CAPITOLO 1
Eterotopia
Quando conosci una cosa, puoi dire che la conosci;
quando non conosci una cosa, devi ammettere
di non conoscerla: questo significa conoscere!
Confucio
Nella traiettoria delle relazioni Cina-Europa/Occidente sarebbe un azzardo sostenere che Marco Polo – del cui arrivo in Cina alcuni studiosi, in netta minoranza va detto (tra questi, Francis Wood), mettono persino in discussione l’attendibilità – abbia dato inizio a una vera contaminazione tra i due mondi. Il grande viaggiatore veneziano, sbirciando in quell’universo, ha avuto il merito di alimentare la curiosità occidentale sulla Cina, ma occorrerà aspettare ancora qualche secolo prima che affiori un flusso significativo di interscambio culturale e commerciale. Nemmeno lo sbarco dei missionari cattolici durante la dinastia mongola Yuan, ma soprattutto in epoca Ming, ha davvero accorciato le distanze tra Cina e Occidente, nonostante il forte simbolismo del loro passaggio. E non è bastato che il più noto tra questi, il gesuita Matteo Ricci, abbia trasferito alla Cina alcuni bagliori di conoscenza occidentale (traducendo in cinese, tra l’altro, il Manuale di Epitteto e gli Elementi di Euclide). Si è trattato di frammenti che non hanno lasciato tracce profonde in un mondo già avanzato in svariati campi: stampa, polvere da sparo, carta, bussola, tecniche di lavorazione di ferro e ghisa vi erano da tempo in uso. Oltre e in parallelo ai gesuiti, altri missionari sbarcheranno in Cina (tra gli italiani più noti, il pittore milanese Giuseppe Castiglione e lo storico-geografo trentino Martino Martini), domenicani e francescani, francesi, tedeschi, spagnoli e di altri paesi, tutti risoluti a convertire la Cina, ma scarsamente interessati ad aprire un genuino dialogo tra le due civiltà.
Se si eccettuano le limitate ripercussioni delle due Guerre dell’oppio (1839-42 e 1856-60), che la popolazione cinese subisce come una lesione cruenta ma non contagiosa, si deve arrivare alla caduta dell’Impero Qing nel 1911 per assistere ai primi veri contagi culturali (la penna di Lu Xun, il più grande scrittore cinese del XX secolo, la voglia d’Occidente della Shanghai anni Trenta), ideologici (il sogno liberale di Sun Yat-sen, la nascita del Partito comunista cinese nel 1921) ed economici (lo sbarco di tecnologie e investimenti occidentali).
Gli osservatori stranieri che si affacciano in Cina all’inizio del secolo scorso (tra i più originali, il francese Victor Segalen) scoprono una civiltà estranea, non solo diversa da quella occidentale. In quel periodo si comincia a far uso del termine alterità per qualificare il percorso storico cinese rispetto all’Europa, l’unica altra civiltà di possibile raffronto. Oggi, sotto la spinta di pensatori finalmente affrancati dal complesso patologico di superiorità eurocentrica (ad esempio il citato F. Jullien), si preferisce ricorrere alla più corretta nozione di esteriorità-eterotopia, secondo la quale la genesi della civiltà cinese è da considerarsi una variabile storica indipendente, sviluppatasi a prescindere dall’Occidente.
Un’eterotopia, quella cinese, che secondo Jullien consente di misurare il nostro spazio culturale in un provocatorio riflesso speculare, filosofico e assiologico, che meriterebbe maggior attenzione sulla strada dell’autocoscienza della civiltà occidentale.
Nel pendolo storico della conoscenza, o disconoscenza reciproca, la Cina ha sinora goduto di un grande vantaggio, poiché essa ha conosciuto, e tuttora conosce, l’Occidente – storia, cultura e lingue – assai meglio di quanto questo abbia conosciuto, e tuttora conosca, la Cina. Nel nostro mondo, «fatti salvi i cosiddetti specialisti» affermava il grande storico-sinologo Joseph Needham «sono pochi gli appartenenti al ceto dirigente, e non solo, che hanno accumulato sufficienti nozioni di storia, cultura o lingua della civiltà/nazione cinese», a dispetto di una generica voglia di Cina che insieme al flusso costante di incontri e relazioni, quasi sempre superficiale, pervade media, discussioni pubbliche, mondo degli affari e della politica. Sono trascorsi da allora quarant’anni, ma il pensiero del grande sinologo inglese conserva tuttora il suo valore: per il momento, infatti, quel divario di conoscenza, non solo in Italia, è stato scalfito solo in minima parte.
È palese che il percorso di modernizzazione nel quale la Cina è impegnata da alcuni decenni implica la demolizione delle barriere divisorie con quell’Occidente di cui la modernità è figlia primogenita. In avvenire, con l’estendersi della sua proiezione, l’universo valoriale cinese dovrà accettare una sfida inedita. Alla frontiera d’entrata non è infatti possibile far passare solo capitali e tecnologie. Il terreno distintivo rispetto al resto del mondo tenderà a ridursi. La Cina diverrà di riflesso più familiare sotto ogni aspetto, mentre l’Occidente dovrà far spazio alla dimensione cinese in una cornice qualitativa e quantitativa che non possiamo ancora misurare, ma che avrà di certo il suo impatto. La battaglia sarà a campo aperto e la posta in palio sarà costituita non solo dal potere economico, politico e militare, ma anche da valori, costumi e sensibilità, in una miscela di anticorpi auspicabilmente vivificanti contro ogni tentazione egemonica e capace di tagliare trasversalmente il modello capitalista e quello socialista, con o senza caratteristiche cinesi.
Nel gioco di specchi suggerito da Jullien, la Cina, seppure in una modalità non facilmente leggibile, appare tuttora al bivio, incerta se perseguire la strada verso un mondo qualitativamente diverso, esponendosi a inevitabili errori e contraddizioni, oppure gettare la spugna e lasciarsi gradualmente normalizzare nel nichilismo valoriale del capitalismo.
La differenza critica tra l’impianto economico-istituzionale cinese e quello occidentale è sintetizzabile nella supremazia della sfera politica su quella economica, nella centralità dello Stato e nel primato degli interessi collettivi su quelli privati, sebbene anche in Cina i privilegi della classe dirigente siano sempre salvaguardati. La radice della nuova Guerra fredda dichiarata dagli Stati Uniti alla Repubblica Popolare Cinese deve rinvenirsi nella struttura politico-ideologica di un capitalismo onnivoro centrato sull’immenso potere di corporazioni private che non intendono piegarsi ad alcuna limitazione. Se le nazioni resistenti al modello delle American preferences – Russia, Iran, Corea del Nord, Venezuela, Cuba e altre minori – sono tutte nel mirino, è tuttavia la Cina a causare maggiore inquietudine, in ragione della sua magnitudine e delle caratteristiche della sua organizzazione politica pubblica.
Per la Repubblica Popolare la priorità è costituita dalla stabilità politica, presupposto necessario del potere della classe di Stato, costituita dal Partito, dall’amministrazione burocratica e dalle aziende pubbliche. La solidità e compattezza di tale gerarchia sono legate alla capacità di generare benessere attraverso la crescita economica, la cui precondizione internazionale è costituita dalla pace. La Cina è dunque, per ragioni strutturali secondo il lessico marxiano, una nazione pacifica. Il commercio estero – fattore imprescindibile della crescita e che nel 2019 rappresentava il 35,68% del Pil – sarebbe la prima vittima di un conflitto che coinvolgesse il Paese, non importa con chi e per quale ragione.
Nell’esegesi del Partito comunista cinese (Partito, Pcc), solo un’economia solida e sostenibile può generare le risorse necessarie a garantire un’effett...