Come sono diventata femminista
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Come sono diventata femminista

  1. 240 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Come sono diventata femminista

Informazioni su questo libro

Tra una settimana arriva Valentina, vuole ascoltare dalla zia la storia della sua vita, dell'impegno politico in un piccolo paese della Lombardia, delle vicende famigliari, delle lotte femministe degli anni Settanta, delle scelte personali e intime.Nell'attesa della nipote, la protagonista ripercorre la propria esistenza, tra sogni conquiste e sconfitte. Sono ricordi a volte faticosi, e le sembra di non aver voglia di rivivere tutto. Anche per questo, a settant'anni, è approdata in una casa solitaria di fronte al mare, a distanza di sicurezza dal passato, tra libri, gatti e scatoloni pieni di carte che non le va di mettere a posto.Eppure, quando irrompe la memoria di un tempo dedicato alla politica e con le donne, si apre uno spiraglio, e le distanze si fanno più brevi.

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Informazioni

Editore
Manni
Anno
2020
Print ISBN
9788836170173

Mercoledì

Mi sono alzata presto, sono scesa al mare e ho camminato quasi un’ora lungo la linea mutevole della battigia abbandonando i pensieri al ritmo delle onde che mi lambivano i piedi, avvolta dal sole appena sorto nella sua pienezza mattutina. Le scaglie di luce arrivano alla linea ondulata della sabbia che le assorbe insieme all’acqua salina. Ci ha provato anche Virginia a catturare la luce con le parole, sono distante da lei anni luce eppure so che il sentimento è identico e lo vedo negli occhi del vecchio che cammina piano venendomi incontro e mi supera con un cenno di saluto. Non lo conosco, non l’ho mai visto ma condividiamo questo momento quindi sappiamo l’uno dell’altra. E poi vecchio, ho pensato, avrà la mia età, anch’io sono stabilmente nella categoria della vecchiaia e trovo che mi piace.
Ho fatto colazione al bar della spiaggia appena aperto. Mi piace stare al bar da sola, e al ristorante. Il bar è stata la conquista della giovinezza. Prima le donne, da noi, ci andavano solo in compagnia degli uomini, la domenica pomeriggio o il sabato sera, a vedere la tv.
Gli uomini seduti ai tavolini giocavano a carte, avvolti da una cortina di fumo, ancora non era vietato, mescolata con l’odore del vino dentro i bicchieri, che sobbalzavano quando qualcuno batteva il pugno sul tavolo per sottolineare qualche passaggio del gioco.
Tavolini quadrati con gli angoli smussati e il bordo di alluminio rigato, intorno le sedie di legno e solo voci maschili che qualche volta, dall’altra sala, cercavamo invano di zittire.
Noi eravamo nell’altra sala appunto, a vedere la tv, appena acquistata dal bar in centro dove negli anni precedenti qualche sabato si ballava. Ora si ballava d’estate in cortile e noi, i fans della tv, anzi i devoti perché di una nuova forma di devozione si trattava, eravamo infastiditi dalla musica come dal vociare della sala. I devoti della tv erano in realtà devote, data la maggioranza femminile, più bambine che bambini, le donne quasi tutte e qualche uomo. Ripensandoci ora un paio potevano essere gay ma a quel tempo era parola sconosciuta, condizione preclusa alla parola e sigillata da un silenzio che non era solo malevolo. Enzo e io eravamo affidati a Isa che convinceva sempre anche la zia Angelina a venire per poter stare con le amiche e vedere i ragazzi. Mia madre veniva raramente, aveva sempre da fare.
Isa, appena noi eravamo sistemati, andava a ballare. Guarda che ti vedo, diceva la zia Angelina, seduta in fondo, vicina alla porta che dava sulla balera e mia sorella rideva. Noi bambini prendevamo posto davanti, spesso per terra perché le sedie non bastavano, proprio sotto la tv e qualche volta ci appoggiavamo l’uno all’altro, a turno, perché era faticoso tenere la testa alzata per vedere l’apparecchio, messo su un trespolo di ferro; qualcuno dei più piccoli si addormentava e finito il programma veniva raccolto in braccio dalla madre o veniva chiamato il padre per quelli più grandicelli. Era un modo delle donne per controllare i mariti e portarli a casa prima che si ubriacassero. Enzo qualche volta si addormentava, io mai, anche se poi il ritorno a casa mi sembrava lunghissimo e ciondolavo appesa alla mano di mia sorella che s’infastidiva.
Quanti anni avevo? La tv è del ’54 e io avevo sei anni, noi l’abbiamo comprata nel ’65, quando eravamo già nella casa nuova. Non capivo la passione per Lascia o raddoppia e il Musichiere ma adoravo gli sceneggiati, anche quelli che mi facevano paura. Quindici uomini, quindici uomini, suulla caassa del moorto: la sigla de L’isola del tesoro mi suscitava un vero terrore e tornando a casa volevo stare in mezzo tra mio fratello e mia sorella, che sbuffavano e mi prendevano in giro e poi a letto mi appiccicavo alla schiena di Isa e tenevo la testa sotto le coperte. Basta, la prossima volta non ti porto, diceva lei, ma io non ho saltato una puntata.
La tv ha cambiato il nostro immaginario, ha allargato i nostri orizzonti, ha guidato le nostre scelte e poi ha cominciato ad avvelenarci. Le tv commerciali degli anni Ottanta ci hanno fatto rimpiangere perfino il perbenismo bigotto del primo canale: hanno avvelenato le donne, le casalinghe, insinuandosi nelle case durante le ore dei lavori domestici, che sono sempre una corvée estenuante ripetitiva solitaria e senza gratificazione.
La tv consente una distrazione del pensiero, un’interazione immaginaria che scambia finzione con sentimenti reali. I vari reality sono stati la chiave d’accesso per una diffusa e capillare manipolazione. Hanno portato nelle case i parenti immaginati da Fahrenheit 451.
Me ne sono occupata quando insegnavo, per fornire gli anticorpi, indispensabili quanto il nutrimento dei classici.
Ci sono cascate le donne, nella magia malevola e manipolatoria, e poi donne e uomini anziani, con la vita allungata e il movimento ridotto allo spazio angusto del divano davanti al piccolo schermo che diventava sempre più grande.
Ma allora per noi la tv era davvero una scatola magica che ci portava in un mondo sempre più grande, un mondo che preparava perfino lo sbarco sulla luna e intanto raccontava storie.
Rivedo le immagini in bianco e nero: Piccolo mondo antico, Cime tempestose, Piccole donne, Jane Eyre, La figlia del capitano, I miserabili, David Copperfield. Dovrei metterli in fila per anno e ritroverei la cronologia delle mie fantasie. Erano le storie che abitavo, le rielaboravo nei giochi per essere la protagonista. Potrei cercarli in internet dove ormai c’è tutto. O quasi. Il mulino del Po parlava di noi, di un passato lontano che viveva ancora nelle case in cui abitavamo. E per questo certamente mi era piaciuto meno. Tornano alla mente tutti i romanzi e mi rendo conto di averli visti in tv prima di trovare i libri e leggerli. Resurrezione mi aveva fatto un’impressione enorme. Mi lessi Tolstoj e poi arrivò Dostoevskij di Delitto e castigo, nonostante le suore dove frequentavo le magistrali ne sconsigliassero vivamente la lettura e I fratelli Karamazov, sempre in tv. Recuperare i libri non era facile, era arrivata la tv ma non una biblioteca e mai una libreria vera. Intanto la letteratura russa fu una scoperta che non ho più abbandonato, fino ad oggi, almeno fino a Svetlana Aleksievič.
Indimenticabile La freccia nera. E Joan, che fu l’ispirazione dei miei vent’anni sessantottini. Ma prima c’era stata Una tragedia americana, che generò discussioni a non finire perché considerato inadatto a noi troppo giovani. Ma io ero già grande e in casa c’è stato il finimondo perché mia sorella pensava che io non dovessi vederlo, ma io ci ero andata con le amiche. Enzo non veniva più, cosa ci trovate poi? Quello lì è un cretino, sentenziò sul protagonista. Cosa ne sai se non l’hai visto? Mi è bastata una puntata, si vede che è un cretino. Litigammo perché io m’infiammavo subito, soprattutto quando avevo tutti contro e rivendicavo il diritto di vedere quello che volevo, lui invece non si riferiva allo sceneggiato ma solo al protagonista e in fondo il suo giudizio non era del tutto sbagliato, buttato lì con la sua solita estrema concisione e il piglio rozzo del nostro dialetto. Poi, come sempre, se n’era andato in garage dove stava sistemando un motorino.
Non ho mai avuto il motorino ma lui mi faceva provare il suo, fiducioso, anche se con il timore che non lo sapessi guidare, come se si trattasse di chissà quale abilità prettamente maschile.
Con i primi stipendi mi sono comprata una Cinquecento usata. L’ho chiamata Camilla.
Adesso ho una piccola auto senza infamia e senza lode, che trovo nel parcheggio solo grazie agli adesivi pacifisti incollati sul lato, in mezzo c’è stata un’indimenticabile Renault 4 blu decappottabile con i sedili non imbottiti e il cambio a cloche che oscillava in curva come una barca.
Auto suggerite e trovate da mio fratello, che anche da imprenditore ha continuato ad avere il cuore da meccanico e le mani sporche di olio.
Lo penso con affetto e nostalgia. Ne sono stupita, ci siamo sempre parlati pochissimo. Eppure in qualche nostro misterioso modo, senza condividere nulla delle scelte adulte, ci siamo capiti.
Finito il tempo del dialetto e dei giochi in cortile, dei compiti che gli facevo per non fargli prendere note a scuola, che lui frequentava svogliato e io appassionata, finito il tempo complice dei suoi silenzi sulle mie uscite furtive, non abbiamo più avuto una lingua comune e ci siamo tenuti a distanza. Ma ci siamo capiti, io ho accettato le sue scelte e lui le mie, in silenzio, senza entrare nel cerchio infernale delle recriminazioni famigliari.
Mia madre sperava che lui studiasse, e anche mio padre ci teneva. Avrebbero fatto qualsiasi sacrificio per lui ma alla fine della quinta elementare la maestra consigliò al massimo l’avviamento professionale. Il primo anno studiavo con lui anzi studiavo per lui che se ne andava di nascosto dal meccanico ad aiutare dicendo che i miei genitori erano d’accordo e loro nemmeno lo sapevano. A me servì applicarmi anche ai suoi compiti perché ero in quinta e volevo fare l’esame di ammissione alla scuola media.
Ci fu una discussione sull’argomento: puoi fare anche tu l’avviamento e poi lavorare, non possiamo mantenervi in due a studiare, disse mio padre. E devi aiutare un po’ in casa, rincarò mia madre, c’è anche la nonna che ha bisogno. La nonna Fina, sua madre, perché nonna Agnese abitava in due stanze in cascina, vicina a noi, e Isa dormiva con lei già da qualche anno, per farle compagnia la notte e anche per vedersi con il fidanzato quando voleva. Si incontravano la sera nella cucina della nonna che a un certo punto andava a letto e li lasciava soli. Il posto dalla nonna era stato ambito anche da altre cugine, figlie dei due fratelli di mio padre ma lo ottenne Isa perché era tranquilla giudiziosa gentile e sapeva già fare le faccende di casa come una donna fatta. In occasione delle feste aiutava la mamma a casa dei signori T. ed era molto lodata.
Grazie al suo trasferimento notturno avevo un grande letto tutto per me nella stanzetta con la finestrella in alto da cui non ci si poteva affacciare, dove dormiva anche Enzo. Io e mia sorella dormivamo nel letto da una piazza e mezza, mio fratello nella “cuceta”, si chiamava così il letto singolo, senza le doppie perché era appunto singolo, pensavo, nella mia ricerca di logica in ogni cosa. A scuola ci misi un po’ a capire che in italiano le doppie ci volevano e non si trattava comunque di un letto, solo di un diminutivo poco usato perché bastava cuccia ed era quella del cane. Il nostro cane però non ne aveva una e dormiva nella “staleta”, anche quella senza doppie perché era piccola e serviva per le gabbie dei conigli e per gli attrezzi.
Le mucche erano nella stalla grande, in fondo al cortile, dopo il granaio e la busa del rut, la grande vasca rettangolare in cui imputridiva il concime, esalando un odore aspro che ci teneva lontani più delle raccomandazioni dei grandi.
Enzo era affezionato alla sua cuccia, con testiera e pediera in ferro, su cui lasciava i vestiti da lavoro che funzionavano da paravento per le sorelle impiccione, che eravamo noi.
Quando lui ha finito le elementari, mia madre ha messo una tenda, piantando due grossi chiodi e tirando una corda tra i due muri. La tenda lasciava accanto al mio letto, esattamente incastrato sul fondo della stanzetta, lo spazio per il comodino mentre dal lato di Enzo restava l’armadio e la finestrella appunto. Avevo la luce sul comodino però e la tenda era il riparo sicuro per leggere leggere e leggere non solo la sera, ma ogni volta che potevo.
E senza Isa a zittirmi raccontavo raccontavo raccontavo, a Enzo che ascoltava in silenzio. Ci sei o dormi, chiedevo, certo che ci sono, rispondeva, poi, quando ero stanca, e lui lo capiva, intimava: basta, adesso dormiamo. Era sempre lui a decidere quando chiudere.
Comunque fu allora che Enzo, sempre taciturno, parlò: io non studio più, resta solo lei da mantenere e poi lei può avere la borsa di studio, ha detto la maestra. E troncò ogni discussione, come faceva sempre, le mani infilate in tasca salutò e uscì.
Ricordo la scena come se fosse ieri: era sprofondato nell’ottomana, chiamavamo così il divano nel quale si poteva solo sprofondare perché era sfondato. Ci tenevamo i panni da stirare, quelli da aggiustare, quelli stirati, le pile di “Famiglia cristiana” e di un altro giornalino che ci passava la zia Angelina, “Vita femminile”, che io leggevo avidamente di nascosto prendendo sempre l’ultimo sotto. Solo Enzo si sedeva su quel divano, spostando i panni ammucchiati, con in mano sempre qualche pezzo di ferro e filo elettrico da assemblare. Era aprile, aveva dodici anni appena compiuti e parlava come un uomo. Al mattino frequentava il primo anno di avviamento e il pomeriggio andava a lavorare dal meccanico che ormai gli dava molto più delle mance e aspettava solo che lasciasse la scuola, cosa che fece a settembre infrangendo per sempre il sogno dei nostri genitori che speravano in un diploma di ragioniere o almeno altri tre anni di segretaria d’azienda. Segretaria, avrebbe commentato laconico a settembre, è femminile, io faccio il meccanico. E il discorso scuola per lui fu chiuso per sempre.
A quel tempo tutti cominciavano a lavorare finite le elementari.
Quel giorno di aprile c’era il sole, mio padre era seduto come sempre a capotavola e mia madre al suo lato sinistro, pronta ad alzarsi per prendere quello che serviva, vicina al gas, due fornelli appoggiati su un mobiletto dipinto di bianco che conteneva la bombola, e all’acquaio di graniglia, che era un lusso anche se l’acqua non c’era e bisognava prenderla con i secchi dalla pompa in cortile. Si sono guardati e Isa di fronte a mia madre li sollecitava a intervenire mentre io cercavo già le parole per perorare la mia causa, e la rabbia saliva.
Ho nella memoria il fermo-immagine, come nei film, quando il regista (o la regista!) vuole che si vedano tutti i particolari e la macchina da presa gira lentamente e abbiamo la sensazione che sia un movimento del nostro sguardo. Il tavolo era lungo, da otto persone, ci sarebbero stati altri tre figli, e mia madre aveva avuto due aborti spontanei, il primo quando mio padre era partito per la guerra e il secondo quando lui era tornato, tanto che temevano di non poterne più avere, di figli. Enzo era nato desiderato e maschio, una vera benedizione, diceva mia madre. Il medico dopo il parto lungo e difficile le aveva detto: basta figli, e invece ero arrivata io, e avevo tolto il latte a Enzo, che aveva solo sei mesi. Sperava di abortire e invece io ero tenace, testarda diceva lei, come se nascere fosse stato il mio capriccio e la mia colpa. Lo diceva ridendo e in vecchiaia perfino compiaciuta perché alla fin fine ero la figlia non sposata che l’accudiva. Ma quelle parole mi ferivano ancora. È morta nel 2010, aveva novantasette anni, io più di sessanta, e ci pativo ancora.
Alla finestra sopra l’otomana (senza doppia) la luce illuminava una ragnatela. Il sole era sempre schermato dal portico, la loggia, la losa, così la chiamavamo in dialetto, dove si stendevano i panni anche d’inverno salendo una scala ripida, di legno. In controluce la testa di Enzo risaltava scura come l’immagine di un bronzo antico che c’era sul sussidiario.
Io guardavo lui di sbieco e fissavo il mobile di fronte, il buffet si chiamava, ereditato da qualche scarto dei signori, decisamente più brutto delle loro belle credenze di noce scuro con le porcellane in bella vista. Vicino, appesa a un chiodo, la borsa del pane, perché il pane si comprava così, un chilo al giorno, che pesavano sulla bilancia e rovesciavano nella borsa, che poi stava lì appesa e sotto c’era quella di stoffa consumata per gli avanzi di pane vecchio, da grattugiare per fare le polpette o il ripieno del cappone, ma quello solo nelle feste grandi, Natale e Pasqua.
Durò un momento e ci vuole più tempo a raccontarlo, perché la vita è un concentrato, come il pomodoro nei tubetti, che ogni tanto spremevo di nascosto sul pane della merenda, e tutti quei sentimenti e mobili e oggetti erano lì in quel momento ed erano un’intera storia, nei volti di mio padre e mia madre, lui silenzioso e inaccessibile, lei protesa verso di lui, interrogativa e sollecita, accudente e servile come al solito, Isa piccata, pronta a inalberarsi perché il fratello studente era qualcosa di cui vantarsi ma io no, io ero femmina come lei, e lei non aveva potuto studiare, come avrebbe detto per tutta la vita. E solo una volta Enzo le ha risposto, pacato, a mezza bocca, un tono più basso della conversazione: ma a te non piaceva studiare. Così, come semplice constatazione, come parlava sempre e le sue scarse parole si incidevano come verità assolute. A quel tempo, perché poi ha perso questa qualità breve e cristallina della parola e nella sua vita coniugale ha prevalso il silenzio e il sorriso indulgente riservato ai suoi figli.
Ma in quel momento non lo sapevamo, non vedevamo il futuro e io non osavo togliere lo sguardo dal buffet.
Devi decidere tu, mi ha detto e io ho dovuto...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Il libro
  3. Frontespizio
  4. Colophon
  5. Lunedì
  6. Martedì
  7. Mercoledì
  8. Giovedì
  9. Venerdì
  10. Sabato
  11. Domenica