mie conversazioni con Augustus diventavano ogni giorno più frequenti e ispirate da un crescente coinvolgimento. Augustus, nel raccontare le sue storie di mare (sospetto che più della metà se le fosse inventate di sana pianta), adoperava un tono che sembrava fatto apposta per impressionare una persona come me, facilmente entusiasmabile e dotata di una fantasia che, per quanto accesa, era piuttosto cupa. Strano a dirsi, ma anche quando ne descriveva i momenti più terribili, i patimenti e la disperazione, riusciva a destare in me la più viva ammirazione per quella vita marinaresca. Di quei ritratti, gli aspetti più gratificanti mi erano poco congeniali. Le mie visioni riguardavano piuttosto naufragi e fame, morte o prigionia in mezzo a orde barbariche, lacrime e pene di un’esistenza derelitta su qualche desolato e brunito scoglio, in mezzo a un oceano inaccessibile e misterioso. Stando a quanto mi è stato detto, tali visioni o desideri – poiché di desideri si trattava – sono comuni a tutta la diffusissima schiatta dei melanconici, tuttavia, nel periodo di cui parlo, io li consideravo soltanto come squarci profetici di un destino che in qualche misura mi sentivo costretto a perseguire. Augustus si immedesimava completamente nella natura dei miei pensieri. E, in effetti, è possibile che l’intimità del nostro rapporto avesse prodotto un parziale scambio delle nostre personalità.
Circa diciotto mesi dopo il disastro della Ariel, la ditta Lloydand Vredenburgh (una casa collegata in qualche modo con gli Enderby, credo, di Liverpool) era impegnata nella riparazione e nell’allestimento del brigantino Grampus per un viaggio di caccia alle balene. Era una vecchia carcassa, e quasi degna del mare, una volta che le fosse stato fatto tutto ciò che si sarebbe potuto fare. Non so davvero come mai fosse stata preferita ad altre buone navi appartenenti agli stessi proprietari, ma tant’è. Barnard era stato incaricato di comandarla e Augustus sarebbe andato con lui. Mentre il brigantino veniva preparato, Augustus spesso mi solleticava con quella straordinaria opportunità che mi si offriva per assecondare il mio desiderio di viaggiare. La cosa non mi trovava affatto insensibile, benché quella questione non fosse di facile risoluzione. Mio padre non si opponeva in modo esplicito al progetto, ma mia madre diventava isterica soltanto al minimo accenno; e, soprattutto, mio nonno, dal quale mi aspettavo molto, giurò di non lasciarmi un solo scellino, tagliandomi fuori dall’eredità, se avessi ripreso con lui ancora quel discorso. Queste difficoltà, tuttavia, lungi dal placare il mio desiderio, aggiungevano nuovo combustibile alla fiamma. Decisi alla fine di affrontare tutti i rischi, e, dopo aver dichiarato le mie intenzioni ad Augustus, ci mettemmo ad imbastire un piano per poterle realizzare.
Nel frattempo, evitai di parlare del viaggio con tutti i miei parenti e, poiché in apparenza mi occupavo dei miei studi abituali, essi supposero che avessi rinunciato al progetto. Da allora, ho analizzato spesso la mia condotta in quell’occasione con un misto di dispiacere e di sorpresa. La profonda ipocrisia di cui mi servivo per raggiungere il mio scopo – un’ipocrisia che pervase ogni parola e azione della mia vita per un periodo assai lungo – mi riusciva tollerabile solo grazie alla folle e ardente aspettativa con cui attendevo l’adempimento delle mie amate visioni di viaggio. Per perseguire il mio ingannevole piano, fui necessariamente obbligato a lasciare il grosso dell’organizzazione ad Augustus, che era impegnato per la maggior parte del giorno nella cabina e nella stiva del Grampus ad approntare alcune faccende per suo padre. Di sera, tuttavia, ci ritrovavamo regolarmente per parlare delle nostre speranze.
Dopo quasi un mese trascorso in quel modo, senza essere giunti a definire un piano da poter reputare efficace, Augustus mi assicurò di aver deciso tutto il necessario. Avevo un parente che viveva a New Bedford, un certo signor Ross, a casa del quale avevo l’abitudine di trascorrere di tanto in tanto due o tre settimane consecutive. Poiché il brigantino doveva salpare verso la metà di giugno (giugno 1827), convenimmo che, uno o due giorni prima della sua messa in mare, mio padre avrebbe ricevuto, come al solito, un messaggio in cui il signor Ross mi chiedeva di andare a trascorrere due settimane con Robert ed Emmet (i suoi figli). Augustus si offrì di scrivere questa nota e di farla recapitare. Dopo la mia finta partenza per New Bedford, avrei raggiunto il mio compagno che, nel frattempo, avrebbe scovato un nascondiglio per me sul Grampus. Questo nascondiglio, mi rassicurò, sarebbe stato reso sufficientemente confortevole per un soggiorno di diversi giorni, durante i quali non avrei dovuto farmi assolutamente vedere. Non appena il brigantino si fosse spinto così in là da rendere impossibile considerare un ritorno indietro, solo allora sarei stato, disse, installato formalmente in tutte le comodità di una cabina; e quanto a suo padre, egli avrebbe solo riso di cuore allo scherzo. Avremmo di sicuro incrociato qualche altra nave e, attraverso questa, avrei fatto pervenire abbastanza facilmente una lettera ai miei genitori per spiegar loro quell’avventura.
Finalmente arrivò la metà di giugno e tutto era pronto. La lettera fu scritta e consegnata, e un lunedì mattina uscii di casa per andare a prendere il battello per New Bedford, o perlomeno così pensavano. Andai però dritto da Augustus, che mi aspettava all’angolo di una strada. Il nostro piano originario prevedeva che avrei dovuto rimanere nascosto fino al calar della sera e poi salire a bordo del brigantino, ma, poiché quel giorno una fitta nebbia giocava a nostro favore, decidemmo di non perder tempo prezioso. Augustus mi fece strada verso il molo, e io lo seguii a distanza ravvicinata, avvolto in un pesante pastrano da marinaio che lui aveva portato con sé, in modo che non fossi facilmente riconoscibile.
Proprio mentre svoltavamo dietro il secondo angolo, dopo aver superato il pozzo del signor Edmund, mi apparve davanti, dritto in faccia, nientemeno che il vecchio signor Peterson, mio nonno.
«Dannazione, Gordon» disse, dopo una lunga pausa, «ma… ma… dov’è che hai preso quel sudicio mantello?»
«Signore» risposi, assumendo, per quanto potevo in quella circostanza, un’aria di offeso e sorpreso contegno, e parlando con il tono più burbero che si possa immaginare; «signore! Avete preso un terribile abbaglio: intanto non mi chiamo per niente Goddin, e fareste meglio, razza di mascalzone, a non chiamare sporco il mio nuovo cappotto.»
Mai fino ad allora mi ero trattenuto così tanto dallo scoppiare a ridere per lo strano modo in cui quel vecchio gentiluomo accolse questo bel rimbrotto. Indietreggiò di due o tre passi, diventò prima pallido e poi eccessivamente rosso, sollevò gli occhiali, e infine rimettendoseli mi si scagliò addosso brandendo l’ombrello. Tuttavia, arrestò di colpo la sua carica, come colpito da un improvviso ricordo; e subito, voltandosi, si allontanò zoppicando lungo la strada, continuando a fremere di rabbia e borbottando tra i denti: «Sono questi nuovi occhiali ad averlo scambiato per Gordon, razza di un marinaio buono a nulla, vecchia marmitta.»
Scampato il pericolo per un soffio, procedemmo con maggiore circospezione e raggiungemmo la nostra destinazione senza ulteriori intoppi.
A bordo c’erano soltanto uno o due marinai, che armeggiavano a prua attorno ai boccaporti della cambusa. Poiché sapevamo con certezza che il capitano Barnard era impegnato alla Lloyd Vredenburgh, dove sarebbe rimasto fino a tarda sera, avevamo poco da temere da lui. Augustus avanzò per primo lungo la fiancata della nave e, dopo un po’, lo seguii facendo attenzione che gli uomini indaffarati non mi notassero. Ci infilammo rapidi nel quadrato, e lì non c’era nessuno. Era decisamente confortevole, il che era una scoperta piuttosto insolita su una baleniera. Conteneva quattro ottime cabine, dotate di cuccette comode e ampie. Notai anche un grande fornello, nonché un tappeto molto spesso e di un certo valore steso sull’impiantito del quadrato e delle cabine. Il soffitto era alto un sette piedi; nel complesso, insomma, il posto mi sembrò più spazioso e piacevole di quanto avessi immaginato.
Augustus, comunque, non mi lasciò molto tempo per guardarmi intorno, perché insistette che mi nascondessi al più presto. Mi condusse nella sua cabina che si trovava a tribordo, proprio a ridosso della paratia. Non appena vi entrai, chiuse la porta col catenaccio. Mi parve di non aver mai visto una cameretta più graziosa. Era lunga circa dieci piedi, munita di una cuccetta singola che, come ho già detto, era ampia e comoda. Sul lato a ridosso della paratia, nell’incavo di una nicchia di quattro piedi per quattro, erano sistemati il tavolo, una sedia e una fila di mensole piene di volumi, per lo più di viaggio di vario genere. La stanza offriva molte altre piccole comodità, tra le quali debbo annoverare una sorta di armadietto o ghiacciaia che, come mi mostrò Augustus, conteneva un ampio assortimento di prelibatezze, sia nel comparto per i cibi sia in quello per le bevande.
Con le nocche Augustus fece pressione su un punto preciso del tappeto, in corrispondenza di uno degli angoli dello spazio che ho appena menzionato, facendomi vedere che una sezione di pavimento di circa sedici pollici quadrati, era stata tagliata con cura e poi rimessa a posto. Premendola, questa parte si sollevò da un lato lasciando abbastanza spazio da consentire il passaggio del dito. In questo modo sollevò una botola (a cui era stato fissato il tappeto con dei chiodini), e scoprii che conduceva nella stiva di poppa. Dopo aver acceso con un fiammifero al fosforo una piccola candela e aver dato luce a una lanterna cieca, Augustus se la portò dietro scendendo al di sotto del pavimento, ordinandomi di seguirlo. Dopo che l’ebbi fatto, lui si tirò dietro il coperchio della botola per mezzo di un chiodo che era piantato nella parte inferiore: il tappeto, ovviamente, riprendeva la sua posizione originale sul pavimento della cabina, celando ogni traccia dell’apertura. La candeletta emetteva un raggio così debole che riuscivo a farmi strada a fatica in mezzo al confuso ammasso di roba che si incontrava.
A poco a poco, però, i miei occhi si abituarono all’oscurità e procedetti con maggiore agilità, aggrappandomi alle falde del cappotto del mio amico. Alla fine, dopo aver strisciato e serpeggiato attraverso innumerevoli passaggi stretti, mi condusse davanti a una cassa rinforzata in ferro, di quelle che talvolta vengono adoperate per imballare oggetti di terracotta. La cassa era alta quasi quattro piedi e lunga sei, ma molto stretta; sopra erano appoggiati due grandi barili vuoti per l’olio, e sopra quelli una grande varietà di stuoie di paglia, impilate l’una sull’altra fino a toccare il pavimento della cabina soprastante. In ogni altra direzione, e in alcuni punti fino al soffitto, era incuneata e pressata il più possibile una vera e propria babele di arnesi per navi, insieme a un miscuglio eterogeneo di casse, cesti, barili e imballaggi, tanto che sembrava davvero un miracolo l’aver scoperto un passaggio che conduceva fino alla cassa. In seguito, scoprii che Augustus aveva sistemato di proposito lo stivaggio in quel modo, tale da offrirmi il migliore dei nascondigli, e con il solo aiuto di un uomo che non si sarebbe imbarcato sul brigantino.
Il mio compagno poi mi mostrò che uno dei lati della cassa poteva essere facilmente rimosso. Lo adagiò lì di fianco, e io mi divertii un mondo a sbirciare all’interno. Il fondo era interamente occupato da un materasso, prelevato dalla cuccetta di una delle cabine. Conteneva ogni articolo di conforto che era stato possibile stipare in uno spazio così ristretto, pur consentendomi di stare comodamente seduto o sdraiato. C’erano, tra l’altro, libri, penna, carta e inchiostro, tre coperte, una grande brocca piena d’acqua, una cassa di gallette, tre o quattro enormi tocchi di insaccato di Bologna, un prosciutto abnorme, una coscia di montone arrosto e sei o sette bottiglie di vini e liquori. Decisi di insediarmi immediatamente nel mio appartamentino, traendone maggiore godimento, ne sono sicuro, di quello di un qualsivoglia monarca che entri nel suo nuovo palazzo. Augustus mi istruì sul modo in cui bloccare il lato mobile della cassa e poi, avvicinando la candeletta alla parete, mi mostrò una cordicella nera pendente dal soffitto della stiva. Disse che correva, seguendo tutte le tortuosità rese inevitabili da quelle cianfrusaglie, dal mio nascondiglio fino a un chiodo conficcato nel ponte della stiva, proprio sotto la botola che portava nella sua cabina. Grazie a questo sistema avrei trovato agevolmente la via d’uscita anche senza di lui, qualora un imprevisto avesse reso necessaria una simile necessità. Dopodiché se ne andò, lasciandomi la lanterna e una scorta abbondante di candele e di fiammiferi al fosforo, con la promessa di venirmi a trovare ogni qualvolta gli fosse stato possibile, evitando al contempo di dare nell’occhio. Era il diciassette giugno. Per tre giorni e tre notti (in base ai miei calcoli) rimasi in quel covo senza mai uscire, se non un paio di volte per sgranchirmi le gambe, standomene in piedi tra due ceste proprio di fronte all’apertura. Durante tutto quel lasso di tempo non vidi mai Augustus; ma ciò non mi inquietava affatto, dal momento che sapevo che la partenza del brigantino alla volta del mare aperto era una questione di ore, e trovare il momento giusto per venire giù da me in mezzo a quel trambusto non era facile.
Alla fine udii la botola aprirsi e richiudersi, e subito dopo lui che chiamava a bassa voce, chiedendo se andava tutto bene, e se avevo bisogno di qualcosa. «Niente» risposi; «sto bene come si può star bene qui; quando salperà il brigantino?»
«Sarà sotto peso in meno di mezz’ora» rispose. «Volevo appunto dirtelo di persona. Cominciavo a pensare che sentissi la mia mancanza. Non potrò scendere quaggiù forse per altri tre o quattro giorni. Ma procede tutto alla perfezione. Dopo che sarò salito e avrò chiuso la botola, segui la cima fino al chiodo. Troverai il mio orologio lì – potrebbe esserti utile, visto che non hai la luce del giorno per calcolare il tempo. Scommetto che non sai neppure da quanto tempo sei sepolto qui sotto – solo tre giorni – oggi è il venti. Te lo porterei io l’orologio fino alla cassa, ma ho paura che mi vengano a cercare.»
Circa un’ora dopo che se ne fu andato, sentii distintamente il brigantino muoversi e mi congratulai con me stesso di aver finalmente intrapreso così bene il viaggio. Compiaciuto per quest’idea, decisi di rilassarmi e di sgomberare del tutto la mia mente da ogni pensiero, almeno fin quando non mi fosse stato permesso di passare dalla cassa alla sistemazione più spaziosa, benché difficilmente più comoda, della cabina.
Decisi innanzitutto di andare a recuperare l’orologio. Lasciando la candela accesa, brancolai nell’oscurità, seguendo la cima attraverso innumerevoli curve e avvolgimenti, in corrispondenza dei quali, in alcuni casi, scoprii che, nonostante tutta la fatica, fossi ritornato a uno o due piedi dal punto in cui mi ritrovavo poco prima. Alla fine, raggiunsi il chiodo e, accaparratomi l’oggetto della mia tortuosa traversata, me ne tornai indietro in tutta sicurezza. Esaminai poi i libri che con tanta premura mi erano stati messi a disposizione e scelsi la spedizione di Lewis e Clark alla foce del Columbia. La lettura mi divertì per un po’, finché la sonnolenza mi avvinse e, dopo aver spento la candela con grande cura, mi abbandonai immediatamente a un sonno profondo. Al risveglio, mi sentii stranamente confuso, e dovette passare un bel po’ di tempo prima che potessi riportare alla memoria le circostanze per le quali mi trovassi in quella situazione. Tuttavia, ricordai pian piano ogni cosa. Feci luce e guardai l’orologio; ma poiché si era scaricato non ebbi modo di capire quanto avessi dormito. Mi sentivo indolenzito da capo a piedi e fui costretto a levarmi in piedi tra le casse. In quel momento, sentendo un appetito quasi famelico, mi misi a pensare al montone freddo, che avevo mangiato appena prima di andare a dormire, trovandolo eccellente. Fu grande il mio stupore nello scoprire che era in uno stato di totale putrefazione! Questo fenomeno mi inquietò molto; collegandolo al disordine mentale che avevo sperimentato al risveglio, cominciai ad immaginare di aver dormito straordinariamente a lungo. Forse, l’angusta atmosfera della stiva poteva aver influito, producend...

Indice dei contenuti

  1. Frontespizio
  2. Colophon
  3. L’autore
  4. Introduzione
  5. Capitolo I
  6. Capitolo II
  7. Capitolo III
  8. Capitolo IV
  9. Capitolo V
  10. Capitolo VI
  11. Capitolo VII
  12. Capitolo VIII
  13. Capitolo IX
  14. Capitolo X
  15. Capitolo XI
  16. Capitolo XII
  17. Capitolo XIII
  18. Capitolo XIV
  19. Capitolo XV
  20. Capitolo XVI
  21. Capitolo XVII
  22. Capitolo XVIII
  23. Capitolo XIX
  24. Capitolo XX
  25. Capitolo XXI
  26. Capitolo XXII
  27. Capitolo XXIII
  28. Capitolo XXIV
  29. Capitolo XXV
  30. Nota

Domande frequenti

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