La vita degna
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La vita degna

  1. 256 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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La vita degna

Informazioni su questo libro

Quando Leonardo Bolina, impiegato comunale con un breve ma intenso passato da drammaturgo, va finalmente in pensione, decide di investire l'intera liquidazione nel sogno di una vita: mettere in scena uno spettacolo teatrale.La scelta, economicamente folle, getta l'intera famiglia nello sgomento, che diventa crisi allorché lo spettacolo si trasforma in un colossale e umiliante fallimento.Rimasto solo, Leonardo finisce a vivere in una casa di studenti, con la ventenne Lis innamorata di lui, e di cui lui si innamorerebbe volentieri se solo non si sentisse ridicolo; ritrova Adele, il grande amore di gioventù, che continua ad essere donna ideale e inafferrabile; incappa in un produttore truffaldino, in un lavoro sottopagato di fattorino, deve fare i conti con i figli – l'intransigente Matteo e la rassegnata Maddalena –, con un capetto nevrotico, un coinquilino geloso…È lungo l'elenco di persone giocate che Leonardo crede di dover cancellare dalla sua esistenza – un'esistenza che deve tuttavia, ancora, essere degna.Forse, si domanda a un tratto, può bastare a sé stesso? Magari sulla cima di una montagna, tanto isolata da sembrare irreale? O ciò che cerca è una soluzione ancora più radicale?Un romanzo divertente e amaro, fitto di colpi di scena e di personaggi intensi, capace di correre rapido come una commedia e di risuonare dentro, a lungo, come la più classica delle tragedie.

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Informazioni

Editore
Manni
Anno
2018
Print ISBN
9788862668385
OGGI

1.

Si era rotto un dente. Da latte, ma pur sempre un dente. Un incisivo. Spaccato a metà, di netto. Suo padre gli aveva dato del cretino e aveva detto che se l’era cercata. Sua madre lo aveva consolato e gli aveva spiegato che di lì a un anno quel dentino dimezzato sarebbe caduto e al suo posto ne sarebbe spuntato uno tutto nuovo, e soprattutto intero.
«Poi dovrai fare attenzione», aveva aggiunto. «Perché quello non lo cambi più. E comunque stai attento anche adesso. Mai più una cosa del genere: la prossima volta potrebbe andare peggio.»
Eppure Leonardo lo aveva rifatto. Il giorno dopo. Aveva aspettato che sua madre si distraesse un attimo e lo aveva rifatto. Rapidissimo, era salito in cima alla scaletta, si era sdraiato in avanti e si era lasciato andare sulla lamiera lucida. A faccia prima, fino a terra. Questa volta, però, aveva avuto l’accortezza di far precedere il volto dalle mani. Si era sbucciato un palmo, ma niente di più. E gli amichetti lo avevano di nuovo guardato con quell’aria ammirata, come se fosse un eroe dei fumetti di avventure; mentre sua madre non si era accorta di nulla.
Fino a ora, nella sua vita, era quello l’unico scivolo che avesse avuto una qualche rilevanza: quello lungo cui si era incoscientemente lanciato in avanti da bambino. Se gli avessero detto che negli anni a venire ci sarebbe stato un altro scivolo, determinante per la sua esistenza, si sarebbe messo a ridere. Lui, con gli scivoli, aveva chiuso.
E invece l’uscita d’emergenza si chiamava proprio così. Scivolo. La via di fuga che, gli era parso evidente a un certo punto, gli avrebbe consentito di tornare a vivere.
Uscì dalla stanza del direttore delle Risorse umane con la netta sensazione di respirare come non aveva mai fatto: senza alcuno sforzo, addirittura con piacere, come se l’aria fosse un buon vino non troppo invecchiato. Camminò lungo i quattro isolati che dividevano il Comune dallo Sportello Giovani e si fermò a osservare la facciata del palazzo dove aveva lavorato per ventotto anni. L’idea che dal primo del mese successivo non avrebbe più dovuto varcare quella soglia la mattina gli pareva la più naturale del mondo. Naturale e anche logica. Era rimasto chiuso in quel luogo per troppo tempo. Non lo avrebbe definito un carcere, non era tipo da simili esagerazioni; ma certo una vita libera è tutt’altro. Nessun rimpianto: se ripensava alle cose fatte in quegli anni, soprattutto i primi, non poteva non dirsi soddisfatto. Di alcune, perfino orgoglioso. Ma ora era necessario uscire. E lo scivolo era la via perfetta. Aveva sessantaquattro anni, che erano molti ma non troppi; e restare chiuso per altri cinque in quel palazzo, in quell’ufficio, alle prese con i problemi di quegli alieni chiamati giovani, avrebbe consumato irreparabilmente ciò che restava di lui, fosse poco o molto.
Inspirò l’aria, la trattenne nei polmoni per alcuni secondi; e, anche se era densa di micropolveri (il seminario sull’inquinamento cittadino organizzato dallo Sportello Giovani in collaborazione con la facoltà di Scienze naturali era terminato solo due settimane prima, dunque, più nolente che volente, era preparatissimo sul tema), gli sembrò la cosa più pura con cui avesse avuto a che fare da lungo tempo. Si sentì puro anche lui, come se fosse appena venuto al mondo e, di quei respiri, ne avesse davanti un numero incalcolabile.
Qualcuno un giorno gli aveva detto (o era stato durante uno degli inutili seminari di qualcosa, gremiti di ragazzi intollerabilmente disattenti?) che, fatta una media tra i momenti di affanno o di sforzo, le ore di sonno e i momenti di quiete, nella vita respiriamo poco più di mezzo miliardo di volte. Quanti respiri gli mancavano?
Si spostò per far passare una mamma anticipata da una smisurata carrozzina per gemelli. Nel farlo, si vide riflesso nella vetrina di un negozio di idrotermica. Non amava guardarsi, né allo specchio né tanto meno in foto. Detestava le foto, evitava di farsele scattare e nel caso le cestinava; perché non si piaceva mai, certe volte addirittura non si riconosceva neppure. Questa volta la vetrina lo costrinse. Era magro, troppo. Tutti i suoi colleghi avevano passato anni a cercare di difendersi dal ventre gonfio, dall’adipe sui fianchi, dal debordare della pappagorgia; lui no. Lui era sempre stato snello, nonostante non facesse quasi nessun tipo di attività fisica (c’era la bicicletta, ma negli anni le scampagnate si erano via via rarefatte, anche perché in famiglia non c’era nessuno che gli facesse compagnia, anzi di più, nessuno che possedesse una bici). Lo invidiavano, volevano sapere come riuscisse a mantenersi tanto in forma, se la prendevano con la sorte che aveva baciato lui e dannato loro. Ma ora era troppo. Ora quella magrezza non gli appariva più come un segno di elezione bensì di decrepitezza. Non era snello, era secco. E curvo, almeno un poco, sembrava dal riflesso che gli restituiva la vetrina. Si sforzò di stendere la schiena, ma la situazione non cambiò. Nella vetrina, tra un piatto doccia, un gruppo di rubinetti, un coperchio per il water e un lavabo ovale in pietra scura, c’era sempre quella silhouette leggermente falcata e il collo sottile e la barba lunga, simile a stoppa. La stessa barba che trent’anni prima gli pareva veicolo di autorevolezza e di fascino. Ora, così biancastra, così lanosa, forse andava tagliata. Leonardo ci pensava tutti i giorni, ma non trovava mai il coraggio. Anche i capelli: troppo lunghi sul collo. Si dividevano in ciocche, per quanto li pettinasse spesso e li tenesse puliti quanto il resto del corpo. Soltanto gli occhi e il naso, grandi e blu carico i primi, pronunciato e geometrico il secondo, sembravano essere gli stessi di sempre.
Tra poco, precisamente dal primo del mese successivo, tutto sarebbe cambiato. Anche il suo aspetto, perché no.
Si scorse nella vetrina accennare un sorriso. Era da tempo che non accadeva.

2.

Avevano organizzato una cena a sorpresa. Tutta per lui.
Eppure la sorpresa era più sulle loro facce che su quella di Leonardo.
«Papà, ma che hai fatto. Come… come ti sei conciato?»
Matteo non gli staccava gli occhi di dosso. Maddalena cercava di nascondere il riso chinando il capo, invano. Sara, appena arrivata dalla cucina con in mano un piatto di pasta fumante, scrutò per un istante il volto disorientato del marito e di Maddalena dopodiché se ne disinteressò e chiamò Cecilia al tavolo.
«Scusate, faccio mangiare subito la piccola», disse, «ha fame»; poi guardò ancora Matteo e domandò: «Ma che succede?»
Lui le indicò il padre con un cenno del mento. Lei portò gli occhi su Leonardo.
«Ho accorciato la barba e i capelli», disse lui con un grande sorriso.
«Non li hai accorciati, papà», precisò Matteo. «Li hai rasati.»
«Sì, giusto. Non ho obiezioni.» Leonardo si volse a Giulia, che osservava la scena senza reazioni, in attesa che si concludesse. «Come sto?»
«Bene», mormorò lei. «Te l’ho già detto.»
«Maddalena?»
La figlia lo guardò, rise. «Sei… strano. Ma stai bene.»
«Bene», ripeté Matteo. «Benissimo. Sembri un ergastolano.»
Leonardo lo guardò. Matteo lo contestava da vent’anni, ormai. Come se non ci fosse nulla di buono, mai, in quello che faceva. Come se fosse capitato male: figlio infelice di un padre sbagliato. Una sventura. Leonardo ormai aveva perso il conto di quante volte si fosse messo lì, da solo, con tutta calma, a cercare di capire. A un certo punto della vita era diventato ansioso, insicuro, spesso ossessivo, e talvolta scegliere gli faceva paura e lo mandava in crisi. Tutto vero: e non erano le migliori qualità per un padre, non aveva difficoltà ad ammetterlo. Ma era stato letteralmente innamorato di suo figlio: quando era un bambino e la cosa era tutto sommato semplice; ma anche dopo, quando da adolescente Matteo rifiutava qualunque discorso o ragionamento e reagiva con rabbia a tutto ciò che percepiva come invasione di campo. Lo aveva amato e gli aveva dato il massimo, certo più che a Maddalena che gli pareva salda, autonoma – e infatti non si era mai lamentata. Anche sposarsi a ventisette anni e mettere rapidamente al mondo una figlia – Cecilia, meravigliosa, classe 2011 – sembrava un atto compiuto in polemica con lui. Io mi prendo le mie responsabilità senza girare a vuoto; io faccio scelte chiare, nette. Io faccio le cose che hai fatto tu, ma meglio.
Leonardo spostò gli occhi da Matteo alla finestra. Strisciò lentamente sul pavimento di marmo, risalì lungo il breve tratto di muro, trovò uno spiffero attraverso cui insinuarsi, si proiettò nell’aria fresca della sera, lontano, abbastanza lontano da poter fermarsi, girarsi lentamente e scrutare la stanza come un quadratino di luce minuscolo, nel quale le loro sagome erano ammassate, indistinte, un corpo unico.
Ma no, ormai non era più il caso di farsi domande. Aveva smesso di chiedersi perché. Erano entrambi adulti e liberi. Finalmente liberi.
Si alzò, gli andò incontro, lo abbracciò. Matteo per un istante rimase rigido, spiazzato; poi si sciolse almeno un poco e restituì l’abbraccio.
«E invece sono libero», disse Leonardo staccandosi. «Altro che ergastolano.»
Qualche istante di silenzio. Cecilia mangiava le sue penne al pomodoro e già aveva il sugo fin sugli zigomi.
«Libero?» disse Maddalena.
«Sì. Non siamo qui per festeggiare proprio questo?»
«Ma certo», disse Matteo.
«Mi sono liberato dello Sportello Giovani e mi sono liberato di tutti quei peli. Ho comprato una macchinetta da barbiere, l’ho trovata in offerta al supermercato. Sembra un po’ quelle che usavano in caserma. Si può regolare la lunghezza, io ho messo cinque millimetri. E…» si indicò il volto con un gesto circolare della mano, «ecco qui.»
«Papillon», disse Matteo con un tono come di concessione. Ma sì, buttiamola sul ridere.
Giulia lo prese come un segnale. Trasse la bottiglia di spumante dal secchiello del ghiaccio e la porse a Leonardo.
«Stappi tu?»
Lui si guardò intorno disorientato, come se quella appena ricevuta fosse una proposta eccentrica.
«Faccio io», intervenne Matteo; e in un istante liberò il collo della bottiglia dalla stagnola e dal filo di ferro.
Il tappo saltò via violentemente, colpì il soffitto e piombò come un meteorite sul tavolo, a pochi centimetri dalla mano di Leonardo.
Matteo riempì i calici e scandì evviva. Tutti si unirono. Leonardo Bolina era ufficialmente un pensionato.

3.

«Non è vero. Non ci credo», disse; e rise.
Max non sembrava passarsela male. Aveva una quindicina d’anni più di Leonardo, precisamente settantotto, e tuttavia ne dimostrava una quindicina meno. Sedeva su una poltrona di pelle scura dall’aspetto di creatura vivente, prensile, vorace eppure al momento mansueta. Leonardo una poltrona così non se la sarebbe mai potuta permettere; così come erano fuori della sua portata tutti gli arredi e gli oggetti presenti nel grande studio. Il divano, anch’esso di pelle, una mezza dozzina di quadri (Leonardo non se ne intendeva, ma gli parve di riconoscere un Vedova e un Capogrossi), qualche soprammobile etnico, un fantascientifico tapis roulant da fitness, una vetrina ottocentesca stipata di bottiglie pregiate, un frigorifero bombato tipo anni Cinquanta blu acceso.
«Sei proprio tu. Uguale. Incredibile. Sei rimasto uguale.»
«Sì», disse Leonardo. «Anche tu. No, anzi, tu sei un po’ ringiovanito.»
Risero.
«Vuoi qualcosa? Un caffè?»
Leonardo rifiutò con un cenno della mano.
«Racconta. Che hai fatto in tutti questi anni?»
«Ho lavorato.»
«Lavorato?» Max rise ancora, strinse i denti. «Brutta faccenda.»
Leonardo alzò le spalle, inalberò un sorriso forzato.
«E che facevi di bello?»
«D...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. COMPENDIO DELLA VITA DI LEONARDO BOLINA FINO A IERI IN DODICI FOTOGRAFIE MAI SCATTATE
  3. OGGI
  4. IN CODA (DUE FOTO REALMENTE SCATTATE)