La prima elementare
Sono sempre stata molto rasserenata dalla tranquillità di mio figlio, dalla sua forza di carattere, dal suo modo maturo e deciso di tenere il punto. Era talmente sicuro di sé che tutte le persone che lo conoscevano quasi da subito non si facevano più domande ma lo accettavano per quello che era. Non avveniva lo stesso nei miei confronti. Il mio ruolo genitoriale e a volte anche umano era continuamente messo in discussione. Lui era bravo, bello e buono; io ero una madre leggermente degenere. Nessuno collegava mai il fatto che lui fosse bravo con il fatto che a monte ci fosse un mio lavoro perché lui si sentisse sicuro.
Piano piano, quando Federico crescendo iniziò a voler indossare anche fuori casa vestiti più femminili o portare a scuola matite, astucci, quaderni da bambina, gli altri iniziarono a farmi sentire severamente inadeguata, a dirmi che lo esponevo al pubblico ludibrio. Non importava che fossi già andata da una esperta a farmi consigliare. Evidentemente gli altri ne sapevano sempre più di chiunque. Certo, tra me e me, ogni tanto in discussione mi ci mettevo. Un caro amico californiano mi diceva sempre: “Se tuo figlio è confuso, non credi sia compito tuo, come genitore, indicargli la strada?” Avevamo a lungo discusso la cosa e effettivamente ciò che lui diceva aveva un senso. Ma il punto era un altro: mio figlio non era confuso! Erano gli altri ad essere confusi di fronte a un bambino che molto candidamente aveva la forza, la volontà e, lasciatemelo dire, il coraggio di essere chi si sentiva di essere. Quindi quale era il mio compito? Rassicurare gli altri omologando mio figlio, o insegnare a lui che ogni individuo nasce libero di essere ciò che è? Questa polemica con gli altri di anno in anno diventava sempre più noiosa e pesante. Per nulla costruttiva perché non era un confronto ma era solo un tentativo di imposizione di idee che dovevano essere quelle punto e basta. Veramente poche persone erano interessate a ciò che stavo via via scoprendo. La maggior parte ci teneva invece a dirmi la sua. Ancora oggi è così. È come se io non riuscissi mai a raggiungere un livello di conoscenza attendibile ma fossi sempre in balia delle infondate certezze altrui.
Certezze che potremmo riassumere nei seguenti punti:
• Tutti i bambini attraversano questa fase. Anche il cugino dell’amico del fratello del compagno di banco di mio figlio una volta a carnevale si voleva vestire da Wonder Woman.
• Tuo figlio adora stare al centro dell’attenzione e così ha trovato il modo perché tutti lo guardino e parlino di lui.
• Tuo figlio va indirizzato. Tutti i bambini hanno idee confuse e tu, come genitore, devi chiarirgliele.
• Tuo figlio per divertimento si è creato un personaggio e ormai ne è diventato schiavo.
• Il problema di tuo figlio è che non ha una figura maschile di riferimento.
• Da quando ti sei separata parli sempre male degli uomini e allora tuo figlio preferisce essere una donna.
Per fase si intende “ciascuno dei momenti caratteristici e differenziati di uno svolgimento continuo”, quindi considerato che Federico era così da sempre: quanto sarebbe dovuta durare una fase? Perché nel nostro caso più che di un momento si trattava di un continuo.
Mio figlio è sempre stato un bimbo sicuro di sé a cui piace stare al centro dell’attenzione ma, caspita, avrebbe dovuto avere dei grossissimi squilibri e una grossa dose di masochismo se, pur di avere gli occhi puntati addosso, avesse deciso di sottoporsi a un tale susseguirsi di critiche, prese in giro, discussioni, polemiche! Lui era così e basta, e non a causa di una separazione altrimenti al giorno d’oggi la maggior parte dei bambini sarebbe transgender. Mi ero separata che Federico aveva quattro anni appena compiuti, ma non era stata una separazione particolarmente controversa. Certo, non voglio sminuire la sofferenza di un figlio di fronte a una trasformazione così importante, però nessuno aveva riscontrato in lui dei cambiamenti dovuti a questo, anzi le insegnanti spesso si complimentavano con me per essere stata in grado di mantenere un equilibrio tale che i miei figli non davano alcun segno di malessere, come invece spesso gli era capitato di osservare in circostanze simili.
Con la separazione la mia vita era diventata molto più complicata dal punto di vista logistico. Adesso c’era solo un adulto dentro casa e quindi se le cose non le facevo io non le faceva nessun altro: portare fuori il cane, trasportare su per le scale la spesa, mettere a letto i bambini, accompagnarli a scuola. Tutti mi avevano dato della pazza a separarmi con tre bambini così piccoli e senza alcun aiuto. Ma io preferivo di gran lunga la fatica fisica a quella psicologica di trovarmi in un matrimonio che non volevo più e che mi rendeva assolutamente infelice. Mi ero rimboccata le maniche e avevo iniziato a sgambettare come una pazza senza mai abbassare la guardia su mio figlio in rosa. Il padre dei bambini era presente compatibilmente coi suoi impegni lavorativi e non si opponeva assolutamente all’indole di Federico, anzi spesso capitava che il bambino andasse da lui e tornasse con lo smalto rosa che il papà gli aveva comprato e messo. Ma non era certo di supporto a me come madre riguardo alla questione “genere”. E del resto non lo era mai stato. Aveva da sempre delegato tutto a me, quasi la cosa non lo riguardasse affatto, tanto c’ero io che me ne occupavo. Cercavo di consolarmi pensando che almeno lo accettava ed era una gran cosa rispetto alla marea di uomini che normalmente sarebbero andati in crisi.
Ci avviavamo a quel punto verso la fine della materna e la scuola primaria comportava un cambiamento totale. Sapevo già che mio figlio non sarebbe rimasto in quella scuola. La maestra di Anna, che proprio quell’anno finiva la quinta, ricominciava un nuovo ciclo in un altro istituto, e io tenevo moltissimo che Federico fosse in classe con lei. Non lo facevo a cuor leggero. Sapevo che ogni cambiamento era difficile perché voleva dire ripartire da zero con le persone e con le spiegazioni. Ma il fatto che la maestra già ci conoscesse bene mi toglieva un grande peso dallo stomaco.
Come sempre capita, prima dell’inizio della prima elementare, il momento è magico e cosa c’è di più bello se non andare a scegliere lo zaino, i quaderni, l’astuccio… Eravamo in vacanza e così andammo a comprare in un bellissimo negozio tutte le cose necessarie: astuccio e diario del WWF rigorosamente rosa. Quaderni rigorosamente con fate, cuori e stelle. Forbici fucsia rigorosamente con gli strass. Io facevo quella serena e pacifica ma a ogni oggetto che veniva introdotto nel carrello tremavo e mi prefiguravo la scena di quando tali oggetti sarebbero usciti dallo zaino e sarebbero stati posati sul banco in una classe di bambini sconosciuti! Non avevo però alcuna intenzione di far credere a mio figlio che lui dovesse cambiare per soddisfare le aspettative degli altri.
Un paio di settimane prima della scuola era stata fissata la riunione di classe e io non vedevo l’ora di andare per conoscere la seconda maestra che era nuova e parlare della nostra situazione. Ascoltai tutta la presentazione e alla fine mi misi in fila, per ultima, con i genitori che avevano bisogno di parlare personalmente con le maestre. La maestra nuova purtroppo non era ancora stata assegnata per cui potevo confrontarmi solo con quella che conoscevo già, ma mi faceva piacere lo stesso perché comunque durante i cinque anni di elementari di mia figlia non era mai stato toccato l’argomento “Federico in rosa”. Arrivò il mio turno e dissi alla maestra che ero felice che mio figlio fosse con lei e che volevo dirle che il bambino era un po’ particolare e cioè si vestiva di rosa e gli piacevano gli oggetti considerati “da femmina” per cui anche tutto quello che aveva comprato per la scuola era rosa.
“E quindi?” mi domandò la maestra.
Sapevo che avevo fatto bene a metterlo in quella scuola.
“Suo figlio è educato?”
“Certo!”
“Allora chi se ne importa di che colore si veste o come sono i quaderni!”
“Mi farebbe piacere però”, aggiunsi io, “che lei ci desse un occhio, perché non vorrei che qualcuno lo prendesse in giro. Sa, all’asilo ormai lo conoscevano tutti, ma qui non conosce nessuno. Inoltre più i bambini crescono più diventano maliziosi!”
“Non si preoccupi, signora” concluse la maestra. “Le assicuro che in questa scuola ci sono problematiche ben più grandi di un bambino che si veste di rosa. Se vedesse la prima che abbiamo formato: abbiamo quattordici nazionalità differenti, con bambini che quasi non parlano italiano e i cui genitori non lo parlano proprio per niente, un paio di casi problematici assai e la scuola, come struttura, che è fatiscente. Si figuri che siamo a settembre e ancora non mi hanno assegnato la collega con cui lavorerò! Ci manca solo che qualcuno mi crei problemi perché un mio alunno si veste di rosa!”
Ecco, quello mi pareva il giusto approccio: concentrarsi sui problemi veri, che non erano nemmeno i bambini che non parlavano la lingua poiché si sa che imparano in men che non si dica, ma l’organizzazione del personale, la comunicazione tra la scuola e le famiglie, la collaborazione.
Così arrivò il primo giorno di scuola e Federico era tutto emozionato. Si era stranamente vestito quasi da maschio e pensai che magari fosse una svolta. Aveva dei pantaloncini cachi, una maglietta verde con un drago e il grembiule blu. I capelli erano abbastanza corti. Insomma non davamo nell’occhio. Lui che è sempre stato un bambino sicuro di sé entrò in classe salutando educatamente tutti e si sedette al primo banco. Le braccia composte, il faccino da angelo.
“Ora puoi andare mamma!” mi disse.
Sembrava quasi scocciato che non lo avessi fatto prima e che come tutti gli altri genitori lo avessi accompagnato in classe. Rispettai la sua richiesta e andai via.
Nel giro di qualche giorno aveva già fatto amicizia con tutti e non mi aveva riferito di alcun problema riguardo al suo kit di cancelleria rosa. Io non avevo chiesto niente. Non è facile infatti gestire queste cose perché a volte hai paura che se chiedi generi ansia ponendo l’attenzione su qualcosa a cui magari non aveva pensato perché per lui è naturale. Insomma non volevo che le mie domande potessero mettergli la pulce nell’orecchio e fargli credere che i suoi oggetti gli avrebbero dovuto creare dei problemi.
Vedevo che la mattina quando arrivavamo a scuola i compagni, indistintamente maschi e femmine, lo salutavano da lontano: “Ciao, Fedeee!” correndogli incontro. E la cosa ovviamente mi faceva piacere e mi tranquillizzava.
Un pomeriggio, dopo una decina di giorni dall’inizio della scuola, eravamo in cucina, Federico di colpo sbuffò:
“C’è una bambina insopportabile in classe! Non sono libero nemmeno di disegnare come voglio!”
Dovete sapere che i disegni di mio figlio sono sempre stati per me fonte di grande curiosità. Una volta ho ascoltato un’intervista a uno psicologo dell’infanzia e pedagogista che sosteneva l’estrema differenza che esiste tra l’immaginazione maschile e quella femminile dei bambini. Fogli alla mano, mostrava come il disegno di un maschio fra i tre e i nove anni è fatto normalmente da colori scuri, simili tra loro, e una certa azione, quindi molti oggetti che rappresentino movimento: tante lineette, tanti aeroplanini, tante macchinine, una gran confusione monocromatica per intenderci. Mostrava invece come i disegni delle bambine della stessa età fossero fatti con colori pastello che rappresentavano arcobaleni, farfalle, colline piene di fiori, famiglie. Effettivamente questa era anche la differenza che riscontravo nel modo di disegnare dei miei figli. Giorgio era tutto cosette nere che combattevano, un foglio pieno fitto fitto di confusione dinamica, Federico invece era tutto arcobaleni e fiori.
“E cosa ti dice questa bambina?” domandai.
“Mi dice che disegno da femmina, che ho solo cose da femmina e sembro una femmina.”
Eccoci! L’idillio della scuola nuova era terminato!
“Amore, che cosa vuoi che faccia? Vuoi che chieda alla maestra di dire qualcosa a questa bambina?”
“No, mamma, non ce n’è bisogno! Ho già risolto io!”
“E come?”
“Senti, ci avevano messo al banco insieme. Io per due volte le ho gentilmente detto che non mi desse fastidio. Che io disegnavo come volevo ed ero quello che volevo e che non era un problema suo. Tra l’altro mamma lei sembra pure un maschio, quindi… Poi le ho detto che alla terza volta mi sarei scocciato.”
“Oddio e che hai fatto?” gli chiesi temendo che fosse passato alle maniere forti.
“Niente. Ma quando per la terza volta lei ha insistito, io ho fatto lo zaino, ho preso tutte le mie cose, mi sono alzato, sono andato dalla maestra e le ho detto: ‘Maestra, potrei spostarmi in quel banco vuoto che la mia compagna mi infastidisce sempre e io non riesco a seguire la lezione?’ E la maestra mi ha detto che potevo e ora sto in pace. Anzi la bambina non si è più azzardata a dirmi niente.”
Come ero orgogliosa del mio bambino!
Proprio in quel periodo stavo facendo un intenso studio sulle varie associazioni in giro per il mondo. Cercavo dei gruppi di supporto ai quali potermi affidare. Mi pareva davvero impossibile che non ci fosse nessuno in Italia. Eppure non trovavo nulla di nulla. Mi sentivo sempre più sola. Le mie amiche sostenevano non solo che esageravo ma alcune continuavano a dirmi che sbagliavo. Il mio modo ironico di affrontare le cose dava l’impressione che la cosa non mi preoccupasse affatto e io invece avevo la necessità impellente di parlare con qualcuno che mi capisse. Una sera, dopo che tutti erano andati a dormire incappai in una piccola associazione di Santa Cruz, in California. Poco a sud di San Francisco, posto carino. C’ero passata tante volte quando vivevo da quelle parti, così presa da una botta di fiducia nostalgica scrissi una mail alla referente del gruppo. Una certa Heidi.
Buongiorno Heidi, mi chiamo Camilla e ti scrivo da Firenze, in Italia. Vorrei chiederti alcuni consigli riguardo ai bambini transgender poiché sono preoccupata per il mio. Purtroppo qui in Italia non esistono gruppi di supporto e le persone in generale non conoscono nulla sull’argomento.
Mio figlio ha sei anni e da quando è nato è sempre stato interessato solo a cose da femmina: colori, giochi, vestiti. Quando guarda i cartoni lui è sempre il personaggio femminile e tutte le sue amiche sono femmine. Quando gioca coi fratelli è sempre una femmina e a volte li ascolto e sento che il suo fratellino con lui usa pronomi al femminile. Purtroppo credo che lui abbia già capito molto bene quale sia il suo ruolo in società. È molto chiaro adesso come lui sia una bambina durante le vacanze e i weekend e più un bambino durante i giorni di scuola. Questo perché sa che a casa può essere ciò che sente. Io ho cercato di insegnargli che ognuno ha il diritto di essere sé stesso e che la diversità è solo una ricchezza.
Federico è un bambino molto intelligente e sensibile. È un bravissimo ballerino e canta molto bene. Ho notato che ultimamente è meno smaliziato e se c’è un ospite a casa si fa qualche problema a indossare i suoi vestitini da bimba.
Spesso mi dice che gli dispiace così tanto non essere nato femmina ma che quando crescerà si taglierà il pisellino e diventerà una bambina.
Ovviamente tutti quanti mi dicono che è una fase. Ma la fase va avanti da quando aveva due anni!
Quando aveva appena compiuto tre anni sono andata a parlare con una psicologa dell’infanzia soprattutto perché i miei amici mi dicevano che stavo sbagliando ad assecondarlo e invece mi ha confermato che facevo bene a consentirgli di esprimere liberamente il suo essere, anche se lei riteneva che fosse troppo piccolo per capire chi fosse.
Spesso le persone mi chiedono: credi che sia gay? E io rispondo: non lo so, ma sono certa che lui sia nato nel corpo sbagliato. Io cerco di farlo felice, di comprargli le cose che gli piacciono, di farlo crescere sicuro di sé. Gli ho anche detto che se crescendo si sente ancora una bambina potrà certamente diventarlo.
Ieri guardando un documentario ho capito che la psicologa aveva torto. Lui non è troppo piccolo per capire la sua identità di genere.
La mia preoccupazione più grande è ovviamente fare la cosa giusta: non ingigantire una cosa che potrebbe essere davvero una fase ma allo stesso tempo non ignorarla portandola a diventare per lui un problema. Tutti i miei amici credono che io sia pazza. E sento di avere bisogno di confrontarmi con qualcuno che sa di che cosa io stia parlando.
Ti ringrazio e ti abbraccio
Camilla
Cara Camilla,
che bella famiglia che hai! E mi hai scritto addirittura dall’Italia! Spero che il nostro sito ti sia stato utile, ma soprattutto sono felice che da adesso avrò una nuova amica in Italia!
La tua storia assomiglia moltissimo alla nostra anche se noi avevamo un figlio biologicamente femmina che a undici anni ha fatto la transizione sociale per diventare maschio.
Da piccolo moltissimi dei suoi comportamenti erano uguali a quelli di tuo figlio. I vestiti, i giochi… e spesso diceva che Dio si era sbagliato e si era dimenticato il suo pi...