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Segreti dei Gonzaga
Informazioni su questo libro
La corte mantovana e il suo mondo sontuoso danno vita nei Segreti dei Gonzaga a uno dei racconti più amari e segretamente crudeli di Maria Bellonci: crudeltà della ragione dinastica; crudeltà, morbosa e sfrenata, del sesso e dell'amore; crudeltà del fasto e della ricchezza, impotenti contro le leggi della natura e della vita. La vocazione del narratore, alternandosi a quella dello storico, prende spesso il sopravvento in Maria Bellonci, privilegiando lo scandaglio psicologico, la ricerca di una verità privata, di cui il documento non è che la sollecitazione pratica che dà corso alle reazioni a catena di una «memoria» fantastica e fuori del tempo.
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Informazioni
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9788804493006eBook ISBN
9788852039034Principe a Mantova
Meglio che sotto un ducale baldacchino di raso, Vincenzo Gonzaga nacque sotto lo stendardo nero e oro della Controriforma gonfio dalla gran tramontana del Concilio di Trento. Era il 22 settembre 1562. E il 18 gennaio di quello stesso anno, suo padre, il duca Guglielmo Gonzaga, aveva visto riaprirsi il Concilio per le faticate ultime sessioni sotto la magnifica presidenza del cardinale Ercole Gonzaga figlio di Isabella d’Este, fra lo splendore ecclesiastico delle infule d’oro e delle mitrie di vescovi, arcivescovi e patriarchi.
La nascita di Vincenzo fu per il padre, gobbo e malato, un segno della benevolenza celeste. Sicché, sul bellissimo bambino biondo, fasciato stretto dal collo ai piedi nel broccato d’oro, assunto alla maestà incomoda e preziosa degli idoli infanti, ragionatamente s’erano levati i voti pii dei suoi genitori.
Il duca Guglielmo, come uomo e come principe che sa tradurre in fatti positivi le proprie ragioni morali, promise di costruire una chiesa che fu la basilica di Santa Barbara. Quanto alla duchessa, Leonora d’Austria, figlia dell’imperatore Ferdinando I e nipote di Carlo V, moglie religiosa e virtuosa, la sua promessa fu un atto di inconscia ribellione al marito: senza domandargli nulla, infatti, fece voto di invitare i gesuiti a risiedere e a insegnare in Mantova.
Le occorsero poi vent’anni di istanze perché il duca ammettesse in città i gesuiti col loro collegio: troppo furbo e troppo geloso della propria supremazia per chiamarsi in casa rivali di quella sottigliezza se non si fosse sentito abbastanza maturo da poterli fronteggiare. La prima pietra della basilica dedicata a Santa Barbara fu posta per il battesimo di Vincenzo nel febbraio 1563; e subito cominciarono ad alzarsi le mura.
Entrare un giorno di pioggia in Santa Barbara di Mantova è una prova valida per chi voglia sfidare i precipizi della tetraggine; e nemmeno una tetraggine augusta e feroce, da Escuriale, ma stanca e convulsa, che incombe senza atterrire. Soprattutto ossessiona l’incrociarsi di linee spezzate nel disegno dei soffitti a cassettoni e della nicchia absidale, disegno che va e viene con l’insistenza di certi giochi enigmistici che un dato non tanto logico quanto meccanico dovrà risolvere. Fra porte, scalee e cappelle, scenario di corte, da processione; ma scenografia fredda con un che di disagiato e d’avvilito che ci riconduce alla condizione spirituale dell’architetto Giambattista Bertani, accusato di eresia e costretto all’abiura pubblica sul palco degli eretici in San Domenico, proprio nel 1567 quando la sua basilica era in opera; più fortunato, del resto, del canonico Antonio Ceruti che in quei mesi per aver detto che l’anima finisce col corpo fu condannato alla prigione a vita.
Un’annata come il 1567, pesante per qualsiasi principe, avrebbe dovuto schiacciare uno come il duca Guglielmo che aveva da accettare ad ogni risveglio l’umiliazione della propria deformità fisica e i tradimenti di una salute tarata. Invece, egli ne fece una delle sue annate di ferro, trionfali in questo senso: ogni cicatrice che gliene rimase indicava una battaglia vinta: riscontrarle, poi, cicatrici e vittorie, sarebbe stato il suo modo d’aver fede nella propria esistenza.
Se Mantova era civilmente quieta sotto il dominio dei Gonzaga, e salvi, salvissimi i suoi confini, da quando con Carlo V la dominazione spagnola stabilitasi sulla penisola li aveva accettati e sanzionati, tutt’altro che quieta era l’altra metà del dominio gonzaghesco, il Monferrato. La bella grassa terra che, portata in dote da Margherita Paleologa a Federico Gonzaga, doveva diventare nei primi decenni del Seicento un’occasione di discordie per l’Europa e condurre infine la rovina su Mantova, non aveva mai consentito all’assolutismo gonzaghesco repugnante alle tradizioni autonome e comunali del paese, sempre rispettate dai precedenti signori Paleologi. I monferrini tutti sobbollivano; e li aiutava sottomano con armi protezione e consigli il grande avversario di Guglielmo, Emanuele Filiberto di Savoia, per il quale il Monferrato era, come era il marchesato di Saluzzo, un cuneo nel fianco del rifiorente stato sabaudo.
Già dal 1565 gli umori dei cittadini s’erano manifestati in qualche cosa più che un simbolo: la costruzione di una fortezza alle porte di Casale. Ma Guglielmo, che vedeva in un atto di così concreta rivolta la vigoria tempestiva e precisa di Emanuele Filiberto, ed era corso a Casale per tentare un accordo con i suoi sudditi, fu soverchiato dalla durezza della propria natura: mentre parlava di pace toglieva ai cittadini il diritto di tenere milizia, provocava una rivolta, farà sparare sulla folla, quasi ecciterà i più accesi a fuggire portandosi via le pergamene che attestavano gli antichi privilegi della città. Inutile dire che Emanuele Filiberto si prese agli stipendi quanti fuorusciti vollero entrarvi: così avesse potuto prendersi il Monferrato intero; e intanto, il capo dei rivoltosi, Oliviero Capello, infiammato di passione comunale, credeva di far molto andando a Roma ad affrontare il gran cipiglio di Pio V – in lite con i Gonzaga per questioni di giurisdizione ecclesiastica – e a condurre il papa favorevole alle sue ragioni.
Destinate a perire. Perché si sarà spiegata la forza di Guglielmo Gonzaga quando si sarà detto che il Monferrato era d’investitura imperiale, che il duca di Mantova era cognato dell’imperatore Massimiliano II, e che la terra gli apparteneva per diritto ereditario sanzionato da Carlo V. Diritto, diritto: Guglielmo ci poggiava, su questa parola, con la sorda tenacità degli inclementi che provoca e attizza l’insorgere della polemica nei ribelli: ricercare di questa polemica l’origine, comprenderla e sanarla, avrebbe presupposto una capacità di comprensione, un dono di sé troppo estraneo al duca di Mantova: il quale, più si sentiva assicurato nelle sue ragioni più si irrobustiva, e continuava a gravare la mano su Casale come su terra di conquista. Intorno, l’aria prendeva fuoco: tanto che il 3 ottobre 1567 quando il duca, venuto a Casale con gran seguito, si recò in duomo per assistere alla consacrazione di un vescovo, l’avviso melodrammatico di un misterioso frate che denunciava una congiura pronta a scoppiare alle campane del Sanctus lo scampò appena dalla morte per mano di cospiratori.
Si capisce che una volta entrato nella parte del principe offeso, Guglielmo non l’avrebbe tanto presto rinunciata. Oliviero Capello ucciso a Chieri, imprigionati i cittadini, perseguitati non solo i colpevoli ma anche gli innocenti, per tutti carcere, tortura, morte. A respirare tanta strage il popolo era come in agonia; ma non giovò nemmeno che tutta Casale si piegasse a fare voto solenne di fedeltà ai Gonzaga perché fossero commutate le pene, alleviate le sentenze. L’ultimo discendente dei Paleologi, Flaminio, figlio naturale ma riconosciuto di Gian Giorgio, fu preso prigioniero e trasportato nella rocchetta di Goito sul Mincio. In quella verde apertura di paesaggio, fra quel folto lucido d’erbe basse, voluttuosa Arcadia che chiamerebbe ad un’alleanza con la vita, Flaminio doveva morire avvelenato dopo tre anni di stentata prigionia.
L’assassinio politico non turbava e non turbò la coscienza religiosa del duca Guglielmo; in lui, la superbia della sua condizione era così solida da farlo sentire fuori regola; certo, da gran re a principe, Dio avrebbe tenuto conto delle sue ragioni, di là d’ogni tramite ecclesiastico. Primo a mattutino e a vespro, capace di seguire devotamente lunghissime funzioni aderendo con un’attenzione spirituale ad ogni trapasso liturgico, e godendone, Guglielmo sapeva però mostrarsi svincolato da chiunque non appena lo si pungesse nella sua autorità; e un esempio se n’era avuto nella lotta con i frati dell’inquisizione capeggiati dall’intemperante domenicano Camillo Campeggi.
Subito dopo il Concilio di Trento e specie dopo la muscolosa bolla di Pio V a favore dell’inquisizione, Cum primum apostolatum, del primo aprile 1566, anche a Mantova furono imprigionati cittadini di tutti i ceti, accusati di eresia, specie luterana e calvinista. Bastava una parola per condurre su di sé il raggio livido dell’accusa. L’infocato inquisitore sventagliava la sua sottana bianca e nera e la sua foga drammatica di napoletano di chiesa in tribunale, e arrestava: arrestava in case, in botteghe, in palazzi, in monasteri, e perfino in corte senza nemmeno avvertire il duca. Il duca gli rifiutava i prigionieri o li faceva liberare; l’inquisitore protestava lagnandosi alla fratesca: «Con Lui [Dio], si ha a che fare, non con fra Camillo, povero frate». I cittadini assalivano i frati: la notte di Natale del 1567 ne ammazzarono tre; il papa gridava contro il duca che non favoriva la sua diletta inquisizione, il terrore e lo sdegno sommovevano la città.
Ma quella che era parsa sollecitudine del signore verso i suoi sudditi e che avrebbe dovuto fruttare a Guglielmo la riconoscenza di un popolo che si sentiva difeso, si vide chiaro non essere altro che orgoglio di capo di stato in difesa delle sue prerogative non appena da Roma si pose mano alle questioni politiche. Era ancora vivo, allora, Flaminio Paleologo ritenuto pretendente del Monferrato, preso prigioniero senza alcun diritto dal Gonzaga. Pio V si fece a richiederlo: per non darlo, il duca s’accordava con l’inquisitore: e il papa gli mise del tutto la corda al collo con la concessione della metà dei beni confiscati e delle ammende imposte agli eretici.
Da questo momento la battaglia passava dagli episodi esterni ad un conflitto tutto interno fra le due passioni dominanti del duca Guglielmo: la passione di governo e l’avarizia. Infine vinse la prima, ma non fu una vittoria netta; e il giorno che, tolto di mezzo il Paleologo, il duca ricominciò a protestare contro il Santo Uffizio chiamando il Padre inquisitore un «privato maldicente», non cessarono però le condanne; se rare erano le sentenze di morte, infittivano le sottili torture morali e fisiche degli interrogatori, le infami processioni degli eretici con le mitrie di carta in testa e con le «pazienze» colorate, le confische, le ammende, gli arresti, le lunghe corrodenti incarcerazioni. E il duca, per conto suo, rincalzava la severità dell’inquisitore: guai agli scomunicati, guai a coloro che non si confessano, guai, soprattutto, guai ai concubinari. Poter fare una legge che vietasse in qualche modo l’amore, questa pericolosa anarchia, era stato un premio per la nevrastenica continenza del duca: lui e sua moglie, da quel 1567, con tre figli in casa, avevano fatto voto d’amore spirituale; quale santo esempio, diranno i panegiristi.
Magari un esempio, ma non un sacrificio: perché l’amore, e proprio il più legittimo, coniugale, era stato per il duca Guglielmo una prova fra le peggiori della sua vita.
Inginocchiato fermo sul cuscino a nappe di seta, congiunte nella preghiera le dita prensili e articolate, calate le palpebre sugli occhi troppo lucidi di gobbo, Guglielmo poteva sentire nell’immobile fisicità dell’atteggiamento il suo poco sangue disegnare nell’aria la dannata curva della schiena, linea che manifestava in lui – per l’ultima volta nella dinastia – la tara di una secolare eredità gonzaghesca. Per quella persecuzione incombente, mai dimenticabile e dimenticata, egli aveva appreso la pazienza feroce di esaurire in sé le proprie ribellioni, ma esaurirle senza residui se non un caldo di smania che lo faceva andar fuggendo di villa in villa finché non lo fermasse la necessità dell’esercizio del potere. Firmando decreti e sentenze, dettando lettere, imponendo il suo volere, gli correva al cuore la corrente di una giovane forza. E lui riconosceva questi recuperi d’energia, questo fluire denso e fermo di volontà che lo rendeva più armato alla sua battaglia.
Antica storia. Gli era toccato di chiamarsi tutto al soccorso a undici anni, quando, morto il primogenito Francesco, si era visto passare il diritto alla corona ducale; allora, suo fratello minore Ludovico Gonzaga, che aveva avuto facili i doni, prestanza, ingegno, ardire, e quella prontezza di partecipazione alla vita altrui che sembra il segno di un’intesa umana, felicità di certi privilegiati, era parso a tutti l’erede naturale del potere; non solo al popolo (sia pure, perdoniamo al popolo l’entusiasmo delle apparenze), ma anche alla madre e perfino allo zio tutore, il giusto, lo scrupoloso, il perfetto principe, il cardinale Ercole.
Non più un brivido, ma la memoria del brivido poteva persistere in Guglielmo dopo tanti anni al ricordo di quella mattina al maneggio, quando, sollevatosi sulle zampe in un’alta impennata il cavallo di Ludovico, il giovinetto era caduto senza farsi male; e a Guglielmo che gli aveva detto qualche cosa per felicitarlo della sua fortuna, l’altro aveva risposto con un lampeggiare d’occhi: «Più fortunato voi, ad essere nato prima di me».
No, non gliel’aveva rinunciata la corona ducale al fratello: se n’andasse in Francia signore dei gran beni che gli aveva lasciato la nonna materna Anna d’Alençon, anche lei, come tutti, innamorata di Ludovico. (Il quale oggi, gran signore com’era, duca di Nevers, andava consigliando il re di Francia ad alternare favori e ostilità col Gonzaga di Mantova.) Allo zio cardinale che gli aveva offerto tutti gli onori di una gloriosa vita ecclesiastica più adatta al suo deforme apparire, Guglielmo aveva risposto con una frase perfino troppo savia in un fanciullo di dodici anni: che non si governa col corpo ma con lo spirito. Gli era bastato l’animo di dimostrarlo, aveva governato bene: non solo ridotto – sanguinosamente – il Monferrato alla pace, ma restaurata l’amministrazione dello stato, riveduti gli uffici pubblici, scrupolosamente regolate le rendite, incoraggiato il commercio. Che importava se in giro si ripeteva che il duca faceva mettere da parte perfino i moccoli dei candelotti perché servissero «ad andare per casa»? Nelle casse ducali s’ammucchiava l’oro, del resto largamente speso a suo tempo per il bene dei cittadini come s’era visto in caso di peste e di carestia; si stimavano le monete della zecca gonzaghesca le più belle e le più integre del secolo; non erano parole, nella Mantova di Guglielmo, la pace, la prosperità e (inquisizione a parte) la giustizia. Eppure, per il popolo la signoria del duca presente era un fatto acquisito e superato; e i sensi affettuosi andavano tutti al giovinetto principe ereditario Vincenzo.
Passa il duca, tutti si scoprono; non che badino più alla gobba, ormai diventata elemento necessario, popolare anche questo, a comporre intera la figura del signore; ma nell’omaggio c’è un senso di lento e polveroso dovere. Passa il principe con la sua testa elettrica, il suo brioso vestire, il suo camminare alto e negligente. Il suo sorriso è ancora troppo giovane perché se ne possa discernere il senso (affidatore, o solo avventato?): ma si conoscono gli estri popolareschi ed eccessivi di quel ragazzo così nobilmente piantato sulle gambe solide e leggere; e la vita accesa che trabocca da lui gli chiama intorno una rigogliosa simpatia.
A tanto, Vincenzo c’è arrivato senza fare nulla. Per un gioco cattivo della sorte, quella che si potrebbe chiamare con la più malandata ironia la pena di nascere, fu una vera pena, sì, ma tutta per suo padre. Bruciava sul giovane Guglielmo, quando s’era preso la corona ducale, l’intima disapprovazione di tutti; ed egli sapeva quanto si ripetesse volentieri in corte e fuori la diceria della sua poca attitudine alle cose d’amore. Non era vero, anzi il suo gusto per le donne era stato un gusto ardente e lubrico, senza tenerezza, vero gusto da gobbo; per questo, quando se n’era accorto, gli era stato possibile separarlo da sé con la forza spirituale dell’esame e del ragionamento.
Sdegnoso di spiegarsi, calmo di quella sua costosissima calma che, prorompendo, avrebbe dilagato in urlìo, Guglielmo s’era scelto la sposa, una delle tante brutte imperiali figliole che Ferdinando I elargiva ai signori d’Italia con poca o nulla dote. Per lei, per loro, anzi, gli sposi, Guglielmo aveva ordinato le feste nuziali pomposissime – e si riscattasse con la pompa la freddezza e l’incertezza degli auguri –; né aveva voluto che mancassero gli eccitamenti delle feste notturne nel cortile della Cavallerizza illuminato da duemila torce e fiaccole e candelabri tra le allusive allegorie dell’Amor leale; e balli e tornei e festini l’ultimo dei quali, caduto in tempo di lutto, radunò intorno allo sposo gobbo e alla sposa bigotta un’assemblea in gramaglie.
Leonora d’Austria era andata intorno coperta d’oro e di perle su una candida chinea o in carrozza tirata da candidissimi cavalli; mostrava poca venustà, ma rispondeva bene al titolo d’Altezza con la sua maniera d’apparire nativamente maestosa, il gesto sorvegliato, e, nella stessa angustia d’intelligenza, qualche cosa di chiuso e di signorile che le fruttava il rispetto e quasi la venerazione. Allevata nella religione insistita degli Absburgo, non avrebbe voluto marito, aveva rifiutato il re di Danimarca perché protestante, e accettato il duca di Mantova solo per l’imposizione paterna: che lo sposo fosse gobbo quasi le era piaciuto per mortificarsi meglio; e la sua obbedienza, sebbene fosse cosa più di religione che di carattere, confermava il duca Guglielmo nella propria supremazia che da questa figlia e sorella d’imperatori sarebbe stata sempre inchinata; la programmatica mansuetudine della donna lo aveva poi liberato dal peso della propria inferiorità fisica lasciandogli una scioltezza, uno slegamento di nervi che gli aveva reso possibile prendersi la rivincita su coloro che avevano dubitato di lui principe e di lui uomo. E da questa faticosa polemica erano nati tre figli, Margherita, una fulva creatura a fossette che celava sotto le sue grazie rotonde qualche cosa delle ferree capacità di suo padre, Anna Caterina, sentimentale e pia, e l’unico maschio: Vincenzo.
Di quante ore dovette passare in ginocchio a ringraziare Dio d’essere nato da suo padre, Vincenzo non tenne naturalmente il conto; ma nei lunghi silenzi meditativi, odorosi d’incenso, maturava quel suo sangue, mosso a impeti ondosi dall’antica sensualità gonzaghesca e da un personale estro che, improvvisando su motivi casuali poteva trascorrere, quando si sentisse costretto e sacrificato, fino alla ferocia; restando lui al di qua, benevolente, anzi buono. Spiritualmente, l’ombrava il chiaroscuro absburghese, eredità materna; e, derivato dalla stessa origine, un che di troppo biondo avrebbe sminuito la bellezza fisica del suo tipo, se i suoi colori non fossero stati sostenuti da un’architettura di membra così misurata che passo e gesto gli si componevano naturalmente in contrassegni di dignità. Gli anni, poi, l’avrebbero appassito e ingrigito, ma avrebbero anche estratto da lui le più genuine qualità gonzaghesche; e gli sarebbe venuta fuori, nei momenti estremi, la malinconia temperata che aveva composto in una superiore eleganza le vite di Cecilia, di Ludovico e di Elisabetta Gonzaga.
In chiesa, in processione, a vespro, alla preghiera: cavalcando nei giorni di festa e di parata; o nelle grandi sale di palazzo ai ricevimenti di cerimonia; il duca Guglielmo aveva avuto tempo di moralizzare sul bimbo e sul giovinetto che si vedeva accanto, dimostrazione quotidiana al popolo e a Dio di una sua vittoria: cosa sua, dunque, dipendentissima dal suo cenno. Ma quando il bambino s’avviò con una corsa precoce a diventare uomo, e fu grande bello e diritto, Guglielmo cominciò a dover mentire con se stesso.
Perché era evidente che Vincenzo si sentiva lontano da suo padre; vigessero in lui il rispetto, la devozione, l’ammirazione per la saggezza paterna, Guglielmo capiva quale valutazione il figlio facesse del suo mondo quando il ragazzo esprimeva i propri gusti e le proprie elezioni. Per un cavallo di razza Vincenzo arrivava all’entusiasmo, parlandone sentiva già nei capelli il vento della cavalcata, mentre per suo padre – e si capisce – mostrarsi a cavallo era uno spasimato sacrificio. Guglielmo era religiosissimo; e, a suo modo, un modo colorito, Vincenzo era religioso anche lui, amava le funzioni belle, gli altari con le statue d’argento, le grandi pitture narrative; ma invece di scegliere come suo padre per amici e per segretari gente di chiesa, e dilettarsi dei loro ragionamenti teologici e spirituali, Vincenzo eleggeva a compagni i più spampanati giovani, gli stravaganti, i libertini. Abiti, i più eleganti: e sempre portare gioielli velluti ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Maria Bellonci
- SEGRETI DEI GONZAGA
- Principe a Mantova
- Duca nel labirinto
- Gonzaga solo
- Copyright