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Carlo V e i grandi imperi
Informazioni su questo libro
Il Cinquecento fu il secolo in cui finì per sempre il sogno della
monarchia universalis di emanazione divina teorizzata da Carlo Magno e che Carlo V, quale imperatore di mezza Europa e del Nuovo Mondo, cercò di tradurre in realtà. Al contrario, gli Stati dinastici europei si consolidarono, cementando il potere con il rafforzamento delle casate, politiche matrimoniali, eserciti stabili e di dimensioni sempre maggiori, alleanze variabili per reprimere ogni tentativo, da parte di singoli Paesi, di acquisire una posizione egemonica in Europa. Nel Cinquecento nacque, in Italia con Niccolò Machiavelli, anche il pensiero politico moderno, che si sarebbe sviluppato in un clima di grande dibattito tra i sostenitori degli Stati assolutisti (rinuncia alla libertà in cambio di sicurezza) e i fautori invece di un riequilibrio del rapporto tra libertà individuali e poteri dello Stato, embrione della futura ideologia alla base delle rivoluzioni in Inghilterra, America e Francia.
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StoriaCategoria
Didattica generaleGLI EVENTI
LA “MONARCHIA UNIVERSALE”
Il 1519 fu un anno fatidico per l’Europa: con l’elezione a imperatore di Carlo V d’Asburgo, si delineò per il Vecchio Mondo la possibilità di reggersi nella forma di un organismo politico unitario, nel quale il supremo potere di comando sarebbe stato detenuto da una sola persona.
L’ipotesi, fondamentalmente non realizzabile, non aveva precedenti nella storia del Vecchio Mondo; nondimeno, essa si configurò come la riattualizzazione di un passato mitico. Il nuovo impero di Carlo V sarebbe stato un’ideale rievocazione di quello che si era avuto sotto Carlo Magno sette secoli prima. Beninteso, il modello carolingio rimaneva irripetibile. La sua parte occidentale si era ormai trasformata nel Regno di Francia, ossia lo Stato più aggressivo dell’Europa rinascimentale, la cui potenza fu in grado di ostacolare, e alla lunga di far crollare, quella che rimase un’utopia.
La componente progettuale dell’operato di Carlo V, pur nella sua sproporzione rispetto al dato di realtà, merita la nostra attenzione. Dopo un lungo periodo di eclissi, il Sacro Romano Impero riprese consistenza e si propose come una forza storica alternativa al caos del particolarismo sfrenato che, fra Tardo Medioevo e Rinascimento, aveva sospinto popoli e principi in un gorgo di conflitti senza fine.
Come sempre, la pace avrebbe avuto un prezzo che non tutti furono disposti a pagare. Contestazioni e rimproveri piovvero a dirotto sulle intenzioni che mossero questo Sovrano dalla tempra impassibile e scrupolosa, severo con se stesso e poco portato a slanci o alzate d’ingegno. Si volle vedere in lui un tiranno freddo e metodico, tendente a strumentalizzare la religione di cui si mostrava zelatore: dunque un personaggio machiavellico. Si trattò però di accuse spesso dettate dalla malafede.
Il riordino dello spazio geopolitico europeo perseguito da Carlo V e dai suoi consiglieri non intendeva preludere all’imposizione di una soffocante cappa uniformatrice. Si qualificava piuttosto come una sanatoria che avrebbe portato rispetto alla realtà esistente. L’autorità dell’Imperatore non avrebbe cancellato i ranghi intermedi, rappresentati dai regni, dai principati e dalle signorie: queste entità politiche avrebbero mantenuto la loro sovranità, ma in modo relativo. Sarebbero cioè state subordinate a un vertice, il quale avrebbe goduto non di un potere illimitato, bensì di una posizione di preminenza istituzionale.
L’Imperatore si sarebbe posto come il presidente di un tribunale supremo e come il regista delle grandi iniziative da prendere in comune nei settori nevralgici: la pace, la guerra, la riforma della Chiesa.
Sopra ogni altra: una grande crociata contro gli “infedeli”, che fu il sogno impossibile di tutta la sua vita. Questo modello organizzativo, volto a dare all’Europa una struttura flessibile e pluralista ma al tempo stesso coesa, fu promosso da una cerchia di intellettuali-funzionari legati alla corte imperiale, tra i quali spiccava il piemontese Mercurino Arborio da Gattinara, che fu l’ultimo a detenere la dignità di gran cancelliere: dopo di lui, Carlo diminuì le prerogative di questa carica e ne suddivise le mansioni tra almeno due responsabili.
Uomo imbevuto di cultura umanistica, Gattinara fu profondo conoscitore di una tradizione medievale di pensiero che annoverava nomi illustri, tra cui quello di Dante Alighieri. Ricordiamo che Dante nella Monarchia affermò che per la pace e il benessere del mondo è necessaria l’esistenza di un potere decisionale ultimo, definito appunto come “monarchia”, che tutti devono accettare in quanto conforme al disegno della Provvidenza. La sua sovranità è universale e ha carattere laico, in quanto non dipende dalla Chiesa ed è anzi anteriore al cristianesimo, in quanto fu istituita dal popolo di Roma con la creazione dell’Impero.
Altri autori tardomedievali, tra cui Guglielmo di Ockham e Marsilio da Padova, affermarono la necessità che il potere direttivo della comunità europea scaturisse da un’unica fonte, in modo da assicurare il buon ordine del mondo. Ribadirono anche che l’obbedienza all’autorità imperiale non aveva bisogno della convalida proveniente dal supremo potere religioso, ossia dal papato. In ciò, essi furono già moderni: si collocarono cioè al di fuori del principio di legittimazione tipico del Medioevo, secondo cui il potere religioso sta al di sopra del potere politico e ne stabilisce la validità.
Le idee di cui si nutrì il progetto politico di Carlo V non erano dunque nuove, ma presenziavano da almeno due secoli nel dibattito culturale di un’Europa contrapposta fra Ghibellini, sostenitori dell’Impero, e Guelfi, partigiani del Papato e delle sue intromissioni nella politica profana.
Nessuno però aveva mai visto, fino a Carlo V, un imperatore dotato di un bagaglio tanto cospicuo di risorse materiali, con le quali tradurre in pratica quelle nozioni che ai tempi di Dante apparivano come null’altro che pretese virtuali.
Prese così corpo l’idea di Europa come una comunità di destino avente la propria guida in un solo uomo, che non sarebbe stato il papa – come avevano affermato i sostenitori della teocrazia pontificia medievale – ma l’imperatore.
L’idea di un potere di comando che sta al di sopra degli altri venne espressa attraverso il termine di “monarchia universale” (in latino: monarchia universalis). Nel 1519 Gattinara scrisse entusiasta al neoeletto Imperatore:
“VOI SIETE SUL CAMMINO DELLA MONARCHIA UNIVERSALE.”
Questa formula, già nota e rilanciata sotto Carlo V per definire il traguardo della sua azione di governo, alludeva più a un carisma che a un programma. La sua attuazione era collocata in un insieme alquanto vago di obiettivi, su cui non sussisteva un consenso neppure all’interno del fronte dei sostenitori. Condivisa da tutti era la constatazione che l’Europa necessitava di essere liberata dalla piaga della conflittualità interna fra i suoi membri, mentre al suo esterno essa richiedeva di essere protetta dalle aggressioni dei nemici che si qualificavano per tali sul piano religioso: i turchi ottomani e i corsari barbareschi.
Di qui la necessità di dotare il Vecchio Mondo di una cabina di regia, rappresentata da un imperatore capace di esercitare le mansioni che la sua carica comportava, che erano quelle di paciere, di conciliatore, di alto giustiziere, di tutore dell’ordine e di difensore armato contro gli aggressori esterni.
La politica di potenza di questo o quel sovrano europeo avrebbe dovuto sottostare al verdetto dell’autorità imperiale, la quale avrebbe tenuto a freno gli insolenti, muovendosi sulla base del principio del bene comune.
La macchina propagandistica al servizio di Carlo V fu attenta nel mettere in risalto la differenza tra le guerre “private”, che questo o quel principe intraprendeva per autodifesa o per sete di conquista, e le guerre di interesse pubblico, che l’Imperatore avrebbe deciso non in vista di un guadagno per se stesso, ma al fine di ripristinare la giustizia nei rapporti fra gli Stati.
MOLTI MONDI IN UN SOLO PERSONAGGIO
Lo Stato dinastico fu la componente di base che servì a edificare quell’unicum nella storia del mondo, che fu l’Impero di Carlo V. La sua vocazione a tenere insieme parti eterogenee e geograficamente distanti fra loro derivò dalla struttura composita, che fu una caratteristica comune a tutti i regni e principati dell’epoca, riscontrabile a partire dal primo territorio su cui Carlo regnò: il ducato di Borgogna.
Durante la Guerra dei Cent’Anni (1337-1453), approfittando dell’arretramento sofferto dal Regno di Francia, i duchi di Borgogna intrapresero un’ambiziosa politica di ingrandimento con il proposito di creare nel cuore dell’Europa un corridoio nord-sud che dal Mare del Nord avrebbe portato ai valichi delle Alpi e di lì avrebbe guardato all’Italia. Attraverso una combinazione di alleanze matrimoniali e di successioni ereditarie, essi aggregarono i Paesi Bassi alla culla del loro dominio, rappresentato appunto dalla Borgogna e dalla Franca Contea. Conseguirono poi una parte dell’Alsazia e della Lorena, attaccarono la Confederazione elvetica e minacciarono la Savoia. Senza possedere sbocchi nel Mediterraneo, essi furono capaci di farvi percepire la loro presenza, mediante l’assidua collaborazione che prestarono ai progetti di crociata lanciati dai papi nel corso del XV secolo, prima e dopo la caduta di Costantinopoli.
Nel contempo, la Corte di Borgogna si affermò come scuola di raffinatezza che non aveva pari nell’Europa del tempo: i suoi rituali, universalmente noti e imitati nel mondo aristocratico, diedero origine al codice dominante nella corte di età moderna.
Quest’elaboratissima politica di immagine fu un punto di forza destinato a sopravvivere alla scomparsa dello Stato borgognone, che alla prova delle armi si rivelò dotato di una potenza militare piuttosto inferiore alle attese e venne schiacciato dalla Confederazione elvetica a più riprese, fino alla Battaglia di Nancy in cui nel 1477 perse la vita l’ultimo duca, Carlo il Temerario.
Questi lasciò una figlia, Maria, che divenne l’erede di un patrimonio territoriale caduto in preda alla corrosione da parte degli avversari, a cominciare dal re di Francia che occupò la Borgogna approfittando del vuoto di potere e si preparò a fare lo stesso con i Paesi Bassi. Per salvare questa parte così preziosa dell’eredità borgognona, venne combinato in tutta fretta il matrimonio fra Maria e Massimiliano d’Asburgo, in modo da dare a quest’ultimo un motivo per intervenire a respingere l’invasione francese. Il figlio della coppia, Filippo il Bello d’Asburgo, ebbe i natali nelle Fiandre dove nacque anche suo figlio, il futuro Carlo V. Filippo e Carlo si considerarono a tutti gli effetti dei principi borgognoni e crebbero in un’atmosfera densa di nostalgia per gli splendori di un ambiente culturale a cui essi sentivano di appartenere intimamente.
LA GERMANIA DEGLI ASBURGO E IL SOGNO DELLA RENOVATIO IMPERII
Il Sacro Romano Impero fu sempre, nel corso di un’esistenza durata all’incirca un millennio fra crisi e rinascite, una strana costruzione politica. Era una sorta di confederazione formata da un migliaio di territori, di cui circa 390 erano dotati di una forma parziale di sovranità che consentiva ai loro titolari di gestire in sostanziale indipendenza una politica estera e una diplomazia, talora in contrasto con le direttive dell’Imperatore. Alcuni di questi territori erano molto grandi e costituivano delle potenze di calibro europeo, contraddistinte da notevole protagonismo, come il marchesato di Brandeburgo, i ducati di Sassonia e di Baviera, la contea del Palatinato. Altri territori consistevano in una città o in un principato ecclesiastico retto da un vescovo o da un abate, oppure in una signoria rurale di dimensioni alquanto variabili.
Gli Asburgo figuravano tra i maggiori possidenti di tutto l’Impero, ma erano una famiglia principesca come le altre.
Il cospicuo patrimonio, l’appoggio della Chiesa romana e il prestigio che avevano cumulato grazie anche a una rete internazionale di alleanze matrimoniali permise loro di assicurarsi la detenzione del titolo imperiale con continuità a partire dalla metà del XV secolo. Ma va ricordato che la dignità era elettiva e ricadeva sulla responsabilità di un collegio di sette membri, di cui quattro laici e tre ecclesiastici, secondo la procedura fissata dalla Bolla d’Oro del 1356. Nel 1512 per volere di Massimiliano I d’Asburgo, il nonno di Carlo V, quest’organismo politico assunse la denominazione di Sacro Romano Impero della nazione germanica, a sottolineare il ripiegamento sulla sua identità tedesca per rivalità con la Francia, ormai non più considerabile come un membro della compagine imperiale ma come sua antagonista.
Un’altra questione spinosa, sempre afferente a ciò che stava dentro e ciò che stava fuori dai confini del Sacro Romano Impero, era rappresentata dall’Italia centro-settentrionale, ossia l’antico Regno d’Italia che Carlo Magno aveva aggregato ai suoi possedimenti, ma che i suoi successori avevano perduto. Nell’epoca da noi trattata, la sovranità imperiale al di qua delle Alpi era un ricordo del passato: ne restava traccia nel titolo, puramente nominale, di “re dei Romani” che il futuro Imperatore portava prima dell’incoronazione solenne, la quale secondo la tradizione doveva avere luogo a Roma per mano del papa. Anche questo rituale divenne sempre più problematico da attuare.
Nella sua discesa a Roma, il re dei Romani era tenuto ad attraversare territori che avrebbero dovuto prestargli l’obbedienza, ma un simile riconoscimento tendeva a essere negato dai potentati italiani a cominciare da Venezia, signora di un terzo della Val Padana e padrona di diversi valichi alpini. L’ultimo imperatore che ricevette a Roma la corona imperiale fu Federico III d’Asburgo, padre di Massimiliano e dunque bisnonno di Carlo V, nel 1452.
La millenaria storia del Sacro Romano Impero fu punteggiata da momenti di eclisse, a cui seguirono fasi di rilancio che vennero celebrate come espressioni della forza di autorigenerazione che era insita nella natura sacrale dell’Impero, erede della Roma antica. Il mito della renovatio Imperii, apparso più volte durante il Medioevo, fu utilizzato anche da Carlo V per esaltare il suo programma di riconsolidamento dell’autorità imperiale, che ai suoi tempi versava in uno stato di disfacimento.
Un passaggio obbligato di tale programma stava nella riacquisizione del controllo della penisola italiana.
Dal punto di vista politico, l’Italia del primo Cinquecento era un mosaico di Stati di grandezza e di conformazione istituzionale quanto mai disparate fra loro. Irrimediabilmente frammentata e litigiosa, la Penisola ospitava un insieme di popoli che erano accomunati dalla lingua, dalle tradizioni culturali e dall’orgoglio di sentirsi eredi di un’antica grandezza. Nell’immaginario collettivo, e specialmente se vista dall’esterno, l’Italia rappresentava però un’entità unitaria, e soprattutto costituiva una preda molto appetibile. Era infatti la terra della prosperità e della civiltà, allietata da un’opulenza derivante da un’economia assai sviluppata tanto nel settore agricolo, specialmente nella fertile pianura padana, quanto nelle attività manifatturiere, commerciali e bancarie. Le sue classi dirigenti, pur viziate dalla miopia, erano contraddistinte dal gusto per lo sfarzo, la ricercatezza e l’innovazione nei più disparati campi: le arti, le lettere, le scienze, la tecnologia.
Va inoltre ricordato che la posizione strategica della Penisola bisettrice del Mediterraneo rendeva il suo controllo una premessa indispensabile per qualsiasi progetto di offensiva ai danni del nemico della fede, fosse esso rappresentato dai corsari barbareschi del Nordafrica oppure dagli Ottomani ormai subentrati all’Impero bizantino.
Per tutto questo complesso di motivi, gli imperatori germanici del Medioevo ritennero che senza l’acquisizione dell’Italia il progetto di renovatio Imperii sarebbe rimasto incompleto.
Carlo V la pensò allo s...
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