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«È inumano essere soltanto un uomo»

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«È inumano essere soltanto un uomo»

Informazioni su questo libro

Il dibattito avviato dall'etnografia amazzonica oltre trent'anni fa ha conosciuto un interesse crescente, congiungendo sensibilità e interessi della disciplina antropologica con concetti affiorati in altri campi, ma anche le crescenti preoccupazioni nate dalla diffusa consapevolezza della drammatica crisi ambientale e la discussione intorno ai temi dell'Antropocene e del Capitalocene.Il numero riprende da un lato alcuni di questi temi più generali, anche alla luce di quei contributi che, già prima della cosiddetta «svolta ontologica», avevano offerto le premesse per ripensare gli sviluppi dell'antropologia, dall'altro muove da concrete etnografie in grado di rivelare la tensione epistemologica, economica e politica che nutre l'attuale dibattito.

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Informazioni

Contributi

Il capitalismo e i cani.
Danaro e desiderio

Sergio Benvenuto
Molti amici col cuore e il cervello a sinistra amano raccontare una barzelletta antisemita – di certo inventata da qualche ebreo. C’è un tycoon ebreo, re del pesce in scatola. L’efficienza della sua azienda è universalmente riconosciuta. Un giorno però un suo cliente, un grossista, entra furibondo nel suo ufficio chiedendo la restituzione del pagamento per una grossa partita di sardine in scatola. L’ebreo casca dalle nuvole: “Ma come, l’imballaggio delle scatole non era perfetto? Non le sono state consegnate nel tempo stabilito?”. Al che il cliente: “Tutto a posto da questo punto di vista. Ma ho aperto scatole a caso e ho assaggiato il contenuto: le sardine erano tutte marce!”. A quel punto l’ebreo scoppia a ridere: “Le ha mangiate? Ma le mie sardine sono fatte solo per essere comprate e vendute, vendute e comprate…”.
Questa barzelletta appare molto profonda a chi ha una formazione marxista, perché pare esemplificare la specifica perversità del capitalismo, ovvero che il valore di scambio si sostituisce al valore d’uso. Non conta che si goda delle sardine mangiandole, conta che si comprino e si vendano, che si scambino. Ovvero, il capitalismo sarebbe essenzialmente speculativo.
1. Il termine speculazione ha attratto molti filosofi, data la sua omonimia con la speculazione teorica, la sua contiguità con lo speculum del ginecologo e con lo specchio, speculum, da cui derivano tutti questi termini. Potremmo dire che per la filosofia anti-­capitalista di oggi la speculazione finanziaria è il vero specchio del capitalismo (la famigerata finanziarizzazione dell’economia).
Lo speculatore è figura malefica per molti, perché è qualcuno che non produce nulla e si arricchisce sfruttando semplicemente lo scarto di prezzo tra l’acquisto e la vendita di un bene. Non gode del bene, né permette ad altri di goderne, ma lo tiene in mora per lucrare su una differenza puramente finanziaria. Lo speculatore è uno sfruttatore del tempo. Ciò che a molti appare un caso-limite dello scambio, una quasi-patologia del mercato, viene invece eletto, da chi critica il capitalismo, a essenza stessa del capitalismo: per esso non conta far godere esseri umani, ma accumulare danaro.
È singolare però che l’uomo eletto a primo eroe della speculazione filosofica, Talete, sia descritto anche come il primo speculatore che si conosca: si arricchì grazie a un’operazione squisitamente speculativa sui frantoi per l’olio, dimostrando ai suoi concittadini che anche i filosofi possono arricchirsi, se vogliono.1
Questa denuncia della natura (intimamente) speculativa del capitalismo cozza però con la sua straordinaria capacità – che Marx riconosceva – di produrre una quantità crescente, straripante, di beni di consumo.2 La crescita del pil delle nazioni comincia poco prima del xix secolo proprio con il capitalismo, prima le economie erano per lo più stagnanti. Marx lo dice nel primo paragrafo di Das Kapital: “La ricchezza (Reichtum) di quelle società in cui prevale il modo di produzione capitalista si manifesta come una ‘immensa accumulazione di merci (Waren)’”. Certo, la ricchezza è costituita non esattamente da beni di consumo (e per consumo si intende: goderne) ma da merci, ovvero da oggetti che si scambiano. In effetti, una merce è, semplicemente, un oggetto che si scambia con un altro oggetto.
Nelle società dove si pratica il baratto, se scambio trenta uova contro cinquanta mele, mettiamo, quelle uova e queste mele sono già merci. Anche le società più primitive hanno forme di mercato, di scambio economico, forme di moneta… Gli antropologi3 distinguono accuratamente lo scambio commerciale delle società primitive dallo scambio dei doni in queste società, che è un circui­to del tutto diverso.4
L’economia detta classica, tra cui Marx, si interrogava soprattutto sul valore economico, che si legava alla produzione di beni (ovvero di merci). Non si occupava dell’utilità. All’epoca, in effetti, si dava per scontato che si producessero beni sicuramente utili, che insomma – se non troppo cari – chiunque avrebbe voluto comprare. Per esempio, il valore d’uso di capi di vestiario andava da sé. Da qui l’idea che il valore di una merce venisse dal lavoro, la teoria (che ha tutto un retroterra metafisico) del valore-lavoro. Oggi sappiamo che non è così. Posso far lavorare centinaia di operai per produrre quintali di pantaloni, ma se questi pantaloni risultano fuori moda, non se li comprerà nessuno, il loro valore sarà quasi nullo. Il capitalismo non è solo un modo di produzione, è anche un modo di offrire beni desiderabili, e di rendere desiderabili certi beni. Il marketing è parte integrante del capitalismo.
All’inverso, posso mettere sul mercato beni di grande valore che non hanno richiesto alcun lavoro. Se ho ereditato un casale costruito nel xv secolo, con una vista incantevole in Toscana, posso venderlo o affittarlo a caro prezzo. Il valore di quel casale non dipende certo dal lavoro che occorse sei secoli fa, ma dal fatto che quel vecchio edificio è desiderabile. Al contrario, quei pantaloni fuori moda che hanno richiesto tanto lavoro, non sono vendibili perché non sono desiderabili.
Tutto il pensiero economico post-classico si basa sulla categoria di desiderio. E il desiderio implica un altro concetto strettamente correlato: quello di mancanza.
Gli economisti classici si chiedevano che cosa ci si guadagnasse in uno scambio, dato che per definizione si scambiano cose con eguale valore economico. Non si rendevano sempre conto del fatto che nell’economia è sempre una faccenda di desiderio, e i desideri sono sempre soggettivi, particolari. Se vendo una certa quantità di mele contro una certa quantità di uova, è perché personalmente manco di uova, mentre ho un eccesso di mele. Si scambiano sempre cose di cui qualcuno manca con cose che questo qualcuno ha in eccesso. Mancanza ed eccesso sono i due poli dello scambio economico.5 Il danaro è sempre qualcosa che abbiamo in eccesso (anche se ne abbiamo ben poco) perché non possiamo (o non vogliamo) consumarlo: più ho di questo eccesso, più ho possibilità di procurarmi cose di cui manco (perché le desidero).
In verità quando la moneta si materializzava in metalli – oro, argento, rame – questo carattere di “eccessività” della moneta era velato dal fatto che questi metalli potevano essere anche oggetti d’uso. Erano monete velate. Così secoli fa si convertiva l’oro in collane o altri monili che indossavano le mogli a passeggio – all’epoca le donne indossavano danaro.
Ma che la moneta possa essere nulla di prezioso, anzi, qualcosa che non ha alcun uso (a parte quello di essere scambiata) lo sapevano anche i nativi amerindi. Difatti usavano come moneta le conchiglie, moneta che adottarono tanti coloni americani prima del dollaro.6
La famosa legge di Gresham recita: “La moneta cattiva scaccia sempre la moneta buona”.7 “È forse l’unica legge economica che non sia stata mai seriamente contestata, per l’eccellente ragione che non ha mai avuto un’eccezione di rilievo.”8 Questo perché la moneta era costituita da metalli che avevano valore in sé: allora si preferiva tenere le monete d’oro in casa e non spenderle, mentre si mettevano in circolazione quelle di materiale più vile. Insomma, per “moneta buona” si intendeva un mezzo di scambio che aveva anche un valore d’uso in sé, per “moneta cattiva” un oggetto che in sé non valeva niente, come le conchiglie dei pellerossa. Fino al xviii secolo negli Stati Uniti, infatti, furono usati come monete il tabacco, il riso, il bestiame, il bourbon e il brandy… tutte cose che si potevano anche consumare. Pare che le prime banconote siano state messe in circolazione in Europa dal Banco di Stoccolma nel 1666.
Oggi si stanno sviluppando altre monete “parallele”, le criptovalute. I bitcoin sono i più noti. Potrebbero prendere il posto delle monete garantite dalle banche centrali.
Insomma, se è esatta la legge di Gresham, allora diremo che la moneta è destinata a diventare sempre più cattiva. La moneta puramente virtuale di oggi è quindi la moneta peggiore che possa esistere, ma proprio per questo risulterà vincente. Le banconote possono essere ancora usate per accendere il camino o come carta igienica, ma cosa fare di numeri in un computer? Nulla, sono puro valore di scambio. La peggiore moneta che esista, quindi vera moneta.
Il legislatore di Sparta, Licurgo, aveva abolito gli scambi in oro e in argento, e aveva imposto il pelanor, una moneta di ferro inservibile perché troppo fragile e ingombrante.9 La moneta di oggi è un pelanor leggerissimo.
Del resto, il nostro termine numero viene da nummus, moneta: che l’essenza della moneta fossero numeri era chiaro sin dai primordi.
2. Trovo strano che molti psicoanalisti, in particolare lacaniani, non colgano il fatto ch...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Premessa
  3. Pluralismo ontologico e diversità culturale
  4. Storia come stregoneria
  5. La sfida della politica ontologica
  6. Cannibalismo e predazione. Viveiros de Castro e la filosofia amerindia
  7. Abidjan, 1974: nel laboratorio di Latour
  8. Ontologie del disordine sull’altopiano dogon
  9. Quanti Grubb ci sono davvero? Il discorso antropologico tra epistemologia e ontologia
  10. Contributi