
- 192 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
La notte che ci viene incontro
Informazioni su questo libro
Ripetiamo le stesse azioni, dal lunedì al venerdì, alle otto in punto. Il Presidente esce, la borsa in un pugno, il cellulare nell'altro, parla fitto, mi saluta con un lieve cenno della testa, punta alla portiera posteriore, io gliela apro, lui si china, entra, si siede, si ficca il cellulare tra la spalla e il mento, sbuffa, tira fuori alcune carte dalla borsa, io prendo posto alla guida, accendo il motore, faccio andare le spazzole per togliere l'umido dal parabrezza, ingrano la prima e partiamo in direzione degli uffici di Corso Vittorio Emanuele. Passiamo davanti alla chiesa del Sacro Cuore, il Presidente si fa il segno della croce, il rubino incastonato nel suo anello scintilla.
Domande frequenti
Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
- Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
- Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a La notte che ci viene incontro di Claudio Grattacaso in formato PDF e/o ePub, così come ad altri libri molto apprezzati nelle sezioni relative a Letteratura e Letteratura generale. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.
Informazioni
PARTE TERZA
Il corpo
E il vento spegnerà il fuoco che si accende quando sono in te, quando tu sei in me.
Alan Sorrenti, Figli delle stelle
Non pretendo il Bengodi, la Terra Promessa, un nirvanuccio personale o uno di quei paradisi tropicali nel quale tanti miei consimili fantasticano di trascorrere l’ultimo periodo della loro esistenza. Non so nemmeno se voglio la mia casa in collina. In fondo andrebbe bene qualsiasi postaccio puzzolente in un anfratto sperduto del cosmo, sarebbe preferibile alla putrefazione che mi circonda e che mi ammorba, anima e corpo. Gastrite, nausee, vertigini, cefalee, fitte improvvise, dolori alla cervicale, agli arti, ai muscoli, tutti gli svariati malanni tipici dell’uomo contemporaneo mi assalgono e trovano domicilio tra le mie membra, e sono davvero poca cosa se paragonati allo stato di salute del mio spirito. Sarei certamente già morto da tempo, se intorno al mio essere non si fosse costruita a poco a poco una corazza, un esoscheletro protettivo, un amalgama ben combinato di indifferenza, rassegnazione, disgusto, adeguamento alla anormalità.
Per certi aspetti sono un morto vivente, o meglio un vivente morto. Se non mi tolgo la vita, sebbene abbia congetturato più volte di farlo, è per pigrizia, per vigliaccheria, per non darla vinta totalmente alla morte, per un senso di repulsione nell’immaginarmi cadavere, per non regalare una gioia a quei pochi che fingono di apprezzarmi e a quei tanti che se ne fregano di me e che, col viso dipinto dal lutto, godrebbero internamente, non tanto della mia dipartita (avvenimento che dimenticherebbero il giorno seguente), quanto della loro resistenza, del loro accanimento nell’aggrapparsi alla vita, si sentirebbero un gradino più in su di me, sventurato suicida, nella comune scala dell’infelicità. Privare il nemico di un giubilo è una sottile forma di vittoria. E poi sono curioso, lo confesso. Voglio vedere come va a finire. Benché non mi aspetti sconvolgimenti, fuochi pirotecnici, rivoluzioni copernicane, epifanie angeliche che mi illuminino e mi trasformino in un altro uomo. Le stelle sono là, mute. La terra qua, assordante e caotica, piena di cianfrusaglia umana, del rumore aberrante che mandano i pensieri distorti delle persone. In mezzo l’abisso, insondabile e invalicabile. Tutto qua. Aspetto, guardo il film senza emozionarmi, e mi chiedo se, una volta giunto al termine, ci sarà qualcuno con cui parlarne male.
Nei trecento metri quadrati di Villa Viviana, in Viale delle Ginestre, c’è una camera che ho soprannominato salone dei litigi lievi. Quando affrontano una discussione familiare, i Cherubini si ritrovano là, forse per il fatto che il salone guarda a nord, un’alta siepe e tre cipressi lo nascondono alla strada, e la luce esterna è scarsa, anche di giorno si deve accendere una lampada. I Cherubini iniziano i loro battibecchi in un’altra zona della casa, quasi sempre urlando da tre camere diverse, poi convergono in cucina e si spostano nel salone dei litigi lievi in fila indiana, Bianca davanti, la signora Viviana dietro di lei, e per ultimo il Presidente, di solito appena rientrato o in procinto di uscire, che si sta infilando o togliendo la giacca, controlla i messaggi sul suo smartphone e incespica puntualmente nel tappeto e continuando a camminare lo guarda come a chiedersi: e questo chi ce l’ha messo qua? Occupano sempre gli stessi posti, Bianca sul divano, con le gambe raggomitolate, padre e madre nelle due poltrone, con le mani premute sui braccioli come se si stessero preparando a un decollo. Di fronte al divano c’è un grande specchio dalla superficie non perfettamente piana, le immagini si distorcono, è sufficiente fare un passo di lato per vedere il volto allargarsi o smagrire, allungarsi o rimpicciolire, l’espressione cambia senza che si sia mosso un muscolo facciale. Ma i Cherubini ci passano davanti senza neanche buttarci un occhio, i loro doppioni sono sempre in penombra.
Su una parete, tra i due balconi che danno sul giardino, troneggia un mobile intarsiato, molto antico e prezioso, intoccabile, come altrettanto intoccabili, antiche e preziose sono le due sedie settecentesche, stile Louis XIV, che stanno di lato.
È pomeriggio, la famigliola sonnecchia, mi smarrisco nei trecento metri quadri dell’appartamento e mi ritrovo nel salone dei litigi lievi, faccia a faccia con le suddette venerabili sedie. Sono tentato di sedermi su una delle Louis XIV, che ovviamente bisogna pronunciare alla francese, Luì Catòrs, ma temo che non regga il peso e rinuncio. Saggio la consistenza della stoffa poggiandoci sopra il palmo della mano, l’accarezzo, mi faccio solleticare le dita. E capisco. La sedia Luì Catòrs è una certificazione non scritta di raggiunta opulenza, è rappresentativa di un’alta condizione di ricchezza: tanto è inutile in quanto sedia, tanto è necessaria in quanto simbolo. Lo sfarzo e l’inservibilità si tengono a braccetto, e la sedia assolve a una funzione più grande di quella ordinaria per cui è stata concepita – poggiarci i glutei sopra –, diventa l’emblema del vero lusso, il tentativo di placare con la vanità della materia una sete interiore più profonda, la mancanza di saldezze esistenziali.
Guardo le foto di famiglia sul pianoforte a mezza coda. Il Presidente e sua moglie il giorno del loro matrimonio, sotto il portale della chiesa, braccia in alto e sorrisi per difendersi dal lancio di riso; Bianca con un cero in mano e il vestito bianco della prima comunione, ha una faccia scura, deve aver pianto perché non voleva fare la foto; Bianca col tocco e la toga, in mezzo a due colleghe neolaureate; la signora Viviana da ragazza, in bicicletta (non si capisce come facesse a pedalare con quella gonna lunga fino ai polpacci), sullo sfondo le panchine, la fontanella e le palme di un lungomare in bianco e nero; il Presidente da piccolo, al circo, seduto sulle gambe di suo padre: ha una scimmietta in braccio.
La zona dei litigi grandi è una fascia ampia, fluttuante, mutevole come i passi capricciosi di Bianca. Fino alla confluenza dei tre in cucina tutto si svolge nella identica maniera, poi il contrasto si fa infuocato e il salone dei litigi lievi diventa un punto di passaggio, c’è bisogno di sfogo, la processione urlante dei Cherubini attraversa l’appartamento in un continuo saliscendi. Ogni tanto fanno una tappa, di solito nei passaggi più angusti, davanti al bagno, sotto una porta o nel mezzo delle scale che conducono alle camere da letto o al seminterrato. Bianca si arresta improvvisamente, si volta, e tutti strillano le loro ragioni, in una specie di gara di jodel a chi ha più decibel da sparare. Parlano contemporaneamente, le voci si scontrano, si accavallano e tornano indietro, ognuno non ascolta che le proprie parole.
«Che schifo!» urla Bianca fermandosi davanti allo sgabuzzino. «Non avete nessuna fiducia in me. È uno schifo!»
«Non è questo, cara. Non è assolutamente questo» dice la signora Viviana, che durante i litigi s’ingobbisce e si tortura le mani.
«Sì, non è assolutamente questo» le fa eco il Presidente, che nel frattempo, usando la moglie come paravento, cerca di scrivere un sms.
«E se non è questo, cos’è?» urla Bianca.
Viviana non vuole riferirsi apertamente all’incidente, ha paura della suscettibilità di Bianca. Però bisogna in qualche modo ricordarle che ha sfasciato la Mini Morris regalatale per la laurea, uscendo illesa per miracolo dal frontale col pino marittimo, e che l’etilometro della polizia era quasi esploso quando ci aveva soffiato dentro e c’era voluta tutta la diplomazia di suo padre per fare in modo che non le venisse sospesa la patente.
«Saremmo imprudenti…» prova a obiettare la signora. In quei frangenti i capelli le prendono una strana piega, come se li avesse pettinati di proposito tutti da un lato.
«È una questione di fiducia!» dice Bianca bloccandosi nel corridoio.
«Non c’è dubbio, fiducia» dice il Presidente premendo il tasto di invio.
«Allora, secondo voi, non dovrei mai più guidare una macchina in vita mia, solo perché quello stupido albero stava dove non doveva stare?»
«Non abbiamo detto questo. È vero, Duccio?» dice Viviana cercando il sostegno del marito, che fa ripetutamente di sì con la testa. «Forse sarebbe il caso di aspettare un altro momento, una festa a Palinuro non mi sembra l’occasione adatta per mettersi di nuovo alla guida.»
«Almeno lasciatemi andare con Pierconsalvo» sbraita Bianca.
«Pierconsalvo, non se ne parla proprio» sbotta il Presidente, che freme per una riunione e comincia ad averne abbastanza di quella bagattella.
«Pierconsalvo guida da dieci anni e non ha mai avuto un incidente.»
«Appunto. Prima o poi gli capiterà, con tutte le schifezze che si fuma.»
«Che cosa ho fatto per meritare due genitori così?» urla Bianca non trovando altri argomenti da contrapporre.
C’è un breve silenzio, durante il quale mi rendo conto di essermi seduto su una Luì Catòrs. Scatto in piedi, giusto in tempo per non farmi beccare dai tre che stanno entrando nel salone dei litigi lievi.
«Io comunque con quello lì non ci vado» dice Bianca indicandomi col mento. «Toglietevelo dalla testa.»
Io faccio un passo da un lato e muovo la testa in segno di saluto. Nello specchio storto ho il mento aguzzo e la fronte enorme, deformata.
Bianca si è fatta un tatuaggio. Un drago alato sputa fuoco accovacciato sulla sua schiena. Lei entra in macchina, si sistema sul sedile posteriore, si toglie il giubbotto; la maglia è aperta sul dorso, forse per dare aria al drago, lasciare campo libero alle sue fiammate.
Devo accompagnarla a ritirare il vestito da sera comprato apposta per la festa a Palinuro. Piove, il traffico è lento, il tergicristalli scandisce un ritmo regolare.
Bianca sporge un labbro e sbuffa, un ciuffo di capelli le solletica la fronte, proprio nel punto dove l’ematoma causato dall’incidente si sta riassorbendo. Guarda fuori dal finestrino, con la stessa intensità bovina di suo padre. Si è laureata da tre anni, e tra qualche giorno avrà uno studio tutto suo nella palazzina fatta costruire dal paparino.
«Non avere la macchina è proprio una rottura. Che palle!»
S’infila le cuffiette, il volume è così alto che il testo della canzone arriva alle mie orecchie.
La tua pelle bianca
I tuoi occhi grandi
I miei sembrano privi di emozioni
La tua aria distratta e come se fluttuassi
Cantando le solite canzoni
Il casino in una stanza, le finestre rotte
Sembrano le sbarre di prigioni
Inizia a scambiare messaggi sul cellulare. Guarda il display, sorride.
Ha occhi stanchi, occhi che stonano sul viso di una donna di venticinque anni. Il mascara è sempre un po’ sbavato, il contrasto con la sua carnagione chiara le dà un’aria da diva del muto. Nello specchietto vedo la sua testa che dondola, segue la musica.
Ha ereditato i difetti di suo padre, il mondo è un grande palcoscenico a sua completa disposizione, le persone sono comparse che attraversano la sua esistenza, sta a lei decidere se interessarsi a loro e perché.
La prenderei volentieri a schiaffi. Se fosse mia sorella minore le darei una di quelle lezioni che ti raddrizzano i sentieri esistenziali, un ceffone andata e ritorno talmente forte da lasciarti l’impronta nella psiche: una variazione Goldberg sul tema del saper vivere, questo è per te, per farti svegliare dal letargo in cui sei sprofondata, e questo è per l’umanità, per imprimerti a fuoco le tavole della legge nell’anima e farti capire come si campa.
Mi allento la cravatta, nell’auto fa caldo, il riscaldamento è al massimo, la signorina vuole così.
Bianca non stacca gli occhi dal cellulare, smanetta su WhatsApp con una velocità impressionante, usa i pollici, propaggini per me assolutamente superflue quando mando i miei sms.
Alza gli occhi per controllare il cielo, appoggia la fronte al finestrino e mi regala un’altra perla ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- PROLOGO. Il fuoco
- PARTE PRIMA. La mente
- PARTE SECONDA. Il cuore
- PARTE TERZA. Il corpo
- EPILOGO. La cenere