I. Compleanno n. 20
(Iniziare e finire a vent’anni)
1.
Rue de la Frontière. La via faceva proprio per lui, ne aveva tutta l’aria. Il nome, appropriato come nessuno, era inciso sopra la sua testa come una promessa. Si era lasciato alle spalle Notre-Dame: se si fosse voltato, avrebbe scorto le celle campanarie delle due torri. Quartiere Latino! Non si stava sbagliando. Aveva mosso passi zigzaganti seguendo i capricci delle stradine per scovare la tana giusta per lui e si era permesso di storcere il naso di fronte a un buon numero di alloggi che aveva poi scartato.
Intanto là, all’imbocco di rue de la Frontière, non aveva alcunché da dichiarare. Le ambizioni sono il preludio, niente affatto certo, della sostanza. E le sue dovevano ancora fruttificare. Mentre sostava compiaciuto alla sua personale frontiera, prima di varcarla, quelle rimanevano prive di forma e consistenza. Nemmeno erano vendibili a basso prezzo o in saldo o elargibili come un dono. Non che le sue mani fino ad allora avessero oziato, anzi. Quelle stesse mani erano disposte a qualunque sacrificio per difendere il lavoro accumulato. Ma si era recato a Parigi proprio per esprimere qualcosa che fino ad allora aveva pulsato dentro di lui come un dovere rimasto nell’angolo delle sole intenzioni. Doveva ancora scrivere il capolavoro a cui candidamente aspirava e lo avrebbe scritto lì. Per ora niente da dichiarare, dunque. A una qualunque frontiera cosa è più vantaggioso di una simile condizione, per usufruire di un facile salvacondotto?
L’hotel su cui fece cadere la scelta era semplicemente l’hotel, nient’altro. Una sorta di identità neutra eppure assoluta, anonima e nello stesso tempo universale. La facciata era bruciacchiata, palesemente scampata per un pelo a un incendio. Le fiamme l’avevano ferita con carezze grevi ma la struttura aveva retto. Il fuoco aveva lasciato un marchio indelebile di sé: macchie allungate e linguacciute, che avevano attecchito come una pianta rampicante. Se lui fossi salito su, tenacemente, di ramo in ramo, dove sarebbe arrivato? Quale picco avrebbe conquistato? Pregustava uno spettacolo di pura magnificenza. Lassù, sul tetto di un hotel che non aveva la stazza di un gigante, sarebbe comunque stato sul punto più elevato di Parigi. Parigi! La quale, per lui, era la Città.
Imbambolato, contemplava i finti rami, i loro ghirigori che si combinavano con i raggi che il sole appiccicava alla facciata. Rami e raggi vibravano dentro al suo occhio, ancora ballerino per le oscillazioni della notte in treno. Aveva rinunciato al viaggio in vagone letto: era tale l’eccitazione che gli risultava intollerabile dormire. Voleva vegliare su ogni metro risucchiato dal treno, eppure aveva ceduto e si era addormentato. Lo aveva svegliato la mano del controllore sulla spalla: il treno, fermo su un binario della gare du Lyon, si stava già svuotando.
Non si arrampicò e nell’hotel entrò nel più consueto dei modi: attraverso il portoncino d’ingresso. E fu subito profumo di lavanda. Anzi il simulacro di tale profumo, diffuso a man bassa e per accumulo. Con ogni probabilità un espediente per dare decoro a un ambiente dall’arredamento raffazzonato e decrepito ma senza volerlo ripudiare. Il piccolo atrio, per esempio, non era tenuto nella penombra. Alle finestre le tende erano così sottili da non ostacolare la luce, che si intrometteva a piacere e svelava le magagne. Fino a prova contraria, un profumo non può modificare un aspetto, tuttavia può dislocare altrove. L’accorgimento funzionava. Tanto è vero che lui poté davvero vedersi prima sul margine, poi nel mezzo di uno dei campi di lavanda riprodotti dalle fotografie alle pareti, poi di un altro ancora. Correva con ampie falcate di fotografia in fotografia, anzi di campo in campo, data la resa iperrealistica delle immagini.
Il viso dai lineamenti spigolosi che gli si parò davanti dopo vari tentativi di chiamata andati a vuoto apparteneva a una donna non più nel fiore degli anni ma nemmeno sottomessa agli sfregi del tempo. Si mostrava al naturale, privo di imbellettamenti. Il profumo di lavanda le aleggiava intorno mescolato con l’odore di ammoniaca che emanava dalle mani. Le guance erano accaldate, verosimilmente per la temperatura della giornata di inizio agosto e per i lavori che stava sbrigando fino a poco prima, quando lui li aveva interrotti. Poco male se lo sguardo ostentava il pieno controllo di sé e dello spazio intorno e se la voce si assestava su un tono perentorio per inviare un avvertimento: “Io sono la Padrona, qui! Presto! Sbrigati!” Appena sotto il primo strato della maschera, lui percepì tutta la vitalità accumulata, molta già spesa, ma tutt’altro che esaurita.
Una camera era disponibile. Madame – come lui decise subito di chiamarla – era sicuramente indaffarata ma questo non le impedì di esporre al nuovo venuto le disposizioni per i clienti. Su in camera le avrebbe trovate messe per iscritto e affisse sulla porta. Un promemoria che avrebbe evitato equivoci e riassumibile in una sola regola: “Non contribuite a sfasciare l’hotel. È sopravvissuto a una storia complicata e merita rispetto. Non permetterò che sia uno di voi ad assestargli il colpo di grazia. Quanto al resto, fate quel che vi pare”. Dopodiché lei gli consegnò la chiave, o, piuttosto, gliela conficcò nel palmo della mano. Lui stava ancora osservando le lievi increspature che le si formavano agli angoli della bocca e che assecondavano il movimento svelto delle parole, quando lei tornò alle sue occupazioni.
Nella mano la chiave preziosa, si avviò su per la scala, immerso nel profumo di lavanda che non lo abbandonò via via che saliva, di gradino in gradino, di piano in piano, le gambe molli per l’emozione. Del resto quella scala lo stava portando su fino all’empirea camera che gli era stata assegnata. Perché allora, se la camera era quella giusta, la serratura non scattava? Dopo aver comodamente infilato la chiave, armeggiò come un ladruncolo alle prime armi. A nulla valsero le maniere dolci, come massaggiare il pomello. Quello opponeva una resistenza tale da non ruotare nemmeno un poco, salvo alleggerirsi, al tentativo successivo, fino quasi a staccarsi. Dovette premere contro la porta con tutto il peso del corpo, di taglio. Mossa che richiedeva comunque cautela, non volendo lui favorire il crollo dell’edificio con un colpo deciso quanto fatale. Immaginò le mani di Madame sulla sua pelle che eseguivano l’inevitabile condanna a morte, mentre lui si perdeva nell’odore di ammoniaca, sempre più forte eppure mai così gradevole come in quell’ultimo istante.
Finalmente la porta cedette, raspando la moquette e rendendo ancora più profondo il solco che indicava gli innumerevoli movimenti di apertura e chiusura compiuti da chi lo aveva preceduto. Ora toccava a lui lasciare qualche segno.
Ma questi non sono che gli antefatti. Il Caso era già al lavoro, in gran segreto come sempre, e stava preparando una notte e un incontro davvero speciali. Lui non poteva proprio immaginare una simile sorpresa, così diversa dalle sue aspettative. Senza quella notte e senza quell’incontro ora non ci sarebbe una storia da raccontare.
Nella camera si sentì subito bene. L’avrebbe trasformata nello studiolo e nel rifugio dove accucciarsi a ogni ritorno dalle escursioni in città. Alle pareti biancogrigie, nemmeno un’immagine. Mancavano le fotografie con i campi di lavanda come giù nell’atrio ma l’effetto bucolico era comunque assicurato dal verde della moquette e delle tende, e soprattutto dal profumo di lavanda, diffuso dappertutto, negli interstizi dell’armadio e del comodino, in ogni cassetto, e nel bagno, dove impregnava gli asciugamani. Sul verde della moquette e delle tende si sbizzarrivano macchie nelle figurazioni più varie, come zolle emerse dall’erba.
Provò a farsi rimbalzare sul letto ma il materasso non lo risospinse su, anzi si incavò. Poco male. Si sentì sprofondare in una soffice accoglienza e circuire dall’immancabile profumo. Da là, placidamente disteso, vide l’Editto della Maison sulla porta. Impossibile non notarlo. Stampato a caratteri cubitali, in colori diversi e con un uso fantasioso degli accorgimenti tipografici per fissare il grado di importanza di ogni singola ingiunzione.
Sì, gradiva la sistemazione. L’hotel e la camera erano l’ambiente ideale per chi simula di trovarsi sull’orlo del baratro e su quell’orlo invece non è. Ma lui, perdio, era in procinto di generare qualcosa di alto e chi si accolla una tale responsabilità si predispone anche al tormento, perché quello è lo scotto inevitabile da pagare per raggiungere l’obiettivo. La simulazione è così perfetta da farla scambiare a chi la pratica per una condizione reale.
I dissidi della sua anima di artista erano pianticelle fragili ma con le radici salde. La vita materiale era ampiamente assicurata: a quella pensava sua madre. Morto suo padre, lei si era fatta carico dell’azienda di famiglia, settore autotrasporti, per alcuni anni con l’aiuto, peraltro più onorifico che operativo, del fondatore, ovvero il suocero. Che c’entrava lui con le beghe gestionali, sulle quali sua madre premeva per istruirlo? Era l’unico figlio, e con questo? Lui non partecipava al presente della Tillis Trasporti e nemmeno ci sarebbe stato in futuro. I camion erano per lui dei mezzi per andare qua e là: in fondo li vedeva con gli stessi occhi con cui li guardava da bambino quando lasciavano il piazzale diretti chissà dove, o quando suo padre lo issava dentro l’abitacolo e si metteva alla guida e immaginava di guidarli, o quando aveva più fortuna e suo padre lo portava con sé, un viaggio breve, non di più, che sembrava però lunghissimo.
Si alzò per il piacere di svuotare lo zaino: ripose i pochi ricambi della biancheria dentro l’armadio, impilò i libri sul tavolino dopo averli accarezzati a uno a uno e, accanto, a quelli, ammucchiò i taccuini ancora intonsi ma su cui certo avrebbe scritto. L’accostamento tradiva una ingenua presunzione ma stava anche a significare una forma di tributo sincero. Trasferì due taccuini e l’occorrente per scrivere, insieme al Manuel de Saint-Germaines-des-Prés di Boris Vian, nella piccola sacca che avrebbe utilizzato muovendosi per la città.
Dunque aspirava a spargere ben altri segni, oltre a quelli provocati sulla moquette dalla porta che sfregava. Si chiamava e si chiama tuttora Walter Tillis, non avendo cambiato identità e abitando ancora sul pianeta Terra. All’epoca era un finto sbandato. Non solo perché la sua maglietta sbiadita con uno strappo sotto l’ascella, i jeans sbrindellati e i mocassini sfondati contribuivano a una tenuta d’ordinanza che era un obbligo per un giovane artista in potenza, dall’aria e dai modi trascurati. Un tocco sopraffino veniva dalla giacca lisa, da cui lui non si separava mai, nemmeno durante l’estate, fosse solo per portarla piegata sul braccio e penzolante lungo la schiena, appesa all’indice della mano. Trasandate non erano invece le ambizioni. Forse era in buona fede, quando confondeva il gioco con una impresa vera, ma come cercatore d’oro non aveva ancora intascato la prima pepita e si comportava come se già fosse tutt’uno con la miniera delle meraviglie. Poteva non approdare a Parigi uno come lui?
Parigi, l’ostetrica degli artisti, lo avrebbe accolto con un occhio di riguardo. Annusava a distanza i sedicenti colleghi e si allertava subito, diffidente. D’altra parte aveva l’impressione che quelli si comportassero con lui nello stesso modo. Ognuno portava cucita addosso una missione i cui meriti erano senza dubbio superiori. Ognuno si attribuiva le migliori qualità. Da chi avevano avuto l’investitura? Era comunque un peso enorme: provate voi a sopportarlo. Giravano con quel fardello e rischiavano di finire schiacciati. Intanto scavavano un fossato che li separava dalla vita ordinaria. Lo scompiglio interiore nobilitava il cliché del giovane artista. Incontravano i reietti veri e si sentivano dei loro, ugualmente esclusi. Quattro chiacchiere con un clochard, del quale assorbivano l’odore di mele marce e peggio, bastavano per salire a bordo di esistenze marginali autentiche. Tuttavia non era affatto sicuro che l’invito scattasse davvero, a volte non riuscivano a scambiare nemmeno una parola.
Per esempio il clochard, giovane quanto lui, che gli venne incontro sul Pont de Sully, e che sembrava persino puntare diritto verso di lui, non lo invitò affatto. Anzi gli passò accanto, schivandolo come un ostacolo invisibile, di cui aveva comunque percepito la presenza. Aveva la bocca spalancata in un grido silenzioso e un poco inclinata. Anche le spalle tendevano verso il basso: ma mentre la bocca scendeva verso sinistra, le spalle pendevano verso destra, rendendo così l’insieme deforme e forse inguaribile: non si sarebbero più raddrizzate le spalle e la bocca del giovane? La mano destra stringeva una panciuta bottiglia di pessimo vino ma non era quella la causa delle spalle fuori asse. Era la disperazione. E lui, Walter Tillis, non era forse in grado di condividerla? Avrebbe bevuto volentieri dalla bottiglia, se il giovane gliela avesse passata. Invece lo tagliò fuori. Lui ne fu più offeso che sorpreso.
Tuttavia su un sodale poteva contare: Fausto il Ricettore, come l’amico si era argutamente autosoprannominato. Insieme avevano formato un esclusivo club a due. Fausto aveva soffocato l’impulso all’invenzione quanto Walter, al contrario, lo aveva amplificato. Per Fausto leggere, vedere, ascoltare le opere prodotte da altri, già bell’e confezionate o nella fase ancora embrionale come quelle di Walter, era un toccasana. Ma come autore si applicava in modo blando: perché cercare grane quando non ce n’erano? Io non voglio farmi del male: era soprattutto questo il principio a cui Fausto si atteneva. Anzi, finché quella vena resisteva, lui aveva la garanzia della propria incolumità.
“Io non voglio farmi del male” era un principio inapplicabile a Walter, il quale era invece addestrato a nuocersi. «Ma ti vedi?» così Fausto provocava l’amico. Sì, Walter si vedeva e si riconosceva: del resto era come guardarsi nel più fedele degli specchi. «Ti vedi, allora? Sì, ti vedi. Sei malconcio, sempre in balia di forze contrarie per il gusto di poterle poi governare e venirne a capo. Ti ammiro sinceramente ma tutto questo non fa per me».
Di tanto in tanto un’idea transitava dalle parti di Fausto, una visita rapida ma sufficiente a prefigurargli una fatica vana. L’idea consisteva nell’assemblare frammenti di libri altrui, seguendo il filo di una storia. Anzitutto quale storia? Ecco la prima seria difficoltà, dato che la storia non poteva essere una qualunque. Era elevato il rischio che il compito prendesse la piega di un’ossessione, di quelle peggiori, che ti si conficcano nella testa e ti impediscono di pensare ad altro. Ne valeva la pena? La raccolta e l’assemblaggio dei materiali prospettavano, se non uno sfrenato divertimento, almeno qualche sorriso. Ma ciò che ostruiva veramente ogni accesso al piacere e lo dissuadeva era la fase successiva, che imponeva l’impresa di riportare l’insieme a uno stile omogeneo. Che sarebbe stato il suo stile. In quel modo anche i frammenti di partenza sarebbero diventati inconfondibilmente suoi. Di uno stile così strabiliante Fausto si riteneva felicemente privo. Aveva l’alibi per continuare a essere quel che più gradiva essere. Prima o poi al Ricettore si sarebbe aggiunto l’Inventore. Era un gaudente ma un giorno avrebbe finalmente smesso di essere solamente quello. Walter lo considerava un predestinato, proprio come lo era lui.
Fausto alzava le spalle, poco o nulla convinto. «Ma se ti ho pure rubato l’idea!» rispondeva. L’idea di combinare frammenti in un insieme uniforme in effetti apparteneva a Walter, con la non trascurabile differenza che quelli di Walter sarebbero stati scritti da lui e non ricavati da altri autori. Un brogliaccio di vita che diviene per “germinazione” un romanzo, innovativo nella forma eppure appassionante: questo aveva in mente Walter. Lui per primo aveva parlato di un progetto monstre, peraltro ancora fumoso. Parigi avrebbe però dissipato il fumo e sarebbe così apparsa la sostanza.
Intanto Walter li vedeva i colleghi-antagonisti, quando li degnava di un’occhiata sbieca e al fiele. Scribacchiavano ai tavoli dei caffè, sulle panchine o sui muretti lungo la Senna. Insomma lo imitavano. Lui era comunque al sicuro nella sua torre d’avorio. Lo rivestiva tutto, si aderivano. Una struttura aerea, trasparente, mobile. Ultraleggera e facilmente trasportabile. Rivendicava un dialogo privilegiato con chi gli aveva instillato la passione del creare. Ma i maestri a cui si richiamava ignoravano di aver mai fatto una cosa del genere a suo favore.
Quale prodigio! Le parole sgorgavano da una sacra fonte, cercavano il suo taccuino e si depositavano sulle pagine, l’una dopo l’altra. Seduto laggiù, dal fondo della piazza poteva persino scorgere il proprio riflesso nelle vetrate del Beaubourg, mentre scriveva. La sua mano andava e andava. Se gli fosse capitato di passare da lì fra anni, avrebbe visto ancora la scena ripetersi nelle vetrate.
Quella mano così iperattiva lo estasiava. Si fosse staccata da lui – ma era sicuro che non si fosse già resa indipendente? –, avrebbe sparso parole comunque. Impose una pausa, a lei e a sé stesso, per consentire a entrambi di respirare. Sciolse il polso, mosse le dita a una a una, dal lento al massimamente rapido. Quindi le stirò con forza fino a sentirle schioccare.
«Agosto a Parigi? Hai finalmente rotto con Emma e tu, in piena estate, vai a Parigi da solo?» Fausto d...