
- 304 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Quella volta che ho imparato a nuotare
Informazioni su questo libro
Stefano scrive libri per bambini, ma spensierato non è.Mollando, seppur per pochi giorni, una vita convulsa e confusa, si ritrova in una piccola comunità del Salento, all'inizio con diffidenza e poi, pian piano, abbandonando ansie e timori.Incontra Chicca, amica d'infanzia, con la figlia Camilla, e poi conosce Al e Giuliana, e un prete e una suora e il loro gruppo di volontari, il tenero Matteo, e la saggia incantevole Alice.E tutti gli insegnano a guardarsi di nuovo attorno, e dentro, e gli insegnano di nuovo a nuotare.
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Informazioni
Capitolo ventesimo
Al si è offerto di accompagnarmi in aeroporto.
Giuliana mi ha persino preparato due panini per l’attesa al gate, con un succo di frutta e una bottiglietta d’acqua: mi sento come un bambino il primo giorno di scuola.
Quando sono rientrato al Mulino, completamente fradicio ed esausto per la sfiancante risalita, gran parte dei commensali era andata via insieme a padre Randall per la funzione religiosa delle cinque. Il resto degli invitati mi ha sorriso con aria divertita e mi sono limitato a ricambiare i loro occhi buoni e penetranti senza dare ulteriori spiegazioni.
«Corri a fare una doccia, caro», mi raccomanda Giuliana. «E poi vieni a sederti qui con noi per la ciambella e gli amari.»
Isabella mi abbraccia forte, noncurante dei miei indumenti zuppi. È così sottovalutato il potere di un abbraccio, è per questo che mi incantano gli amanti agli aeroporti e alle stazioni: loro ne conoscono davvero il valore.
Giuseppe mi segue in camera e attende che io chiuda la porta alle nostre spalle per cominciare a parlare.
«Non so quali siano i tuoi progetti…» esordisce allargando le spalle come se fosse sul punto di sputare via una dolorosa sentenza.
«Non credo di averne. Ancora.»
«Isabella e io ci sposiamo. Ho deciso di farle la proposta la settimana prossima per il nostro anniversario.»
«Ah. Quindi ancora nulla di condiviso. E se ti dice di no?»
Giuseppe corruga la fronte e resta pietrificato per qualche secondo, fissando il mio comodino senza guardarlo realmente.
«Prof! E dai, sto scherzando!» esclamo, dando una pacca sul braccio del giovane insegnante, riportandolo alla realtà. «È pazza di te, me ne sono accorto subito. E poi, di questi tempi, è sempre meglio avere del personale medico a portata di mano. Non si sa mai!»
«Devo ancora abituarmi a te. Penso che non ci riuscirò in questa vita.»
«Ne abbiamo altre a disposizione, ne sono certo. Metti su una bella famiglia e lascia andare i rancori e i rimpianti: hai fatto le scelte giuste, nel momento in cui la vita ti ha messo nelle condizioni di doverle fare. Tutto qui. Il meglio deve ancora venire, fidati di me.»
Giuseppe annuisce, camuffando un mezzo sorriso mentre passa una mano sulla barba ispida. Io inizio a sfilare i miei abiti e infilo l’accappatoio, lo guardo esitante sulla soglia della porta del bagno.
«Non devi abbracciarmi per forza» lo rincuoro, scorgendo il suo disagio nel vedermi in mutande.
«Sei davvero un tipo strano.»
«Già.»
«E comunque non sono venuto fin qui per guardarti nudo.»
«Meglio così. La cosa mi solleva.»
«Ho deciso di invitarti al nostro matrimonio. Credo sarà l’estate prossima, forse giugno… o magari, gli ultimi giorni di maggio. Giuro che non è un pretesto per riportarti qui contro la tua volontà.»
«Non tornerei se fossi contrario. Te lo assicuro.»
I suoi lineamenti si distendono e per la prima volta ho l’impressione che il professore abbia messo da parte spada e scudo, accantonando la sua predisposizione congenita all’autodifesa.
«Pensi che verrai?» mi domanda, con aria incerta.
«Assolutamente sì. Indosserò il mio migliore papillon per l’occasione.»
Giuseppe batte le mani un’unica volta, con inaspettata euforia. Mi viene incontro e allunga la mano verso di me: ricambio la presa e sorrido, di riflesso.
«Prenditi cura di Camilla, ha bisogno di una figura maschile di riferimento. Tra qualche anno inizierà a frequentare i ragazzi e non ho avuto una bella esperienza con i maschi del posto», confesso ripensando all’insolenza di Nicolò. «Ma l’importante è che lei sappia scegliere. Capisci cosa intendo?»
«Certo. Farò del mio meglio.»
«E so che basterà.»
Ci scambiamo un lungo sguardo d’intesa, prima di sciogliere la presa delle nostre mani.
Un accordo tra gentiluomini.
Passo una dozzina di minuti a occhi chiusi, sotto il getto caldo della doccia, rivivendo la stessa sensazione d’ansia e irrequietezza che ha caratterizzato il mio arrivo a Monterrino.
Ansia da partenza, ansia da prestazione, ansia da risultato, ansia da arrivo.
Una vita scandita da palpitazioni, attacchi di panico, tic nervosi e disturbi ossessivo-compulsivi.
Asciugo i capelli sbuffando e sospirando. Chiudo con cura la valigia, un attimo prima di rendermi conto di aver scordato il caricabatterie. Lo infilo nella tasca laterale e apro per l’ultima volta la portafinestra del mio giardino: niente migranti al lavoro, né caporali senza scrupoli.
Il sole è tramontato dietro le nuvole, la temperatura è stabile ma l’aria sembra più calda.
O magari, è solo l’effetto della doccia. Un gatto passeggia pigro sul muretto di fronte senza degnarmi di attenzione, mentre nugoli di insetti fanno la guerra su un lampione acceso in fondo alla strada.
Mi volto e rientro nella stanza, do un’ultima occhiata accertandomi di non aver scordato nient’altro, infilo l’unica camicia del mio guardaroba, lavata e stirata da Giuliana, e gli stessi jeans strappati del mio arrivo.
Sono quasi sul punto di uscire quando una pila di post-it attira la mia attenzione in cima al comodino: scribacchio una piccola dedica a Giuliana, ringraziandola per tutto quello che ha fatto per me e per avermi trattato come un figlio. Strappo il foglietto e lo appoggio malinconicamente sul cuscino, distratto dalle risate sguaiate di altri ospiti che salutano e ringraziano i padroni di casa.
Ruoto la maniglia con un nodo in gola e mi affaccio in corridoio.
Guardo la reception e il vaso prezioso che ho rischiato di distruggere l’altra mattina sotto lo sguardo severo e divertito di Alice. Non trattengo un sorriso malinconico. Più lo guardo, lo ammetto, più mi sembra un banale vaso come tanti. È così che funziona, anche tra gli esseri umani: sembriamo tutti uguali, all’inizio, e torniamo ad apparire tali anche alla fine.
Passeggio lentamente verso il giardino, come se procedessi a tentoni in una bolla di sapone sul punto di esplodere da un momento all’altro.
Al ha appena acceso le luci dei lampioni e scende la scala a chiocciola che conduce al terrazzo, mentre una decina di invitati siede intorno al tavolo consumando pezzi di torta e conversando animatamente di una presunta vedova finita a letto con un facoltoso medico del paese.
«Assaggia il mio limoncello, scrittore!»
Una donna di mezza età allunga una bottiglia verso di me, mentre un uomo con la carnagione scura e un paio di baffi grigi all’insù mi fa un segno di approvazione con il capo.
«È fatto in casa» specifica Giuliana, mentre Al piomba alle mie spalle e mi stringe forte a sé, cingendo le mie spalle con il braccio.
«Non guidi di certo tu, ragazzo! Ora mettiti comodo e fatti una bevuta con noi. Marcello, dai un sigaro al nostro amico!»
Un uomo basso con una disturbante camicia rossa apre un astuccio e mi porge il contenuto, strizzando l’occhio con un colpo di tosse incredibilmente sincronizzato con l’offerta. Vorrei rifiutare educatamente, ma penso di poter concedermi questo breve momento conviviale.
Chi se ne frega delle proprie aspettative di vita, quando non stai davvero vivendo?
Giuliana posa una mano sul mio braccio, inclina il capo verso di me e mi ripete di non scordare il cestino da pic-nic che ha preparato per me. Ha gli occhi lucidi, ma non smette di sorridere.
Parlo di me e dei miei racconti a un gruppetto di perfetti estranei, concedendomi qualche giro di amari di troppo e ringraziando Al e Giuliana per la loro ospitalità. Poi, un’occhiata allarmata di Al al suo orologio da polso, mi ricorda che il mio tempo è scaduto.
«Stefano, ti aspetto all’ingresso!» Al mi chiama per nome per la prima volta e si avvia verso l’uscita.
«Grazie a tutti, signori! È stato un piacere.»
Schizzo in piedi e scambio strette di mano con gli uomini e baci sulle guance con le loro mogli. Mi avvio verso la hall per recuperare il trolley, pedinato dai piccoli passi di Giuliana.
«Vado in cucina… a prendere la tua cena.»
La piccola pausa a metà della sua frase amplifica la sua voce spezzata e tremante.
Quando riappare nel corridoio con il mio cestino, i miei occhi si riempiono di lacrime ma con uno sforzo che mi sembra insopportabile riesco a ricacciarle prima che scivolino sulle guance. Mordo il labbro inferiore fino a sentire il sapore metallico del sangue e ravvio i capelli solo per sfogare in qualche modo l’irrequietezza della mia anima e il senso di malessere e angoscia.
«Mi raccomando, fai a modo.»
«Sì. Te lo prometto.»
Giuliana mi abbraccia e sento il suo piccolo corpicino sussultare sul mio petto. Vorrei dire qualcosa, ma so che finirei per rovinare tutto e so bene che lei vorrebbe vivere in silenzio questo momento e tutto ciò...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Capitolo primo
- Capitolo secondo
- Capitolo terzo
- Capitolo quarto
- Capitolo quinto
- Capitolo sesto
- Capitolo settimo
- Capitolo ottavo
- Capitolo nono
- Capitolo decimo
- Capitolo undicesimo
- Capitolo dodicesimo
- Capitolo tredicesimo
- Capitolo quattordicesimo
- Capitolo quindicesimo
- Capitolo sedicesimo
- Capitolo diciassettesimo
- Capitolo diciottesimo
- Capitolo diciannovesimo
- Capitolo ventesimo
- Capitolo ventunesimo
- Ringraziamenti