
- 128 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Lascio che l'ombra
Informazioni su questo libro
Aris Dal Pozzo, docente di Antropologia e Sociologia e autore di numerosi libri, è scomparso.Le ricerche non hanno condotto a nulla e ormai i media non parlano più del caso.Tre anni dopo la sparizione, Giulia torna nell'antico borgo di campagna dove la vecchia casa di famiglia confina con quella di Aris.Anche Giulia è scrittrice. E nella cittadina svolge la sua indagine privata. Incontra i vecchi amici di Aris ed in particolare uno, il vecchio professor Console, ossessionato dal mistero insoluto sul quale entrambi hanno maturato un'ipotesi folle e seducente.Tra sfumature noir e testi di alchimisti del Cinquecento, un romanzo che riflette sulla progressiva perdita di visibilità e ruolo della figura dell'intellettuale.
Domande frequenti
Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
- Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
- Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a Lascio che l'ombra di Paola Baratto in formato PDF e/o ePub, così come ad altri libri molto apprezzati nelle sezioni relative a Literature e Literature General. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.
Informazioni
1
Sono tre anni che non si sa nulla.
All’improvviso era scomparso.
Né morto né rapito. Solo uno dei numerosi casi che non lasciano tracce.
Da mesi hanno smesso di cercarlo. E di parlarne. Per il sopraggiungere di nuovi misteri. Per disinteresse. Forse, perché l’avevano dimenticato ancora prima che sparisse.
O che si sottraesse definitivamente alla vista.
Preferisco dire così, dato che sulla scomparsa ho maturato un’ipotesi curiosa. Anzi, più che ipotesi, dovrei chiamarla fascinazione di un’idea.
L’ultima volta in cui l’ho incontrato, Aris mi aveva detto: «Giorno dopo giorno, mi sto perdendo».
2
Sono arrivata col treno del pomeriggio.
La luce uniforme d’un cielo tortora è quel che resta di tre giornate di pioggia.
Il viale che porta al borgo, in leggera salita, ha un’aria passata e sobria. Ai piedi dei tigli, fradice corolle di foglie gialle mandano un odore intenso di terra.
Non sono in molti ad avere dimora qui, sulle pendici del colle che domina l’abitato. Famiglie che da qualche secolo si tramandano scampoli di terreni, orti e rustici palazzetti pieni di fascino e di malanni, negli ultimi decenni abbandonati come residenze e divenuti freschi rifugi estivi. Ma, per gli abitanti della città bassa, noi siamo sempre rimasti “I signori del borgo”.
Il chiavistello della porta fatica a scorrere e ad ogni scatto uno scoppio esplode all’interno, amplificando il vuoto di quest’attempata villa di pietre e muffe.
Sembrano fucilate, ma ognuna riporta in vita una sensazione-ricordo. Il momento in cui si riapriva casa, quando si veniva per le feste, per la castagnata d’ottobre, per “i morti” o per un pranzo fuori stagione.
Come in tutte le vecchie case di famiglia.
La nostra ha una forma ad elle, con la veranda e il giardino invisibili dalla strada ed esposti ad ovest. Sul lato più lungo, alcune stanze affacciano a levante, verso la vicina dimora dei Dal Pozzo.
Dalle finestre del corridoio al primo piano lo sguardo oltrepassa il muro di cinta e i rami degli alberi, spogliati dalla stagione e dalle piogge prolungate. E la casa di Aris è lì, ben visibile, benché racchiusa nel suo mistero.
Osservarla non mi aiuterà a risolverlo. Eppure, ho l’impressione che non sia un esercizio del tutto sterile.
Da qui vedo la ghiaia, le aiuole coperte d’edera, metà del portico. Mentre dal bagno piccolo, in fondo al corridoio e accanto alle stanze riservate a bambini e ragazzi, si scorge il retro di villa Dal Pozzo, che ha un piccolo ingresso secondario cui suonavano i fornitori. Una zona di servizio con le piante odorose, la rimessa per gli attrezzi, i fili per stendere… E dove Aris, talvolta, si nascondeva.
Tutto è fermo, oggi. E disabitato. Ma ho ancora davanti agli occhi l’immagine di Aris che alza il viso verso di me e si porta il dito alle labbra.
E resto alla finestra con indosso il giaccone, che odora di ferro e di treno.
3
Estraggo il cassetto del secrétaire dell’ingresso. È pesante. Preferisco sapere subito se sono venuta qui inutilmente. Non ci metto molto a trovarla, con la sua etichetta gialla con scritto D.P.; il nonno era preciso, in queste cose.
Ora che so che c’è, sarà più difficile far finta di niente e rinunciare al mio proposito.
Sto seguendo le istruzioni per accendere il riscaldamento, di cui l’abitazione è stata dotata da un paio di decenni, e già suonano alla porta.
Mi domando chi sia mentre entra, sorridendo disinvolta, come se mi conoscesse. Calza un berretto a quadri, da monello, e ha in mano una bottiglia avvolta in carta di giornale.
Prima di varcare la soglia s’è guardata un attimo alle spalle, come chi sospetti d’essere stato seguito. Poi ammicca, cercando subito di creare un clima di complicità.
«Mi hanno detto che saresti arrivata, ma non il giorno preciso» dice, passando dall’ingresso al salotto con la sicurezza di chi conosce la casa e vi è stata sempre accolta con familiarità: «Ho visto le imposte aperte».
Mentre leva il lenzuolo da un tavolino e vi appoggia la bottiglia scartata, mi chiede come sto, se ho bisogno di qualcosa.
Probabilmente dovrei ricordarmi di lei.
Mi dice che sono sempre uguale.
«Ero una ragazzina» mi limito a ribattere, prendendo tempo.
«Hai otto anni più di me, come Emilia».
Appunto, penso. Da ragazzi otto anni di differenza sono un abisso.
Ora rammento: una bambina smaniosa di stare coi più grandi, curiosa delle loro conversazioni. Ma non mi viene in mente il nome. Roberta, Donata…
Sua cugina Emilia ed io, per alcune estati, siamo state amiche, condividevamo innocenti segreti. Quei rapporti infantili o adolescenziali così brucianti che alla fine si consumano. Tant’è che oggi non so molto di lei.
«Non mi volevate tra i piedi».
Non mi sorprenderebbe, penso, mentre alzo le spalle e sorrido.
E mi ritorna l’immagine d’una bambinetta che ci seguiva ovunque e faceva pipì nell’erba, per attirare l’attenzione.
La lascio chiacchierare per qualche minuto e intanto mi chiedo come abbreviare questa visita inaspettata.
Non voglio dirle di fermarsi, non voglio aprire la bottiglia e trascorrere la sera a rinverdire memorie. Glielo faccio capire e, indicando il vino, aggiungo:
«Ti ringrazio. Magari un’altra sera…»
Non si scoraggia. Anzi, ammicca, di nuovo complice, sistemandosi il cappello che su di lei stona, la fa maschiaccio, le dà un’aria sbarazzina che non le appartiene.
«Sei qui per scrivere, vero?» indaga: «Adesso è tranquillo, ma tre anni fa… le tv, i ficcanaso…»
E poi lancia un’occhiata verso la vicina villa, sospirando:
«Che storia… vero?»
«Avremo molto da raccontarci» aggiunge, col tono di chi dà tutto per scontato: «Ci vediamo presto».
Ma, prima di uscire, apre la borsa a tracolla da cui fa capolino la copia di un libro dalla costa logora, dalle pagine frastagliate di orecchie. Benché riconosca la copertina verde della mia raccolta di racconti, mantengo un’aria neutra. Lei spia la mia reazione, sorridendo, ma non fa commenti e tira fuori il cellulare.
Noto le unghie, lunghe e curate, ma prive di smalto.
Mi mostra un video. Un breve servizio della tv, in cui lei, in mezzo a una siepe di gente accorsa per curiosità, risponde alle domande d’una giornalista sulla scomparsa di Aris Dal Pozzo.
Appare molto diversa da oggi. Agghindata, trucco impeccabile, gonna cortissima.
E a questo punto capisco che moriva dalla voglia di mostrarmi quel video. Che l’invadenza infantile s’è evoluta in un’attitudine manipolatrice.
Voleva far colpo su di me, con l’idea approssimativa che può avere di chi fa il mio mestiere, già di per sé così vago. E si è “travestita”.
Niente smalto sulle unghie. Il cappello per l’aria bohémienne. E la bottiglia di vino rosso, allusione civettuola al tono informale d’una serata di confidenze.
Se ne va soddisfatta. Persuasa d’aver gettato il suo amo.
4
Avevo sentito chiamare il suo nome, come ogni volta che arrivava gente in visita. Se non rispondeva, sua sorella Clara s’indispettiva e spediva qualcuno a cercarlo, al piano di sopra. A volte, cercava di giustificarne l’assenza, con l’alibi dello studioso martire del proprio lavoro, che lei avrebbe volentieri scambiato con un più fatuo intellettuale da salotto.
«È chiuso in studio da ore» sospirava, con un’increspatura di disappunto.
Anche quel pomeriggio d’estate, nel loro giardino, c’erano voci che salivano fino a noi. Quella modulata di Clara sopra tutte le altre.
«Aristide! Aristide!» Era l’unica in famiglia ad usare il nome che lo infastidiva. Perfino sua madre lo chiamava Aris.
Aprendo la finestra del bagno, avevo fatto rumore e lui era lì sotto, nel retro della casa, oltre il bucato, dietro un paravento di lenzuola e tovaglie che si sollevava di tanto in tanto. Allungato su una vecchia sdraio, con un libro tra le mani, aveva alzato lo sguardo verso di me e con un sorriso che mi era parso di complicità aveva portato un dito alle labbra.
Io avevo, forse, otto anni.
Scomparire fa parte della natura di alcuni.
Si manifesta molto presto, come un’inclinazione prepotente.
È gelosia del proprio spazio. Che non è una stanza blindata, ma silenzio nebbioso e tempo come una manciata di sabbia.
Basta una discordanza, un gesto maldestro e quel confine che faticosamente è stato tracciato attorno svanisce, come la membrana d’una bolla.
Si scappa dalla gente. La si sfugge perché non ci costringa a un minuetto di banalità, a trasformare in messinscena un incontro che si preferirebbe semplice e schietto.
A volte, può capitare che anche la sincerità risulti molesta, quando è una lama che s’affila su lacerazioni non ancora sanate e si sa di non essere pronti a restituire una parola acre. Perché ci si lascia sopraffare dallo stupore di sentirsi aggrediti senza motivo.
E allora si preferisce scappare, non esserci.
Non si risponde ai richiami, al telefono, agli inviti petulanti.
E ci si nasconde. Iniziando così a scomparire.
5
La casa è fredda e sa di cose intaccate dall’umidità.
Soprattutto, è irrimediabilmente vuota. Non abitata da presenze, anche se ci piace pensare che tutti quelli che vi hanno vissuto continuino ad occuparla, facendone il loro confortevole Ade.
Eppure, certi oggetti risuonano delle voci di alcuni, delle loro frasi ricorrenti. Ma non lo trovo più così sgradevole o doloroso come anni fa. Polvere sulle cose e sui ricordi.
E poi ci sono i soprammobili e gli arredi più antichi, appartenuti ad antenati che non abbiamo mai conosciuto, se non per averne sentito parlare e di cui noi, dell’ultima e penultima generazione, confondiamo spesso i nomi. Terremo, tuttavia, quelle loro cose, quei loro oggetti più cari… Li dovremo custodire come vestali, perché così ci è stato continuamente raccomandato di fare....
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Colophon
- 1
- 2
- 3
- 4
- 5
- 6
- 7
- 8
- 9
- 10
- 11
- 12
- 13
- 14
- 15
- 16
- 17
- 18
- 19
- 20
- 21
- 22
- 23
- 24
- 25
- 26
- 27
- 28
- 29
- 30
- 31
- 32
- LE PAROLE CHE MANCANO
- Introduzione
- Nota del curatore