Comunque una storia d'amore
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Comunque una storia d'amore

  1. 176 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Comunque una storia d'amore

Informazioni su questo libro

Il viaggio non è solo lo spostarsi da un luogo all'altro. Per Grazia e Quirino, ad esempio, è all'origine di un profondo ripensamento sulle proprie esistenze.Nella distanza, e comunicando in modo asimmetrico per tempi e registri, tra i due si sviluppa un dialogo di grande intensità: i protagonisti sono ostinatamente alla ricerca di un senso per le scelte compiute e di una chiave per aprire le porte di quelle future.Reinventando il romanzo epistolare al tempo della comunicazione digitale, Igor Cannonieri ci consegna una storia d'amore delicata eppure densa in cui si intrecciano vita vissuta e riflessione filosofica, per interrogarsi, infine, sulla possibilità stessa che nelle nostre vite ci sia spazio per qualcosa di nuovo.

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Informazioni

Editore
Manni
Anno
2019
Print ISBN
9788862669290

1. La prima settimana

Se qualcuno gli avesse chiesto cos’era cambiato nell’ultima settimana, Quirino non avrebbe saputo rispondere. O forse, a bruciapelo, avrebbe detto “niente”. Perché in effetti non era cambiato niente. Se avesse ripercorso mentalmente quello che aveva fatto nell’ultimo periodo, non avrebbe trovato nulla di diverso dal solito, e ai suoi pensieri avrebbe potuto aggiungere semmai “da molto tempo in qua”.
Lui si diceva che erano il lavoro e la sua vita da single che non gli permettevano grandi variazioni sul tema.
Già, il tema qual era?
Quello di un uomo di quarantacinque anni che, dopo aver messo fine a una convivenza lunga metà della sua esistenza, aveva seguito inconsapevolmente la sentenza del suo amico Nando: “L’uomo si regge sue due gambe” gli aveva detto una volta “una è la famiglia, l’altra il lavoro. Se gliene manca una, l’unica cosa che può fare, è appoggiarsi interamente sull’altra”. Non una frase memorabile, se si vuole, ma va’ a sapere dove si ficcano le cose che poi ti lavorano dentro.
Dacché il suo legame con Grazia si era sciolto, più o meno come si scioglie il nodo tra due funi in tensione quando ci si versa sopra dell’olio, lui aveva scovato il modo di sentirsi ancora più vincolato.
“Ma come?” gli dicevano gli amici che ogni tanto lo cercavano “adesso che non devi rendere conto a nessuno, ci vediamo meno di prima!”
Lui rispondeva che era logico, doveva fare tutto da solo e non era mai finita: tienila tu in piedi una casa da solo, e lavorando, e senza trasformarla in un merdaio o andare in giro come un barbone!
In effetti Quirino era sempre impeccabile. Lavava e stirava da sé, faceva la spesa e cucinava regolarmente, e badava bene che il suo appartamento non avesse niente della sciatteria che hanno spesso quelli degli uomini senza una moglie o una mamma.
Lasciata a Grazia la casa che avevano abitato insieme, aveva voluto, cercato, e alla fine trovato, un posto che non gli facesse rimpiangere la sua vecchia tana. Era un piccolo attico-mansarda con delle belle travi in legno a vista sul soffitto, il pavimento, anche quello in legno, a listoni, e, soprattutto, il caminetto, che rimaneva, come nell’altra casa, il suo giocattolo preferito.
Lo spazio non era molto, ma questa era stata una ragione in più per non stiparlo. A parte i libri – tanti, ma i libri non si discutono – per il resto c’era solo l’essenziale. Non proprio minimalismo giapponese, ma certo non più le decine di suppellettili che Grazia riusciva a moltiplicargli attorno senza che lui neppure se ne accorgesse, almeno fintanto che la cassapanca, le mensole o il tavolino non raggiungevano il punto di saturazione.
Sì, lo spazio gli piaceva, gli piaceva come lo aveva organizzato ed era importante per lui tenerlo pulito e ordinato, perché… qual è l’animale che non tiene pulita e ordinata la sua tana? – questo, a onor del vero, lo diceva Grazia, quando voleva spronarlo a rassettare la camera o lo studio. Lui, invariabilmente, eseguiva, e intanto pensava, con un po’ di dispetto, “sì, mamma”.
Naturalmente il tutto costava tempo e fatica. E altro tempo e fatica gli assorbiva il lavoro. Un lavoro che gli piaceva decisamente meno di quando se l’era inventato. Se hai una laurea umanistica e non vuoi fare l’insegnante, il lavoro devi proprio inventartelo. Ed era andata così, mettendo le sue competenze al servizio della comunicazione aziendale, ricoprendo i ruoli d’interfaccia, sviluppando progetti di relazione tra comparti diversi. All’inizio era stimolante, faceva parte dell’invenzione, c’era posto per la creatività, per le idee, i rapporti umani. Man mano si era trasformato sempre più in gestionale: conti, report, organizzazione. Gli piaceva meno, ma ci si applicava di più.
Insomma, da casa al lavoro, dal lavoro a casa, l’una e l’altro sempre più impegnativi, e tempo non ne rimaneva se non per qualche lettura e un po’ di riposo. Lui, perlomeno, se la raccontava così. E non era poi distante dal vero, perché effettivamente faceva di tutto affinché tempo non gliene restasse.
Ebbene, nell’ultima settimana nulla era cambiato nella routine dei suoi giorni: non brutti, non vuoti – semmai vuoti perché troppo pieni – nemmeno entusiasmanti, bisognava riconoscere; tuttavia, dal pranzo di mercoledì, visitati da qualche nuovo pensiero.
Aveva già addosso il soprabito e stava per uscire quando aveva sentito il trillo di un messaggio sul cellulare. L’aveva aperto mentre camminava per il corridoio.
Grazia? Oh bella! Chi se l’aspettava? Persino una mail per me: che lusso! Ma cosa le viene in mente? Il romanzo di Del Giudice?
Il tempo di rileggere – sempre camminando – di salutare gli altri – “Ci vediamo dopo” – ed era comparsa un’altra bustina. Aprirla gli aveva dato una qualche voluttà.
Il Medio Oriente! Nientemeno! Un saluto, ma un po’ strano: che vuol dire “non so come salutarti”?
Aveva raggiunto la macchina affrettando il passo. Fare la strada, mangiare – fortuna che se lo preparava la sera prima – tornare in ufficio: erano tempi collaudati, ma anche contingentati, e lui sperava d’infilarci la lettura della mail di Grazia.
Incredibili le coincidenze! Aveva cominciato a scriverle lui, dopo mesi che non lo faceva, che nemmeno si sentivano, e adesso questa sincronia! Una volta l’avrebbero chiamata magia.
Entrando in casa aveva gettato le chiavi sul tavolo e si era sfilato il trench con una destrezza e una rapidità degne di un trasformista. In frigo c’era la quinoa con le verdure. Bastava metterla nel microonde. Nel tempo che si scalda, si avvia il pc. Tre minuti, tre di numero, ed era pronto per mangiare. Evitò d’ingozzarsi, ma in realtà mangiò in fretta. Era curioso. Naturalmente, la fretta – ragionava dentro di sé, guardando l’orologio – è inevitabile, se uno ha meno di un’ora prima di essere di nuovo in ditta.
Posta arrivata (8). Scorreva rapidamente i mittenti tra le otto mail ancora da aprire. La freccia era sopra Grace_MB e il dito aveva fatto in automatico il doppio click.
Vedi allegato. Un bacio.
Word si era aperto colorando il monitor di glicine. Grazia l’aveva messo come sfondo in una tonalità tenue e aveva poi bordato il foglio in modo asimmetrico con una fascia nera e, a cavallo di questa, un fregio di foglie stilizzate che riprendeva i due colori e li mischiava con altri. Il carattere corsivo. C’erano quattro capoversi. Per ciascuno un colore differente: nero il primo, poi giallo, blu e rosso. Un effettone.
In tanta cornice, l’inizio – “Ciao Quirino, caro” – risultava ben inciso. Seguivano la notizia del viaggio – di cui diceva pochissimo – e il bisogno di comunicargliela. Infilandolo tra la descrizione dei preparativi, insisteva su quel bisogno. Non poteva partire senza avergli confessato – confessato a lui – la trepidazione e l’entusiasmo per una scelta così difficile. E poi c’erano i propositi e le aspettative, ma per come erano messe, sembravano fantasie piuttosto che un programma.
Delle aspettative parlava di più in giallo. Venivano fuori le suggestioni e la fregola di Mary. Si esprimeva esagerando la loro complicità. Si sentiva qualcosa d’infantile. Che in quel momento le piacesse fare la bambina?
In blu aveva messo una sorta di digressione. Richiamava cose lontane, discorsi tra loro, il bisogno di riavvicinarli, quei ricordi, per trovare anche lì le ragioni che le servivano per la sua avventura. Curioso che fosse il passo più lungo e, in certo modo, il più lucido.
In rosso c’era l’orgoglio, la persuasione della scelta ormai irrevocabile. Una fierezza non antipatica, ma nemmeno dissimulata, del coraggio che si riconosceva. Anche questo, però, finiva con l’essere sopra le righe, come lo sono i sorrisi e la disinvoltura di chi, in sala d’aspetto, attende d’essere chiamato dall’infermiera per fare un esame che non sa bene in cosa consista.
Il saluto conclusivo, ancora in rosso, sembrava poca cosa: “Ciao, a presto”, quasi sbrigativo.
Alla seconda lettura, sempre tenendo d’occhio l’orario, Quirino poteva convincersi che la conclusione fosse debole perché la lettera, tutt’intera, era un saluto. Un affettuoso saluto.
Rientrato in ufficio, pur occupato da quello che doveva fare, tornava con la mente a quella mail, ai suoi colori, alla cura che Grazia ci aveva messo, a qualcosa che però gli sembrava rimanesse indeciso, sospeso.
Alle 14,18 il nuovo sms di Grazia arrivava con la risposta a quella che ancora non era una domanda chiaramente formulata, ma che gli ronzava in testa come un conto che non torna.
Lì il saluto c’era, eccome! Grazia doveva aver preso la rincorsa – la mail era quella rincorsa – e poi, nel saluto, c’era saltata dentro a piedi pari. E lui era saltato a sua volta, sulla sedia.
Sorpreso, ma non impreparato; colpito, ma reattivo.
Nel giro di quattro minuti – forse in tempo, prima che le facessero spegnere il cellulare – le mandò il suo augurio di buon viaggio. Era sincero. Così sincero che ci aveva messo, senza accorgersene, una promessa. Le avrebbe scritto.
Dunque, nella settimana dal sei al tredici aprile, Quirino aveva ricevuto tre sms e una mail da Grazia. Lui aveva risposto con un messaggio nell’immediato e con quattro lettere nei giorni successivi. Niente di più. Il resto era tutto uguale. No, non si può dire che fosse cambiato niente. Proprio come non cambia niente, dopo un periodo di siccità, quella pioggia primaverile che dura solo dieci minuti. La polvere s’impasta all’asfalto, tutto è secco come prima. Però si può pensare “come è buono l’odore della pioggia!”
Oggetto: Eros
Da: Qr_code
A: Grace_MB
Data: 14.04.2011 23,12
Sono già passati otto giorni. Sono bastati affinché scriverti sia diventata quasi un’abitudine. Scelgo le ore serali e mi ritrovo facilmente scivolato nella notte. Forse perché c’è una certa cadenza, forse perché scrivo ma le mie lettere non hanno risposta (probabilmente non ne hai letta ancora nemmeno una); fatto si è che ho quasi l’impressione di tenere un diario, più che di dar vita a una corrispondenza. Scrivo a te, ma ho una tale confidenza con i miei pensieri, che sembra quella che si dà solo alle pagine che nessun altro leggerà. Strana condizione.
Dalla mia ultima sono stato occupato da un solo pensiero – cribbio, da quando non ci sei, quanto mi dai da pensare! – mi sono detto: se voglio sapere quanto sia distante la possibilità d’amarla d’ora in poi, da quella che possibilità è stata davvero tale, perché si è realizzata, allora devo tornare, almeno per qualche istante, all’eros che si è scritto nei nostri corpi e sulle pagine del nostro amore.
Tu lo sai, non è un rigurgito adolescenziale, un tentativo di farti pagare qualcosa, di riscaldare una minestra che di sicuro non è più nell’appetito di nessuno dei due. È un’altra cosa. Ha a che vedere con la tua… vesania: come ti è venuto in mente di chiamarmi ‘amore’?
Ti dirò di più. Ho provato a scrivere adesso dell’eros che è stato. Ci ho passato le ore ma non ne è uscito niente, niente di appropriato: o venato di nostalgia, o sbiadito, o artefatto. Credo che sia perché era così squillante, così centrato nel suo presente, che si può raccontare solo con le parole di cui era fatto allora. Per questo ho pescato nelle tracce che ha lasciato, qualcuna sulla carta, qualcun’altra magnetica, qualcuna appesa al filo della memoria (non saprei dire quale più nitida, quale più labile). Solo qualche passaggio. Non ti dispiacerà, ne sono sicuro, anzi, so che li scorrerai con la mente che corre più veloce degli occhi e prima ancora che io abbia detto qualcosa, ne avrai fatto un film con un intreccio più avvincente del mio, con un finale – soprattutto – più sensato, più edificante.
Bisogna andare indietro di parecchio tempo.
Con parole tue.
[Bigliettino] Come la luce dell’aurora penetra dalla finestra annunciando un giorno buono, così sei entrato in me, nella mia bocca, nel mio ventre, nei miei pensieri, nel mio cuore, con un amore talmente grande e nuovo che le mie labbra tremano cercando le parole per descriverlo.
[All’orecchio] Sarà il sole, sarà il caldo, ma oggi ti desidero così tanto, con tanta impazienza, che mi pare di essere un uomo.
[Lettera, la chiosa] Sei la fonte. Mi abbevero ed è come sorbire miele da un favo stillante.
Con parole mie.
[Dedica] Nuda mi raggiungi intera, bella, sinuosa… aggettivata di sole ‘elle’ e sole ‘effe’: lliquida e fflessuosa, come ti sento tra le mie mani.
[Lettera] Lasciato l’amore alla pelle, ti ho guardato sopirti, poi a lungo con la voglia di abbracciarti ancora, ma poiché non volevo riscuoterti, ho insistito con gli occhi: mi sono sentito pronto ad accoglierti nel mio sguardo sino alla cecità.
[Encausti. Ho battezzato così due terzine che avevo messo giù all’epoca della nostra ultima vacanza felice, tre anni fa, al mare, d’inverno. La ragione è che nascevano da due foto particolarmente belle tra quelle che avevi scattato. I versi credo li riconoscerai, ma non puoi sapere che poi, giochicchiando con Photoshop – più o meno come potrebbe fare un bimbominkia in una pausa di ebetudine – ho fuso le parole sopra le immagini. Ecco come mi è venuto il nome. Il risultato finale non è sublime – il bimbominkia ha dei limiti intrinseci – e qui metto solo le parole, ma mi piaceva ricordare che, in certo senso, le abbiamo scritte insieme].
I.
Stupito, rapito, amore
Come il rumore del mare
In fondo a una conchiglia.
II.
Con occhi fondi, i tuoi, amore
Oggi ancora fermo sull’argento
Un graffio di...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Sinossi e biografia
  3. Frontespizio
  4. Colophon
  5. PROLOGO. L’INDEPRECABILE ELLISSI DI UN EPISTOLARIO
  6. LA PARTENZA. PERIFRASI DEL RISCHIO E AFFERMAZIONE DI SÉ
  7. IN ABSENTIA
  8. 1. La prima settimana
  9. 2. Seconda settimana
  10. 3. Sincronia – Il dubbio
  11. 4. Sincronia – Il rientro
  12. 5. Nel deserto
  13. 6. La fotografia
  14. DIARIO PALESTINESE
  15. EPILOGO. L’INDEPRECABILE ANACRONISMO DI OGNI RIVOLUZIONE
  16. POSTUTTO O L’ULTIMO POST