Alda Merini, mia madre
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Alda Merini, mia madre

  1. 208 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Alda Merini, mia madre

Informazioni su questo libro

Alda Merini è la poetessa più amata del Novecento italiano, perché ha saputo sublimare la sua dolorosa esperienza biografica in poesia pura. Per questa ragione è stata elogiata da importanti critici letterari e insieme adorata da lettrici e lettori.Una vita, la sua, appassionante e appassionata, drammatica ed eccezionale: il precoce talento e la frequentazione fin da giovanissima dei maggiori intellettuali, la malattia mentale e i ricoveri in manicomio, i due matrimoni e i grandi amori, la celebrità arrivata tardi, il quartiere-mondo dei Navigli a Milano...In questo libro Emanuela, la figlia maggiore di Alda, per la prima volta ricostruisce la storia della madre, e la racconta nella quotidianità e nella dimensione domestica, con la sua generosità e le sue eccentricità; e nelle vicende letterarie ed editoriali, fatte di anni di silenzio e altri di successo.Viene fuori un ritratto franco e intenso di una donna, una mamma, un'artista che, pur tra mille momenti bui, non si è mai data per vinta.

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Informazioni

Editore
Manni
Anno
2019
Print ISBN
9788862669573
eBook ISBN
9788862669788
ALDA MERINI, MIA MADRE
Alda Giuseppina Angela Merini, mia madre, è nata a Milano il 21 marzo del 1931.
Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
La poesia, pubblicata nel 1991 nella raccolta Vuoto d’amore curata da Maria Corti per Einaudi, è stata sicuramente composta precedentemente e la premonizione, la convinzione di una predisposizione alla diversità già dalla nascita è emersa più volte in mia madre.
Raccontando della propria nascita, scrive: “Quel 21 marzo, piovoso e pieno di vento, mia nonna mi trovò particolarmente brutta e ribadì, nel vedermi, la sua predilezione per la mia sorella maggiore, più discreta e certamente meno terrificante di me”.
La versione che raccontava in famiglia era diversa, e in qualche modo più spiccia; ma in effetti rispecchia il linguaggio autentico di casa: la mia bisnonna, che era una maestra, al vederla avrebbe commentato “La tuseta l’è mata”.
I genitori vivevano al numero 57 di viale Papiniano, Porta Genova, a Milano. Lui, Nemo Merini, discendente di una nobile famiglia di Como, era un conte, e mia madre ogni tanto scherzosamente ci ammoniva: “Ricordate che siete nipoti di un conte!”
Il padre di Nemo, il mio bisnonno, percorrendo il sentiero che da Como sale a Brunate aveva conosciuto una contadina, si erano innamorati e, nonostante il parere ovviamente contrario della famiglia di lui, si erano sposati: una storia romantica, quasi una favola.
Lì a Brunate ora esiste un premio letterario dedicato ad Alda, e presto a lei sarà intitolato quel sentiero dove i suoi nonni si sono incontrati.
Nonno Nemo era agente assicurativo presso la “Vecchia mutua Grandine ed Eguaglianza. Il Duomo”, una società nata nel 1934 dalla fusione di due precedenti aziende assicurative, che ha operato fino alla vigilia della Seconda guerra mondiale.
Di lui Alda ha scritto: “Mio padre, un intellettuale molto raffinato, aveva tratti nobilissimi. Taciturno e modesto, sapeva l’arte di condurre bene i suoi figli e fu il mio primo maestro. Mi insegnò fin da bambina a leggere e a scrivere ed ebbi in lui un grande curatore e un padre amorevolissimo”.
Io nonno Nemo non l’ho conosciuto, è morto un mese prima che nascessi. La mamma mi raccontava che ogni sera lui portava a casa le carte del lavoro, registri contabili, lettere, documenti da compilare, spesso restava alzato fino a tarda ora a lavorare. Sollecitato dalla baldanza di mamma, le regalava i vecchi borderò perché li ricopiasse. Lei gli si sedeva accanto, e lui con pazienza infinita le insegnava a compitare. Era davvero piccola, non parlava ancora bene. Mentre era seduta a quel tavolo con i quaderni del padre, come fanno i bimbi si riferiva a sé in terza persona, chiamandosi Aldina-schille-bene, Aldina scrive bene.
A cinque anni nonno Nemo le regalò un vocabolario di italiano, e ogni sera le insegnava dieci parole nuove. Così, per gioco, Alda ha imparato a scrivere prima di andare a scuola.
Quando è morto, nell’ottobre del 1955, per la mamma è stato un gran dolore, anzi un vero e proprio trauma, perché gli era legatissima, più che a sua madre. C’era un rapporto molto intenso, e poi negli anni idealizzato.
Molto tempo dopo, durante uno dei suoi ricoveri, Alda scrive:
“Padre, senza macchia, senza paura, padre non ascoltato, scrittore meraviglioso di canti.
Padre in sospetto d’amore, folle giureconsulto, mia solitaria stanchezza, nemesi della mia vita, banchiere senza parole, gabelliere dai mille liuti. Padre della mia disperazione, che hai fatto di me una corifea pura.
Se tu fossi libero, adesso da quella morte da fumo che ti ha tanto avvilito. Se ora potessi vedermi chiusa nel lenzuolo ibrido del manicomio, tu padre moriresti.
Invece dormi sotto le edere grandi e pensi come ser Bernardone che io sono diventata contessa, figlia padrona di irrilevanti parole perché tu mi hai insegnato l’albero del sapere, condotto da mano bambina sui primi fogli”.
Alda fa quasi un mito del ricordo di mio nonno, fino ad attribuirgli connotati improbabili, e soprattutto nei momenti di disperazione lo idealizza fortemente. In ogni caso quel che è certo è che con lui avesse un legame saldo e profondo.
Invece di Emilia, sua madre, diceva che era piuttosto severa, e che non si sentiva compresa da lei. Emilia Painelli, si chiamava la nonna, nata, come il marito, nel 1901.
“Non ho mai visto una donna più bella e più altera di mia madre. Da noi la chiamavamo la Montenegrina. Era alta, flessuosa e nobile. Il mio complesso di inferiorità cominciò proprio da lei. Da questa donna dal volto imperdonabile, dotata di quella cattiveria che cresce fianco a fianco. Ma di una bellezza quasi inimmaginabile. L’educazione di mia madre era tutta nel terrore che emanava dalla bellezza. Era corposa e nobile ad un tempo, piena di maternità fino all’inverosimile. Quando rideva il suo volto era pieno di ombre e di luci. Era perfettamente eguale a Monna Lisa. Però più nobile, più peccatrice”.
Mia mamma la descriveva come una donna austera e autoritaria, ma anche gioviale, allegra e spiritosa, un po’ come lei quando era di buon umore.
Me la ricordo la casa della nonna, anche perché era al portone dopo il nostro: noi abitavamo al civico 47, lei al 49. Era un’abitazione microscopica, non so come facessero a viverci, non riesco neanche a ricostruire come potesse esserci più di un letto.
Insieme alla nonna c’era l’Oreste, suo fratello minore, che aveva una lieve forma di ritardo, era un po’ lento, dicevamo, e lavorava come spazzino comunale, gironzolando tutto il giorno per le strade.
La mamma mi raccontava che, fin da piccola, si invaghiva facilmente, anche se, diceva, era raro fosse corrisposta. Le piaceva fare regali ai fidanzatini, per quel che poteva, un pettinino, un pennino… e cercava di stare il più possibile fuori di casa, ogni scusa era buona per sgattaiolare via e incontrare il filarino del momento. Dopo che usciva da scuola rimaneva sempre in giro, e allora l’Oreste, quando finiva il suo turno di lavoro e rincasava, diceva a mia nonna, con la sua cadenza cantilenante: “Ho vist picinina”. “Dove, Oreste?” E Alda era da qualche parte con un bagai, un ragazzo, così quando finalmente tornava a casa le prendeva.
Anche per queste piccole scaramucce, e per il suo fare la spia quando vivevano insieme, Alda ha sempre avuto un rapporto molto conflittuale con lo zio, che pure agiva in maniera innocente e infantile.
Ha scritto mia mamma: “Non si potevano amare queste madri, si potevano solo temere nonostante tutto l’amore che ci portavano. Non le si poteva confidare un amore, una disobbedienza, t’avrebbe comunque castigato. Anche i miei fratelli sono state vittime di questo autoritarismo; mia sorella maggiore era molto timida, reagiva appartandosi, mentre mio fratello si vendicava tirandole con la cerbottana i bussolotti nelle orecchie”.
A nove anni la mamma si innamorò di un ragazzino introverso che si chiamava Roberto, figlio di un violinista della Scala. In vista di un nuovo incarico del padre, Roberto si sarebbe dovuto trasferire in un’altra città, così con mamma architettarono di fuggire insieme.
I due comunicavano attraverso Bruno, un bimbo un po’ selvatico, diceva mia madre, con un leggero ritardo, che consegnava i rispettivi bigliettini.
Una volta mia nonna mise alle strette Bruno e lo costrinse a rivelare il progetto di fuga dei due fidanzatini. Naturalmente si arrabbiò moltissimo e mise in punizione la figlia, impedendole di uscire da casa.
Allora mia madre iniziò a scrivere i suoi primi versi per Roberto, imitando l’endecasillabo delle storie del “Corrierino dei Piccoli” che mia nonna le comprava sempre. Anche se i suoi riferimenti erano soprattutto i libri del padre, che non erano certo destinati ai bambini: i testi di storia dell’arte e la Divina Commedia. Alda imparava a memoria alcuni versi, e poi chiedeva al padre di spiegarglieli.
A dieci anni, mi raccontava fiera, vinse il Premio Giovani Poetesse Italiane, che le fu consegnato dalla regina Maria José e consisteva in un libretto della Cassa di Risparmio di mille lire. Ne era molto orgogliosa, e la regina le sembrò bellissima.
La nonna è morta quando avevo tre anni, naturalmente la ricordo pochissimo, e l’immagine che ho di lei risente senz’altro dei racconti di mamma. Però ho memoria netta di una donna gioviale e di compagnia.
Quando Alda era piccola ricevevano spesso visite a casa, la sera, colleghi del nonno, vicini di casa, conoscenti… Tra questi c’era un signore che è diventato un personaggio della mia infanzia, perché nel descriverlo mamma lo imitava con voce nasale, era buffa quando voleva farci divertire. Doveva essere un uomo particolarmente pedante, tanto che il nonno quando bussava alla porta di casa diceva: “Emilia, di’ che non ci sono!” e si allontanava. Questo signore voleva appendere il proprio cappotto sempre allo stesso piolo sull’attaccapanni di casa dei nonni, e si arrabbiava quando era occupato: “Il cappotto della picinina al mio posto…!”, la mamma mi raccontava divertita, e io ridevo.
Alda aveva una sorella più grande, la zia Anna, nata nel 1926, alla quale è stata sempre molto legata. Si vedevano o sentivano al telefono tutti i giorni, per la mamma era un punto di riferimento importante. Poi, dopo il primo ricovero nel 1965, i loro rapporti si diradarono: la mamma era convinta che la sorella avesse in qualche modo influito sulla decisione di farla internare.
Poi c’era lo zio Ezio, il fratellino nato nel 1943, sotto i bombardamenti. Era il piccolo di casa, amato e coccolato, e quando nel ’59 morì la nonna lui andò a vivere con la zia Anna, che nel frattempo si era separata dal marito, e che lo ha tenuto con sé e sostenuto finché non si è sposato. Forse mia mamma era anche un po’ gelosa di quel rapporto tra i suoi fratelli.
Nella seconda edizione dell’antologia curata da Giacinto Spagnoletti in cui sono pubblicate alcune sue poesie, Poesia italiana contemporanea. 1909-1959 (Guanda 1959), mia madre scrive una nota autobiografica: “La mia infanzia non ha nulla di caratteristico: un’infanzia apparentemente, esteriormente comune ma, data la mia sensibilità acuta e forse già esasperata, ricca di toni a volte angosciosi, melanconici. Sono sempre stata isolata, chiusa in me stessa, pochissimo compresa anche dai miei e, forse per questo, il mio amore per loro non aveva confini, era assoluto. A scuola, parlo dei corsi elementari, sono sempre stata prima e senza fatica perché lo studio fu sempre una mia parte vitale”.
Gli anni dell’infanzia di mia madre erano quelli del fascismo.
Raccontava: “Il fascismo era entrato a gran voce nella mia casa. Le parole Donna-Amore-Patria avevano trovato in mia madre un terreno fertile: corse felicissima a dare la sua fede al duce perché la Patria era una seconda madre, una seconda famiglia. Non sapeva, come le altre madri che si spogliarono dei loro gioielli, che la loro assurda generosità le sospingeva nel trabocchetto della guerra”.
Suo padre Nemo invece era critico nei confronti del regime: quando Alda aveva dieci anni, al padre fu intimato di aderire al Partito fascista e, in seguito al suo rifiuto, fu mandato al confino. Ma su questo mamma era vaga, o non ricordava bene. Certo furono anni duri, quelli della guerra, e la famiglia Merini, come tutte, si dovette arrangiare.
Alda ha raccontato quel periodo in un testo dettato alla giornalista Cristina Ceci nell’autunno del 2004 e pubblicato su “l’Espresso” nel 2009:
“La mia casa è stata distrutta dalle bombe. Noi eravamo sotto, nel rifugio, durante un coprifuoco; siamo tornati su e non c’era più niente, solo macerie. Ho aiutato mia madre a partorire mio fratello: avevo 12 anni. Un bel tradimento da parte dell’Inghilterra, perché noi eravamo tutti a tavola, chi faceva i compiti, chi mangiava, arrivano questi bombardieri, con il fiato pesante, e tutt’a un tratto, boom, la gente è impazzita.
Mio fratello nacque durante il bombardamento di Milano e io, per puro caso, fui presente al parto. Mia madre era terrorizzata, e anch’io: non si trovava un’ostetrica e le bombe scendevano dal cielo con un sibilo tremendo. Riuscimmo a stento a salvare la vita a mio fratello.
Ho fatto l’ostetrica per forza portando alla luce mio fratello, ce l’ho fatta: oggi ha sessant’anni e sta benissimo. La mamma invece ha avuto un’emorragia, hanno dovuto infagottarla insieme al piccolo e portarseli dietro così, con lei che urlava come una matta”.
Il 14 ottobre ’43 un secondo terribile bombardamento obbligò la famiglia a lasciare Milano:
“Abbiamo perso tutto. Siamo scappati sul primo carro bestiame che abbiamo trovato. Tutti ammassati. Siamo approdati a Vercelli. Ci siamo buttati nelle risaie perché le bombe non scoppiano nell’acqua, ce ne siamo stati a mollo finché non sono finiti i bombardamenti. Siamo rimasti lì soli, io, la mia mamma e il piccolino appena nato. Mio padre e mia sorella erano rimasti in giro a Milano a cercare gli altri: eravamo tutti impazziti”.
In realtà dopo il bombardamento della casa di via Papiniano sfollarono a Cerano, in provincia di Novara, ospitati da una zia, accampa...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Sinossi
  3. Frontespizio
  4. Colophon
  5. ALDA MERINI, MIA MADRE
  6. Nota dell’autore
  7. Nota dell’editore