Lo scudo di Talos
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Lo scudo di Talos

  1. 324 pagine
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Lo scudo di Talos

Informazioni su questo libro

Abbandonato dai genitori in tenera età in nome della crudele legge di Sparta, Talos, lo storpio, cresce tra gli iloti, salvato e accudito da un vecchio pastore che gli insegna a opporsi a un destino già assegnato. Nonostante la deformità, il suo coraggio e l'ostinazione ne fanno un arciere abile e possente, al servizio del prepotente ma intrepido Brithos. Come tutti i nobili figli di Sparta, Brithos è stato allevato per essere guerriero, e non sa ancora che un filo di sangue unisce il suo passato a quello di Talos. Ma la sorte schiera i due uomini fianco a fianco nella lotta contro gli invasori persiani...

Atene e Sparta, la gloriosa vittoria di Maratona e l'eroico sacrificio delle Termopili: la grande storia dei Greci fa da cornice a una splendida e tormentata vicenda familiare. Lo scudo di Talos, tra i libri più amati di Valerio Massimo Manfredi, è un romanzo spettacolare e storicamente rigoroso, pieno di passioni politiche e di affetti, di coraggio e di avventura. Un libro per rivivere il tempo degli dèi e degli eroi.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804662648
eBook ISBN
9788852075384

PARTE PRIMA

Ospite, quello che deve accadere per volere del dio, difficile è per l’uomo stornarlo, e la peggiore delle pene umane è proprio questa: prevedere molte cose e non avere su di esse alcun potere.
ERODOTO
1

Taigeto

Con il cuore pieno di amarezza sedeva il grande Aristarchos e guardava il figlioletto Kleidemos dormire tranquillo nel grande scudo paterno che gli fungeva da culla. E dormiva poco distante, in un lettino appeso al soffitto, il maggiore, Brithos.
Il silenzio che avvolgeva l’antica casa dei Kleomenidi era rotto d’un tratto dallo stormire delle querce nel bosco vicino. Un lungo, profondo sospiro del vento.
Sparta, l’invincibile, era avvolta dalla notte e solo il fuoco che ardeva sull’acropoli mandava bagliori rossastri verso il cielo percorso da nubi nere. Aristarchos si scosse con un brivido e andò ad aprire l’impannata gettando uno sguardo nella campagna addormentata e scura.
Pensò che era giunto il momento di compiere ciò che doveva se gli dèi nascondevano la luna e oscuravano la terra, se le nubi nel cielo erano gonfie di pianto.
Staccò il mantello dalla parete gettandoselo sulle spalle, poi si chinò sul figlioletto, lo sollevò, lo serrò piano al petto e si avviò con passo leggero mentre la nutrice del piccolo si girava nel sonno tra le coperte.
Aristarchos si fermò restando immobile per un attimo, sperando in cuor suo che qualcosa gli consentisse di rimandare ancora quell’azione tremenda poi, udito di nuovo il pesante respiro della donna, si fece forza, uscì dalla camera attraversando l’atrio appena rischiarato da una lucerna di coccio. Si affacciò sul cortile investito da una folata di vento freddo che quasi spense la fiammella già fioca e, mentre si girava per richiudere la pesante porta di rovere, vide ritta davanti a sé, come una divinità della notte, sua moglie Ismene, pallida, gli occhi scuri lucidi e sbarrati.
Un’angoscia mortale era dipinta sul suo volto: la bocca, contratta come una piaga dolente, sembrava serrare una pena disumana.
Aristarchos si sentì gelare il sangue nelle vene; le gambe possenti come pilastri si fecero di giunco.
«Non per noi…» mormorò con la voce rotta. «Non per noi l’abbiamo generato… Doveva essere questa notte o non avrei più trovato la forza…»
Ismene protese la mano verso il piccolo involto mentre i suoi occhi cercavano quelli del marito… Il piccolo si svegliò e si mise a piangere e Aristarchos si slanciò allora all’esterno fuggendo nella campagna. Ismene, ritta sulla soglia, restò a guardare per qualche tempo l’uomo che correva, ascoltando il pianto sempre più debole di suo figlio: il piccolo Kleidemos che gli dèi avevano colpito quando era ancora nel suo ventre facendolo nascere storpio, condannandolo a morte, secondo le leggi implacabili di Sparta.
Richiuse la porta e si diresse lentamente verso il centro dell’atrio fermandosi a guardare le immagini degli dèi a cui aveva portato offerte generose per tutto il tempo della sua attesa e che aveva tanto pregato, per lunghi mesi, perché infondessero vigore in quel piedino rattrappito, invano.
Si sedette sul focolare al centro della grande camera spoglia, sciolse le trecce nere tirandosi i capelli sulle spalle e sul petto poi, raccolta la cenere alla base del tripode di rame, se la versò sul capo. Alla luce tremolante della lucerna le statue degli dèi e degli eroi kleomenidi la fissavano con l’immutabile sorriso scolpito nel legno di cipresso. Ismene sporcava di cenere i bei capelli, si graffiava il volto fino a farlo sanguinare mentre il suo cuore si chiudeva in una morsa di gelo.
Aristarchos correva intanto nella campagna, le braccia strette al petto, il mantello che gli vorticava intorno sferzato dal fiato di Borea.
Arrancava su per la montagna aprendosi la via tra i rovi e i cespugli del bosco mentre forme spaventose si animavano sul terreno al balenare improvviso dei lampi. Gli dèi di Sparta erano lontani in quel momento di amarezza suprema: ora egli doveva avanzare solo tra le presenze oscure della notte, tra le creature maligne del bosco che insidiano il passo ai viandanti e portano gli incubi dal ventre cavo della terra.
Trovò il sentiero all’uscita di un macchione, si fermò un momento, ansante, a riprendere fiato. Il piccolo non piangeva più, si sentiva soltanto agitare le piccole membra dentro l’involto, come un cucciolo, chiuso in un sacco, che sta per essere gettato nel fiume.
Il guerriero alzò lo sguardo al cielo pieno di nubi gigantesche, forme scarmigliate, minacciose… Mormorò tra i denti antiche formule di scongiuro e si avviò per il sentiero erto mentre le prime gocce di pioggia si spegnevano nella polvere con piccoli tonfi sordi. Attraversata la radura si immerse di nuovo nella macchia. I rami e gli sterpi gli graffiavano il volto che le mani non potevano proteggere; la pioggia era ormai fitta, pesante, cominciava a penetrare tra le frasche rendendo molle e scivoloso il terreno. Aristarchos cadeva sulle ginocchia e sui gomiti sporcandosi di fango e del marciume delle foglie morte o lacerandosi sui ciottoli appuntiti che sporgevano qua e là dal sentiero sempre più erto e stretto. Con un ultimo sforzo raggiunse il primo dei cocuzzoli boscosi della montagna e si addentrò in un boschetto di querce che si ergeva in mezzo a uno spiazzo invaso da una vegetazione fitta e bassa di cornioli, di razze, di ginestre.
La pioggia era diventata scrosciante; Aristarchos, coi capelli incollati sulla fronte, gli abiti fradici, camminava ora lento e sicuro sul muschio molle e odoroso. Si arrestò davanti a un leccio secolare dal gran tronco cavo, si inginocchiò fra le radici e depose il suo fardello nella cavità. Stette un attimo a guardare il figlio che agitava le piccole mani fuori dalla coperta, mordendosi a sangue il labbro inferiore, sentì l’acqua scorrergli lungo la spina dorsale, a fiotti, ma la bocca era secca, la lingua, come un pezzo di cuoio, attaccata al palato. Ciò che si doveva fare era fatto, gli dèi avrebbero compiuto il destino. L’ora di tornare era giunta, era giunto il momento di soffocare per sempre la voce del sangue e il grido del cuore. Si alzò lentamente, faticosamente, come se tutto il dolore del mondo gli gravasse sul petto e se ne andò donde era venuto.
Il temporale sembrava placarsi mentre Aristarchos scendeva le balze del Taigeto e una nebbia leggera emanava dalle viscere della montagna, diffondendosi fra i tronchi secolari, sommergendo i cespugli grondanti, strisciando sui sentieri e sulle radure. Il vento soffiava ancora a tratti, con brevi raffiche, facendo scrosciare l’acqua dalle fronde. Finalmente, lasciata la foresta, Aristarchos riuscì nella pianura e si fermò un momento volgendo lo sguardo alle cime della montagna. Davanti a sé, nella campagna umida, vide scintillare le acque dell’Eurota illuminato a tratti dai raggi freddi della luna che ora si mostrava in uno squarcio tra le nubi. Mentre stava per imboccare il ponticello di legno sul fiume sentì un rumore provenire dalla sua sinistra: si volse di scatto e al chiarore incerto della luna vide davanti a sé un cavaliere, il volto nascosto dalla celata, ritto sull’animale madido e fumante. Sulla corazza brunita balenò per un istante l’insegna della guardia reale: “Sparta… Sparta già sapeva…”. Un colpo di talloni, un’impennata e il galoppo si perse col vento lontano, nei campi.
«Krios! Krios! Per tutti gli dèi, vuoi fermarti? Vieni qua, ti dico!» Il piccolo bastardo incurante dei richiami scendeva trotterellando deciso lungo il sentiero sollevando spruzzi dalle pozzanghere mentre il vecchio pastore lo seguiva con passo incerto, imprecando. La bestiola puntò decisa alla base di un leccio colossale e si fermò uggiolando e agitando la coda.
«Accidenti a te,» borbottava il vecchio «non sarai mai un cane da pastore… Cosa sarà questa volta?… Sarà un porcospino, o un pulcino di merlo… no, è ancora presto per i pulcini di merlo. Per Zeus e per Herakles, sarà forse un cucciolo d’orso? Ahiahi! Ecco che verrà la madre del cucciolo e ci farà a pezzi tutti e due!»
Il vecchio, giunto ormai dove il cane si era arrestato, si chinò per raccoglierlo e tornare sui suoi passi ma restò improvvisamente immobile, così piegato a mezzo: «Non è un cucciolo d’orso, Krios,» borbottò racquietando la bestia con una carezza «è un cucciolo d’uomo… forse di un anno o poco più… vediamo» disse poi aprendo l’involto; ma come ebbe visto il piccolo che si muoveva appena, intirizzito com’era, un’espressione grave gli si dipinse in volto: «Ti hanno abbandonato» disse. «Certo hai qualche difetto che ti avrebbe impedito di diventare un guerriero. E ora, che faremo, Krios? Lo abbandoneremo anche noi? No, no, Krios, gli Iloti non abbandonano i bambini… Lo prenderemo con noi» decise, raccogliendo il fagotto dal cavo della pianta. «E vedrai che si salverà… se non è morto finora, vuol dire che è forte. E ora torniamo, che abbiamo lasciato il gregge incustodito.» Il vecchio si avviò seguito dal cane e poco dopo varcava il recinto di una fattoria mentre l’animale raggiungeva il gregge che pascolava poco distante. Spinse la porta della capanna ed entrò: «Guarda cosa ho trovato, figlia» disse rivolto a una donna non più giovane intenta a cagliare un gran vaso di latte. La donna, con mossa esperta, sollevata con un telo la cagliata, l’appese a un uncino che pendeva dal soffitto e si avvicinò al vecchio che, appoggiato il fagotto su una panca, l’andava aprendo con circospezione: «Ecco, vedi, l’ho trovato poco fa nel cavo del leccio grande… È certo uno di loro… devono averlo abbandonato questa notte col favore del buio e del brutto tempo. Certo ha un difetto… forse quel piedino… vedi? Non lo muove. Lo sai, quando non sono perfetti nel corpo li lasciano ai lupi, maledetti… Ma Krios lo ha scoperto e io voglio tenerlo».
La donna, senza dir nulla, andò a riempire di latte una vescica, vi creò una protuberanza allacciandone una parte, la forò con uno spillone e l’accostò alle labbra del piccolo che, sentito il tepore del liquido, cominciò a succhiare piano, poi sempre più avidamente.
«Eh, l’ho detto io che è forte!» esclamò il vecchio con soddisfazione. «Ne faremo un bravo pastore e così vivrà più a lungo che se fosse rimasto in mezzo a loro. Non dice forse il grande Achille a Odisseo negli Inferi che è meglio essere un umile pastore nel mondo del sole e della vita che un Re tra le ombre dei morti?»
La donna lo guardò con gli occhi grigi velati di tristezza: «Se è vero quello che dici, che gli dèi lo hanno colpito nel piede, egli resta pur sempre uno spartano, è figlio e nipote di guerrieri: non sarà mai uno di noi. Ma se vuoi io lo nutrirò e lo farò crescere».
«Certo che voglio, per Herakles! Siamo poveri e la sorte ci ha fatto servi ma possiamo almeno restituirgli la vita che gli era stata tolta. E poi potrà aiutarci nel lavoro. Io sono ormai vecchio e tu devi fare quasi tutti i lavori più pesanti. Hai desiderato la gioia di avere dei figli e hai perso il marito prima di poter concepire. Questo piccolo ha bisogno di te e potrà darti la felicità che provano le madri.»
«Ma se il suo piede è offeso» disse la donna scuotendo la testa «forse non potrà mai camminare e i nostri padroni ci avranno dato un peso in più da portare… È questo che vuoi?»
«Per Herakles! Il piccolo camminerà e sarà più forte e abile degli altri ragazzi. Non sai che la sventura rende più dure le membra degli uomini, più acuti i loro occhi, più rapida la mente? Sai ciò che si deve fare, figlia: tu abbine cura e non fargli mancare il latte fresco di vacca, ruba il miele del padrone se puoi, senza che se ne accorga. Il vecchio Kratippos è ormai più rimbambito di me e il figlio non pensa e non sogna che le cosce della sua bella moglie che può vedere solo una volta la settimana, quando lo lasciano uscire dalla caserma. Nessuno della famiglia si occupa più dei campi e delle greggi: non si accorgeranno nemmeno di una bocca in più da sfamare.»
La donna prese allora una cesta, vi mise dentro alcune pelli di agnello e una coperta di lana e vi depose il bambino che, sfinito dalla stanchezza e sazio per il pasto, si addormentò quasi subito. Il vecchio lo guardò compiaciuto poi andò a raggiungere il gregge, accolto festosamente dal cane che cominciò a saltellargli intorno abbaiando.
«Con le pecore! Accidenti a te, devi stare con le pecore, non con me! Piccolo bastardo incapace… Sono forse una pecora io? No, che non sono una pecora, sono il vecchio Kritolaos… vecchio pazzo… proprio così… Va’ via, ti ho detto! Ecco, bravo, così, porta in qua quelle bestie laggiù che stanno scendendo verso il dirupo!… Mah, una capra impazzita farebbe un migliore servizio!» Così brontolando il vecchio era giunto al bordo del prato su cui pascolava il gregge; ai suoi occhi appariva limpida la visione della valle in cui scorreva il nastro argenteo dell’Eurota. Al centro biancheggiava la città: una distesa di case basse coperte da piccole terrazze su cui si ergevano da una parte la mole dell’acropoli, dall’altra i tetti del tempio di Artemide Orthia, coperti di tegole rosse; sulla destra si distingueva la piccola strada polverosa che si perdeva lontano verso il mare.
Il vecchio contemplava pensoso la splendida vista che l’aria pulita rendeva più brillante ancora nei colori smaglianti della primavera incipiente, ma il suo cuore era altrove, la sua mente andava al tempo antico quando la sua gente, libera e potente, occupava la pianura fertile di messi, al tempo delle storie tramandate dagli anziani quando gli orgogliosi dominatori non erano ancora giunti a soggiogare il suo popolo fiero e sventurato. La brezza del mare soffiava carezzevole scompigliando i candidi capelli del vecchio, i suoi occhi sembravano cercare immagini lontane: la città morta degli Iloti sulla montagna di Ithome, le tombe perdute dei Re della sua gente, l’orgoglio calpestato… Ora gli dèi sedevano nella superba città dei dominatori… Quando sarebbe tornato il tempo dell’onore e del riscatto? Solo il belato delle pecore, il suono della servitù giungeva alle sue orecchie. Il suo pensiero tornò al piccolo che aveva strappato da poco a morte sicura: qual era la sua famiglia, quale la madre dalle viscere di bronzo che se l’era strappato di dosso, quale il padre che l’aveva consegnato alle belve del bosco?… Era quella la forza degli Spartiati? La pietà che lo aveva mosso, era quella la debolezza dei servi, dei vinti?
“Forse” pensò “gli dèi segnano per ogni popolo, come per ogni uomo, il suo destino e su quel sentiero bisogna camminare, senza volgersi indietro… Essere uomini, poveri mortali, preda delle malattie, delle sventure, come le foglie sono preda del vento… Ma anche conoscere, giudicare, ascoltare la voce del cuore e della mente… Sì, il piccolo storpio sarebbe diventato un uomo, per soffrire forse, per morire, certo, ma non all’alba della vita…”
Il vecchio sentiva in quel momento di aver mutato il corso di un destino già segnato. Il piccolo sarebbe diventato adulto e lui gli avrebbe insegnato tutto ciò che un uomo deve sapere per muovere i suoi passi per il sentiero della vita e anche di più. Gli avrebbe insegnato tutto ciò che un uomo deve sapere per mutare il corso del destino che gli è stato assegnato… Il destino di un servo… Un nome, bisognava dargli un nome; certo un nome era stato preparato per lui dai genitori, il nome di uno sterminatore. Che nome poteva imporre un servo a un altro servo? Un nome antico della sua gente? Un nome che ricordasse la dignità di un tempo?… No, egli non era parte di quella gente e il marchio del sangue non si cancella, ma non era nemmeno più figlio di Sparta: la città lo aveva ripudiato. Pensò a una delle tante, vecchie storie che i bambini gli chiedevano spesso di raccontare nelle sere d’inverno: “… In un tempo molto antico, quando gli eroi camminavano per le strade del mondo, il dio Efesto aveva costruito un gigante tutto di bronzo, perché custodisse il tesoro degli dèi che stava nascosto in una profonda grotta dell’isola di Lemno. Il gigante si muoveva e camminava proprio come se fosse vivo, perché nella cavità del suo corpo immenso il dio aveva versato un liquido prodigioso che lo animava. Il liquido poi era sigillato con un tappo, pure di bronzo, posto in fondo al tallone perché nessuno lo vedesse. Nel piede sinistro, dunque, stava il punto debole del colosso il cui nome era Talos.”
Il vecchio socchiuse gli occhi: “Il nome dovrà ricordargli la sua sventura, mantenere viva in lui la forza e la rabbia… Si chiamerà Talos”. Si alzò appoggiandosi al vincastro reso lucido dalle grandi mani callose e andò a raggiungere il gregge. Il sole cominciava a declinare verso il mare e dalle capanne sparse sulla montagna si alzavano esili fili di fumo: le donne cominciavano a preparare le magre cene per i loro uomini che tornavano dal lavoro; era tempo di adunare il gregge. Il vecchio fischiò e il cane cominciò a correre intorno alle pecore che si raggrupparono belando; gli agnelli che saltellavano sul prato corsero a rifugiarsi sotto il ventre delle madri mentre l’ariete si poneva alla testa del gregge per guidarlo allo stabbio. Rinchiusi gli animali e separati i maschi dalle femmine, Kritolaos cominciò la mungitura raccogliendo il latte fumante in un orcio. Da questo, poi, attinse una ciotola che portò con sé nella capanna: «Ecco qua,» disse entrando «ecco il latte fresco per il nostro piccolo Talos».
«Talos?» domandò sorpresa la donna.
«Sì, Talos, è questo il nome che ho scelto per lui, così ho deciso, e così deve essere. Come sta piuttosto? Lascia vedere… Oh, mi pare che andiamo molto meglio, non è vero?»
«Ha dormito gran parte della giornata e si è svegliato poco fa, doveva essere sfinito, povera creatura, deve aver pianto fino a che ha avuto fiato, infatti non riesce a emettere alcun suono… A meno che non sia anche muto.»
«Macché muto! Gli dèi non colpiscono mai lo stesso uomo con due bastoni… Almeno così dicono.» Proprio in quel momento il piccolo fece udire un gemito.
«Visto? Non è affatto muto, anzi sono sicuro che questo pulcino ci farà spesso sobbalzare nel sonno con i suoi strilli.» Così dicendo si avvicinò al cesto di vimini in cui giaceva il bambino, allungando una mano per accarezzarlo, e subito il piccolo afferrò saldamente l’indice nocchiuto del pastore stringendolo con forza.
«Per Herakles! Con le gambe andiamo male ma le mani le abbiamo forti, eh? Così, così, stringi forte, piccolo! Non lasciarti sfuggire dalle mani ciò che è tuo e nessuno te lo potrà togliere…»
Dalle fessure della porta penetravano i raggi del sole morente, si posavano sulla canizie del vecchio suscitandone riflessi dorati, sulla pelle del piccolo che diventava d’ambra e d’alabastro, sulle povere suppellettili della capanna annerite dal fumo. Il vecchio appoggiò il bambino sulle ginocchia sedendosi su una panca, prese dalla tavola un pane scuro e un pezzo di formaggio e cominciò a consumare la sua cena. Giungeva dallo stabbio il belato degli agnelli, dal margine della radura il respiro profondo della foresta, l’inno struggente dell’usignolo.
Era il momento delle ombre lunghe, il momento in cui gli dèi sciolgono le pene dai cuori degli uomini e inviano loro dalle nubi di porpora il sonno che tutto placa e assopisce… Ma laggiù, nella pianura, la casa superba dei Kleomenidi era già inghiottita dall’ombra cupa e fredda della montagna tremenda. Dalle sue vette boscose scendevano a valle l’angoscia e la pena. Nel letto coniugale la donna fiera di Aristarchos fissava con occhi attoniti le travi del soffitto, nel cuore impietrito ululavano i lupi del Taigeto e ai suoi orecchi risuonava secco il serrarsi delle mascelle d’acciaio… Si accendevano nelle tenebre gli occhi gialli. Né potevano consolarla le grandi braccia del marito, né l’ampio petto, né il dolce pianto che libera il cuore dalla pena…
Zoppicando sulla gamba malferma, il vincastro stretto nella mano sinistra, Talos spingeva il suo gregge lungo le rive fiorite dell’Eurota; intorno a lui un vento leggero faceva ondeggiare un mare di papaveri, nell’aria si spandeva acuto l’odore del rosmarino e del timo. Il ragazzo si arrestò, madido di sudore, a rinfrescarsi nell’acqua del fiume mentre le pecore, oppresse dalla calura, andavano a sdraiarsi, una dopo l’altra, sotto un olmo che spandeva un po’ di ombra dalle poche fronde bruciate dal sole. Il cane venne ad accucciarsi vicino al pastorello; scodinzolando uggiolava sommesso poi, ottenuta una carezza sul pelo irto di avena e di lupini, si accostò di più al piccolo padrone e cominciò a lambirgli lentamente il piede rattrappito, come se leccasse una ferita dolorante. Il ragazzo fissava la bestiola con occhi profondi e sereni, arruffandole di tanto in tanto i folti peli del dorso, ma il suo sguardo diveniva improvvisamente torbido quando si fissava lontano, verso la città. L’acropoli, calcinata dal sole, emergeva appena dalla piana come un fantasma inquietante nel tremolare dell’aria arroventata, nel frinire assordante delle cicale.
Talos trasse dalla bisaccia che portava a tracolla il flauto di canna che Kritolaos gli aveva donato e cominciò a suonare: una melodia leggera e fresca si diffuse tra i papaveri del campo, si mescolò al gorgoglio del fiume e al canto delle allodole che a decine si alzavano intorno a lui salendo abbacinate verso il globo fiammeggiante e ricadendo come fulminate tra le stoppie e le erbe ingiallite. Poi la voce del flauto si fece improvvisamente cupa come quella di una fonte che zampilla dal buio di una grotta, dal ventre profondo della montagna. L’anima del piccolo pastore vibrava intensamente nella musica del suo strumento. Ogni tanto egli lasciava il flauto e alzava lo sguardo in direzione della strada polverosa che giungeva da settentrione, come se stesse attendendo qualche cosa.
«Ho visto i pastori delle terre alte, ieri» aveva detto il vecchio. «Dicono che i guerrieri stanno per tornare e con essi molti dei nostri che servono nell’esercito come portatori e mulattieri.» E Talos voleva vederli; per la prima volta era sceso col gregge dai monti nella pianura per vedere i guerrieri di cui tanto aveva sentito parlare… Con rabbia,...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Lo scudo di Talos
  4. PARTE PRIMA
  5. PARTE SECONDA
  6. Copyright

Domande frequenti

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