La biblioteca delle ultime possibilità
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La biblioteca delle ultime possibilità

  1. 288 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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La biblioteca delle ultime possibilità

Informazioni su questo libro

June Jones, timida bibliotecaria trentenne, non ha mai lasciato il sonnolento villaggio inglese in cui è cresciuta. Solitaria e riservata, preferisce trascorrere il tempo sepolta nei libri piuttosto che avventurarsi nel mondo, e si chiude sempre di più in se stessa e nei ricordi, sopravvivendo con cibo da asporto cinese e rileggendo i suoi libri preferiti a casa.

A un certo punto, però, il consiglio comunale annuncia di voler chiudere la biblioteca dove June lavora e lei è costretta a uscire da dietro gli scaffali e trovare il coraggio necessario per salvare il proprio lavoro, il cuore della comunità e il luogo che custodisce i ricordi più cari di sua madre.

Un gruppo di eccentrici ma devoti frequentatori della biblioteca decide di portare avanti una campagna, "Friends of Chalcot Library", per impedirne la chiusura e June, sostenendo la stessa causa, si apre ad altre persone per la prima volta da quando sua madre è morta e scopre cosa vuol dire avere degli amici.

Incontra inoltre Alex Chen, un vecchio compagno di scuola diventato avvocato, che è tornato in città per prendersi cura del padre malato, ed è disposto a dare una mano. I sentimenti di Alex per June sono evidenti a tutti tranne che a lei, ma la vita riserva sempre delle sorprese e, per salvare il luogo e i libri che significano così tanto, June dovrà finalmente imparare a fidarsi degli altri. Per una volta, è determinata a non cadere senza lottare. E forse, combattendo per la sua amata biblioteca, potrà salvare anche se stessa.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2022
eBook ISBN
9788835712787

1

Si capisce molto di una persona dai libri che prende in biblioteca.
A June piaceva fare un gioco quando c’erano momenti di quiete al lavoro. Sceglieva un visitatore e inventava la storia della sua vita in base ai libri che leggeva. Quel giorno toccò a una signora di mezza età che aveva preso in prestito due romanzi di Danielle Steel e The Rough Guide to Iceland. Dopo qualche riflessione decise che la donna era intrappolata in un matrimonio privo di amore, magari con un marito rozzo e aggressivo. Stava progettando di fuggire a Reykjavík, dove si sarebbe innamorata di un vigoroso islandese barbuto. Ma proprio quando credeva di avere trovato la vera felicità, il marito l’avrebbe rintracciata annunciandole…
«Oh, questo era proprio un mucchio di stronzate.»
June venne strappata alle sue fantasticherie da Mrs Bransworth, che si era piazzata davanti al banco e le stava sventolando un libro sotto il naso. Era Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro.
«Un’inutile montagna di spazzatura. Gentiluomini e servitù? Propaganda capitalista, più che altro. Perfino io avrei saputo fare di meglio.»
Mrs B andava in biblioteca più volte alla settimana, con indosso un montone vecchissimo e un paio di guanti senza dita, anche in piena estate. Sembrava scegliere i libri a casaccio; un giorno era un manuale di idraulica, quello dopo un premio Nobel. Ma qualunque cosa prendesse in prestito, l’esito era sempre lo stesso.
«Sto pensando di restituire la tessera della biblioteca in segno di protesta.»
«Mi dispiace, Mrs Bransworth. Potrei farle scegliere tra i nuovi arrivi per prima, se vuole.»
«Scommetto che sono tutte schifezze» rispose Mrs B, e si diresse infuriata verso lo scaffale dei libri di sport, lasciando aleggiare intorno al banco un lieve odore di capra bagnata.
June finì di caricare l’antiquato carrello dei resi e si mise a fare il giro della sala. La Chalcot Library occupava quella che un tempo era stata la scuola del villaggio, un edificio in mattoni rossi pieno di spifferi risalente agli anni Settanta dell’Ottocento. Era stato convertito in biblioteca ottant’anni dopo, ma aveva mantenuto molti dei suoi elementi originari, compreso il tetto in ardesia che gocciolava quando pioveva forte, le assi del pavimento che scricchiolavano sotto i piedi, e una tenace famiglia di topi che si facevano strada a morsi tra gli scatoloni dell’archivio nel sottotetto. Il consiglio di contea aveva rinnovato l’arredamento dello stabile per l’ultima volta negli anni Novanta, con luci al neon e una moquette verde istituzionale. Ma a June piaceva immaginare come doveva essere stato nella sua prima versione, quando bambini con le facce sporche si sedevano nelle file di banchi, dove adesso erano disposti gli scaffali, e imparavano a scrivere l’alfabeto su tavolette polverose come in una scena di Jane Eyre.
Quando stava per arrivare in fondo alla sala vide la sua capa venirle incontro, con una copia della Signora Dalloway che spuntava dalla borsetta.
«Ho bisogno di parlarti nel mio ufficio. Ora.»
Marjorie Spencer era la direttrice della biblioteca, un titolo che portava appuntato alla camicetta come una medaglia di guerra. Sosteneva di leggere solo romanzi letterari e intellettuali, ma June sapeva che aveva prorogato il prestito di Cinquanta sfumature di grigio almeno tre volte.
La seguì nel suo ufficio. In realtà era un magazzino che fungeva anche da stanza del personale, ma anni prima Marjorie ci aveva piazzato una scrivania e aveva addirittura appeso alla porta una targhetta con il suo nome. Non c’era spazio per altre sedie, così June si appollaiò su una risma di carta da stampante.
«Che resti tra noi, ho appena ricevuto una chiamata dal consiglio» disse Marjorie, giocherellando con il filo di perle che portava al collo. «Vogliono vedermi lunedì per una riunione urgente. Nella sala del consiglio.» Fece una pausa per accertarsi che quella informazione l’avesse debitamente colpita. «Dovrai gestire tutto da sola mentre sono fuori.»
«Va bene, non c’è problema.»
«Non possiamo cancellare l’Ora delle Filastrocche con così poco preavviso, perciò dovrai sostituirmi tu.»
A June si serrò il petto. «In realtà, mi dispiace ma mi ero dimenticata che Alan ha un…»
«Niente scuse. E poi sarà un buon allenamento. A Natale andrò in pensione, e il mio sostituto potrebbe decidere di affidarla a te.»
Sentì un vuoto allo stomaco al solo pensiero. «Marjorie, sa che non posso…»
«Santo cielo, June, sono filastrocche per bambini, mica inni religiosi.»
June aprì la bocca per ribattere, ma Marjorie si era già messa a fissare lo schermo del computer in un modo che la invitava inequivocabilmente a togliere il disturbo.
Uscì dall’ufficio cercando di ignorare la morsa al petto. Erano quasi le cinque, quindi iniziò a prepararsi alla chiusura. Mentre riordinava libri e giornali abbandonati, immaginò tutti quei visini speranzosi all’Ora delle Filastrocche, bambini e genitori che la fissavano impazienti, aspettando che parlasse. Fu scossa da un tremito involontario e lasciò cadere a terra una pila di giornali.
«Ti serve una mano, cara?» Stanley Phelps la stava osservando dalla sua sedia.
«Grazie, ce la faccio da sola» rispose, raccogliendo le pagine sparpagliate. «Sono le cinque, mi dispiace ma è ora di tornare a casa.»
«Prima avrei bisogno del tuo aiuto. “Si stringono rapporti per evitarlo.” Dieci lettere, comincia per “I”.»
June ci rifletté un istante, scomponendo l’indizio nella sua mente come lui stesso le aveva insegnato a fare. «Potrebbe essere “isolamento”?»
«Brava!»
Stanley Phelps, che apprezzava la narrativa storica ambientata nella Seconda guerra mondiale, si era presentato in biblioteca quasi ogni giorno da quando June era stata assunta, dieci anni prima. Portava una giacca di tweed e parlava come il personaggio di un romanzo di P.G. Wodehouse, e June immaginava che vivesse in uno sfarzo decadente, dormendo con un pigiama di seta e mangiando aringhe affumicate a colazione. Il cruciverba del “Telegraph” era uno dei suoi rituali quotidiani.
«Prima di andarmene ho una cosuccia per te.» Stanley rovistò in un vecchio sacchetto della spesa sgualcito e tirò fuori un mazzolino di fiori avvizziti tenuti insieme da uno spago. «Buon compleanno, June.»
«Oh, Stanley, non doveva» disse June sentendosi arrossire. Non parlava mai della sua vita privata in biblioteca, ma anni prima Stanley aveva scoperto chissà come la sua data di nascita, e da allora non l’aveva più dimenticata.
«Fai qualcosa di speciale questa sera?» le chiese.
«Vedrò qualche vecchio amico.»
«Be’, spero che ti divertirai. Ti meriti di festeggiare come si deve.»
«Grazie» replicò June, fissando i fiori per non doverlo guardare negli occhi.
Alle cinque e mezzo, June uscì nella calda serata d’inizio estate. Chiuse a chiave il pesante portone della biblioteca e si incamminò lungo la Parade, oltrepassando la bottega del villaggio, il pub con le bandierine della Union Jack che sventolavano sopra l’ingresso, il vecchio panettiere dove lei e sua madre compravano i bomboloni alla marmellata ogni sabato. Un paio di visitatori della biblioteca erano fuori dall’ufficio postale, e June li salutò con un cenno del capo mentre proseguiva lungo la discesa, superando il parco pubblico e il ristorante da asporto Golden Dragon ed entrando nel complesso residenziale di Willowmead. Costruito negli anni Sessanta, era un labirinto di bifamiliari tutte identiche, con giardini squadrati e bidoni dell’immondizia a rotelle parcheggiati nei vialetti di accesso. Abitava lì da quando aveva quattro anni, in una casa con la porta verde e le tende rosse scolorite.
«Sono tornata!»
Si tolse il cardigan, lasciò le scarpe sulla rastrelliera, già pronte per lunedì mattina, e andò in salotto. Una delle fotografie incorniciate era storta, e mentre la raddrizzava si accigliò osservando l’adolescente con i capelli crespi e l’apparecchio che le restituiva lo sguardo. Per fortuna aveva tolto l’apparecchio da un pezzo, ma aveva ancora la stessa massa ribelle di riccioli castani, che adesso teneva a bada ogni giorno in uno chignon ben tirato. Rimessa a posto la cornice, attraversò il soggiorno fino alla grande libreria che occupava tutta la parete di sinistra, piena di volumi con i dorsi ordinatamente allineati. Adichie, C.; Alcott, L.M.; Angelou, M. Trovò quello che cercava e lo portò in cucina, dove infilò nel microonde una lasagna precotta e si versò un bicchiere di vino.
Non c’erano segni di vita, e il silenzio in casa era rotto solo dal flebile rumore della tivù dei vicini. June ritirò la corrispondenza di quel mattino: un dépliant sulla raccolta dei rifiuti e una copia della “Dunningshire Gazette”. Controllò all’interno del giornale, casomai vi fosse finito per sbaglio un biglietto di auguri, ma non trovò niente. Le sfuggì un breve sospiro, e mandò giù un generoso sorso di vino.
Il campanello del microonde la fece sussultare. Tirò fuori le lasagne e le trasferì su un piatto, aggiungendo qualche fetta di cetriolo come contorno. Si sedette e riprese in mano il libro. Era logoro e malconcio dopo anni di letture, le parole Orgoglio e pregiudizio a malapena visibili in copertina. Lo aprì con cautela per leggere la dedica. “18 giugno 2005. Alla mia adorata Junebug. Buon dodicesimo compleanno. Non sei mai sola quando hai un bel libro. Ti voglio bene, mamma xx.”
Mangiò un boccone, voltò pagina e cominciò a leggere.

2

«Alan Bennett, dove diavolo ti sei cacciato?»
Era sabato mattina e June non riusciva a trovarlo da nessuna parte. Aveva setacciato la casa e il capanno e controllato anche in soffitta, casomai fosse salito lassù a cercare qualcosa, ma senza alcun risultato.
«Forza, Alan, il gioco è bello quando dura poco» gridò, ma la casa rispose con un ostinato silenzio.
Mise una fetta di pane a tostare e accese il bollitore. Ascoltò il sibilo lento dell’acqua che si scaldava tentando di ignorare lo stomaco in subbuglio. Il fine settimana le si spiegava di fronte, lungo e magnificamente vuoto. In genere la prospettiva di tutte quelle ore di lettura solitaria la colmava di gioia, eppure quel mattino era nervosa. Nei suoi dieci anni di lavoro in biblioteca era sempre riuscita a evitare l’Ora delle Filastrocche, o meglio, qualunque attività che richiedesse di parlare in pubblico. Ma lunedì si sarebbe dovuta alzare di fronte a decine di bambini e ai loro accompagnatori, raccontando storie, cantando canzoni e intrattenendoli come…
Diede un morso al toast, ma le sembrò di mangiare cartone e scansò il piatto.
Cinque minuti dopo si sedette sul divano con un voluminoso tomo di Guerra e pace pieno di orecchie. Era un romanzo che aveva tentato più volte di leggere senza riuscirci, ma con le sue oltre mille pagine era il progetto ideale per distrarla in quei due giorni. Oltretutto, sua madre amava quel libro, e proprio per questo June si era sempre sentita in colpa per non averlo mai finito. Prese il volume in brossura e lo accostò al naso, inspirando l’aroma rassicurante di carta invecchiata e polvere. Oltre a quello c’era anche un’altra fragranza, un sottofondo di sapone con un lievissimo accenno di fumo. Chiuse gli occhi e immaginò la madre seduta accanto a lei con le gambe raggomitolate sotto il corpo, nella posizione in cui le piaceva rannicchiarsi, il libro in grembo e un posacenere in bilico sul bracciolo del divano. Avevano passato centinaia di fine settimana così, una di fianco all’altra immerse in un silenzio appagato, interrotte ogni tanto dalla risata gutturale di sua madre per qualcosa che aveva le...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. La biblioteca delle ultime possibilità
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. 22
  26. 23
  27. 24
  28. 25
  29. 26
  30. 27
  31. 28
  32. 29
  33. 30
  34. 31
  35. 32
  36. 33
  37. 34. Due mesi dopo
  38. 35
  39. 36
  40. 37
  41. 38. Sette mesi dopo
  42. Copyright