Papaveri
L’oscurità della notte impedì a Farhad di farsi un’idea di Firuzabad. Seguì Ali Agha fino alla casa non lontana dalla stazione dove si era fermato il pullman. Le finestre erano illuminate. Al rumore dei loro passi il portone si aprì e comparve un ragazzo leggermente più alto di Farhad e dal volto allegro.
«Salam baba», disse baciando la mano al padre che gli accarezzò la testa. Guardò Farhad curioso, ma non sorpreso e gli strinse la mano.
«Lui è Ramin, mio figlio», poi aggiunse: «Ramin, Farhad onora la nostra casa, è un ospite gradito».
Ramin sorrise al nuovo arrivato che nel frattempo aveva dimenticato le frasi e i complimenti che avrebbe voluto usare per l’occasione e disse soltanto, sottovoce: «Salam». C’erano numerosi parenti, i fratelli e le sorelle di Ali Agha e le cerimonie di benvenuto non finivano mai. Il giardiniere baciò tre volte sulle guance ciascuno dei parenti maschi, fece molti inchini in omaggio alle donne della famiglia e poi invitò tutti a sedersi sul tappeto intorno a una tovaglia di plastica a fiori, mentre venivano portati il tè, la frutta, i dolci e grandi piatti di riso con lo zafferano e pollo arrostito. Gli uomini di tanto in tanto facevano lunghe tirate dalle pipe ciopogh e si rivolgevano a Farhad con frasi di benvenuto. Lui, imbarazzato, non faceva che ringraziare.
Erano quasi le due di notte quando l’ultimo ospite se ne andò lasciando Ali Agha, i due figli e Farhad a riordinare la stanza e a sistemare negli angoli i materassi, i cuscini e le lenzuola. Ramin indicò all’ospite il posto riservato a lui, lontano dalla cucina e dalla porta d’ingresso e gli mostrò il gabinetto nel cortile.
«Se vuoi, domani mattina ti farò vedere Firuzabad. Buona notte».
Farhad si addormentò appena si fu sdraiato, sopraffatto dalla stanchezza e dalle emozioni.
Dormì fin quando il sole, filtrando dalla incannucciata della finestra, non gettò sul suo viso insidiosi raggi. Il fresco notturno aveva lasciato il posto a un caldo piuttosto umido. Aprì gli occhi a fatica e scoprì che tutti si erano alzati, i letti erano stati disfatti e accatastati in un angolo, al centro del tappeto era stata apparecchiata la tovaglia di plastica con l’occorrente per la colazione e dal samovar si diffondeva il profumo del tè. Dal cortile provenivano le voci di Ali Agha e del figlio. Alla luce del giorno, la stanza sembrava ancora più grande, addossati alle pareti grandi cuscini di velluto viola poggiavano sui tappeti. La stanza era stata da poco intonacata e sembrava tenuta con una discreta cura. Le tendine bianche a fiori rosa e gialli contribuivano a rendere allegro l’ambiente.
La voce di Ali Agha in lontananza trasmise a Farhad uno stato di benessere. Si alzò, sistemò il suo letto insieme agli altri nell’angolo della stanza. Uscì nel cortile e salutò il giardiniere e suo figlio sorridendo.
«Ramin ti porta un po’ in giro così vedi com’è Firuzabad, ora però lavati nella vasca e andiamo a fare colazione: il tè è appena fatto», il tono della voce gli era sembrato particolarmente affettuoso, paterno.
I due ragazzi chiacchieravano seguendo Ali Agha.
Ramin frequentava una scuola tecnica e sperava di essere assunto nelle officine dove riparavano le macchine agricole e quando poteva, durante le vacanze estive, dava una mano ai contadini del luogo, molti dei quali erano suoi parenti. A Farhad era subito sembrato simpatico, innanzitutto allegro. Aveva voluto sapere tutto della vita a Teheran e gli aveva fatto un mucchio di domande sui licei della capitale. Era curioso di conoscere le abitudini dei ragazzi teheranesi, voleva sapere come si divertivano, se giocavano a calcio, ma evitava di chiedere delle ragazze, anche se ne era particolarmente curioso. Temeva di sembrare indiscreto, o poco rispettoso con l’ospite. Sperava però che trascorso qualche giorno, quando la loro amicizia avesse acquistato maggiore intimità, si sarebbe potuto parlare anche di quello. Avrebbe voluto raccontare a Farhad della sua passione per Leila, la figlia quattordicenne del falegname Mahmud, lontano parente di sua madre. Ramin e Leila erano cresciuti insieme e durante le ricorrenze e le feste in famiglia avevano giocato insieme. Qualcosa era cambiato tra loro nell’ultimo anno perché Leila non riusciva più a guardare negli occhi Ramin e lui in sua presenza sentiva il cuore battere così forte da fargli mancare il respiro. Avrebbe voluto parlarne con lui, convinto che un ragazzo della capitale fosse in grado di suggerirgli qualche rimedio alle sue paure e timidezze.
Per alcuni istanti avevano proseguito in silenzio: Ramin cercava di allontanare il pensiero di Leila e si sforzava di trovare nuovi argomenti per chiacchierare con l’amico.
«Come si fa a percorrere una strada affollata di una grande città, con tutte quelle macchine, autobus, camion, moto e biciclette che passano? Si rischia di finire sotto una ruota. Io mi sentirei paralizzato in mezzo al traffico come un idiota. Come si fa a vivere dove non ti conosce nessuno, nessuno ti saluta e nessuno sa di chi sei figlio»: pronunciava queste frasi senza troppa convinzione, come sapesse già la risposta. Accentuava la propria provincialità, come per gioco. «Immagino che a Teheran siano tutti ricchi, che tutti possiedano un’automobile e che tutte le sere vadano al cinema».
Farhad sorrideva. Aveva capito che Ramin lo prendeva bonariamente in giro fingendo di vivere in un buco sperduto e lontano dalla modernità.
«Teheran non è Parigi, né Londra e neppure New York, anche se di quelle città ne so ancora meno di te. Comunque, nulla di tutto quello che fingi di immaginare su Teheran corrisponde al vero». E ridevano tutti e due, anche se avrebbe voluto confessargli che lui a Teheran era solo e infelice.
Farhad scopriva lentamente Firuzabad. Lo faceva con modestia e sobrietà. Non esibiva i propri successi scolastici, la sua conoscenza della storia, o i libri che aveva letto e Ramin lo trattava paritariamente, per nulla intimorito dalla loro disparità sociale.
Firuzabad esercitò su Farhad sin dai primi giorni un grande fascino, facendogli scoprire un passato che qua e là si materializzava in rari oggetti d’arte e rovine misteriose. Il suo amico sapeva come sorprenderlo. Gli raccontò la storia della città antica che risaliva all’epoca sassanide e conservava i resti di una doppia cinta muraria, disegnata da un perfetto cerchio di due chilometri di diametro, una barriera difensiva dalla raddoppiata efficacia. La pianta della città era stata realizzata mediante calcoli complessi e una sorta di gigantesco compasso e mentre Farhad fantasticava sul mistero di quella geometria, Ramin sosteneva che rappresentasse un chiaro indizio dello sprofondamento di un corpo celeste caduto sulla terra.
Farhad era consapevole del mutamento del proprio stato d’animo da quando aveva lasciato la casa paterna. Godeva della conquistata libertà dell’immaginazione, del potere della fantasia di reinventare e trasformare tutto ciò che lo circondava. E ne traeva sollievo e soddisfazione. Ramin era in sintonia con il compagno e quando gli indicava l’antica porta di accesso alla città, la porta di Ardeshir, ancora parzialmente conservata, inventava in gara con lui creature ibride, metà umane e metà extraterrestri che nottetempo aprivano la porta della città per depositarvi piante sconosciute, tra cui il papavero.
«Ti farò vedere un campo dove si coltivano i semi portati dalle creature ibride», diceva Ramin, e Farhad aveva la sensazione di vivere in una città prodigiosa. Intanto i due amici azzardavano commenti arditi visitando Qalaye-Dokhtar, la Fortezza della vergine: i resti di un monumentale palazzo sulle colline di Firuzabad dedicato alla dea Anahita.
«Chissà se tutte le divinità antiche erano vergini… Ne dubito!», disse Ramin come soprappensiero. Farhad aveva notato un sorriso sarcastico quando aveva pronunciato la parola “vergine”.
«Forse la fortezza serviva a impedire che assatanati come te avvicinassero Anahita, che, essendo una dea, non poteva certo concedersi a un qualsiasi giovanotto, anche se simpatico e piuttosto di bell’aspetto», Farhad era sorpreso dell’audacia del proprio linguaggio e dell’allusione ad argomenti di carattere sessuale. Non aveva mai osato tanto e Ramin lo osservava con un po’ di stupore ripromettendosi di confessargli, al momento opportuno, la sua passione per Leila. Forse quella sera stessa, prima di dormire, trascinando il suo materasso vicino a quello dell’amico gli avrebbe parlato bisbigliando della sua passione chiedendogli consiglio sul modo migliore per manifestarla alla ragazza. Era convinto che Farhad fosse più esperto di lui in materia di sentimenti. Ma il timore di svegliare il padre che dormiva poco lontano nella stessa stanza lo convinse a tacere.
Il mattino aveva restituito ad ogni oggetto, alle case e alla natura il loro abituale colore. I due ragazzi nel tragitto per raggiungere la campagna restarono silenziosi, attratti dalle insolite tinteggiature delle case e delle antiche botteghe artigiane. Le ruvide superfici dipinte di colori accesi, solo in parte sbiaditi dal tempo, producevano effetti fantastici nei vicoli dell’antica cittadina. I bottegai salutavano Ramin e guardavano con curiosità il suo ospite. Le donne erano più audaci: si fermavano e volevano conoscere Farhad, avendo saputo che quell’anno Ali Agha avrebbe portato con sé il figlio del ricco commerciante per il quale svolgeva le mansioni di giardiniere. Farhad s’imbarazzava e guardava costantemente il compagno. Sottovoce ringraziava e goffamente ripeteva le frasi rituali.
Superato il centro di Firuzabad, oltre le ultime basse case contadine protette da muri di cinta fatti di mattoni di paglia e fango seccati al sole, si apriva una sterminata prateria di papaveri selvatici, una vallata invasa di fiori rossi che Farhad associò ai racconti di Banafshè sul paradiso, quando era di buonumore.
Guardò il cielo bizzarro, azzurro striato di rosa e di rosso all’orizzonte che si confondeva con i campi di papaveri come fosse un unico spazio senza confini, privo di una linea di demarcazione tra la terra e l’infinito. Ramin aveva avvertito lo stupore del compagno: «Ti porto nella valle dell’oblio. È così che i più vecchi chiamano i campi di papaveri oltre il fiume».
Attraversarono un tratto di strada in silenzio. Farhad rifletteva ancora sulla “valle dell’oblio”, ma non trovava alcun nesso tra quel luogo e i campi di papaveri dei quali ignorava le proprietà. I loro passi divenivano lenti e incerti e si fermò un paio di volte guardandosi indietro, come volesse assicurarsi che Firuzabad fosse ancora al suo posto.
Raggiunsero una zona fitta di palme da dattero. Il sole picchiava forte e il caldo non era quello al quale Farhad era abituato, quello estivo di Teheran, un caldo asciutto e pungente. Qui, nella valle dei papaveri, il caldo era simile allo sharjeh, quell’insopportabile afa, quell’umidità infuocata tipica delle regioni del Golfo persico. Farhad era tuttavia dominato dalla curiosità, dall’eccitazione della scoperta di luoghi impensati e misteriosi che lo conducevano lontano dalla vita fino allora vissuta. Si liberarono delle camicie e si misero a correre tra i tronchi delle palme, una tacita sfida a raggiungere il fondo del palmeto. Farhad arrivò per primo e Ramin dichiarò di averlo lasciato vincere perché più piccolo, ma entrambi sapevano che si trattava di uno scherzo e Farahad rispose: «Si può rifare la gara altre dieci volte: vincerò sempre io!» Risero, seduti a terra per riprendere fiato.
Poco lontano passò un gregge di pecore e capre vigilato da due cani e da un paio di ragazze che brandivano un lungo e sottile bastone. Procedevano di spalle e sembrava che parlassero vivacemente tra loro e ridessero. Portavano lunghe gonne colorate e sembravano muoversi al ritmo di una danza con movimenti dei fianchi, delle braccia e di tutto il corpo armonicamente coordinati e carichi di una grazia di elegante sensualità.
I ragazzi avrebbero voluto commentare la bellezza di quella scena, l’andatura rapinosa delle ragazze, il piglio autorevole con cui guidavano il gregge e i segnali che inviavano ai cani perché riconducessero le pecore indisciplinate. Quando il gregge scomparve dalla loro vista, come se si fosse trattato di una decisione concordata, i due si alzarono di colpo e a passi veloci raggiunsero il punto in cui le pastorelle avevano cambiato direzione. Non smisero di guardarle per tutto il tempo che il gregge rimase nei dintorni, in silenzio e con una sorta di devozione.
«A me piaceva quella più magra, quella con i capelli sciolti, mi ricorda Leila», Ramin parlava sottovoce quando, tornati indietro, si sedettero su un tronco a mangiare i pistacchi. Farhad aveva colto l’accenno a un amore non ancora confessato e con un leggero colpo sulla spalla comunicò all’amico la sua complicità.
Era difficile capire cosa celasse la superficie color ocra che s’intravvedeva attraverso i rami e i grappoli di datteri maturi. I raggi del sole filtravano tra le foglie delle palme e nell’aria era diffuso un odore indefinibile. Quando arrivarono in fondo al palmeto scoprirono un muro di recinzione che si estendeva a perdita d’occhio e che scavalcarono aiutandosi a vicenda.
Planarono tra file ordinate di piante tenute con gran cura, papaveri da oppio dai petali di grandi dimensioni, rosa, rossi, violacei, con macchie scure verso lo stelo.
«Tra un po’, verso la fine dell’estate» spiegò Ramin «ci saranno i frutti, una sorta di capsula che contiene una sostanza lattiginosa dalla quale si ricava l’oppio».
Farhad ne aveva sentito parlare, ma solo vagamente ne conosceva le proprietà e gli effetti. Ritrovarsi in quel campo di papaveri protetto dal muro di recinzione che lo rendeva un luogo inaccessibile e segreto, ebbe su di lui un effetto curioso, una sorta di panico e attrazione nello stesso tempo.
Aveva sentito dire che si fumava l’oppio in una stanza appartata in una casa da tè del vicolo Hammam, non lontano dalla sua casa a Monirrieh, ma era un luogo proibito, non accessibile a chiunque, in particolare ai ragazzi del quartiere.
Ora si domandava cosa fosse l’oppio e si scopriva impaziente di conoscere le sue occulte proprietà.
«Ufficialmente sono coltivazioni per uso medico, per produrre medicinali che calmano i nervi e attenuano il dolore, ma gran parte dell’oppio prodotto qui a Firuzabad è venduto ai trafficanti di droga e di stupefacenti», continuò a spiegare Ramin, dando l’impressione di saperne molto in proposito.
«Ogni grammo di quella sostanza lattiginosa da cui si ottiene l’oppio e altre sostanze allucinogene costa un mucchio di soldi: pensa a quanti miliardi si possono ricavare da un campo di papaveri come questo».
Più che sentire le parole di Ramin, Farhad pensava alla trasformazione di quei fiori in un miracolo in grado di distaccarti dalla realtà, trascinarti adagio in mondi sconosciuti, procurarti l’estasi. Il pensiero dell’oppio lo agitava, lo confondeva, ma insieme lo riempiva di meraviglia e lo attraeva. All’amico però non disse nulla.
Scavalcarono di nuovo il muro e si avviarono lentamente verso la casa da tè dove avrebbero trovato Ali Agha. Stava conversando con un vecchio contadino. Presero il tè anche i ragazzi.
Dal fondo della bottega comparve un uomo di mezz’età e barcollando si avvicinò alla panca sistemata all’aperto. Si sdraiò, mentre il cameriere gli portava un bicchiere di tè. Tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un pacchetto di sigarette Eshnò, faticò a estrarne una e ad accenderla. Fumava a lunghe tirate e tratteneva il più possibile il fumo. Aveva il volto disteso e uno sguardo misto di contentezza e di distanza rispetto a quello che lo circondava. Sembrava assente e sorrideva a tratti a chissà quali pensieri e immagini che gli passavano nella mente.
«Si è appena staccato dall’oppio e si sta beatamente godendo il fumo», disse Ali Agha in tono un po’ maligno, rivolgendosi al suo amico contadino.
«Cosa vuoi che faccia? Per un po’ riesce a non soffrire», gli rispose l’amico volgendo lo sguardo, con pietà e compassione, verso l’uomo sdraiato sulla panca.
Farhad guardava l’amico con aria interrogativa.
«È Mash’Abbas, faceva il barbiere nel nostro quartiere e aveva il negozio vicino alla piazza dove l’altra sera siete arrivati tu e mio padre in pullman. Ha un figlio in galera, accusato di furto, ma il suo tormento è la figlia, rapita dai trafficanti di bambine quando aveva non più di dodici anni: succede spesso da queste parti. Ha saputo in seguito che la figlia è stata per un po’ la concubina di un facoltoso commerciante pakistano e, dopo essere stata liberata, è finita in una casa chiusa, fa la prostituta. Vere o false che fossero queste notizie, la moglie di Mash’Abbas è morta di crepacuore, ma forse aveva avuto un tumore al fegato e lui, che a suo tempo era un devoto musulmano e aveva fatto il pellegrinaggio a Mashhad per pregare sulla tomba dell’Imam Reza, ha venduto il negozio di barbiere e con quello che gli è rimasto, non tanto, ha cominciato a fumare l’oppio per dimenticare. Ora anche i parenti lo evitano. Non gli è rimasto altro che l’oppio, ma sa che non durerà molto: il vizio lo sta uccidendo».
Farhad prese ad osservare turbato l’uomo sdraiato sulla panca, che poco dopo si alzò e s’incamminò con passi incerti lungo il muro della bottega.
Ramin si avviò dietro di lui e Farhad lo seguì, forse aveva intuito quale fosse la meta dell’amico. Mentre raggiungevano il retro della casa da tè si diffuse nell’aria un odore indefinibile. Un odore di resina bruciata leggermente dolciastro che in prossimi...