
- 224 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Il filo dello stupore
Informazioni su questo libro
Angelica ripercorre la propria storia senza infingimenti, con ricordi lontani e vicini, situazioni vissute e in divenire. Tasselli dell'infanzia, della giovinezza, della maturità sono affiancati da letture amate che indicano la strada e da incontri che sono sempre ricerca di sé e dell'altro.Le relazioni sbagliate, le sfide professionali, l'urgenza di comprendere per mezzo della psicoanalisi la causa dei propri insuccessi portano la protagonista ad una maggiore consapevolezza.Ma è con la frequentazione di luoghi e uomini di religione, nel silenzio dei conventi e tra le pagine di libri spirituali, che la protagonista ritrova quel Dio dimenticato e incontra l'amore.
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Informazioni
PARTE PRIMA
PAGINE VITALI (1955-1998)
Il complesso di Cenerentola
Vorrei vivere in un marsupio, nella pelle di un altro. Più dell’aria, dell’energia, della vita stessa, voglio sentirmi sicura e calda, avere qualcuno che si prenda cura di me. E questo mi spaventa ammetterlo, non è affatto una novità. È un bisogno divenuto parte di me da molto tempo.
Colette Dowling
Era una sera d’inverno del 1932. A Carlopoli, in un paesino tra le montagne della Sila, donna Concetta giaceva a letto con la febbre, nel suo palazzo. Le figlie chiacchieravano tra di loro in cucina, erano sedute intorno al braciere, illuminate dalla luce fioca di una lampada a petrolio, quando da lontano udirono delle voci urlare: «Hannu ammazzatu don Palmerinu, hannu ammazzatu don Palmerinu». Donna Concetta si alzò di colpo, si vestì in un batter d’occhio e, senza più avvertire la febbre, corse per i vicoli pieni di ciottoli con una lampada in mano. Giunse vicino alla casa dove si era consumato il delitto e trovò suo marito accasciato su una sedia, con il capo abbandonato sulla spalla, qualche goccia di sangue rappreso sulle labbra, inerme, privo di vita. Lo sosteneva con le mani Camillo, il ragazzo che si appostava sotto le finestre della figlia Maria per amoreggiare con lei. Passava di lì per caso e sentendo provenire dei gemiti da dietro un cespuglio, si era avvicinato e aveva trovato il corpo di don Palmerino riverso sull’erba, ancora vivo. Lo aveva sollevato per le spalle e lo teneva tra le braccia.
«Chi è stato a spararvi? Parlate, per l’amor del cielo».
E dalla sua bocca con un enorme sforzo uscì il nome dell’assassino.
«Nic… ola di Pane… ttieri».
Intanto era accorsa una signora con una sedia per mettere comodo il moribondo. Mentre lo sollevavano con fatica, le sue ultime parole furono: «Per favore, non mi strapazzate».
Da quella notte la vita di donna Concetta sarebbe cambiata. Da sola avrebbe dovuto crescere quattro figlie femmine, con un marito “ammazzato”. Tutto in lei si indurì con il passar del tempo: il suo cuore, il suo sguardo, i segni del suo viso divennero solchi più profondi e i suoi movimenti più rigidi e controllati. Dopo quella notte mai una lacrima attraversò il suo viso, mai un sorriso illuminò i suoi occhi. Nonostante la morte del marito medico, donna Concetta riuscì a crescere le sue figlie grazie alle proprietà che possedeva in Sila.
Con il tempo dovette cedere alle richieste del giovane Camillo, dandogli in sposa la figlia Maria, mia madre. I primi anni di matrimonio dei miei genitori furono duri: la triste realtà della guerra, la penuria di cibo e i problemi connessi alla cura dei figli in tenera età, misero a dura prova il loro grande amore. Di nascosto da donna Concetta, ricevevano da Pasqualina, la vecchia governante, qualche bottiglia di olio e un pezzo di formaggio per sbarcare il lunario.
Per superare le difficoltà, Maria affidò il primo figlio Saverio alla nonna Concetta e a Pasqualina, che lo allevarono riempiendolo di attenzioni e di affetto.
Dopo molti anni vissuti dai miei genitori tra litigi e passionali riconciliazioni, in modo del tutto inaspettato, nacqui una sera d’estate del 1955 nella casa di Carlopoli, ultima di cinque figli. All’età di quindici mesi fui lasciata per un anno con Peppina, la nostra governante, perché i miei si trasferirono a Catanzaro. Pur non ricordando nulla di quel periodo, questo abbandono incise profondamente su di me e segnò la mia vita.
Il primo ricordo che affiora, e che ancora oggi mi brucia dentro, risale all’età di tre anni.
Mio padre, la persona che avrei amato di più nella vita, giace immobile disteso al centro di un grande letto in una stanza enorme. Vedo l’immagine di me bambina un po’ traballante nell’incedere che gli si avvicina per accarezzarlo e per giocarci, così come aveva imparato sin dai primi mesi di vita.
Mentre mi appoggio al suo letto urla: «Non mi toccare, vattene via e lasciami in pace». Io sono piccola e non capisco: la persona che sino a quel momento mi ha dato amore e tenerezze, d’un tratto mi caccia via in malo modo. Il suo urlo mi inchioda. Comincio a piangere, poi a singhiozzare finché delle grandi braccia mi sollevano e mi portano via. Il mio pianto è disperato. Nessuno mi ha spiegato che ha avuto un infarto ed è al centro del letto, bloccato, senza poter essere mosso e toccato. Allora – parlo di oltre quaranta anni fa – il mal di cuore si curava con l’immobilità.
Un altro suo rimprovero, ancora vivo nelle mie orecchie, mi riconduce a pochi giorni prima dell’inizio della scuola, all’età di cinque anni. Mio padre, maestro elementare, m’insegna a scrivere le prime parole. Vuole che sia pronta a frequentare la prima con un anno di anticipo.
Sono seduta ad un tavolino, mi sforzo di scrivere su un quaderno la parola “camicia”, ci riesco e lui, orgoglioso di me, dice: «Sei proprio brava». Quando, però, scrivo il plurale e al posto di “camicie” scrivo “camice”, lui s’infuria e grida: «Sei una stupida, non capisci nulla, non combinerai niente di buono nella tua vita».
Nonostante quell’errore e quella sua sfuriata inizio la scuola un anno prima. Sento ancora le urla del primo giorno. Vedo le mie braccia protese verso mia madre e il mio piccolo corpo dimenarsi e dibattersi tra le mani sconosciute di una insegnante che mi trattengono.
Ho paura di essere abbandonata: è la prima volta che vengo lasciata da sola. La mia unica compagnia sino a quel momento, oltre a quella delle mie due sorelle, è quella di Michelino con cui gioco nel cortile comune alle nostre case, e di cui sono innamorata.
Michelino è un bambino della mia età di cui ricordo in modo sfumato l’aspetto smilzo, i capelli corti corti, biondini, su di un viso dai lineamenti delicati e lo sguardo tenero. Non appena posso, esco di casa per giocare con lui in mezzo agli animali che popolano il nostro cortile, ed è per me una festa.
Un giorno fra i tanti trascorsi insieme in maniera innocente, faccio qualcosa per me inspiegabile a quell’età. Lo porto nella parte più buia e nascosta di una cantina abbandonata del cortile, piena di cianfrusaglie e oggetti vecchi, non più utilizzati, e lì, seguendo un impulso primordiale e irrefrenabile, solleviamo le nostre magliette. Ci avviciniamo e, al primo contatto, strofino la mia pancia contro la sua: una violenta sensazione di calore e di piacere mi inonda tutta. Poi, di colpo, abbasso la maglietta, lo prendo per mano e scappo via verso la luce, trascinandolo con me e portandomi dentro un forte senso di colpa e di vergogna, mai conosciuti prima.
Dopo poche settimane la sua famiglia va ad abitare in una casa lontana dalla mia e in un solo giorno Michelino scompare dai miei giochi e dalla mia vita.
Ho sei anni e non ho memoria di cosa abbia combinato, ma ho scolpita nella mente la scena di me che corro terrorizzata sulla terrazza di casa mia per evitare qualche scappellotto da parte di mio padre. Non vengo sfiorata neanche con un dito perché non riesce a prendermi o, forse, non vuole riuscirci. Dopo quell’episodio non sarei mai stata toccata da lui se non per essere abbracciata e baciata.
Per quegli anni, di mia madre ho solo il ricordo di una mia caduta dalle scale, mentre stiamo andando a far visita a una sua amica. Lei mi scuote con le mani, mi rimprovera di essermi fatta male e si lamenta di non poter più andare a trovare l’amica. Nonostante il mio pianto disperato e il sangue che sgorga dal mio mento, si preoccupa di dover modificare i suoi piani.
Come tutte le estati, alla fine della scuola ritorno al mio paese. Sono solita trascorrervi delle spensierate e gioiose vacanze, vissute in libertà. Rivivono in me le immagini di Carla e Franca, le mie care e fedeli amiche, sempre lì ad aspettare che io arrivi con i primi caldi, dopo lunghi e freddi inverni.
Insieme scorrazziamo per le strade e per la campagna circostante, ci arrampichiamo come dei maschiacci sugli alberi, ci intrufoliamo tra gli sterpi della campagna inoltrata.
Ci sediamo davanti ai gradini delle nostre case per giocare alle “cinque pietre”. Giochiamo al “dottore” e ci fingiamo malate per farci toccare i corpi ancora acerbi dai nostri amici.
Di nascosto ai grandi e, sedute sulle scale dell’androne, contiamo i primi peli del pube e delle ascelle per scoprire chi di noi tre sarebbe diventata per prima “signorina”.
Un’estate le mie amiche sono andate a trascorrere alcune settimane in una colonia vicino al mare. Quando lo vengo a sapere rimango delusa e mi sento tradita. Reagisco subito recandomi da mio padre.
È in piazza, seduto con alcuni amici su una panchina, ha il suo berretto bianco messo di traverso che gli copre una parte dell’alta fronte: sta gesticolando e con veemenza sta parlando di politica.
Mi avvicino lentamente e, senza interromperlo, mi siedo sulle sue ginocchia e sto buona buona ad ascoltare i suoi discorsi.
Non appena finisce di parlare mi stringe tra le sue braccia, ricambio con forza il suo abbraccio e poi me ne distacco. Lo guardo con occhi liquidi e, tenendogli la mano tra le mie, con tono seduttivo gli dico: «Paparino mio, perché non mi mandi al mare, nella colonia dove sono andate Franca e Carla? Ti prego paparino mio, non mi dire di no, non potrei resistere un’estate senza di loro!»
E, come accade sempre quando gli chiedo qualcosa, anche quella volta mio padre cede.
Parto per le vacanze, felice di raggiungere le mie compagne di giochi, ma i giochi lontano dalla mia famiglia e dai luoghi di sempre perdono il loro sapore. In spiaggia me ne sto rannicchiata sotto l’ombrellone, con le gambe tra le braccia, accanto a me sono sedute le mie tanto desiderate amiche, ma con loro non parlo, non ho nulla da dire.
Guardo il mare senza alcun desiderio, lo vedo come una massa informe, priva di colore, quasi minacciosa. Penso con nostalgia alla mia casa, i miei pensieri corrono verso i miei genitori, le mie sorelle. Mi sembra di essere come una foglia staccata dal suo albero.
Di giorno ho lo stomaco chiuso e mi rifiuto di mangiare. La sera faccio fatica ad addormentarmi e, durante la notte, mi sveglio in preda a incubi, accartocciata su me stessa. Indescrivibili sensazioni riaffiorano da qualche recondito meandro del mio vissuto, senza che io le possa controllare.
Trascorrono sette lunghi e infiniti giorni prima della visita dei miei genitori. Finalmente una mattina li vedo spuntare dal cancello.
Mi lancio verso di loro come una piccola furia e raggiungo mia madre avvinghiandomi a lei e, tra le lacrime, la imploro di portarmi via, di non lasciarmi lì.
Mia madre mi accoglie, mi prende in braccio, mi stringe a sé e ascolta la mia disperazione. Si spaventa di vedermi così dimagrita in pochi giorni e decide di riportarmi a casa.
Il mio incubo è finito, ho ritrovato i miei genitori, sono di nuovo al sicuro, protetta, in grado di riprendere la mia vita di sempre.
E ancora mi appaiono, come in un sogno, le immagini sfumate di nonna Concetta, una signora anziana dallo sguardo duro e freddo che non mi ha mai profuso alcuna tenerezza.
La ricordo con la chioma grigia, raccolta in uno chignon, sempre in ordine e con una postura tesa e diritta, che non dà mai segni di cedimento.
Riascolto le sue urla quando si accorge che mi intrufolo di nascosto nel salotto del suo palazzo pieno di tappeti e di oggetti antichi e preziosi. Quella stanza è una delizia per me bambina, e rappresenta il mio mondo proibito dei balocchi. È sempre tenuta in penombra, con le persiane socchiuse da cui entra un filo d’oro di luce, le porte bianche, giganti, sbarrate.
Quando riesco a infilarmi in quel luogo sacro e proibito mi sembra di entrare nel mondo dei sogni. I due oggetti che attirano di più la mia attenzione sono un pianoforte a coda nero, enorme, elegante, e due tappeti giganteschi con sopra disegnate le figure di un leone e di una tigre.
Ma ciò che mi rende felice alla sola vista è un cavallino di legno, bellissimo, completo di sella e di redini, modellato e dipinto nei minimi particolari, al punto da sembrare vero e pronto per essere cavalcato. La sua dimensione è adatta alla statura di una bimba della mia età e il mio più grande desiderio è quello di montarlo.
Un giorno vado dalla nonna Concetta. La trovo seduta, che guarda fuori dal balcone come è solita fare tutti pomeriggi. È stranamente affettuosa e gentile con me.
Mi chiede, prendendomi la mano: «Ti comportasti bene a scuola? Sei stata promossa?»
«Sì», le rispondo timidamente, roteando il mio corpo, con le mani incrociate dietro la schiena.
E lei, con tono insolitamente dolce, mi dice: «Tuo padre è molto orgoglioso di te, tu sii a più studiosa dei tuoi fratelli e io lo so ch’ avrai successu».
Mi regala venti lire dorate e mi dà un bacio. Ho dieci anni. Sarebbe morta dopo pochi mesi nel letto della sua casa con accanto le sue figlie.
Gli anni che mi preparano alla pubertà sono anni felici, pieni di amiche e di giochi. I miei genitori mi lasciano libera. Tutti i pomeriggi, dopo aver svolto i compiti di scuola, li trascorro nel cortile di casa a giocare alla “campana”, a “nascondino”, a “palla avvelenata”, a rincorrere e a farmi rincorrere dai bambini della mia età.
Tra i tanti ricordi lieti, tuttavia, ce n’è uno terribile la cui forza traumatica, anziché provocarne la rimozione, lo ha fissato in modo indelebile nella mia memoria di donna.
Sto giocando con dei miei amici al gioco dei pegni in mezzo a un prato che sta per essere devastato dalla imminente costruzione di un ospedale. I nostri corpi stanno acquisendo nuove forme. I primi desideri, insieme alle prime fantasie, si affacciano nella nostra mente.
Siamo alla ricerca di nuovi giochi. Rino, il più bello e sveglio della compagnia propone il gioco della corda. Ma come fare? Non sappiamo dove trovarla. Da lontano vediamo un signore con i baffi che si dirige verso l’ospedale.
«Perché voi ragazze non chiedete a quel signore se ha una corda da darci? Se lo fate voi avrete più successo» afferma Rino con aria provocatoria, rivolgendosi verso me e Rita, le sue preferite.
Accettiamo la sfida ed entrambe ci dirigiamo verso il signore chiedendogli a distanza, con un po’ di timore, se ha una corda da regalarci. Lui ci guarda con curiosità, riflette per qualche seco...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Copyright
- Prologo
- PARTE PRIMA. PAGINE VITALI (1955-1998)
- PARTE SECONDA
- Il filo
- Ringraziamenti