L'arsenale di Svolte di Fiungo
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L'arsenale di Svolte di Fiungo

Una storia di militanza e fuga, terrorismo rosso e nero, servizi segreti e imbrogli di Stato negli anni Settanta

  1. 176 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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L'arsenale di Svolte di Fiungo

Una storia di militanza e fuga, terrorismo rosso e nero, servizi segreti e imbrogli di Stato negli anni Settanta

Informazioni su questo libro

Ci son voluti quasi cinquant'anni perché Loris Campetti si decidesse a raccontare questa storia, la sua storia. E ha scelto di farlo come fosse un romanzo, perché in qualche modo lo è.Nel 1972 ha 24 anni, è appena laureato, viene indagato per associazione sovversiva dopo che, vicino casa sua, a Macerata, hanno ritrovato un arsenale di armi attribuito al terrorismo rosso. Per una cartina geografica che Loris usa per andare a funghi, considerata prova inconfutabile del suo coinvolgimento, c'è il rischio di rimanere vittima di una macchinazione: sono gli anni di Pinelli, di Piazza Fontana, di Junio Valerio Borghese – e in effetti quell'arsenale si rivelerà costruito dai fascisti su mandato del Sid.Così Loris decide di diventare latitante.Per cinque anni, fino all'assoluzione perché "il fatto non sussiste", Loris convive con l'angoscia, la rabbia, l'impotenza. Dapprima nascondendosi, documenti falsi e un lavoro di collaudatore di Fiat Centoventiquattro, poi tornando allo scoperto, riprendendo la militanza politica, iniziando a collaborare con "il manifesto".È una storia così piena di coincidenze e strane beffe del destino da sembrare un romanzo. E Campetti la racconta inserendola nel quadro di quello che va succedendo in Italia in quei caldi anni Settanta.

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Informazioni

Editore
Manni
Anno
2020
Print ISBN
9788862669757

In trincea

A Roma la vita cambia colore, e ogni tanto riesco a chiudere in un cassetto disavventure e cattivi pensieri. È vero, grazie all’evidenza dei fatti e a una buona campagna di controinformazione, la provocazione di Fiungo è stata smontata nella percezione almeno di una parte dell’opinione pubblica e di alcuni mezzi di informazione, ma è ancora tutta in piedi a livello giudiziario e quelle sul ruolo dei fasci e dei servizi segreti restano, almeno per ora, voci dal sen fuggite. È vero, non dovrei essere qui a battere i tacchi al cospetto dei superiori e a bruciare tempo prezioso in gesti e azioni privi di senso, bensì in giro per il basso Piemonte a informare i medici della mutua sui miracoli virili del Su-StaNon ed è altrettanto vero che dal distretto di Macerata non sta arrivando alcuna risposta alla rinnovata richiesta di esonero in sostituzione di quella che i solerti servitori dello Stato hanno perso, deliberatamente o meno. Ma voglio andare avanti e approfittare della fortuna che mi è capitata: fare il militare a Roma da “imboscato” in un ospedale, ottenere frequentemente il permesso di dormire fuori dalla camera – non più in camerata – assegnatami al Celio grazie alle attenzioni del mio superiore, un maggiore che neanche sembra un militare, ma una persona normale e sensibile che mi ha preso a ben volere. Quando sono arrivato da Sora mi ha convocato per dirmi: so chi sei ma faccio il finto tonto e se non fai cazzate te la puoi cavare abbastanza bene aspettando il congedo. La sera esco in divisa e, dopo mezz’ora, in un vicoletto dietro piazza Farnese entro in una casa trasformata in una comune abborracciata dove passano compagni e compagne di ogni sorta, tra cui una studentessa giapponese, un pittore e una ricercatrice tedesca; mi cambio, vesto abiti borghesi e vivo da venticinquenne. Al Celio mi è toccato seguire un corso come aiutante di sanità, che in linguaggio civile vuol dire infermiere, dopo essermi rifiutato di seguire l’iter per diventare caporale e domani, chissà, magari caporalmaggiore; mi avete voluto soldato e soldato resto, obbedire a ordini demenziali è dura, farli eseguire ad altri va al di là della mia immaginazione. Così ho imparato a fare iniezioni senza provocare troppi ponfi, e medicazioni poco impegnative, pratiche che potrebbero tornarmi utili in futuro. In realtà il mio incarico al Celio non è da infermiere bensì da centralinista, l’ha deciso il mio capo che vuole una persona capace di rispondere alle chiamate in lingua italiana, possibilmente con cortesia. Sto al gioco, a ogni squillo rispondo buon giorno, sono il soldato Campetti Loris (il cognome sempre prima), come posso esserle utile, so di creare imbarazzo nell’ufficiale dall’altra parte della cornetta a cui è estranea la civiltà telefonica.
Poi arriva la notizia del colpo di Stato in Cile: bombardata la Moneda e ucciso Salvador Allende, il compañero presidente. Dopo la rivolta dei camionisti attizzati dalla destra per paralizzare il paese andino, i fascisti guidati dal generale Pinochet hanno preso il controllo e bombardato il palazzo presidenziale. Si registra solo qualche sparuta resistenza ancora attiva a Valparaiso e a Punta Arenas. Smonto di turno dal centralino, mi precipito nella casa che mi ospita e con gli altri compagni scendiamo in piazza Navona per una riunione volante con l’umanità variopinta che la frequenta, pittori, anarchici e perdigiorno. Domani pomeriggio tutti alla manifestazione convocata sotto l’ambasciata cilena.
Chiedo al mio protettore stellato di poter uscire un po’ prima, permesso accordato. Porto con me una borsa con gli abiti borghesi, vado a cambiarmi nel bagno di un bar e corro all’appuntamento che è a due passi dal Celio. Ci sono decine di migliaia di persone, popolo romano, vecchia e nuova sinistra per una volta insieme, slogan e lacrime quando l’ambasciatore esce sul terrazzino della palazzina, alza il pugno insieme alla folla, piange, dice poche commosse parole in difesa del governo di Unidad popular, ritrova per intero la voce gridando «No pasaran». Dalla strada risponde il coro «Ora e sempre resistenza». Questa notte devo dormire dentro, vado in un bar a cambiarmi e torno in ospedale ripetendo, a ogni passo, le parole dell’ambasciatore, No pasaran. Le ripeto nel sogno, mi ci sveglio al mattino.
Alle sette giù dalla branda, il servizio al centralino inizia tra un’ora. Penso al Cile, al massacro in corso e accendo la radiolina per sentire le ultime notizie da Santiago, ma arriva di corsa un caporalmaggiore che mi ingiunge di recarmi subito dal capo. Infilo in fretta camicia e pantaloni, schizzo in ufficio con qualche preoccupazione. Busso, una voce fredda risponde entra. Nero in volto mi guarda e mi passa una fotografia, fra tanta folla accorsa sotto l’ambasciata cilena un pennarello evidenzia un manifestante con un cerchietto rosso. Sono io, in borghese con il pugno chiuso e la bocca aperta, immagino mentre sto gridando Ora e sempre resistenza, o magari Cile libero Cile rosso. Allo spione in servizio sotto l’ambasciata è bastato un clic per fottermi. Il capo non mi fa parlare, dice solo non posso fare più nulla per te, ti avevo avvertito di non fare cazzate oltre a quelle già fatte in passato. Entro due giorni devi presentarti alla caserma della divisione Ariete di Vacile di Spilimbergo. Sparisci, non farti più vedere.
Si va in guerra a un passo dalla frontiera con la Jugoslavia, con il maresciallo Tito e i rossi alle porte, sai che roba. Non è escluso che il capo gentile avrà delle noie per essersi allevato una serpe in seno. Batto i tacchi senza riuscire a ricavarne il rumore secco previsto dal regolamento, con amarezza mi avvio lungo la strada che porta al fronte orientale. La ricreazione è finita, tornano a farsi largo i fantasmi, quelli delle Svolte di Fiungo e con loro le domande rimaste senza risposta sugli artefici dell’arsenale che incombono sul mio vago futuro.
Ho fatto in tempo a salutare i compagni della comune, un bicchiere di rosso e una carbonara all’osteria di Campo dei fiori, qualche ora di sonno ed eccomi di nuovo sulla Cinquecento gialla. Guardo la cartina geografica dell’Italia, cerco Vacile ma trovo solo Spilimbergo, la caserma dev’essere in una frazione sperduta, in qualche angolo del Friuli tra Pordenone e Udine. Faccio finta di essere a bordo della Ziguli per distrarmi e provare a tornare indietro nel tempo, così da evitare di compiere qualche cazzata di troppo, metto in moto e punto a est, dall’altra parte degli Appennini che segnano questa stagione da vagabondo, poi a nord verso le Alpi.
Nella nebbia c’è una grossa caserma, ma la vedo solo quando arrivo davanti al cancello d’ingresso. È una caserma punitiva, ospita gente umile che ha maturato qualche problema con la giustizia per piccoli reati, disadattati con un passato in riformatorio, soprattutto meridionali. Poi ci sono i “politici”, la divisione tra i due gruppi è rigida come in carcere, forse gli strateghi della divisione Ariete temono che noi sovversivi si possa arruolare delinquentelli, o che i delinquentelli arruolino noi. Quelli che restano formano il terzo gruppo di ospiti involontari, sono ragazzi normali, proletari sfigati spediti quassù a fare le guardie di notte al gelo, arrampicati in cima all’altana per difendere la patria dal nemico; unico compagno un fucile che non è neanche il Fal della Beretta con cui a Sora avevo vinto la licenza premio ma il vecchio Garand, in tasca una o due bustine di plastica piene di cordiale per difendersi dai troppi gradi sotto lo zero, un cordiale ancora più corrosivo della grappa che distillavamo nei laboratori di chimica durante le occupazioni dell’università.
Siccome sono più anziano della media, sono dottore in chimica, e come valore aggiunto ho il diploma da aiutante di sanità ottenuto con il massimo dei voti, venti ventesimi, i miei superiori decidono che il posto più indicato dove mettermi è il magazzino, con il compito professionalmente impegnativo di distribuire coperte ai nuovi arrivati. Del resto, è o non è una caserma punitiva? I miei compagni magazzinieri non sono ex galeotti, tranne uno, ma militanti di sinistra come Tommi del Manifesto, Gianni dell’Autonomia ed Emilio che proviene dalle fila dello Psiup, anche lui reclutato come me dopo l’università, facoltà di Storia. Emilio suona bene la chitarra e ci aiuta a riempire i tempi morti della nostra prestigiosa attività, il suo pezzo forte è Il disertore e lo canta in lingua originale che fa: “Monsieur le Président / je vous fais une lettre / que vous lirez peut-être / si vous avez le temps…” La spia che ci hanno messo in magazzino è un diciottenne siciliano con un passato non proprio cristallino, ma facile da dimenticare in cambio di qualche delazione. Dopo un po’ di giorni, però, siamo diventati amici della spia che è pur sempre un ragazzo curioso, attratto da persone così diverse che parlano di politica e letteratura, chissà se avrà svolto fedelmente il suo lavoro di delazione. Gli abbiamo insegnato il testo della canzone antimilitarista e adesso la canta insieme a noi, in italiano. “…Per cui se occorrerà / del sangue ad ogni costo / andate a dare il vostro / se vi divertirà”.
La sera, se non si deve stare arrampicati sull’altana per difendere il patrio suolo dall’invasione dei rossi o non si è finiti nella camera di punizione semplice, alias notte in cella, si va a Spilimbergo, mezz’ora a piedi e pochi minuti a cavallo della mitica Cinquecento gialla. Spilimbergo è un paesotto senza nulla, occupato ogni sera da un numero di soldati superiore a quello degli abitanti. Il ritrovo è una trattoria dove se arrivi prima dell’invasione dei militari in libera uscita puoi decidere il menù scegliendo fra tre voci, sempre le stesse: pastasciutta scotta non molto migliore del rancio in caserma e due secondi di buona qualità, baccalà con polenta e stinco di maiale con patate. Ottimo vino sfuso e prezzi popolari.
Dopo un mese in magazzino i superiori hanno deciso di buttarci tutti fuori, devono aver capito che non era stata una buona idea quella di mettere insieme in un ghetto i comunisti, sia pure sotto il controllo di una spia chissà quanto fedele al mandato. O più probabilmente sono venuti a sapere che frequentiamo perduta gente, non prostitute che su quelle i superiori sono abituati a chiudere un occhio perché, come si dice nelle camerate, l’omo non è de legno, ma altri militanti di sinistra, impegnati nell’organizzazione delle proteste nelle caserme, che nel nordest stanno crescendo a vista d’occhio. Come per miracolo, o meglio per contagio, il Sessantotto è arrivato anche sul fronte orientale. A Udine si è appena svolta una manifestazione di soldati con il volto coperto da passamontagna, è durata un paio di minuti e poi rapida fuga su percorsi a raggera prima dell’arrivo della polizia. Parole d’ordine, rompere l’isolamento del mondo militare, corpo separato dalla società dove la democrazia non ha accesso, riformare i regolamenti autoritari risalenti all’esercito sabaudo, totalmente privi di senso in un’Italia che sta tentando di uscire dal Medioevo. Un’impresa titanica, e pericolosa. Ci sono già stati trasferimenti improvvisi e punizioni a pioggia, camere di punizione semplice e di rigore in diverse caserme e sospensione delle libere uscite serali e delle licenze.
Le riunioni si tengono a Spilimbergo a casa di una compagna, a Udine invece quelle generali della divisione Ariete, ma lì ci va solo uno di noi a turno perché per star fuori una giornata serve un permesso, merce rara di questi tempi. Al termine di una riunione a Spilimbergo, uscendo dalla casa della compagna che ci ospita ho appoggiato il borsello, tanto di moda, sopra il tettuccio dell’automobile per cercare le chiavi perse in qualche tasca della divisa, una volta trovate ho aperto lo sportello, siamo saliti a bordo con Emilio e Tommi e sono ripartito dimenticando il borsello. Me ne sono reso conto appena rientrato in caserma e ho pensato con sgomento che insieme ai documenti c’era un foglietto con i nomi dei sottoscrittori di una colletta con relative cifre versate, destinate al Mir, Movimiento de Izquierda Revolucionaria, una delle organizzazioni più attive della resistenza cilena. Se arriva nelle mani dei militari sono fottuto. Mi chiedo se certe cose capitano solo a me. Notte insonne, giornata angosciante bruciata in un’esercitazione di vigore bellico, nel fango e sotto la pioggia. La sera, in libera uscita, suono al campanello della solita compagna e tiro un sospiro di sollievo scoprendo che il borsello l’ha raccolto proprio lei e non un carabiniere o un ufficiale della caserma. Audaces fortuna adiuvat, e talvolta la fortuna aiuta anche i coglioni. Non oso immaginare cosa direbbe Quinto se lo venisse a sapere.
Dal magazzino sono stato trasferito in infermeria, dove posso mettere in pratica le mie straordinarie doti da aiutante di sanità. Il lavoro lì è vario: il mattino passa in un via vai continuo di ammalati veri e immaginari, c’è un solo medico militare che si occupa di varie caserme della zona per cui viene da noi solo due giorni a settimana. A me toccano soprattutto iniezioni, medicazioni, misurazioni di pressione, finché alle undici in punto arriva l’ambulanza a caricare i malati, o chi ha bisogno di una visita specialistica, da trasportare all’ospedale militare di Udine. Nella vettura c’è l’autista e un sottufficiale, io salgo dietro con gli ammalati, chi seduto chi disteso in barella. Scaricati quelli da ricoverare o visitare si va alla birreria Moretti, un wurstel con crauti e una bionda, abbiamo tempo fino alle sedici, quando torniamo in ospedale a prendere i soldati da riportare in caserma. Il lavoro ha un suo senso, purtroppo questo impegno non mi esenta dalle guardie notturne con fucile e cordiale ma solo dalla pulizia delle camerate e dei cessi. Ieri ho portato a Udine un ragazzo pugliese con una mano fratturata, ho finto di credere a una brutta caduta dalla branda raccontata dalla vittima per nascondere la verità ai medici militari: la mano, è evidente, se l’è fratturata spontaneamente per tornare a casa in convalescenza, non è il primo caso, e l’autolesionismo, se scoperto, è punito con il carcere militare, a Gaeta per chi presta servizio al sud, a Peschiera per chi sta al nord. Il medico ha deciso di non approfondire, e alla fine il ragazzo pugliese con la mano ingessata ci ha pagato da bere con la mano sana, la stessa con cui, domani, ritirerà in fureria una licenza per malattia di quindici giorni o addirittura dei trenta che gli mancano al congedo.
Sono passati quasi dieci mesi dal mio arrivo al Car di Sora, qui a Vacile ho ottenuto una sola licenza 5+2 a Natale mentre il Capodanno 1974 l’ho passato sull’altana. All’inizio di dicembre ho avuto un giorno di permesso e con due amici sono andato a Longarone fin sopra la diga del Vajont: lo spettacolo è spettrale e non si fa nessuna fatica a immaginare l’ondata mostruosa che si innalza sopra la valle e si abbatte sul paese sottostante portandosi via duemila persone.
Dal distretto di Macerata niente di nuovo, mi sa che mi faranno ingoiare la naja per intero. Qui i veci cantano: “Quindici mesi di pastasciutta / mamma che brutta / fare il solda’ / Quindici mesi l’ho fatti anch’io / brutta burbetta / falli anche tu”. Quando si dice la solidarietà… Una leggenda metropolitana sostiene che per frenare gli ardori politici e sessuali dei soldati venga messa nel rancio una buona dose di bromuro, è un passaparola che circola in tutte le caserme italiane. Ultimamente abbiamo organizzato un nuovo sciopero del rancio mandando su tutte le furie sottufficiali e ufficiali che hanno scoperto le ragioni della protesta da un volantino ciclostilato attaccato con lo scotch sullo specchio dei cessi: si chiedono turni e guardie meno massacranti, più licenze, vitto meno schifoso. Nel volantino stampato clandestinamente nella federazione del Manifesto di Udine denunciamo le ruberie dei sottufficiali in cucina, forme di formaggio che rotolano via dalla caserma o che nemmeno ci arrivano fermandosi davanti alla casa del maresciallo o addirittura del capitano, bolle taroccate. Per mettere il silenziatore su queste porcherie che coinvolgono anche figure di rilievo della gerarchia non c’è stata ritorsione contro gli scioperanti del rancio. Hanno preferito lasciar correre.
Oggi in infermeria c’è un bel traffico di clienti, chi influenzato, chi piegato dalla dissenteria, anche i due lettini destinati agli ammalati in attesa di trasferimento a Udine sono occupati. Mentre carichiamo con le barelle i ragazzi in ambulanza arriva il piantone della fureria e chiede di me. Rieccoci, chissà cosa avrò combinato questa volta. Aspettatemi, dico ai compagni, arrivo subito. Almeno lo spero. Eccomi innervosito davanti al furiere che mi guarda con odio. È un malefico militare di professione, di quelli che per disprezzo chiamiamo “firmaioli”, un sergente maggiore servile con i superiori e cinico con i soldati, uno che si accarezza le mostrine sognando di diventare maresciallo mentre dà e toglie permessi e licenze e infligge punizioni a raffica. C’è questo dispaccio per te, dice con palese ostilità, c’è scritto che sei congedato per motivi di famiglia. Oggi svolgi il tuo lavoro in infermeria, domani ti presenti qui dopo l’appello e ritiri il foglio di via, il congedo lo troverai al distretto della tua città. A mezza voce sussurra a uno scherano seduto insieme a lui dietro la scrivania qualcosa come ecco il solito raccomandato di merda. Fingo di non sentire, evitando così di passare l’ultima notte di Car in gattabuia, e torno in infermeria. Vacile-Udine andata e ritorno, ultima corsa. Autista e sottufficiale mi abbracciano con affetto e invidia, quasi ci dimentichiamo dei malati da portare in ospedale. Alla Moretti agguanto la ricevuta del pranzo, mai pagato un conto con tanto piacere.
Tanto per cambiare fuori c’è la nebbia. Chissenefrega, addio alle armi. Niente più cubi perfetti, batter di tacchi, signorsì signor tenente. Niente più adunate e appelli e mani tese alla visiera e punture. Le spie, invece, le ritroverò anche nel mondo di fuori che i militari chiamano borghese. Il motore della Cinquecento gialla, la mia cara Poderosa, romba neanche fosse una Ferrari, Macerata aspettami, sto arrivando. Canto a squarciagola “A casa si va e non si torna più” con quel che segue. Se fossi rimasto qui per altri cinque mesi forse sarei diventato una testa di cazzo come quegli altri. O forse lo sono già diventato e non me ne rendo conto. Da civile mi impegnerò nell’organizzazione dei militari nella battaglia per portare la democrazia dentro il corpo dello Stato più separato di tutti. A casa, insieme agli anfibi mi porto un’esperienza che mi ha fatto crescere. Tutto qui. Dicono che la naja fa diventare uomini, dicono pure che chi non è buono per il re non è buono per la regina. Cazzate. Non tifo per l’abolizione della naja ma per la trasformazione del servizio militare obbligatorio in servizio civile.

A scuola

Negli ultimi mesi della naja ho maturato una decisione: una volta congedato, e dismessa la divisa di cui avrei conservato solo gli anfibi, non sarei più tornato a fare anticamera nelle sale d’attesa degli studi medici per spiegare ai dottori della mutua di Asti e Alessandria le strabilianti performances degli ormoni in pillole. Consultando un po’ di letteratura scientifica ho scoperto i gravi effetti collaterali provocati da un uso allegro di prodotti – in qualche caso essenziali ma in altri pericolosi – come il testosterone somministrato a ragazze adolescenti per risolvere piccoli problemi provocandone di ben peggiori nel periodo più delicato dello sviluppo sessuale. La multinazionale farmaceutica non fa per me, paga bene (duecentonovantamila lire al mese più il rimborso spese per le trasferte) anche se un po’ meno di quel che intascavo al tempo in cui collaudavo la Ziguli, ma non voglio rendermi complice di terapie che se comminate senza troppi scrupoli possono avere conseguenze devastanti. Così faccio domanda per l’insegnamento di matematica e scienze alle medie inferiori nella scuola pubblica. Segnalo la preferenza per una scuola del Piemonte perché a Torino c’è mia sorella che potrebbe ospitarmi, almeno all’inizio e, soprattutto, per il mio interesse maniacale per la Fiat. Più che per la Fiat, per le lotte operaie a Mirafiori.
Nell’attesa di una risposta alla domanda di insegnamento, dopo la naja torno a Macerata e appena due settimane più tardi ricevo il telegramma con cui vengo informato che, pur essendo ormai a metà anno scolastico, mi è stato assegnato un incarico annuale a Paesana dove la cattedra di matematica è ancora scoperta. Il mio salario diminuisce ulteriormente, ma svolgerò un lavoro compatibile con la mia coscienza. Prima di imbarcarmi verso un futuro da prof vado al distretto a ritirare il congedo, finalmente pronto dopo dieci mesi di attesa, un pezzo di vita scippato dallo Stato, non saprò mai se per vendetta o incuria. Sono orgoglioso di quel che c’è scritto nella nota, “Non idoneo alle funzioni di comando”. Il maresciallo di turno, pensando di darmi un dolore, precisa: in caso di richiamo alle armi (forse prevede una guerra contro la Jugoslavia di Tito) resterai sempre un soldato semplice, cioè non avrai il grado di caporale previsto per i tipi normali, cioè idonei alle funzioni di comando. In attesa della dichiarazione di guerra parto per Paesana.
Paesana dista un’ora e mezza da Torino, che percorro a bordo della Cinquecento gialla, non è una Ferrari e neanche una Ziguli, ma non mi lascia mai a piedi, salvo quando dimentico di fare benzina. Ha persino i sedili ribaltabili. La meta è un borgo di montagna abitato da meno di tremila anime situato in valle Po, ai piedi del Monviso, a venti chilometri di tornanti da Pian del Re, dove nasce il grande fiume. I miei allievi sono prevalentemente figli di montanari e contadini, ancora più bambini di quanto dica la loro età effettiva, timidi e fin troppo rispettosi dell’autorità che nel loro caso sarei io. Il Sessantotto che è arrivato persino nelle caserme del fronte orientale non si è arrampicato fin quassù. Immagino che i loro coetanei torinesi abbiano atteggiamenti meno inappuntabili. Affitto una stanza con cucina per evitare di fare il pendolare, ma almeno due volte a settimana scendo a Torino. La prima cosa che faccio nella città dell’auto è recarmi alla sede del Manifesto per onorare l’impegno preso lasciandomi definitivamente alle spalle Vacile di Spilimbergo: voglio impegnarmi nel lavoro politico tra i militari. Arrivato in piazzetta Maria Teresa vedo davanti al portone una ragazza carina che indossa un vestito rosso, anche lei mi guarda, forse solo per come sono acconciato dentro una giacca a quadrettoni tra il rosa e il celeste, più da informatore medico-scientifico che da insegnante, figuriamoci da militante comunista. Un look ben diverso dalla divisa sessantottina jeans ed eskimo. Le chiedo se in sede c’è qualcuno del Collettivo militari comunisti, mi risponde: ce l’hai davanti, anch’io faccio intervento politico tra i militari. Mi mordo l...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Il libro
  3. Frontespizio
  4. Colophon
  5. Il pibigas
  6. Lo scoop di Paglia
  7. La perquisizione
  8. La pineta
  9. Lontano
  10. Termoli
  11. Casa mia
  12. Quinto
  13. La Zigulì
  14. Kiriacos
  15. D’Ovidio
  16. SuStaNon
  17. La naja
  18. In trincea
  19. A scuola
  20. La Cinquecento grigia
  21. Assoluzione
  22. Non c’è pace
  23. Il prosciutto
  24. Brigate rosse
  25. La notte in treno
  26. Il processo
  27. Il castello
  28. L’armadio