
- 224 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Se tu fossi una brava ragazza
Informazioni su questo libro
Marco ha quarant'anni, e ha deciso di prendere le distanze da tutto, dalla famiglia, dalle donne, dagli amici. Conduce una vita silenziosa, divisa tra la mania per i vinili dei cantautori italiani e il lavoro di ausiliario del traffico.L'unico legame con il mondo è il bar, quello del caffè la mattina, quello della birra la sera.E se nel primo incontra Lidia, timida, solare, dolce, nel secondo incappa in Aspra, che come un meteorite spazza via tutto, lo travolge con i suoi tormenti e la sua passione, lo restituisce alla vita – e gli toglie ogni centro.Ma in questo percorso di allontanamento da sé, di ricerca di un equilibrio nuovo, Marco scopre nuovi porti, e approda a una serenità che, alla fine, è quella più pura cui ha sempre teso.
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Informazioni
1
Non c’è niente di meglio che stare in silenzio
e pensare al meglio
a un’estate leggera che qui ancora non c’è
e tutta la vita
gira infinita
senza un perché
e tutto viene dal niente
niente rimane senza di te
e tutta la vita gira infinita
senza un perché.
Nada, Senza un perché, 2004
C’è poco da dire, o forse tanto che queste pagine non bastano. Mi hai rovinato la vita e per questo ti ringrazio. Hai azzerato ogni certezza, messo in pericolo la mia vita e per questo l’hai salvata. Da una lenta atrofia, dal suo spegnersi naturalmente in questo tempo inclemente. L’imbrunire di un’esistenza, il suo lento decadere. Movimento fatto di infinitesime frazioni che non avverti, ma sordide sommano e contano alla rovescia. Accumulo e decrescita infelice insieme, opposti che si frantumano come orbite a far brillare stelle, esplosioni tracciate da destini che neanche l’universo può contemplare. Così lontani e di colpo improvvisamente vicini, un incidente, una collisione di vite durata il tempo necessario a far briciole di me e polvere di te. Io destinato alle fughe del pavimento, tu libera di volare e posarti altrove, su un’altra vita, pulviscolo sei, visibile nel bagliore di un controluce, quasi impalpabile.
Di giorni come questo potrei accatastarne centinaia, porzioni di tempo messe in un angolo della stanza a sbiadirsi. Come la mia presenza ormai periferica, il mio ammutinamento consenziente alla pratica del vivere tra gli altri. Succede per gradi, lentamente, come una passeggiata in mare verso il largo. Ad un tratto l’acqua ti copre il capo e tu scompari agli occhi del mondo in superficie. E io ho scelto di vivere sommerso, di sopportare l’apnea, di preferire l’abisso ai grandi cieli.
Ho sempre cercato posti in cui nascondermi, da piccolo ero bravissimo. Al punto che mia madre faticava a trovarmi in casa, dedito a un mimetismo infantile, avevo già i tratti di quello che sarebbe stata la mia persona adulta. Nelle feste dei compagni di scuola, nei pranzi in famiglia ero sempre defilato. Per timidezza dicevano, io invece ho vivido il senso di terrore che mi abitava in quegli anni. Lo stesso che non mi faceva parlare. Mi portarono anche da un dottore, pensavano avessi un disturbo del linguaggio, la disnomia, che non riuscissi a trovare le parole.
E poi c’era qualcuno capace di scardinarmi la lingua. Mia cugina del nord ad esempio. Veniva a trovarci solo poche volte all’anno. Trepidavo nell’attesa dei giorni immediatamente precedenti il suo arrivo. Con lei ero un profluvio di storie, pensieri, barzellette e colmi. Come se conservassi tutto quello che avevo da dire per una persona sola, quella speciale. È stato sempre così.
Ancora adesso, mentre sento rincasare le persone nelle case attigue, adoro godere della possibilità di non dire niente. La messaggistica moderna ha quasi cancellato il rito delle telefonate. È un’ulteriore riduzione di contatto.
Ci vuole poco, declinare al principio le più semplici tentazioni, quella mondanità perimetrale, fatta di parole inconsistenti e innocue, di conversazioni di circostanza.
Il display si illumina, whatsapp raffica notifiche, mitraglia punti interrogativi. La modalità silenziosa rende il telefono inoffensivo, i suoi barlumi sporadici sono lo strascico del ricordo che la gente ha di me. Quei bagliori sono immagini che balenano nella mente delle persone a me più vicine, che non capiscono, hanno bisogno di risposte.
Mentre il mondo scrive di Giove e Venere che si danno appuntamento per baciarsi io ricordo il mio professore di scienze e l’illusione di quello che vediamo e invece non è. Di cose che sembrano vicinissime e in realtà sono distanti anni luce. E così come Giove e Venere anche le persone che sembrano unite sono in realtà pianeti lontanissimi.
Mi muovo al buio dentro casa, mi spoglio con pudore, siedo sempre all’angolo del letto, occupo una metà precisa del materasso, la notte passo in rassegna le città del mondo che non ho mai visitato. È un esercizio della memoria che mi accompagna da tempo. Avevo un mappamondo, di quelli che si illuminano. La sera, da bambino, una volta a letto, lo fissavo, irradiava la stanza quel poco che bastava a tracciare il profilo e l’ombra delle cose, ad assicurarmi che tutto quello ci sarebbe stato anche il giorno dopo. Con il dito tracciavo le diagonali di viaggi immaginari e mandavo a memoria paesi e città lontane. Oggi faccio la spunta dei luoghi dove non andrò più. Ho cominciato a fare i conti con il tempo, a sottrarre e a non sommare. Il prendere tempo presuppone la sua perdita, l’aspettare dissipa attimi, annienta possibilità come moscerini l’abat-jour accesa sulla cassettiera che fisso da ore. Come quei moscerini, porzioni di vita non ci sono più e basta.
2
Ci vediamo al fondo di un bicchiere
illusione che non so dimenticar
ogni notte ti devo ritrovare
nel mio cielo popolato di bars.
Fred Buscaglione, Nel cielo dei bars, 1960
Ho preso un blocco degli appunti per fare la lista della spesa. Passando le dita sul foglio bianco ho percepito un solco, un passaggio lontano. In controluce ho riconosciuto la tua grafia, l’impronta delle tue parole scritte sulla pagina prima. Ho ricordato quel pomeriggio, il nostro gioco di scriverci soltanto, di non parlare. Di lasciare le nostre voci al disco di Piero Ciampi sul piatto. Ricordo le poesie senza alcuna rima, le confessioni indecenti, gli indovinelli e le promesse. E le puoi strappare, buttare via le parole, ma da qualche parte resterà sempre il loro segno.
Sullo schermo del computer la selezione automatica di youtube fa partire Noi duri. Ho digitato “morte Luigi Tenco”, ho passato quasi un’ora a vedere spezzoni di vecchie trasmissioni televisive dedicate a lui, poi mi sono alzato per mettere dell’acqua sul fuoco, e me ne sono dimenticato. Noi duri è un film con Fred Buscaglione. Morirà lo stesso anno in un incidente stradale, era il 1960. Fred non lo vedrà mai. C’è un momento nel film in cui canta Nel cielo dei bars, un brano struggente, l’altra metà del suo mondo, dove non gioca più a fare il gangster, quella in cui resta solo con il suo bicchiere.
Dopo averlo baciato, accarezzato, averne sfiorato il profilo con le dita. In silenzio, al bar, la gente beve, ogni sera, appena il sole scompare. Quasi si vergognasse del vizio, come si provasse pudore nel mostrarsi deboli.
Gli amici del bar sono quelli con cui guardi la strada, discuti del tempo e di cose leggere, perché sei lì per non pensare a quelle che ti trascinano giù, ma per accantonarle. Gli amici del bar sono quelli che non ti conoscono veramente ma che ti salvano la vita ogni giorno.
Certe canzoni riescono a raccontare di più. Succede qualcosa nel momento stesso in cui nascono nella mente dell’autore, quella piccola quota di verità che imprime un ricordo indelebile, affida un sentimento. E accade poi che qualcuno le canta, le interpreta, e in quel momento in lui quel sentire prende posto e cambia, un po’, ma abbastanza per assumere un colore. E ci sono poi altre persone che suonano quella canzone, le associano toni, ne incidono le note. Le canzoni sono la somma di sentire altri, a volte diversi da chi le scrive. Sono un coro, di voci diverse, di strumenti parenti o stranieri. E pensare a ogni singolo piccolo pezzo, a ogni singola vita che si nasconde dietro le note di una copertina mi porta lontano “fino a quando può durare”.
Nelle latitanze sociali, il bar resta il ponte con una vita accennata. Un compromesso che necessita di poco, un vezzo per poveri, una piccola vacanza popolare che mi imponevo come esercizio contro la totale estinzione.
Un elenco di argomenti da sciorinare in rapida sequenza, due bionde piccole, una coppetta di arachidi e uno sguardo al giornale. Il mio dazio quotidiano a questo mondo prima di chiudere la porta di casa. Nessuna sorpresa, nessun pericolo.
C’è una ragazza al tavolo di fronte al mio, sussurra al telefono le nuove frasi d’amore, avvicina le labbra come cercasse un bacio dall’altra parte, le parole le imprime un microfono, insieme al contorno e il rumore, conservano l’aria, trattengono il respiro, sarà una speranza riposta da qualche parte nella distanza che separa i due amanti.
3
Mi sei scoppiato dentro il cuore
all’improvviso
non so
perché
non lo so perché
all’improvviso
sarà
perché mi hai guardato
come nessuno
mi ha guardato mai
mi sento viva
all’improvviso per te.
Mina, Mi sei scoppiato dentro il cuore, 1966
«Andiamo!»
E non ho potuto fare altro che seguirti. Probabilmente era l’unico modo. Altrimenti non avrebbe funzionato, avrei trovato un modo garbato per declinare ogni invito. E invece mi serviva un ordine per disordinare tutto. Un’emergenza a far affiorare la parte dormiente sotto il peso di anni. Mi hai scelto e mi hai preso la mano. Non per presentarti ma per trascinarmi via. Fuori dal bar e da quella vita.
«Hai una macchina?»
«Certo».
«Perché?»
«Cosa?»
«La macchina, il fatto di averla, lo dai per scontato, per certo, perché?»
«Beh, perché si presuppone che quasi tutti...»
«Beh, quasi. E poi niente è certo».
«Dicevo per dire».
«Fammi un favore, me lo fai? A proposito come ti chiami?»
«Marco». E mi rendo conto che non pronunciavo il mio nome da un’eternità. Che non ne avevo avuto bisogno. Che non avevo conosciuto nessuno di nuovo da mesi, che ce l’avevo quasi fatta, ero quasi scomparso.
«Che favore?»
«Non parlare per forza, se devi dire una cosa fallo e basta, altrimenti stai zitto, io adoro il silenzio».
Quasi tutti. Quasi scomparso.
Era il principio dell’indeterminazione. Il momento in cui non si è nessuno e tutti insieme, il momento in cui l’uomo si rivela più vulnerabile, nella migrazione da una convinzione alla dimenticanza. Quando si abbassa la guardia, convinti della strada intrapresa e ormai a un passo dalla meta.
Niente è certo, non più. Il tuo parlare così presupponeva un futuro. Altre cose da dirci, oppure dei lunghi momenti senza parole. Comunque sarebbe successo altro tra di noi. Uscendo così dal bar avevo contravvenuto a una serie infinita di regole. Non avevo salutato, non avevo aspettato il resto e lo scontrino, non avevo finito la mia prima birra piccola e, di conseguenza, non avevo preso neanche la seconda aspettando le nove. Con mia grande sorpresa scoprii che nessuna di queste cose ti preoccupava, mentre camminavi spedita qualche metro avanti a me. Ogni tanto ti voltavi per sincerarti della mia presenza, poi con il braccio teso dietro la schiena e il palmo della mano rivolto verso l’alto facevi vibrare le dita, quasi volessi simulare una camminata, come un invito ad accelerare. Ero ipnotizzato da quelle dita, le avrei seguite per ore.
«La macchina è dall’altra parte» ho detto dopo un po’.
Hai puntato i piedi a terra, sembravi stizzita, hai preso a guardare il cielo e a ridere tanto forte che mi vergognavo.
«E perché non lo hai detto prima?»
«Non lo so».
Ti sei avvicinata, con le labbra increspate da una strana smorfia e il passo deciso. Hai preso il mio viso tra le tue mani e mi hai baciato sulle labbra, forte.
«Bravo, così mi piaci, è così bello non sapere perché facciamo le cose».
E poi un acquazzone di te, di quelli estivi da cui non ti ripari, la trasgressione dell’infanzia. Ho lasciato che le tue storie intridessero le maglie dei miei vestiti, che le tue domande si impigliassero nei capelli, i gesti e i sorrisi riempirmi gli occhi come lacrime. Acqua eri, a lavarmi dal peccato di non averne commessi, corrente che mi trascinava verso te, eri come il lago dopo la cascata e quella strada per arrivare alla mia auto, le rapide prima del grande tuffo.
Ero sicuro che una volta a casa avrei ricordato tutto, magari lo avrei appuntato su un quaderno. Avevi un andamento basculante, un ritmo scomposto e animale dei fianchi che faceva rimbalzare le cosce e le natiche piene ad ogni passo. Un’energia che muoveva l’aria in un modo che investiva gli altri e li costringeva anche per un secondo a regalarti uno sguardo. Tutto era casuale in te, l’acconciatura e il taglio improbabile dei capelli, il colore stesso era il risultato di tentativi, raccontavano una storia cominciata bruna e finita tra cumuli di biondo in punte d’argento. Gli oc...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Sinossi e biografia
- Frontespizio
- Colophon
- 1
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- 3
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- 6
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- 16
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