LA STORIA
IL FASCISMO
Alla vigilia del fascismo
Gli anni successivi alla Prima guerra mondiale (1915-1918) segnano in Italia una profonda crisi economica e sociale.
Alcuni settori dell’industria (quelli legati alla produzione bellica: armi, vestiario, attrezzature) si erano sviluppati in maniera eccessiva rispetto alle necessità di una economia di pace, e perciò licenziavano gli operai.
I contadini poveri avevano combattuto convinti che alla fine della guerra avrebbero trovato nella campagna condizioni di vita diverse, di minore precarietà e miseria.
I ceti medi (professionisti, impiegati) danneggiati dalla guerra erano desiderosi di recuperare i privilegi e l’agio di cui avevano goduto e tendevano a difendere i propri diritti associandosi ed organizzando la propria presenza politicosindacale.
Le condizioni di vita di tutti erano peggiorate da una inflazione vicina al 30% annuo, col conseguente aumento dei prezzi, in particolare dei generi di prima necessità, il che colpiva maggiormente i ceti più poveri.
Inizia la dittatura
In un quadro di crisi economico-sociale e di incapacità di risposta dei vecchi ceti dirigenti, riesce facilmente ad affermarsi il fascismo, un movimento guidato dall’ex socialista Benito Mussolini.
Il fascismo promette lavoro e benessere per tutti, e intanto mette a disposizione dei proprietari terrieri e degli industriali le proprie squadre paramilitari, le quali reprimono gli scioperi e le manifestazioni dei lavoratori, e perseguita i dirigenti sindacali e dei partiti di sinistra.
Nell’ottobre del 1922 alcune migliaia di squadristi marciano su Roma; il re Vittorio Emanuele III, che avrebbe potuto facilmente fermarli con l’esercito, preferisce invece affidare l’incarico di formare il governo a Benito Mussolini.
Soltanto in pochi capirono che era iniziata in Italia la dittatura, ideologicamente fondata sul motto “Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”, che costituiva l’art. 1 della dottrina del fascismo, materia di studio obbligatoria in ogni grado di scuola.
Lo squadrismo
Le squadre fasciste, pur non avendo alcun riconoscimento giuridico, spadroneggiavano in Italia: assaltavano sedi di partiti, sindacati e giornali; impedivano con la violenza gli scioperi; organizzavano spedizioni punitive contro gli antifascisti, punendoli con manganellate e olio di ricino.
Gli squadristi indossavano divise (pantaloni militari e camicie nere), decorate di lugubri vessilli col teschio; erano guidati per lo più da ex ufficiali ed erano armati di manganelli, di pugnali ed anche di armi da fuoco.
Il fascismo al potere
Una volta che Mussolini è a capo del governo, il regime fascista assume la posizione di regime totalitario a partito unico (gli altri partiti sono dichiarati illegali). Sono approvate le leggi Fascistissime (o leggi Rocco), con le quali il capo del governo è responsabile solo di fronte al re, il potere del Parlamento viene subordinato al governo, vengono abolite le principali libertà, le associazioni e i sindacati.
Viene riformato il sistema elettorale, che diventa come un referendum (si può votare SÌ o NO ad una lista di candidati).
Il principio di Mussolini è quello dello Stato al primo posto, anche se è necessario sacrificare la libertà e il benessere degli individui.
Abolendo i sindacati, si inaugura il corporativismo, ossia un sistema di associazioni di categoria con le quali si cerca di evitare conflitti sociali.
Mussolini mantiene buoni rapporti con la Chiesa e nel 1929 firma i Patti Lateranensi, composti da un trattato, che riconosce la sovranità del papa sul territorio Vaticano; da un concordato, che regola i rapporti tra Stato e Chiesa; da una convenzione finanziaria, che prevede il risarcimento al papa per le terre espropriate al momento dell’Unità d’Italia.
Viene abolita la libertà di associazione e nasce la censura preventiva (i giornali non possono pubblicare notizie non gradite al regime).
Il disprezzo della libertà personale
Qualunque cittadino “sospettato” poteva essere “fermato” (ossia arrestato) senza alcun intervento della magistratura (che doveva soltanto essere informata) e tenuto in carcere senza limiti di tempo.
Il Pubblico ministero (ossia il giudice che conduce le indagini) era “gerarchicamente subordinato” – cioè dipendente – al ministero di Grazia e Giustizia, venendo dunque a cadere il principio della sovranità della magistratura.
Gli “oziosi” e i “vagabondi”, nonché i “diffamati” (ossia persone indicate colpevoli di qualche reato dalla “voce pubblica”, processate ed assolte) e qualunque cittadino additato dalla “voce pubblica” come pericoloso socialmente e per gli ordinamenti politici dello Stato, potevano essere “ammoniti” a non ripetere i propri comportamenti.
Potevano essere condannati al “confino” gli ammoniti e i diffamati nonché chi avesse manifestato l’intenzione di svolgere attività contro gli ordinamenti politici ed istituzionali o che potessero arrecare danno agli interessi nazionali.
Il “confino” consisteva nell’imposizione della dimora – da 1 a 5 anni – in una colonia o in un luogo qualunque del territorio nazionale, con l’obbligo di rispettare una serie di prescrizioni (orari, frequentazioni di luoghi e persone, controllo della posta, ecc.).
Il confino non veniva stabilito dalla magistratura, bensì da una commissione costituita da funzionari del governo, dal comandante dei carabinieri e da un ufficiale della Milizia (l’organizzazione armata del Partito fascista).
Sintesi da Giuseppe Filangi, “Costituzione e cittadino”, in Storia d’Italia, Einaudi, vol. 5, tomo 2, 1973.
LE LEGGI RAZZIALI
L’origine della politica razzista del fascismo si può datare subito dopo la conquista dell’Etiopia (1936). Mussolini riteneva che gli imperi si conquistano con le armi, ma si tengono col prestigio.
Egli pensava che, per mantenere il prestigio, occorresse “una chiara, severa coscienza razziale” che stabilisse “non soltanto delle differenze, ma delle superiorità nettissime”.
L’emanazione delle leggi razziali è preceduta da pubblicazioni e manifesti su giornali di regime che intendono dare un fondamento “scientifico”alla questione; nasce anche, nel 1938, la rivista intitolata programmaticamente “La difesa della razza”.
Tappa fondamentale e strumento per la successiva persecuzione è il censimento di tutti gli ebrei: tra la mattina e la sera del 22 agosto 1938 tutti gli ebrei d’Italia ricevettero la visita di un rilevatore incaricato di identificarli.
Con ciò cessarono di essere italiani o stranieri e diventarono ufficialmente ebrei, più soli e meno uguali.
Gli ebrei sono invitati a denunciarsi (chi si sottrae all’invito incorre nell’arresto e in pene pecuniarie) e a ciò non consegue “soltanto” la registrazione anagrafica: cominciano subito anche la limitazione e la negazione dei diritti.
Nell’ottobre dello stesso anno il Gran Consiglio del Fascismo approvò una Dichiarazione sulla razza in cui, tra l’altro, si stabiliva il divieto di matrimoni di italiani e italiane “con elementi appartenenti alla razza camita, semita e altre razze non ariane”.
Agli ebrei fu vietato tra l’altro: di essere portieri in case abitate da ariani, esercitare il commercio ambulante, essere titolari di agenzie d’affari, di brevetti e varie, il commercio dei preziosi, l’esercizio dell’arte fotografica, di essere mediatori, piazzisti, commissionari, l’esercizio di tipografie, la vendita di oggetti d’arte, il commercio dei libri, la vendita di oggetti usati, la vendita di articoli per bambini, la vendita di apparecchi radio, la vendita di carte da gioco, l’attività commerciale ottica, il deposito e vendita di carburo di calcio, l’impiego di gas tossici, essere titolari di esercizi pubblici di mescita di alcolici, la raccolta di rottami metallici e di metalli, la raccolta di lana da materassi, l’ammissione all’esportazione della canapa, l’ammissione all’esportazione di prodotti ortofrutticoli, la vendita di oggetti sacri, la vendita di oggetti di cartoleria, la raccolta di rifiuti, la raccolta e la vendita di indumenti militari fuori uso, la gestione di scuole da ballo, di scuole di taglio, l’esercizio del noleggio di film, la gestione di agenzie di viaggio e turismo, di possedere la licenza per autoveicoli da piazza, la pubblicazione di avvisi mortuari e di pubblicità, l’inserimento del proprio nome in annuari ed elenchi telefonici, di essere affittacamere, di possedere concessioni di riserve di caccia, di detenere apparecchi radio, di essere insegnanti privati, di accedere alle biblioteche pubbliche, di far parte di associazioni culturali e sportive, di essere titolari di permessi per ricerche minerarie, di esplicare attività doganali, di pilotare aerei di qualsiasi tipo, di allevare colombi viaggiatori, di ottenere il porto d’armi, di fare la guida e l’interprete.
SARÀ MICA UNA MALATTIA INFETTIVA
C’era anche il fastidio di doversi vestire in divisa da Piccola Italiana e andare a scuola così bardata; e c’erano la marcia e gli esercizi del sabato pomeriggio, ma la coscienza vera nacque quando un giorno due ragazzine coetanee rispettivamente mia e di mia sorella e nostre compagne di classe non si presentarono a lezione.
Si chiamavano Esther e Ruth, e Isa e io eravamo molto invidiose dei loro bellissimi nomi “esotici”, che attribuivamo a niente altro che alla fantasia dei loro genitori. Allora non si aveva accesso al telefono per i compiti, ma si usava recarsi a casa della compagna assente a portarli, e così facemmo quella volta.
La domestica ci avvisò che i compiti non servivano, perché le due sorelline non sarebbero più venute a scuola; domandammo perché, e ci fu risposto: “Perché sono ebree”.
Ricordo come fosse oggi che mia sorella e io letteralmente non capimmo che cosa la domestica volesse dire: intendevamo una parola dietro l’altra, ma non il senso, tanto che commentammo: “Che stupida ragazza di campagna, non sarà mica una malattia infettiva essere ebree”, dato che l’unico motivo che potevamo immaginare per restare a lungo via dalla scuola era il morbillo o la tosse canina.
Di nuovo, ponemmo la questione a mio padre, il quale ci spiegò che le leggi vietavano a bambine e bambini ebrei di frequentare la scuola e che ci potevano andare solo gli ariani; “Gli ariani? E chi sono?”, domandai; “Noi” rispose papà, “mi vergogno a dirlo”, “E io mi vergogno di vivere dove una se si chiama Esther o Ruth resta ignorante”: il massimo che riuscivo a pensare era appunto che le nostre compagne non potessero studiare.
Da Lidia Menapace, Io, partigiana, Manni 2014.
I PATTI LATERANENSI
Patti Lateranensi è il nome con cui sono noti gli accordi di mutuo riconoscimento tra il Regno d’Italia e la Santa Sede sottoscritti l’11 febbraio 1929, grazie ai quali per la prima volta dall’Unità d’Italia furono stabilite regolari relazioni bilaterali.
Il rapporto tra Stato e Chiesa era precedentemente disciplinato dalla cosiddetta legge delle Guarentigie, approvata dal Parlamento italiano il 13 maggio 1871 dopo la presa di Roma. La legge delle Guarentigie non venne mai riconosciuta dai pontefici, da Pio IX in poi; la somma stanziata anno per anno dal governo italiano venne conservata in un apposito conto, in attesa di concludere un accordo con la Santa Sede.
I Patti Lateranensi si compongono di tre documenti distinti. Il primo è un trattato di diritto internazionale che fonda un nuovo Stato, la Città del Vaticano.
La Convenzione finanziaria è il secondo documento, che regola i rapporti finanziari tra Italia e Vaticano.
L’ultimo documento è il Concordato: quarantacinque articoli che trattano la materia religiosa e disciplinano i rapporti tra Stato e Chiesa. Particolarmente significativi sono gli articoli 34 e 36 che riconoscono effetti civili al matrimonio religioso e sanciscono l’obbligo di insegnamento della religione cattolica nelle scuole.
LE ORGANIZZAZIONI GIOVANILI FASCISTE
Dopo la marcia su Roma, il nascente regime mussoliniano si pose il problema di come “fascistizzare” la società, a partire dai più giovani. L’organizzazione precoce e l’indottrinamento delle nuove generazioni furono un motivo centrale e di vitale importanza per il regime fascista: un investimento a lunga scadenza che doveva assicurare la sopravvivenza del sistema, dato che la scuola pubblica da sola non era in grado di garantire la trasmissione dell’ideologia politica. A tal fine fu istituita l’Opera Nazionale Balilla per l’assistenza e l’educazione fisica e morale della gioventù. Il nome Balilla ricorda la figura del giovinetto Giovanni Battista Perasso detto Balilla che, nel 1746 a Genova, scagliando un sasso avrebbe dato il segnale d’inizio alla rivolta contro le truppe austriache che occupavano la città. “Balilla” era divenuto una figura popolare già durante il Risorgimento quale esempio di lotta eroica contro la dominazione straniera: un’immagine di modello rivoluzionario cara al regime fascista.
Dopo un primo periodo sperimentale, l’Onb venne stabilmente suddivisa, per età e sesso, in vari corpi, dai 6 ai 18 anni; gli studenti universitari erano organizzati nei Guf (Gruppi universitari fascisti).
Le competenze fondamentali dell’Opera Balilla erano l’educazione spirituale, culturale e religiosa, l’istruzione premilitare e ginnicosportiva, l’istruzione professionale e tecnica.
“Con l’istituzi...