ROCCO PAPALEO
Basilicata coast to coast
“Cristo si è fermato ad Eboli.
Cristo si è davvero fermato ad Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l’anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia.”
Leggo e penso queste cose sotto l’enorme statua di Cristo sul San Biagio, qui sull’altura che domina Maratea. La costa tirrenica della Basilicata dura 20 km. È bella: una perla. Ma Cristo qui non ci è arrivato, dice Carlo Levi, come tante altre cose dico io.
Mio cugino battezza il suo primo figlio e per la festa mi ha chiesto di suonare col mio vecchio gruppo. Se li chiami vengono tutti, dice. Li ho chiamati. Sono venuti.
Sono un po’ preoccupato perché non ci cimentiamo da tanto, direi che sono più di dieci anni che siamo ognuno per la sua strada.
Non siamo arrugginiti però… anche se l’ensemble…
Nessuno balla, e nell’immobilità generale mio cugino implora un lento.
Detesto le lunghe cene, fortunosamente ci si alza per fare un pezzo tra una portata e l’altra e la serata scorre e giunge al termine.
Baci abbracci quando parti? Domani. Quest’estate torni? Per forza.
Oggi devo introdurre il concetto di limite.
Ogni anno a questo punto della stagione scolastica devo farlo, fa parte del programma del quinto. Mentre salgo le scale del Liceo scientifico De Lorenzo mi viene in mente quella canzone scritta con Giovanni tempo fa e non so perché, anzi lo so, comincio a canticchiarla: “Ecco un buon viso per un cattivo gioco / quello che è stato è stato quello che è poco è poco”, l’applicato di segreteria mi guarda come si guarda un folle, “Io vorrei rompere un pensiero spargerlo e dirigerlo come su di un sentiero”, effettivamente mi accorgo che mentre canto faccio pure le mossette, ma ormai devo raggiungere il ritornello, “e vorrei camminarci lento e ferirmi i piedi per cambiarmi dentro”, che sguardo posso pretendere, “limite cosa è un limite?”, occhi sgranati dell’applicato.
Entro nell’aula e immediatamente mi accorgo che non ho voglia di fare lezione, mi invento un sondaggio, una specie di compito in classe che non vale, senza voto, spiego che mi serve per tastare la condizione della classe prima di affrontare il concetto centrale del programma di matematica, i limiti appunto, “limite cosa è un limite?” ronza nella testa.
Tra i banchi serpeggia anche un certo divertimento mentre si scrive questa relazione sulle limitazioni che la vita sociale impone e io posso farmi i cazzi miei e pensare a come mi era piaciuto ritrovarmi col gruppo.
Siamo stati un gruppo estivo, natalizio e pasquale.
Dopo la laurea in Matematica sono tornato a vivere qui e nel giro di sei mesi sono diventato il professore Palmieri. Nicola Palmieri chitarra e voce. Alla tromba Salvatore Chiarelli, più giovane, università mezza fatta poi smessa e quindi benzinaio nell’area di servizio del padre e in fondo non è scontento. Rocco Santamaria percussioni (dice che ultimamente si aiuta col computer), figlio di uno di qui trasferito e sposato a Roma. Rocco è cresciuto a Roma ma anche qui, da piccolo vacanze con la famiglia, da ragazzo vacanze gratis che l’estate qui è bellissimo. Ora non viene nemmeno tutti gli anni, è un attore famosetto, a dire il vero un po’ in ribasso, il beniamino di Maratea che quando va in televisione il paese si ferma. Tutto sommato è ancora molto simpatico e non si dà un sacco di arie, almeno qui, chissà se ad agosto è libero, al battesimo ha detto che voleva prendersi una pausa per pensare, ma è un attore non ci puoi fare affidamento. Molto amico con Salvatore si bazzicavano pure a Roma, anche adesso sono in contatto, ma molto di meno, vite diverse. Al contrabbasso Franco Cardillo, amico mio d’infanzia, lui è esterno, anche a se stesso.
Ho solo le prime due ore. Prometto ai ragazzi che la prossima volta analizzeremo quello che hanno scritto nella relazione. Non li ho mai visti così interessati, forse non è stata proprio una cazzata. Fuori dal liceo prendo un caffè e ne porto uno a Salvatore alla pompa di benzina.
Non è nel comesichiama, la casetta dei benzinai, ma lo sento trombeggiare sottile con la sordina. Poco da dire come al solito, ma un caffè fa sempre piacere.
È una bella giornata primaverile e abbiamo appena deciso che questa estate vogliamo rifare il gruppo, ma se non mi sbaglio non ce lo siamo detto.
Lui chiama Rocco ed io devo rintracciare Cardillo, almeno ci provo.
«Poi te lo spiega bene Nicola» e «Va bene, almeno per parlare», questo si dicono più o meno Salvatore e Rocco, forse Rocco aggiunge «Ci ho voja de paese», ma non ho sentito bene. Il problema è Francocardillo, inutile telefonargli. Quando avevamo 19 anni si mise con una donna sposata, Leda, una donna meravigliosamente bella, tanto che lo spazio che occupava sembrava un altro mondo, una terra promessa.
Frequentavamo la sua casa quell’estate perché eravamo amici di sua sorella e l’amavamo tutti, e lei amò Francocardillo. Poi venne l’inverno e successe un fatto inaspettato: l’amore continuò, naturalmente clandestino. Venne ancora l’estate e Francocardillo non andò a fare gli orali all’esame di maturità per passare una notte con lei. Insieme erano un’armonia, una volta d’accordo con Francocardillo li ho visti fare l’amore, ed erano davvero un’armonia.
Leda morì nella vasca da bagno, le cadde il phon dentro, una disattenzione.
Francocardillo da allora non ha più parlato, inutile telefonargli. Per essere più precisi la sua voce è stata sentita per l’ultima volta al funerale di Leda, quando dopo la predica è salito sul pulpito e tra lo stupore generale ha cantato Margherita di Cocciante. Una versione commovente e grottesca. Poi vent’anni di silenzio. Vive con la madre e la foto di Leda. E il contrabbasso. Fa il postino e saluta con un cenno del capo, per il resto è normale, direi addirittura affidabile. Vado a trovarlo.
«Anche Rocco ha detto che si può fare, tu che dici?», chiedo. Un piccolo cenno del capo. È un sì? Cenno deciso del capo. È un sì.
Attraversare la Basilicata da una costa all’altra a piedi, e fermarsi alle porte dei paesi, accamparsi e fare spettacolini occasionali, vere e proprie incursioni, senza minimamente annunciarli.
Mi viene in mente durante il compito in classe nel momento in cui noto un foglietto che vola da un capo all’altro dell’aula. Il foglietto appallottolato viaggia sullo sfondo dell’enorme cartina della Basilicata appesa alla parete disegnando una sorta di percorso. Ringrazio di cuore i due che si passavano il compito. Poi glielo annullo mentre continuo a ringraziarli.
Io, Salvatore e Francocardillo immobili intorno a un tavolo in ascolto. L’attesa.
Poi la voce di Rocco, è l’artista che parla, «No… mi sembra un’idea strepitosa, no… ’na cosa densa», poi continua il professionista, «Voglio parlare co’ n’amico mio», infine l’uomo, «Però una volta raggiunti i vari paesi tappa alloggiare in… non dico albergo… come un’idea de’ locanda…»
Immobili.
Conciliabolo tra artista professionista e uomo che noi non ascoltiamo, poi di nuovo la voce «No… è un’idea strepitosa», di nuovo l’artista «Se la dobbiamo fa’ deve essere integrale… quanto so, 120 km?» «118!» «E beh…» l’uomo cerca di sporgersi ma «No… è un’idea strepitosa…»
Tra agosto e settembre, tra Maratea e Policoro. Basilicata da costa a costa a piedi.
Siamo moderatamente euforici, come possono esserlo un professore di matematica, un benzinaio e uno che non parla da vent’anni.
Rocco, dal canto suo, proprio euforico non mi sembra, e dire che ha appena firmato un autografo a un ragazzo. «Rocco Santamaria? Ah… pensavo… ma tu… che hai fatto?» E così il già striminzito sorriso di Rocco si sbriciola.
Roma è meravigliosa, ma il mio sguardo in questo momento non può stare lontano da Maratea, che si prepara ad accogliere l’estate, e mai come quest’anno spero che passi in fretta. Salvatore l’estate non l’ha mai amata, significa il triplo del lavoro e la serata se la gode poco, piace alle donne e a lui non dispiacciono, ma il suo tempo libero lo trascorre nella casetta sul mare a navigare. Su internet. Francocardillo pesca, tutti i giorni, estate e inverno, solo se c’è il diluvio resta a casa, è un drogato della pesca, della sensazione che prova quando il pesce dà lo strappo, poi lo tira su lo libera e lo ributta in acqua. C’è un pesce che ha pescato un sacco di volte con cui sembra avere ormai una certa confidenza. Mi dispiace distoglierlo dalle coccole con quel pesce ma bisogna festeggiare e andare al Cristo a fare un brindisi: hanno accettato l’iscrizione al festival di Policoro. «È il 18 settembre, noi partiamo il 2, nemmeno 10 km al giorno. Proviamo un po’ la settimana prima tanto il movimento a Maratea dopo ferragosto è quello che è, e poi proveremo strada facendo, che è anche un po’ il senso della cosa.»
Mi interrompe lo scoppio del tappo dello spumante. Rocco brinda via cellulare, che la bottiglia urta dopo i nostri sorsi.
Penso continuamente a quel momento, vado formulando ipotesi e consulto i miei soci che sembrano accettare ciecamente tutte le mie proposte, in realtà non mi ascoltano, sono stufi delle mie chiacchiere, hanno da lavorare.
Mi placo e mi faccio correre l’estate addosso. Mare.
Il 16 agosto è il mio compleanno, oggi. L’evento importante però è l’arrivo di Rocco e alla stazione ci siamo tutti. Il treno non si ferma.
«Venitemi a pija a Paola, sto cazzo de Eurostar non ferma a Maratea… mo me l’hanno detto!» Ora lo hai chiesto.
Paola non la descrivo perché ormai siamo in macchina, non c’è traffico e andiamo di fretta. Abbiamo tanto da dirci e come spesso accade in questi casi per un bel po’ stiamo in silenzio, poi da una scintilla le questioni e le parole si accavallano, neanche così va bene, allora Rocco si fa dare la palla: «Due o tre carretti pe’ portà la roba che ci serve ce dovrebbero basta’, se sono meglio gli asini o i cavalli non lo so, a occhio direi i cavalli, se si trovano… Il punto è un altro, e cioè che se sta cosa la facciamo si deve sapere, ne devono parlare i giornali, qualche televisione, magari il TG3 regionale, oggi se non vai in televisione non esisti».
Ascoltiamo e pensiamo che ha ragione, lui sa come vanno le cose, il fatto è che noi non lo volevamo sapere, ma ora lo sappiamo e ci ripromettiamo di organizzare una conferenza stampa prima del viaggio.
La cartina della Basilicata della scuola ora campeggia nel garage di Francocardillo, e se uno si avvicina può notare una linea di pennarello che unisce le due coste, il nostro percorso. Il garage è diventato il quartier generale e ci passiamo il tempo, tanto, facendo liste, consultando cartine, mentre Rocco sta sempre al telefono, ma non sentiamo quello che dice, forse parla a una donna, forse al suo agente, di tanto in tanto urla. Decidiamo che siamo pronti, ce lo imponiamo altrimenti non lo saremo mai, domani c’è la conferenza stampa, tra tre giorni partiamo.
Salvatore, Francocardillo e io seduti dietro un tavolo nel più classico dei silenzi imbarazzati, sullo sfondo la solita cartina della Basilicata che sembra più piccola ora che è stata spostata nell’aula magna. Vuota. Anzi no, nella settima delle otto file di sedie, predisposte per accogliere i giornalisti, è seduta una persona.
Tutto fermo. L’unica cosa che si muove è la voce di Rocco, è proprio vero che sta sempre al cellulare, «Me dovevi avverti’… per un’etica… so’ incredulo… ho capito che sei depresso ma mannali almeno l’inviti…»
Vuole andarsene ma lo convinciamo a restare anche perché una persona c’è.
È una donna, sembra giovane, la invitiamo ad accomodarsi più avanti, anche per vederla in piedi, lei si alza e raggiunge le prime file. I sospetti erano fondati, è piuttosto bella e come sempre la bellezza dà motivazioni forti, la conferenza ha luogo ed è l’unico caso che si ricordi in cui i conferenzieri siano stati il quadruplo dei giornalisti presenti.
Qualcuno dovrebbe cominciare a parlare, forse Rocco che ha dimestichezza, ma lui non ha ancora elaborato la delusione per il fallimento della conferenza e con le mani sotto al tavolo scrive e manda sms, e allora senza accorgermene comincio io. E ne dico tante che sarebbe bello ricordarsele, so per certo che ho sfiorato più volte il melenso, ma evidentemente appaio sincero perché tutti ascoltano coinvolti, pure Rocco smette con i messaggi. Anche la giornalista è attenta.
Tocca a lei.
«Mi chiamo Tropea Limongi e scrivo per il periodico “La Terra che hai lasciato” che si rivolge soprattutto ai lucani emigrati in tutto il mondo, ma anche a chi è rimasto e a tutti quelli che sono interessati a fatti e iniziative di queste parti. La vostra è un’idea veramente brillante. Sarebbe interessante poterla seguire… ma proprio venire con voi… Potrei descrivere questo viaggio facendolo anch’io… Potrei scrivere un diario… o un resoconto… Vorrei far parte della carovana insomma.»
Impossibile dire di no a quegli occhi azzurri.
Eccoci qua, non si può parlare di fervore mistico, ma siamo piuttosto emozionati e ansiosi di lasciarci il Tirreno alle spalle. Noi, lei e due asini che traineranno due carretti.
2 settembre Duemila… l’anno non lo dico. Mi sembra un altro tempo quello che osservo dalla coda di questa fila che sta salendo la Codda per raggiungere Trecchina.
«Sto facendo la cronaca di un anacronismo.» Oltre al viaggio è cominciato anche il resoconto di Tropea sul suo registratorino.
Salita. Caldo. Le difficoltà non si fanno attendere, ma il serbatoio delle motivazioni è ancora pieno e il panorama che si prospetta è magnifico. Vediamo il Golfo di Maratea dominato dall’alto dalla statua del Cristo che sembra osservare con curiosità il nostro viaggio, un viaggio che Lui non ha voluto fare.
Non è una strada molto battuta da macchine, ma le poche che passano non possono fare a meno di rallentare e di guardarci come fossimo un filmato d’epoca.
Abbiamo camminato un bel po’, il mare non si vede più, decidiamo di fare una sosta, mancano 3 km a Trecchina, diamo da bere agli asini, ci riposiamo all’ombra e parliamo al registratore di Tropea, poi forza e coraggio e si riparte.
Vediamo il paese, ora si tratta di trovare il posto giusto per accamparsi, ci serve uno spiazzo con alberi e possibilmente con una fonte di acqua non troppo distante.
Ecco, questo può andare. Tutti d’accordo e ci fermiamo, scarichiamo il primo carretto e cominciamo: montare le tende, la nostra e quella di Tropea, andare a cercare l’acqua, siamo armonici e come formichine svolgiamo ognuno il proprio compito.
Il campo è pronto, le due tende, sul fornello da camping una pentola, da un ramo penzolano le buste-doccia piene d’acqua che si sta scaldando al sole. Mangiamo, siesta. Ci sveglia un poliziotto, ci chiede i permessi, dice che non si può stare accampati e che dobbiamo sgombrare. Tropea riesce a convincerlo a lasciarci lì fino all’indomani. Pericolo scampato, ma in futuro dovremo fare attenzione a sistemarci più lontani da strade e paesi.
«La carovana è in moto per raggiungere Lauria, costeggiarla e trovare il posto ideale per la seconda notte. Evitiamo le strade molto frequentate ma abbiamo comunque due carretti e dunque non possiamo sprofondare nelle campagne, ma costeggiandole le gustiamo come frutta fresca» registra Tropea.
«Facciamo una sosta qui? Oh scusa, non volevo inter-romperti…»
«Niente, avevo finito.»
Salvatore spacca un cocomero. Mangiamo le nostre fette fino a suonarle come un’armonica, del resto siamo musicisti, Tropea sorride della nostra voracità poi partecipa al lancio delle scorze e devo dire che come lanciatrice non è male.
Se incontri un lauriota e un lupo spara prima al lauriota e poi al lupo. Il vecchio detto mi torna in mente mentre la sagoma di Lauria occupa la nostra visuale, non riesco a immaginare quali spietate efferatezze abbiano potuto compiere gli abitanti di questo tranquillo paese per meritare un sigillo di pericolosità così inquietante. Allora forse è solo la suggestione che ci fa vedere in lontananza le sagome di un uomo e di un… cane? di un lupo?! Non è suggestione: un uomo e un cane, grosso, avanzano verso di noi, l’uomo ha un fucile a tracolla, il cane, grosso, ringhia. Che facciamo? Spariamo? Solo che il fucile ce l’ha lui. «Siete lauriota?», chiede Rocco titubante. «No, so’ di Lagonegro.» Meno male.
Lauria è speciale per me, ho tanti amici, brave persone con sani punti di vista, penso al mio compagno d’università, bravissimo ingegnere, si è fatto una bella casa nel centro storico, nel pieno rispetto del buon gusto, casa bellissima e semplice dentro e fuori. A Lauria c’è l’acqua buona.
Non ci resta che trovare uno spiazzo poco in vista. C’è da rimontare il campo, la seconda volta dovrebbe essere più facile, e in effetti lo è, in una ventina di minuti le tende sono pronte e le buste-doccia appese a un ramo colme della preziosa acqua di Lauria con cui, si badi bene, ci laveremo, l’acqua minerale che purifica dentro e fuori.
«Si mangia, si dorme, si suona, sembrerebbe una bella vita e questa penombra che ora abbassa i toni sembra rischiarare le nostre essenze… La natura vista da dentro offre qualche scomodità ma scrosta i luoghi comuni sui bisogni. Se si potessero abolire alcuni animaletti si starebbe meglio.»
Questa ultima frase Tropea non la registra.
La nostra terza tappa è Latronico.
Latronico è un paese vivace e anche libertino rispetto al circondario, tanto che per dire “Vado a scopare” si usa l’espressione “Vado a Latronico”. Le dicerie sono sempre esagerate rispetto alla realtà, ma devo dire che quando vai a Latronico sotto sotto hai sempre la speranza che potrebbe accadere qualcosa.
Abbiamo bisogno di fare un approvvigionamento viveri, così qualcuno farà un salto in paese dopo che ci saremo accampati.
È un andare silenzioso e piacevole, stiamo entrando in forma man mano che mettiamo km nelle gambe, come i ciclisti al Giro d’Italia, questo paragone prima o poi andava fatto. La valle del Sinni è leggermente ventilata.
Per il campo c’è l’imbarazzo della scelta. Scelto, trovata l’acqua abbastanza vicino, montate le tende, tutto a posto. Salvatore e Rocco si sciacquano con l’acqua ancora fredda perché smaniosi di arrivare in paese, forse per andare incontro alle promesse del luogo, anzi senza forse. Eccoli passeggiare per il centro con il carrello a rotelle come se il paese fosse un enorme supermarket, difficile non notarli.
Tardano a tornare al campo e ci trovano un po’ preoccupati nonché affamati e allora mentre mangiamo scopriamo che stasera abbiamo un ingaggio a una festicciola in un baretto alle porte del paese. Siesta breve e prove fitte.
Eccitati in fila indiana con gli strumenti a tracolla sulla strada per Latronico.
È un bar anonimo, nemmeno tanto di paese, anzi echeggia qualcosa di cittadino, ma certo non è frequentatissimo e la festeggiata non è molto popolare, ma per quella ventina di persone Tropea si produce in una presentazione ironica e accorata che meriterebbe poi una performance di qualità e noi infatti stiamo per fare del nostro meglio, ma francamente non mi sembra ci sia un gran coinvolgimento, il chiacchiericcio quasi copre la musica e presto subentra un dj.
Il posto ora è piuttosto pieno, tutti ballano questo strano ballo che si balla in tre, una donna e due uomini. Si chiama Giulio o Gino, in pratica un misto tra valzer e boogie, il brano che va è In the mood in 3/4, e c’è un’alternanza tra gli uomini nel ruolo di partner, con la donna che sceglie prima l’uno poi l’altro, e anche quando la donna balla con l’altro si devono continuare i passi, e non solo accennarli, ma proprio farli con trasporto, e comunque alla fine la donna non sa decidere e tutti e tre abbracciati si buttano per terra. Mi dicono che è un ballo ispirato a Jules e Jim, ma forse serve anche per fronteggiare la consueta minoranza delle donne alle feste da ballo. Balliamo anche noi, io e Francocardillo con Tropea, che sembra divertirsi un mondo mentre noi due perdiamo un po’ il ritmo quando tocca all’altro.
Salvatore e Rocco sembra non abbiano fatto altro nella vita che ballare a Giulio o ...