Il vendicatore
  1. 308 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Informazioni su questo libro

DA GENNAIO il nuovo thriller di Frederick Forsyth "LA VOLPE", una nuova imperdibile spy story. Ricky Colenso, giovane americano, parte alla volta di Zagabria per aiutare i profughi bosniaci, vittime della pulizia etnica, della guerra e delle deportazioni. Qui lo attende però alla fine atroce.
Suo nonno, il miliardario Stephen Edmond, ex pilota della Seconda guerra mondiale, muove tutte le pedine a usa disposizione per catturare il feroce quanto misterioso assassino di Ricky. Sarà questo il compito del Vendicatore, un misterioso personaggio con un tragico passato alle spalle, un reduce del Vietnam abituato a fiutare il pericolo e a calarsi nei cunicoli bui scavati dai Vietcong. La caccia ha inizio, e sarà metodica, pianificata, curata in ogni dettaglio. Perché la preda è abile, esperta, sfuggente e gode di protezioni insospettabili.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
Print ISBN
9788804536666
eBook ISBN
9788852049446

PARTE PRIMA

1

Il Muratore

Si preparò ad affrontare la salita lottando contro il suo nemico: il dolore. Era una tortura e una terapia, per questo lo faceva.
Gli esperti dicono che il triathlon è la più impegnativa e brutale fra tutte le discipline sportive. Chi pratica il decathlon deve saper fare più cose, e il lancio del peso richiede grande forza, ma niente più del triathlon mette a dura prova la resistenza fisica e la capacità di sopportare il dolore.
L’uomo che correva nell’alba del New Jersey si era svegliato molto presto, come faceva sempre quando si allenava. Andava con il pickup fino al lago, lasciando la bicicletta per strada, legata a un albero per sicurezza. Due minuti dopo le cinque regolava il cronometro da polso, lo copriva con la manica della muta e si tuffava nell’acqua gelida.
Praticava il triathlon olimpico. Millecinquecento metri a nuoto poi, appena uscito dall’acqua, tolta la muta e infilati pantaloncini e maglietta, quaranta chilometri curvo sul manubrio della bicicletta da corsa, alla massima andatura. Aveva misurato la distanza da una sponda all’altra del lago e sapeva esattamente a quale albero sulla riva opposta era legata la bicicletta. Aveva calcolato quaranta chilometri di strade secondarie, a quell’ora deserte, e conosceva il punto dove mollarla e cominciare a correre. Arrivato all’altezza del cancello di una data casa di campagna, significava che mancavano ancora duemila metri ai diecimila previsti. L’aveva appena passato, quella mattina, e si accingeva ad affrontare l’ultimo tratto in salita, che spezzava le gambe e toglieva il fiato.
Il triathlon è una sofferenza perché costringe a usare muscoli completamente diversi. Le spalle possenti e le braccia muscolose del nuotatore sono un impaccio, un peso in più, per un ciclista o un maratoneta. La forza delle gambe e dei glutei di un ciclista non ha niente a che vedere con l’agilità che dà al corridore il ritmo e la cadenza necessari per macinare chilometri. Ciascuna disciplina ha un suo ritmo, una sua ripetitività, che contrasta con quella delle altre due. Ma chi fa triathlon ha bisogno di tutte e tre, e cerca di eguagliare, l’una dopo l’altra, le prestazioni dei campioni di tre sport diversi.
Se è un esercizio sfibrante a venticinque anni, a cinquantuno dovrebbe essere proibito dalla Convenzione di Ginevra. L’uomo che correva aveva compiuto cinquantun anni nel gennaio precedente. Guardò il cronometro e si rabbuiò. Quel giorno era parecchi minuti sopra il suo record. Si impegnò ancora più a fondo contro il suo invisibile nemico.
I tempi olimpici di quella disciplina si aggirano intorno alle due ore e venti primi. L’uomo che correva nel New Jersey aveva toccato le due e trenta. Era su quei tempi anche quella mattina, ma gli mancavano ancora due chilometri.
Le prime case della cittadina in cui viveva cominciarono a intravedersi superata una curva della Highway 30. Pennington, fondata prima della Rivoluzione americana, era a cavallo della 30, all’altezza dell’Interstate 95 che scendeva da New York, attraversava lo Stato e poi proseguiva verso Philadelphia e Baltimora fino a Washington.
Pennington non era diversa dalle tante cittadine ordinate, pulite e tranquille che costituiscono il cuore negletto e sottovalutato degli Stati Uniti. Un unico incrocio importante, fra West Delaware Avenue e Main Street, alcune chiese molto frequentate di tre diverse confessioni, una First National Bank, una manciata di negozi e case lungo viali alberati.
Era verso l’incrocio che si stava dirigendo il corridore, a cui mancava ancora mezzo chilometro al traguardo. Era troppo presto per prendere un caffè al Cup of Joe o per fare colazione da Vito’s Pizza, e comunque, anche se fossero stati aperti, non si sarebbe fermato.
Superato l’incrocio, l’uomo passò davanti a un edificio bianco, che risaliva a prima della Guerra Civile, con una targa sul portone che diceva: AVVOCATO CALVIN DEXTER. Era il suo studio con la sua targa, che a volte toglieva quando si assentava per svolgere il suo secondo lavoro. Clienti e vicini pensavano che ogni tanto l’avvocato si prendesse una vacanza per andare a pescare, essendo all’oscuro del piccolo appartamento che aveva affittato a New York sotto falso nome.
L’uomo percorse gli ultimi cinquecento metri con le gambe doloranti e imboccò Chesapeake Drive, nella parte meridionale della città. Era lì che abitava e lì che terminava il suo calvario volontario. Rallentò, si fermò, appoggiandosi a testa bassa contro un albero per riprendere fiato. Due ore e trentasei minuti. Molto lontano dal suo record personale. Che nel raggio di centocinquanta chilometri non ci fosse quasi sicuramente nessun altro cinquantenne in grado di eguagliarlo non contava. L’importante, come l’uomo non osava spiegare ai vicini che gli sorridevano e lo incitavano, era usare il dolore per combatterne un altro, quello costante, che non passava mai, quello della perdita della figlia, dell’amore, di tutto.
Il corridore svoltò nella strada di casa e percorse al passo gli ultimi duecento metri. Vide il ragazzo dei giornali, che gli lasciò un grosso involto davanti alla porta e gli fece un cenno di saluto prima di allontanarsi in bicicletta. Cal Dexter rispose agitando la mano.
Più tardi sarebbe andato a riprendere il pickup con il motorino, che avrebbe caricato sul pianale insieme alla bicicletta. Prima, però, aveva bisogno di farsi una doccia, mangiare qualche barretta energetica e bersi una bella spremuta.
All’ingresso raccolse l’involto, strappò il cellophane e controllò il contenuto.
Calvin Dexter non era propriamente nato in una situazione vantaggiosa. Era venuto al mondo nella periferia di Newark, infestata da ratti e scarafaggi, nel gennaio del 1950, figlio di un muratore e di una cameriera. Data la morale dei tempi, i suoi genitori si erano dovuti sposare dopo che una festa danzante del quartiere e qualche bicchiere di pessimo liquore distillato clandestinamente li avevano indotti ad abbassare la guardia.
Suo padre non era cattivo, secondo i suoi standard. Dopo Pearl Harbor aveva cercato di arruolarsi volontario, ma un muratore era più utile in patria, dove lo sforzo bellico imponeva la costruzione di migliaia di nuove fabbriche, moli e uffici governativi.
Era un uomo forte, che sapeva fare a pugni, caratteristica fondamentale in un cantiere, ma cercava di comportarsi bene, portava a casa l’intera paga e insegnava al figlio ad amare la bandiera a stelle e strisce, la costituzione e Joe DiMaggio.
Finita la guerra in Corea, le opportunità di lavoro diminuirono rapidamente. L’industria andò in crisi e i sindacati caddero nelle mani della mafia.
Calvin aveva cinque anni quando sua madre andò via di casa. Era troppo piccolo per capirne i motivi. Non sapeva niente del matrimonio senza amore dei suoi genitori e, con la stoica sopportazione dei bambini, aveva dato per scontato che tutti litigassero e gridassero come i suoi. Non sapeva niente del commesso viaggiatore che aveva promesso a sua madre una vita più agiata e abiti migliori. Gli venne semplicemente detto che la mamma “era andata via”.
Notò che suo padre tornava a casa tutte le sere, invece di andare a farsi una birra con i colleghi, e stava a guardare tristemente l’immagine sfuocata sul televisore. Era già adolescente quando scoprì che la madre, abbandonata a sua volta dal commesso viaggiatore, aveva cercato di tornare ma era stata scacciata dal padre, arrabbiato e incattivito.
Quando lui aveva sette anni, suo padre decise di risolvere contemporaneamente il problema dell’alloggio e della ricerca di un lavoro trasferendosi dalla casa di Newark in un caravan di seconda mano. E questa, per dieci anni, fu la vita di Cal Dexter.
Padre e figlio passarono di cantiere in cantiere, abitando nel caravan, e lui frequentò di volta in volta le scuole locali. Erano i tempi di Elvis Presley, Del Shannon, Roy Orbison, i Beatles, che venivano da un paese di cui Cal non aveva mai sentito parlare. Erano i tempi di Kennedy, della Guerra Fredda e del Vietnam.
Appena suo padre finiva un lavoro, ripartivano: città del Nord come East Orange, Union ed Elizabeth, poi New Brunswick, Trenton. Per un po’ vissero nelle Pine Barrens, quando Dexter Senior era caposquadra in un cantiere, poi si trasferirono a sud, ad Atlantic City. Dagli otto ai sedici anni, Cal frequentò nove scuole diverse in nove anni. Le sue nozioni scolastiche avrebbero potuto essere riassunte su un francobollo.
Ma non si impara soltanto a scuola, e Cal si fece una cultura sulla strada, e facendo a botte. Non era alto, come la madre – si fermò a un metro e settantacinque – né muscoloso e forte come il padre, però il suo fisico asciutto aveva una grande resistenza e i suoi pugni erano micidiali. Una volta sfidò il pugile di una fiera e lo mise al tappeto, guadagnandosi i venti dollari del premio.
Un uomo che puzzava di brillantina si avvicinò e propose a suo padre di mandarlo nella sua palestra di boxe, ma erano in procinto di partire per un’altra città e un altro lavoro.
Non c’erano i soldi per le vacanze e, quando finiva la scuola, il ragazzo andava con il padre al cantiere. Faceva il caffè, le commissioni, qualche lavoretto ogni tanto. Fra quelli che lo mandavano a fare “le commissioni” c’era anche un uomo con una visiera verde che gli propose di portare buste a vari indirizzi di Atlantic City, senza dire niente a nessuno. E così, nell’estate del 1965, Cal fece il galoppino per un allibratore.
Un ragazzo intelligente si guarda intorno anche se è al fondo della scala sociale. Cal Dexter imparò a entrare di straforo nei cinema per ammirare l’incantesimo di Hollywood, le enormi distese del West, lo scintillio dei musical, le gag delle commedie con Dean Martin e Jerry Lewis. Nella pubblicità in televisione vedeva belle case con la cucina di acciaio inossidabile e famiglie sorridenti nelle quali i genitori sembravano amarsi; sui cartelloni dell’autostrada ammirava spider e limousine splendenti.
Non aveva niente contro i muratori dei cantieri. Erano rozzi e volgari, ma la maggioranza lo trattava con gentilezza. Quando Cal era al cantiere metteva il casco come gli altri, e tutti si aspettavano che, finita la scuola, seguisse le orme del padre. Ma lui aveva altre idee: si era ripromesso di vivere lontano dai martelli pneumatici e dalla polvere soffocante delle betoniere.
Purtroppo, si rendeva conto di non avere granché da offrire in cambio di una vita migliore, più agiata e confortevole. Pensò di darsi al cinema, ma gli sembrava che tutti i grandi attori fossero dei fusti, ignorando che molti erano più bassi di lui. Gli era venuto in mente soltanto perché una volta una barista gli aveva detto che assomigliava un po’ a James Dean, ma in cantiere tutti i muratori si erano messi a ridere e lui aveva rinunciato all’idea.
Lo sport poteva togliere dalla strada un ragazzino e dargli fama e fortuna, ma Cal era passato da una scuola all’altra tanto velocemente da non riuscire mai a entrare in una squadra. Continuare gli studi e prendere una laurea era fuori discussione. Restavano altri tipi di impiego: cameriere, fattorino, meccanico, camionista; l’elenco era lungo, ma viste le prospettive che offrivano, tanto valeva restare in cantiere. Almeno lì la paga era più alta, perché il lavoro era duro e pericoloso.
Un’alternativa era la malavita. Chiunque fosse cresciuto nei cantieri o negli angiporti del New Jersey non poteva ignorare che crimine organizzato significava belle case, automobili veloci e donne disponibili. Pareva anche che difficilmente si finisse in prigione. Non essendo italoamericano, Cal non sarebbe mai arrivato in cima alla cupola, ma sapeva di qualcuno che aveva comunque fatto carriera.
Smise di studiare a diciassette anni, e il giorno dopo entrò a lavorare con suo padre in un cantiere per la costruzione di case popolari fuori Camden. Un mese più tardi, l’operaio addetto alla ruspa si ammalò, e nessuno era in grado di sostituirlo. Era un lavoro specializzato.
«Posso manovrarla io» disse Cal.
Il caposquadra era dubbioso: andava contro le regole, e se fosse arrivato un ispettore lui avrebbe perso il posto. D’altra parte, senza ruspa gli uomini non potevano procedere con il lavoro.
«Ci sono un sacco di leve e levette.»
«Si fidi di me» ribatté il ragazzo.
Impiegò una ventina di minuti per capire a cosa servivano i vari comandi, poi cominciò a far funzionare la macchina. La paga era più alta, ma continuavano a non esserci prospettive.
Nel gennaio del 1968, Cal Dexter compì diciotto anni, mentre i vietcong lanciavano l’offensiva del Tet. Era in un bar di Princeton a guardare la TV. Dopo il notiziario e la pubblicità, mandarono in onda un servizio sul reclutamento nell’esercito. Prometteva un’istruzione ai più volenterosi. Il giorno dopo, Cal si presentò all’ufficio di leva di Camden e disse: «Voglio arruolarmi».
A quell’epoca, compiuti i diciotto anni, la leva era obbligatoria per tutti gli americani, tranne che in circostanze eccezionali o di esilio volontario. Gran parte dei ragazzi, e dei loro genitori, sperava di evitarla. Il sergente maggiore dietro la scrivania sembrava stupefatto.
«Sono un volontario» disse Cal Dexter. Questo attirò l’attenzione del militare, che gli porse un modulo fissandolo come un cane da punta. «Molto bene, ragazzo. È la cosa migliore. Vuoi un consiglio da uno con i capelli bianchi?»
«Certo.»
«Firma per tre anni, invece di due. Potresti ottenere una destinazione migliore e fare più carriera.» Si allungò sulla scrivania, come per rivelargli un segreto di Stato. «Se chiedi tre anni, magari ti sfanghi il Vietnam.»
«Ma io ci voglio andare in Vietnam» replicò il ragazzo in jeans. Il sergente maggiore rifletté.
«Capito» disse poi lentamente. Avrebbe potuto commentare: “Tutti i gusti sono gusti”, invece dichiarò: «Alza la mano destra…».
Trentatré anni dopo, l’ex muratore spremeva quattro arance, strofinandosi con un asciugamano i capelli bagnati. Quando ebbe finito, prese la spremuta e i giornali e andò in salotto.
C’erano il quotidiano locale, uno di Washington, un altro di New York e, chiusa nel cellophane, una rivista specializzata. Fu la prima che aprì.
“Vintage Airplane”, dedicata agli appassionati di aerei della Seconda guerra mondiale, non aveva una grande tiratura e a Pennington si poteva avere solo per posta. Dexter cercò la rubrica degli annunci e controllò la sezione “cercasi”. Quando gli cadde l’occhio sul messaggio, rimase con il bicchiere a mezz’aria. Poi lo posò e rilesse: “CERCASI AVENGER. Massima serietà. Nessun limite di prezzo. Chiamare il numero…”
Non c’era alcun aerosilurante Grumman “Avenger” in vendita. Ormai, erano ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Il vendicatore
  3. Prologo - L’omicidio
  4. PARTE PRIMA
  5. PARTE SECONDA
  6. PARTE TERZA
  7. Epilogo - La Lealtà
  8. Copyright