Il contrario di padre
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Il contrario di padre

  1. 160 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Il contrario di padre

Informazioni su questo libro

Quando sa della morte del padre, Giulio non lo vede da trent'anni, da quell'estate del 1977 in cui sua madre ha dovuto lasciarlo all'ex marito.Mamma Elena è ansiosa e intransigente, papà Geremia affascinante e inaffidabile, Giulio un bimbo di 10 anni riservato e sensibile, che a scuola prende solo buoni voti e per quel viaggio parte con un bloc-notes pieno di regole e divieti da rispettare.Bloc-notes che finisce presto dimenticato: a bordo di una Giulia super color amaranto il padre lo porterà al Circeo, a Capri, in Liguria, e lui imparerà a bere Coca Cola fino al mal di pancia, a tuffarsi dallo scoglio più alto per far colpo sulle ragazzine, a percorrere da solo il tratto più buio dei sentieri.Tra scherzi e bugie, notti passate a giocare a poker e traffici da spallone, in attesa di un gommone che non si riesce a prendere mai e nuotate a perdifiato verso i Faraglioni, insieme alla giovane fidanzata Clem che profuma di limone fritto, Geremia fa vivere al figlio l'estate più bella della sua vita.Tanto che sarà ancora più difficile perdonarlo quando, dalla fine di quell'agosto, sparirà per sempre.

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Informazioni

Editore
Manni
Anno
2019
Print ISBN
9788862669436
Sono sempre meno i giorni che Giuliano ha trascorso col padre quell’estate del 1977. È tutta colpa di Geremia, come si è abituato a pensarlo in questi anni. Anno dopo anno i ricordi si sono ritirati da una giustizia cronologica, ammassati l’uno sopra l’altro: prima rimpiccioliti, poi sminuzzati e quindi mischiati in una fisionomia goffa e piena di buchi, da zittire con frasi di convenienza che alla fine si riducevano a una certezza incontrovertibile: lui non era mai stato quel bambino che il padre chiamava soltanto Giulio.
Di colpo ciò che rimaneva del ricordo di quell’estate si era solidificato in un piccolo macigno di imbarazzo. Pesante ma piccolo abbastanza da scaricarlo in un sottoscala, senza nemmeno chiudere la porta a chiave. Giuliano era riuscito a sospingerlo al di fuori della propria storia, allo stesso modo delle foto in cui non si riconosce che sfila dagli album e getta nel cestino. Un macigno inerte, così credeva. Per questo è rimasto in piedi davanti alla finestra, con la giacca del pigiama slacciata e la tazza di caffè freddo in mano, a fissare il traffico della Statale oltre la striscia di campo giallo-verde dietro l’autorimessa. Sta aspettando che si plachi la fitta calda di vergogna confusa al senso di liberazione con cui ha accolto la notizia della morte di suo padre, due ore fa.
«Geremia ci teneva tanto che lo sapesse» gli ha detto al telefono una voce femminile quasi implorante.
«È passato tanto tempo» ha risposto dopo una lunga pausa. Stava contando gli anni che lo separavano dall’ultimo saluto prima di chiudere la portiera della Giulia super color amaranto. «Ci vediamo presto, campioncino» Geremia aveva alzato il pollice senza sfilarsi gli occhiali da sole. L’incisivo scheggiato brillava in un sorriso che combatteva la fissità dell’insonnia. Giuliano è pronto a scommettere sulla sincerità di quella promessa, un azzardo per un uomo che viveva di menzogne. E in fondo non gliene ha mai fatto una colpa, di averla tradita per il resto dei suoi giorni. Allora perché ha paura di ricordare quell’estate del 1977? Forse sarebbe più facile, se avesse un figlio a cui raccontarla.
Sua madre è stata chiara, il nonno ha smesso di ricordare, una malattia che purtroppo capita da vecchi, e la Luciana non può badare a tutti e due, così addio a Casa degli Olmi. È inutile piantare il muso, lei deve finire entro settembre sette abiti per il matrimonio dei Sangalli, mica è Speedy Gonzales e tantomeno una santa. Ormai è deciso, che una volta tanto si prenda le proprie responsabilità quel disgraziato di Geremia: non è colpa sua se ha buttato una laurea in legge per mettersi a fare lo spallone.
«Ti divertirai a Capri» ripete la madre tutte le sere prima di cena. Indica la data sul calendario con le facce dei santi più famosi, senza dare corda alle fantasie di Giuliano sulla misteriosa attività del padre e gli ricorda che dovrà dare il meglio di sé: «Geremia è bravo solo a farti ridere, ma se c’è un problema diventa un coniglio».
Poi arriva l’ora legale e finisce la scuola ed è già il 18 giugno, e mentre in cortile Rossana Cedrelli sta per rivelare a obbligo e verità chi sposerà da grande, proprio un secondo prima, si presenta il padre con una camicia hawaiana a mezze maniche slacciata sul petto glabro, un paio di baffi sottili come strisce di liquirizia e un mazzo di margherite gialle con la testa in giù per farsi perdonare.
«Lo sai che alla fine del ritardo io arrivo sempre» fa ridere Giuliano.
La cartella con i compiti delle vacanze non la vuole, bastano e avanzano Le avventure di Huckleberry Finn, e poi il portabagagli della Giulia super color amaranto è già stipato di valigie.
«Se fai il bravo la faccio andare a centottanta».
Giuliano evita lo sguardo della madre.
«Solo divertimento per noi che andiamo a vivere nell’estate» recita entusiasmo Geremia dopo aver centrato con le margherite gialle la cassetta da pesca aperta sul sedile posteriore.
«Lascia a mamma la valigetta del pronto soccorso, porta sfortuna. E il canotto non ci serve. A Capri il signor Brown ha un gommone con il motore Selva di sessanta cavalli».
«Quanti chilometri all’ora può fare al massimo?»
«La velocità in mare si misura in nodi, non in chilometri all’ora».
Giuliano è curioso di sapere quanti chilometri all’ora vale un nodo, continua a chiederlo anche dopo che il padre gli regala un paio di occhiali scuri con la montatura nera uguali ai suoi: «Che strage di cuori faremo insieme».
«Come ai tempi di Ruben Casamore» abbassa la voce Giuliano.
Il padre gli dà una pacca sulla spalla, come se fossero loro due e basta: «Hai ripreso da me più di quanto creda tua madre».
«Non ti sei dimenticato niente, vero?» rivolgendosi al figlio, Elena sfida lo sguardo sempre un po’ colpevole di Geremia.
«Non ho detto che ha preso tutto da me» e poi, a dirla tutta, anche lei ha sempre riso alle battute del futuro marito, quando non erano sposati, cioè quando vivevano insieme e lui rimandava la data delle nozze finché non fosse sicuro al cento per cento che era davvero incinta. Non gli bastavano gli esami medici, lui prima voleva vedere il pancione.
«Guarda in cielo, ci sono quattro nuvole nuove».
Appena oltrepassato il cancello del vialetto, Geremia mette subito le cose in chiaro: «Da adesso tu torni a essere Giulio». È così che si doveva chiamare, e così si sarebbe chiamato se una settimana prima di darlo alla luce Elena non avesse sognato una Madonna con Gesù, un quadro che era certa di aver visto da qualche parte. Al termine di due giorni di ricerche era stato chiamato in causa il figlio di un cugino di secondo grado della madre che studiava all’Accademia. Le portò una monografia di Tiziano con la foto della Madonna detta la Zingarella, tale e quale al suo sogno: «Giulio si chiamerà Tiziano» sentenziò Elena. Ma se si chiamava già Giulio (o Giulia), con una grande G cucita su tutti i capi del corredino già piegati nei cassetti della nuova camera? La soluzione arrivò alla fine di una bottiglia di grappa. Il cugino dell’Accademia era friulano, Elena ne bevve giusto un sorso, Geremia era quasi astemio ma si rivelò inaspettatamente conciliante: «Invece che sceglierne uno, mettiamoli insieme. Giulio più Tiziano uguale Giuliano. Non sono un genio?»
«Però se è femmina Tiziana non mi piace».
«Tanto sarà un maschio, credi a me» era sicuro del fatto suo Geremia.
Estraneo all’entusiasmo del padre, Giuliano – ma ora che è tornato Giulio si sente a corto di domande – studia il bloc-notes con le raccomandazioni della madre. Il numero di telefono di casa, quello della sartoria, per sicurezza quello della tabaccheria della Perla e quello dei Sangalli solo in caso di vera emergenza; l’elenco delle malattie infettive, ma se metteva tutte tranne la scarlattina faceva prima; gli orari della sveglia, dei pasti e di quando andare a letto; i suoi gusti alimentari e persino il colore preferito: l’arancione come la maglia dell’Olanda di Cruijff.
Entro mezzanotte sarebbero arrivati al Circeo da Narciso e Rosalba, ha detto a Elena che prendeva appunti su un quadernetto e sbuffava perché i viaggi di notte sono meno sicuri, così Giulio si stupisce quando il padre imbocca una strada senza uscita molto prima dell’autostrada e comincia a suonare il clacson a più non posso.
«Ti ho mai detto di Clementina?» la donna spuntata da poco sul balconcino del secondo piano. È in mutande e reggiseno, il reggiseno se lo sta allacciando, e urla di essere quasi pronta.
«Quella che mamma chiama la scostumata?»
«Non è mai spiccata per fantasia, Elena».
Alle otto e mezzo di sera c’è ancora luce. Giulio si rassegna a passare sul sedile posteriore accanto alla cassetta da pesca. Adesso ha capito chi era il proprietario di tutte quelle valigie, e intanto stacca i petali delle margherite gialle – m’ama non m’ama Rossana Cedrelli, canticchiando Ti amo che ha imparato a memoria per farle la serenata.
«Come il tuo colore preferito!» ritrova fiato Geremia dopo aver baciato con la lingua questa Clementina che inonda la macchina di un sudore di limone fritto.
L’arancione del vestito le fruscia sulle cosce sempre più in vista, su cui il padre sofferma la mano prima e dopo aver cambiato marcia.
«Sei mai stato su un’isola, campioncino?» Clementina si volta verso di lui e gli fa l’occhiolino.
Figuriamoci se papà non le ha raccontato della sua vittoria nei sessanta metri all’Arena, con il colpo di reni finale copiato da Pietro Mennea. Il dito però si era vergognato di alzarlo al cielo, e anche il sorriso l’aveva nascosto dietro una faccia da duro.
«Per Capri c’è tempo, vedrai come ti divertirai prima al Circeo. Ci sono i figli di Narciso e Rosalba».
«Ma a Capri c’è il gommone con il motore Selva da sessanta cavalli del signor Brown. E poi i figli di Narciso e Rosalba sono grandi. Hanno più di quattordici anni».
«Tu sai tutto, eh. D’estate l’età si azzera, credi a me. Il divertimento e le risate ci rendono tutti uguali».
Tra poco farà l’imitazione di Elena quando lo sgridava perché era rimasto immaturo come quando l’aveva conosciuto. Gli stessi gesti impazziti delle mani come se strozzassero l’aria, e la voce da ballerina ubriaca.
«È proprio identica, papà! Anche se mamma non ha mai fatto la ballerina e non l’ho mai vista ubriaca».
Clementina si è sfilata i sandali e ha allungato i piedi sul lunotto della Giulia. Vuole ascoltare un po’ di musica, non la radio che parlano troppo: dove sono finite le cassette, non può credere che abbia già perso Com’è profondo il mare.
«Non ti faccio più regali» si raccoglie i capelli nerissimi in una coda di cavallo e dice una parolaccia a bassa voce.
«Tu sottovaluti i nascondigli della Giulia. Prova a vedere in quel cassettino dentro il cruscotto, quello piccolo in basso».
Gli viene già da pensarla come Clem, il soprannome che aveva spiato una volta dal padre mentre credeva di chiamarla di nascosto dal telefono dell’albergo di Sanremo, dove l’aveva portato una sera senza dirlo alla madre. Uno dei loro segreti da maschi. Poveretta, lei lo pensava al luna park delle Varesine e poi al residence vicino ai giardini pubblici.
Clem sta riavvolgendo il lato A per la terza volta di fila, tra poco ricomincerà Com’è profondo il mare. Giulio adora questa canzone, gli ricorda la gita con la barca a remi al Cristo degli abissi a San Fruttuoso. C’era anche il nonno con un cappello di paglia, protestava contro dei nemici chiamati clericali.
«Non credere mai del tutto a quello che ti dice Geremia» gli ha ripetuto la madre questa sera a cena. Ma è altrettanto difficile credere a tutto quello che dice la madre, come la storia che quel vigliacco – l’aveva detto la madre in cucina alla nonna –, quel vigliacco figlio di e una parolaccia l’aveva lasciata mentre si lavava i denti, e quando era uscito di casa lei era rimasta con il dentifricio in bocca a fissarsi nello specchio. Chissà se aveva sputato prima di piangere.
«Non mi hai ancora detto niente dei baffi» Geremia lancia un’occhiata d’intesa a Clementina.
«Tanto… peggio di quella camicia non c’è niente al mondo…» ride di colpo Clem, fin quando ha fiato nella pancia.
«Allora, campioncino, ci fermiamo ai Pavesini fra due chilometri così ci prendiamo qualcosa da mangiare».
Lui ha già mangiato alle sette e dieci le fettine di fesa impanate con le zucchine, però impazzisce per il panino al salame, quasi più della focaccia di Recco.
Lucio Dalla canta Il cucciolo Alfredo quando trovano parcheggio dopo aver litigato a gesti con il guidatore di una Volvo che gli ha soffiato il posto più vicino all’ingresso dell’autogrill.
«Non avessi avuto a bordo una donna e un bambino giuro che l’avrei menato, quel vecchio».
«Ma papà, guarda che quel signore aveva la tua età».
Geremia ignora le parole del figlio. Impreca nel vuoto contro la prepotenza della natura umana. Scendendo, si slaccia un altro bottone della camicia hawaiana: altri due e gli si vede l’ombelico.
«Sei a piedi scalzi!» Giulio fissa esterrefatto Clem, il dito davanti alla bocca per zittirlo mentre gli prende la mano.
«Compragli quello che vuole, devo andare in bagno».
Il padre scompare oltre il corridoio con gli espositori pieni di dolci.
Purtroppo a quest’ora il salame è finito, sorride a Clementina il barista con la faccia da furbo, e anche il pane fresco: se vuole un toast.
«Preferisci Coca o Pepsi?» Clem non è al corrente delle regole alimentari di sua madre: il divieto tassativo di bibite gassate eccetto per il suo compleanno e l’ultimo giorno di scuola che compra una gazzosa che sa di medicina amara.
Alla fine prende un toast farcito con i sottaceti, una Pepsi in bottiglia e una confezione gialla con le scritte rosse di Toblerone come quelle che gli porta il padre dai viaggi di lavoro in Svizzera. Giulio deve ricordarsi di cancellare dal bloc-notes della madre il rischio di indigestione se mangia dopo le nove. Quest’inverno è rimasto a casa almeno tre volte per colpa della sua ingordigia della sera, come gli ha spiegato il dottor Torricelli: «Ad agosto compi dieci anni, ormai sei grande per capirlo da solo».
E in effetti adesso che ha dieci anni meno un mese e mezzo già capisce tante cose più di prima. Per esempio capisce che al contrario di quanto dice mamma Clem non è così cattiva né scostumata – anche se questa parola non la comprende ancora bene ma certamente è un insulto. E poi capisce, si vede proprio, che è innamorata di suo padre. Ed è gentilissima con lui perché è suo figlio, ma forse perché le è già un po’ simpatico. E soprattutto è diversissima da mamma: non che sia più bella, però è sicuro che se la vedesse ballare non si vergognerebbe come si vergogna quando la madre balla da sola le canzoni della Febbre del sabato sera in salotto.
«Come, non dite niente?»
Il padre li sta raggiungendo davanti al bancone, ondeggia come un ubriaco.
«Stai imitando un pistolero?»
Clem è proprio simpaticissima, infatti ridono tutti e tre insieme.
«Guardatemi bene in faccia».
Tutti gli dicono che somiglia a un attore americano, solo che lui ha il naso molto più bello ed è anche più alto. A Giulio non è permesso vedere i suoi film perché sono da grandi. Dastinoffman, ecco il nome dell’attore che sua madre non può soffrire.
«Notate qualcosa di diverso?»
È inutile, Clem e Giulio lo trovano identico a dieci minuti fa.
«Forse hai smesso di dire bugie…»
Gli piace essere preso in giro da C...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Il contrario di padre