PARTE PRIMA
IL PONTE DEL DIAVOLO
Capitolo primo
Scende di fronte alla scarpata come un paniere contro la nostra faccia e fa l’abisso olezzante e azzurro là sotto.
Arthur Rimbaud
La luna si accese, e iniziò a seguirli, viadotto dopo viadotto.
Sbucando in anticipo aveva affiancato il sole ancora alto, come a indicare la strada, scortare quei due randagi che non volevano tornare a casa.
Da Napoli fino in Irpinia l’ultimo tratto dell’autostrada è una corda per giocolieri sospesa su diademi di colline.
«Da qua il mare non te lo immagini» disse Antonia.
Suo fratello non rispose, guidava con la cautela di un equilibrista.
Da uno di quei dirupi, prima che il terremoto distruggesse gran parte dei paesi là intorno, erano scivolati via i loro genitori finendo nelle acque impetuose del Calore.
Un precipizio vivo nella bolla di silenzio verde che ovattava il cammino dei due fratelli. Giusto il fruscio dell’aria già pungente, e il sobbalzo delle ruote sulle giunture dei cavalcavia di cemento, testimoniavano la verità del viaggio.
Da quelle parti la luna odorava di platani faggi castagni querce, a volte di muschio.
Antonia l’aveva scoperta una notte d’estate, quarant’anni prima, quando suo fratello Andrés non era ancora nato.
«Voglio quella!» aveva ordinato ai genitori indicando il cerchio luminoso, così vicino da spargere argento sulle creste degli alberi del giardino.
«La voglio!» ripeté, arrivando alle spalle di Angela e Serafino, anche loro incantati a guardare il cielo dal terrazzino di casa.
Lo aveva detto col tono imperioso dei tre anni, certa di essere accontentata, oscuramente consapevole di poter azzardare richieste ardite per poi leggere nelle risposte le prove d’amore che si aspettava.
Ed era da suo padre Serafino che chiedeva conferme, soprattutto da quando sua madre, gonfia e grossa per quella cosa che nascondeva nella pancia, non badava più ai suoi capricci; in maniera confusa avvertiva che qualcun altro, arrivando, le avrebbe rubato cure e premure.
Fin da subito Antonia aveva scelto suo padre. A lui sentiva di dover ricorrere, soprattutto rubargli l’attenzione riservata ad Angela.
«Quella la voglio!» insisté.
Scavalcò le sbarre del lettino e li raggiunse là fuori attraversando di corsa la camera da letto che dava sul giardino.
«Papà…» toccandolo piano su una spalla.
«Torna a letto» fece Angela con voce di rimprovero.
«Non dormi?» lui la accolse con un bacio sfregandole la faccia con quelle onde nere dei capelli che lei amava.
«Voglio quella!»
Serafino rise.
Se la sistemò a cavalcioni sul collo e, tenendola ferma per le gambe grassocce, le suggerì di allungare un braccio, tenderlo finché poteva.
«Ecco, brava, così…» incoraggiava.
«Voglio scendere» lei si arrese.
Quel cerchio abbacinante non si lasciava prendere.
Serafino la rimise giù.
La vide inconsolabile.
«Aspetta.»
Allontanandosi sotto gli occhi di Angela che in silenzio li studiava, tornò svelto con un secchio colmo d’acqua.
Lo posizionò sul pavimento del terrazzo in modo che la luna potesse riflettersi intera sulla superficie dell’acqua.
«Ecco, avvicinati, toccala…» invitava, immergendo per primo la mano nel secchio.
Antonia non si mosse. Poi lo imitò.
Il liquido si accese increspando il cerchio della luna.
Lei sorrise. Provando a rimestare l’acqua, si scoprì forte.
Il faccione della luna, traboccando oltre i limiti del secchio, si perdeva.
Guardò suo padre.
Sì, lui era una fata.
Davanti al tabellone con la scritta Irpinia, Andrés rallentò.
«Da qui si entra in un altro mondo» disse Antonia.
Quel cartello aveva mantenuto l’aria di una quinta di teatro. Non somigliava a un’indicazione stradale, piuttosto alla sbarra tra due posti confinanti e stranieri.
Da sempre lei si era immaginata che là dietro, come da un pannello di scena, il verde si cambiasse per farsi in un attimo brillante, e i costoni e gli alberi subito tarchiati e rigonfi.
A ogni impatto con le colline, anche la sua pelle cambiava, come le bisce che aveva incontrato nei campi. Nere e ingorde, abbandonando la fragile veste lungo il viottolo, già sfilavano veloci tra gli sterpi.
Quel verde la liberava perfino dal dominio del mare: l’abbaglio di cielo e acqua che Napoli usava come talismano contro ogni male.
Tra le colline invece il potere tornava al fuoco; lei lo sentiva ribollire in superficie, circolare sotto l’erba.
Una forza che le apparteneva. Per questo non giudicava malefico il rigurgito che in una manciata di secondi aveva ingoiato più di tremila corpi.
Un accesso di violenza cieca, quindi perfino innocente, si ripeté, accostando con uno scatto le braccia ai lati dei seni facendoli trasbordare dalla camicetta.
Andrés si girò un attimo a guardarla, quasi avesse colto il senso di quell’ondulare feroce la carne.
Poi tornò a concentrarsi sulla strada.
Lei gli aveva sempre invidiato la capacità di astrarsi, restare dentro un turbamento, fino a diventare l’emozione che di volta in volta inseguiva.
Un esercizio iniziato da ragazzi.
«Guardati, guardati sotto la pelle» Andrés le prendeva il polso. «Li vedi questi segni?» costringendola a palparsi il braccio, cercare tra una vena e l’altra, studiare ogni tendine, ogni ombra. «Qua sotto c’è tutta la pazzarìa di famiglia» rideva. «Guarda bene, soror…» usando quel nomignolo per sedurla, ottenere la sua approvazione su qualcosa. «I miei segni dicono che farò l’attore.» «E tu? Tu, che ci vedi nei tuoi?» si esaltava, incupendo il blu degli occhi, da ciaràolo, come lo chiamava nonna Tonia, cioè mago, incantatore.
«Giniùso! ’Ngiarmìsso! Ciaràolo!» Tonia ricorreva alla lingua paesana per dire meglio l’eterna disposizione del nipote a vivere ogni avvenimento come un’avventura.
Occhi capelli chiari, e struttura alta e forte come Angela, presto Andrés aveva superato Antonia in altezza, togliendole così la gioia di proteggerlo, sovrastarlo con gli abbracci, fiera di offrirgli riparo.
A lei spettarono i colori di Serafino, riccioli scuri e iridi verde-marcio. Occhi che, secondo le convinzioni di famiglia, erano marchio di benigna follia, l’autorizzazione a starsene a mezzo metro da terra, aspettando, cercando le cose dietro le cose.
Ma era la libertà che Antonia invidiava al fratello.
Crescendo, Andrés iniziò a rivendicare il diritto di spazi suoi.
Spesso scompariva in camera sua, dove nessuno poteva disturbarlo.
Lei per prima si faceva da parte, chiedendosi cosa potesse fare lui senza la sua complice vicinanza.
In seguito, diventato più grande, non c’era giorno che non si unisse al piccolo esercito di compagni, abili battitori di ogni anfratto, ogni posto impervio del paese.
Non avendo il permesso di allontanarsi dal raggio di casa, Antonia doveva invece accontentarsi di esplorare la strada che dalla piazza arrivava al cimitero.
Una via larga, bianca, costeggiata a destra e a sinistra dai campi, fino a un bivio segnalato da un severo crocifisso di ferro.
Le piaceva quel tragitto solitario. Poteva muoversi con calma, fermarsi a respirare profumi di grano e orzo, pedinare i vagabondaggi di lucertole, coccinelle, coleotteri.
Fu in uno di quei pomeriggi assolati che si accorse della sagoma scura accanto alla stele del crocifisso.
Dall’alto del pendio della strada, aumentò il passo. Neppure per un attimo ebbe paura. L’uomo fermo sotto la croce esercitava su di lei un richiamo irresistibile.
Gli si accostò parandosi di fronte.
Alto, robusto, non le parve né giovane né troppo vecchio, anche se il mantello che indossava era uguale a quello che portavano i più anziani del paese.
Per i suoi acerbi, ma avidi nove anni, lui era un cavaliere senza destriero.
Per questo non temette che potesse farle del male. Restò anzi a studiargli i capelli biondicci e le iridi azzurre, aspettando che le ammirasse lo sguardo.
Fin da bambina le avevano ripetuto che i suoi occhi erano di un raro verdemarcio, gli stessi di suo padre Serafino, occhi che avevano rapito perfino Angela.
Davanti al suo cavaliere nero, Antonia atteggiò con grazia lo sguardo, certa di ricevere conferma di un suo collaudato potere.
Non pensò di proporsi con la delicata armonia del corpicino, già insidiato da due mandorle che in petto spingevano contro la stoffa del vestito, prima ancora che i seni, esplodendo, le imponessero la loro tirannia, prima che la trasformassero in quello che era diventata: quarti di animale da mungere, dispensatrice di latte, mendicante per amore, smaniosa di allattare il mondo.
Non se l’era scelto lei quel ruolo. Erano state le radici ai lati del cuore a imporglielo, dilatandosi, guadagnando terreno fino a separarla da se stessa, fino a nascondere agli altri la materia della sua anima.
«Che vuoi?» disse al suo cavaliere, a sfidarlo, ansiosa di verificare le certezze che era sicura di possedere.
«Guarda…» lui aprì il mantello scoprendo un cilindro di carne impettito e rossastro.
Era la prima volta che lei entrava in contatto col mistero che suo padre Serafino e suo fratello Andrés erano stati sempre ben attenti a celarle.
«Vedi?» fece il cavaliere, cominciando a sfiorarsi delicatamente, lasciando scorrere e risalire la pelle intorno al suo tronco di carne.
«Lui è solo, perché lei se n’è andata…»
«Lei, chi? Andata dove?»
«Mia moglie, in cielo… Per questo non avrò più il suo amore» disse, richiudendo con uno scatto il suo sipario, abbandonando là dietro il cilindro ancora impalato, ignorandolo come un gioca...