Capitolo quarto
Da molti anni dormo quando il mondo è sveglio. Lui, solitamente, se ne infischia del mio riposo e fa parecchio casino così ho sviluppato la capacità di resistere ai suoi rumori incorporandoli nei miei sogni. Per darvi un’idea, quando sulla mia via eseguirono dei lavori stradali che comprendevano l’uso scellerato di un martello pneumatico, io trasformai questo rumore assordante nel romantico rombo del Gipsy Mot, il famoso biplano su cui Robert Redford portava Meryl Streep tra i cieli del Kenya, per una nuova e personalissima versione de La mia Africa in cui io, con tanto di occhialoni da pilota e casco di pelle, scarrozzavo un’adorante Scarlett Johansson su distese di fenicotteri rosa e zebre al galoppo.
In questo momento, per esempio, sto sognando di essere a teatro. Sul palco ci sono due ballerini, un uomo e una donna, che stanno eseguendo una coreografia intensa ed appassionata sulle note di Amarsi un po’ di Battisti. La platea è gremita, ma il pubblico non riesce proprio a stare in silenzio. Un continuo brusio accompagna le note del brano e tende a crescere fino a quando una voce di donna non zittisce tutti con un perentorio “Abbassate la voce!”. Le voci tacciono per qualche secondo per poi riprendere fino ad un nuovo “Ragazze, vi ho detto basta, fate silenzio!”. La voce della donna è quella di mia madre. L’oscurità mi impedisce di individuarla tra la folla, ma è sicuramente lei. Intanto Lucio canta, “…ma quanti ostacoli, e sofferenze poi, sconforti e lacrime…”, sapessi Lucio mio, sapessi!
Ad un tratto riesco ad isolare uno dei bisbigli. È la voce di mia nipote Elena che dice: “Io lo sveglio, glielo voglio dire!”, a questa si unisce quella di Marta, “Già, e poi sono due ore che dorme, svegliamolo altrimenti stanotte non chiuderà occhio”.
Dopo una lunga sequela di stiracchiamenti, stropicciamenti e sbadigli, riprendo lentamente conoscenza. Mi guardo intorno spaesato. C’è qualcosa che non va. La stanza è avvolta nel buio, la porta è chiusa. Strano, io l’avevo lasciata aperta per far entrare meglio la musica! Dalla porta arrivano comunque le note finali di Amarsi un po’ e, insieme, la voce di mia madre, donna Francesca, che sospira e si arrende: «Ok andate a svegliarlo, ma con calma, mi raccomando».
Un secondo dopo la porta si spalanca e due furie si gettano a pesce sul mio letto.
«Ho detto con calma!» ripete inutilmente mia madre.
Io mi ritrovo stretto nella dolcissima morsa di un doppio abbraccio, muto e commosso.
«Ehi, piccole mie, che bella sorpresa!» riesco a dire in quel groviglio. Nessuna delle due proferisce verbo, stringono soltanto. Io accarezzo le loro testoline e intanto le cullo un po’. Donna Francesca si allontana dalla soglia. È in controluce, quindi ne distinguo solo la sagoma, ma giurerei che si sta asciugando le lacrime, poi la vedo sparire nella sala.
«Allora, ragazze, che facciamo, rimaniamo così fino a domattina?»
«Fiiii!» dice Elena con la faccia schiacciata sotto le braccia mie e della sorella.
Restiamo così ancora qualche secondo, dopodiché dico: «Allora, cosa volevate dirmi di così urgente?»
Marta solleva la testa e prova ad aprire bocca, ma Elena, la più piccola, la anticipa: «Glielo dico io».
«Ok!» dice la sorella maggiore con un sospiro.
«Dai, non tenetemi sulle spine, di cosa si tratta?»
«Papà torna a casa» dice la piccola d’un fiato.
«La mamma e il nonno sono andati a prenderlo dalla…» aggiunge Marta lasciando cadere l’ultima penosa parola.
«Oh, questa sì che è una buona notizia!» esclamo sollevato. «Visto che si sistema tutto?» Poi con un sorriso sornione aggiungo: «Certo, se non tornavo io…»
«Ma se non hai fatto altro che dormire?» dice Marta.
«Già. Sei il solito dormiglione, zio».
«Avete ragione ragazze, ho questo brutto vizio di riposare un paio d’ore ogni due giorni. Ma giuro che prima o poi smetto».
Donna Francesca riappare con una tazzina fumante in mano. «Mi sono permessa di fare un caffè, non ti spiace, vero?»
«Spiacermi?» rispondo. «Mi sembra una vita che non ne bevo uno degno di questo nome» e, con un significativo sforzo di ciò che resta dei miei addominali, mi sollevo di qualche millimetro, libero un braccio dalla stretta delle nipoti e recupero avidamente la tazza.
«Allora», chiede donna Francesca dopo essersi accomodata sul bracciolo della poltrona di pelle che si trova poco lontana dal letto «com’è andato questo viaggio oltreoceano?»
«Diciamo che poteva andare meglio. Dacula non era il posto migliore per iniziare a visitare l’America».
E, visto che anche lei e il Maresciallo avevano più volte sollevato dubbi sull’intenzione di accompagnare Eli nella sua trasferta, mi guadagno un altro «Beh, Pietro, non puoi dire che non ti avessimo avvertito».
«Lo so, me lo avevate detto tutti e avevate tutti ragione, va bene?» ammetto esasperato, poi, anche per cambiare argomento, chiedo: «Allora, mi aggiorni su quest’ultima novità?»
«Beh, dal punto di vista legale non ne ho capito molto, ma l’avvocato Buongiorno è riuscito ad ottenere i domiciliari per Giorgio in attesa del processo» risponde abbassando la voce come se, così facendo, potesse non farsi sentire dalle ragazze che invece, pur continuando ad abbracciarmi, seguono attentissime le nostre parole.
«Vuoi dire che papà potrebbe tornare in prigione?» chiede la piccola Elena con voce tremante.
«Vedrai che il nonno non lo permetterà» la rassicuro passandole una mano tra i capelli.
«E poi, in prigione ci mettono i colpevoli e papà è innocente» afferma definitiva Elena più con rabbia che con sicurezza.
Il telefono di donna Francesca si mette a squillare in sala.
«Ecco, deve essere Marina!» esclama alzandosi di scatto per raggiungere l’apparecchio. «Le ho detto di chiamarmi una volta a casa.
Pronto Marì…»
Le ragazze balzano in piedi, io mi metto a sedere. Marta si avvicina alla nonna nel tentativo di carpire le parole della madre. Elena mi resta accanto continuando ad abbracciarmi.
«E come sta?» chiede mia madre per poi dire subito: «Ok, ok, avverto papà e vi raggiungiamo».
«Mamma, come sta papà?» chiede Marta strappando la cornetta alla nonna. La risposta della madre non deve rassicurarla troppo perché gli occhi le si inondano di lacrime silenziose che non si prende nemmeno la briga di asciugare. «Ok, a tra poco. Dagli un bacio da parte mia».
«E anche mia!» esclama Elena.
Marta riferisce e saluta con la voce sempre più rotta dall’emozione.
«Beh, ragazze, lo volete andare a riabbracciare papà oppure no?» dico io per alleggerire un po’ l’atmosfera.
«Giusto», dice donna Francesca «io chiamo il Maresciallo e gli dico di venirci a prendere».
«Io intanto vado a fare una doccia».
Donna Francesca porta via le nipoti. Io vado in bagno, ma prima mando un messaggio in chat ad Elisa: “Sono arrivato senza problemi. Viaggio lungo ma tranquillo. Mio cognato Giorgio è stato arrestato con l’accusa di spaccio di droga. Per questo Marta era sconvolta al telefono. Fortunatamente oggi lo hanno rilasciato”.
Dopo una buona mezzora di abluzioni varie, torno a controllare il telefono. La risposta di Eli lampeggia solerte sul display: “Sarà stato merito della tua indispensabile presenza a casa”.
È una mia impressione o questa replica puzza di presa per il culo?
“Fai la spiritosa?” ribatto piccato. Non so che ore siano a Dacula, ma Eli deve essere in pausa e con il telefono in mano perché l’avviso “Elisa sta scrivendo” prende a lampeggiare in alto, sullo schermo.
“Elisa sta scrivendo”…
“Elisa sta scrivendo”…
“Elisa sta scrivendo”…
Giove sulle spine, ma che diavolo starà scrivendo, un poema?
Ed ecco che la risposta, frutto di cotanta ponderata elaborazione, compare sotto il mio “Fai la spiritosa?”.
“No”.
Come “no”? Tutto sto tempo per rispondere “no”? Le do un’altra possibilità prima di farmi girare le palle tipo elettroni. “Sicura?” Dopo un’altra ventina di secondi di “Elisa sta scrivendo” arriva una risposta decisamente più esaustiva: “Sicurissima!”
“Facciamo così, quando avrai voglia di comunicare in maniera civile contattami tu”.
“Non ci contare”.
Giove laconico, ci risiamo. Lei ancora in America ed io qui a Lecce con nuovi casini da sbrogliare. Beh, almeno per questa volta non ci sono finito io, nei casini intendo.
Qualche minuto dopo arrivo a Villa Marina, la grande casa di campagna in cui abitano mia sorella, Giorgio e i miei nipoti.
Oltre ai padroni di casa, ci sono donna Francesca, il Maresciallo, l’Avvocato, come viene da tutti chiamato il padre di Giorgio, la di lui consorte, signora Silvana, e Carmen, la donna che, dalla nascita di Michelino, aiuta Marina in casa.
Donna Francesca e la signora Silvana chiacchierano sul divano con la piccola Elena di danza hip-hop, o almeno ci provano. Carmen e Marta intanto preparano un caffè. A quanto pare le due hanno molto legato, cosa non scontata vista la natura riservata di mia nipote. Questa donna, in effetti, ha proprio un’aria dolce e affabile. Da come si muove, si pone e si inserisce nel contesto, sembra faccia parte della famiglia da sempre. Deve essere una dote naturale.
«C’è lo zio Pietro!» annuncia gioiosa Elena vedendomi entrare.
«Ah, è tornato l’americano!» esclama la signora Silvana con un tono che non riesco ad interpretare.
«Sì, sono tornato dall’America appena ho saputo di Giorgio» rispondo quasi per giustificarmi, di cosa non so. «A proposito, lui dov’è?»
«È di là con l’Avvocato e papà» risponde mia madre mentre anche lei guarda con aria interrogativa la consuocera.
«Li raggiungo» dico.
«Zio, aspetta un secondo», dice Marta «abbiamo appena fatto il caffè. Te ne metto quattro tazze su un vassoio, così lo porti agli uomini».
«Tanto lo zio è abituato» dice Elena facendomi l’occhiolino.
«Già!» rispondo restituendole il sorriso. «E poi, portare i caffè ha i suoi vantaggi, si viene accolti sempre con gratitudine e una buona disposizione d’animo» aggiungo cercando gli occhi della signora Silvana che però sembra evitare i miei.
Recuperato il vassoio carico di tazzine, zuccheriera e bicchieri d’acqua, busso alla pesante porta di noce dello studio di Giorgio. La voce dell’Avvocato la attraversa senza sforzo alcuno più severa che mai: «Chi è?»
«Il ragazzo del bar, ho portato i caffè che avete ordinato».
«Noi non abbiamo…»
«Papà, è Pietro, apri» lo interrompe Giorgio.
L’Avvocato socchiude la porta e mi incenerisce con lo sguardo: «Hai sempre voglia di scherzare tu, eh?»
Non l’ho mai visto in queste condizioni. Sembra un guerriero giapponese nel proprio bu...